Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

Andrea Inglese

Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento. Se la scintilla della contestazione era nata da una petizione in rete contro il rincaro dei carburanti, dovuto a una ecotassa, oggi lo scontro con il governo tocca direttamente la questione dei bassi salari. È interessante constatare come i gilet gialli abbiano fatto loro il linguaggio delle varie destre e sinistre di questi anni, che hanno messo tra parentesi il concetto di “salario”, troppo legato al lavoro dipendente e alla questione di classe, per sostituirgli quello più neutro e interclassista di “potere d’acquisto”. Solo che i gilet gialli quando parlano di aumentare il “potere d’acquisto” parlano soprattutto di salario, e hanno richiesto un aumento drastico del salario minimo garantito dai 1.150 euro attuali (netti per 35 ore settimanali) a 1300 (alcuni persino a 1600). In sostanza, la gente non chiede semplicemente riduzioni delle tasse o il rafforzamento delle misure di sostegno e detassazione per le persone più povere – che già esistono, per altro. Chiede di essere pagata decentemente per il lavoro che fa, non che lo Stato conceda elemosine a lavoratori poveri. Questa rivendicazione tocca anche gli aspetti simbolici del vivere sociale: lo schiacciamento dei salari, perseguito con coerenza da tutti i governi in seguito alla crisi del 2008, non solo impoverisce materialmente le persone, ma le espone anche alla svalutazione del proprio ruolo sociale e al disprezzo di coloro che lavorano nei settori prestigiosi e remunerativi.

Inizialmente i media e i rappresentanti del governo avevano buon gioco a parlare di rivendicazioni confuse. In realtà, i gruppi di gilet gialli sparsi sul territorio nazionale e spesso riuniti in assemblee locali hanno prodotto una serie di richieste, sul modello dei cahiers des doléances. Non si tratta però di semplici lamentele, bensì di proposte di legge a volte molto specifiche. Certo, le misure richieste sono molteplici e contraddittorie, ma in gran parte di esse è riscontrabile una preoccupazione per i “piccoli”, esposti al rischio dell’esclusione sociale: si chiede parità di salario tra uomini e donne, una reale progressività delle imposte (reintroduzione della tassa patrimoniale soppressa da Macron), tassazione forte sui GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e debole su piccole imprese e partite iva, aumento dei contratti a tempo indeterminato, affitti calmierati, ecc. Un’inchiesta di Le monde ha concluso che, sull’insieme delle misure richieste in una delle liste circolanti in rete a nome del movimento, due terzi almeno sono compatibili con i programmi della sinistra radicale francese (da Jean-Luc Mélenchon sino a Philippe Poutou del Nuovo Partito Anticapitalista). Non sorprende che una metà di misure provenienti dalla medesima lista siano compatibili anche con il programma di Marine Le Pen, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei servizi sul territorio (scuole, commerci, uffici postali) e la ri-nazionalizzazione delle infrastrutture (autostrade, aeroporti).

Se quindi un movimento non si definisce semplicemente per quello che dice di fare, né per quello che cerca di fare, ma anche per gli effetti che produce, allora è incontestabile che i gilet gialli hanno ottenuto in tempi rapidissimi due mutamenti di scenario mediatico e politico. La questione sociale, in tutti i suoi aspetti fino a ieri marginalizzati o rimossi, ha invaso il dibattito pubblico, e a fronte di questa esplosione di rivendicazioni, testimonianze, analisi, il silenzio del governo e quello della presidenza in particolar modo sono apparsi tanto più assordanti e intollerabili. La risposta pubblica di Macron, con le relative proposte di legge, è arrivata a un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione nazionale. Tale ritardo ha per altro creato uno scollamento tra punto di vista dei media e punto di vista dell’esecutivo. Criticato o meno, è sempre quest’ultimo in genere a fornire ai giornalisti le coordinate generali entro le quali svolgere il dibattito. Di fronte a un mese di afasia presidenziale, la stampa e la televisione hanno potuto trattare fuori da ogni tutela politica gli argomenti più critici, incluso quello generalmente inabbordabile della violenza poliziesca. Durante e dopo il biennio più sanguinoso dell’offensiva terroristica di matrice islamica contro la Francia (2015-2016), tutto si era ridotto a conflitti culturali e identitari. Ora ritorna in primo piano l’insicurezza della vita ordinaria, legata alle condizioni materiali di vita, alla precarietà, ai bassi salari, alla latitanza del servizio pubblico in ampie zone del paese.

Rappresentanza

Nonostante le enormi aspettative che il movimento ha suscitato anche nelle file della sinistra anticapitalista, un esame delle sue rivendicazioni lo colloca su di una linea riformista. Se i gilet gialli non si battono per una restaurazione della triade Dio Patria e Famiglia, non hanno neppure l’obiettivo di creare una società senza classi. Innanzitutto la composizione sociale del movimento non è costituita né dagli strati più poveri né dagli esclusi della società francese. Si sono mossi i ceti medi e popolari più recentemente impoveriti o a rischio d’impoverimento, quelli, insomma, che nei confronti del modello sociale francese avevano ancora delle aspettative, pur sentendosi traditi dalle istituzioni politiche e dai corpi intermedi (sindacati inclusi). Appare, quindi, inquietante che per rivendicare degli obiettivi di politica sociale in gran parte riformistici (rispetto almeno alle politiche neoliberali e di austerità degli ultimi decenni), il movimento abbia dovuto dotarsi di forme d’organizzazione radicali, legate alla democrazia diretta, e a forme di lotta altrettanto radicali (dalla disubbidienza civile allo scontro di strada e alla devastazione di beni). Nelle nostre democrazie parlamentari, queste forme di organizzazione e di lotta “dure” sono in genere appannaggio di movimenti rivoluzionari, laddove forme di contestazione moderata sono tipiche delle forze riformistiche. Questo indica, però, la gravità della crisi raggiunta dalle nostre democrazie parlamentari e la perdita di senso in cui esse si dibattono. Uno degli elementi di questa insensatezza è rappresentato in questa fase storica dalla continuità delle politiche economiche malgrado l’alternarsi di governi di destra e sinistra.

Il risentimento e la sfiducia nei confronti delle classi dirigenti non sono una novità. Il Partito Cinque Stelle del risentimento e della sfiducia ha fatto una leva elettorale, trasformandosi da movimento di rottura in partito di governo, ma grazie al binomio verticale Grillo-Casaleggio (leader popolare + esperto in comunicazione). I gilet gialli francesi, a differenza dei grillini o addirittura degli “eversivi” neo-salviniani, hanno avuto finora meno bisogno degli italiani scontenti di raggrupparsi dietro a un (nuovo) papà da celebrare. Durante questo primo mese di lotta, il rifiuto di affidarsi a dei capi riconosciuti è stato preponderante. Dei portavoce, uomini e donne, sono comparsi in TV, sono stati intervistati, ma nessuno di essi pretendeva di essere un rappresentante del movimento nella sua totalità. Parlando delle tendenze libertarie di movimenti come Occupy Wall Street o di Nuit debout, si è spesso sottolineato i rischi di inefficacia a cui una protesta puramente orizzontale e senza leader riconosciuti possa andare incontro. Mi è parso in questo caso che la mancanza di portavoce riconosciuti abbia favorito un meccanismo di rilancio sia della lotta che dei suoi obiettivi, mantenendo il movimento in una stato di mobilitazione e di dibattito interno permanente. Inoltre il movimento è sfuggito non solo ai tentativi – timidi in realtà – di cooptazione da parte del governo, ma soprattutto di definizione e giudizio da parte dei commentatori. Senza rappresentanti legittimi, non solo sono sventati troppo rapidi e blandi negoziati, ma anche si ritardano precipitose cristallizzazioni dell’identità. A ciò si aggiunga l’aspetto più rilevante della contesa tra i gruppi spontanei di cittadini e le istituzioni politiche, ossia la richiesta largamente condivisa di moltiplicare organi e procedure della democrazia diretta. I gilet gialli si battono per l’introduzione di referendum d’iniziativa popolare. Nella versione più ambiziosa, si prevedono quattro tipologie di consultazione autonoma (sganciate da iniziative parlamentari e partitiche): quella abrogativa, revocativa (togliere il mandato a qualsiasi responsabile politico), legislativo (il popolo propone un testo di legge), costituente (modifica della costituzione). Ad essere evocato è qui il concetto di sovranità popolare, concetto che nessuna congiuntura storica, pur difficile e rischiosa, dovrebbe screditare facilmente. Sarebbe semmai un punto, questo, sui cui attentamente riflettere, alla ricerca di un cammino in grado di sfuggire all’alternativa oggi dominante tra tecnocrazia e populismo nazionalista e xenofobo.

Certo, è possibile individuare dietro questa richiesta di democrazia diretta dei gilet gialli lo spettro del “popolo”, inteso come entità indifferenziata e omogenea, nemica di ogni pluralità e produttrice di esclusione. Né la spontaneità del popolo né la sua radicalità costituiscono di per sé un fattore di chiaroveggenza politica rispetto a obiettivi di eguaglianza sociale e autonomia individuale. La richiesta di strumenti di democrazia diretta contro il sistema parlamentare in un clima xenofobo e denso di fantasmi identitari non è privo di rischi. È vero, d’altra parte, che all’interno della sinistra marxista la nostalgia dell’avanguardia che dirige e del partito che organizza stenta a estinguersi. E quando lo fa, produce nei gruppi più attivi e radicali sogni d’insurrezioni permanenti, senza nessuna considerazione dei rapporti tra autonomia e istituzioni. Varrebbe allora la pena di ricordare la riflessione che intorno a questi temi cruciali ha svolto il militante e filosofo Cornelius Castoriadis, scomparso nel 1997 e di cui si celebra ancora oggi la preziosa eredità filosofica e politica. Mi limiterò qui a ricordare uno dei punti su cui ha spesso insistito: ogni esperienza diretta di autorganizzazione contribuisce in modo molto più determinante alla crescita della consapevolezza politica e al percorso di emancipazione che dosi di pedagogia somministrata dai dirigenti delle organizzazioni politiche e sindacali. Delle diverse iniziative di questo movimento, allora, quelle più promettenti e decisive non sono tanto i blocchi delle rotatorie, che costituiscono comunque esperienze importanti di condivisione e solidarietà, e nemmeno le scorribande nella capitale o in altre città, per dare visibilità al movimento a forza di roghi e barricate. Tutto ciò naturalmente ha fornito una tremenda forza d’impatto al movimento, sul breve termine. Ma sul lungo termine saranno altre esperienze a favorire e consolidare una crescita di consapevolezza individuale e collettiva. Penso alle assemblee locali tra militanti, come quelle che si sono svolte a Guéret, nel dipartimento della Creuze, uno dei più spopolati di Francia, situato nel Massiccio Centrale. Qui uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano, per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane. Si sono dati un organo di coordinamento provvisorio, “La Creuze unita”, e una carta di buona condotta da rispettare durante le azioni di protesta e le assemblee (sono banditi alcol e insulti razzisti, azioni violente contro polizia e giornalisti, ecc.). Non mi è possibile sapere quanto il caso della “Creuze unita” sia rappresentativo dell’insieme del movimento, ma esso manifesta due principi estremamente importanti. Il primo è quello della necessità di un dibattito assembleare, che neutralizza di fatto ogni pericolo di unanimità e omogeneità di esperienze e punti di vista. Il popolo non giunge a parlare con una voce sola che dopo le lunghe ore di discussione e mediazione assembleare, ed inoltre la sua rimane una voce parziale, ancorata a un preciso contesto sociale e geografico. Il secondo è quello difeso con particolare insistenza da Castoriadis: una forma radicale di autonomia (autogoverno, autogestione) implica un atto fondamentale di autolimitazione: la carta di buona condotta. (Si può discutere a lungo su dove porre il limite in un contesto di lotta, ma è essenziale che un limite sia posto autonomamente.) Quello che avvicina l’esperienza della “Creuze unita” alla democrazia radicale non è in ogni caso un semplice insieme di procedure, ma le finalità che queste persone immaginano come indispensabili all’azione politica: il confronto tra una molteplicità eterogenea di soggetti, condizioni ed esperienze, per formulare un piano d’azione che ne esprima nel modo più fedele possibile i bisogni e le aspirazioni principali. E tutto questo non per far prevalere i problemi locali sui problemi generali, la fine del mese sulla fine del mondo, ma per articolarli assieme, come appunto né la tecnocrazia né il populismo identitario sono in grado di fare. Lo slogan probabilmente più memorabile di questo movimento nasce da una riappropriazione di una formula passata da Nicolas Hulot, ministro dimissionario dell’ecologia, allo stesso Macron, al momento della prima ondata di manifestazioni e blocchi. Macron disse a fine novembre: “ci occuperemo sia della fine del mese che della fine del mondo”. La risposta del movimento è stata “fin du monde, fin du mois: même combat” (fine del mondo, fine del mese: stessa lotta). Nessuno crede che un tale obiettivo diventi, sotto Macron, un programma di governo, ma può diventarlo per le lotte di strada. La formula stessa, d’altra parte, è stata imposta a Hulot per primo dai gilet gialli. Lui l’ha espressa, ma sono essi ad averne reso urgente l’espressione. Quello che gli eredi dei partiti operai del novecento hanno impiegato così tanto tempo a formulare, così come, da una posizione diversa, i più recenti movimenti e partiti ambientalisti, diventa ora una constatazione ovvia e condivisa, un’idea regolatrice di tutte le importanti decisioni politiche a venire a livello (almeno) nazionale. Non solo si ribadisce che la questione sociale e quella climatica sono le facce di una stessa medaglia, ma anche che il popolo non sarà disposto farsi divedere su questo dall’opportunismo dei partiti politici.

Territorio

Nel 2017, per le edizioni La Découverte è uscito un libro di Bruno Latour intitolato Où atterir? Comment s’orienter en politique (Dove atterrare? Come orientarsi in politica). In questo lavoro Latour prosegue la sua critica delle coordinate che, in continuità con il Novecento, organizzano il paesaggio politico contemporaneo. Una delle opposizioni strutturanti questo paesaggio è il Globale opposto al Locale, con il primo termine che si pone come orizzonte del movimento lineare di modernizzazione, rispetto al Locale che costituisce il fronte di tutto quanto è di retroguardia, e attende di essere modernizzato. Alla fine del Novecento anche i più dogmatici progressisti hanno dovuto cominciare a ritoccare qua e là questo schema, considerando che la freccia non può proseguire illimitatamente, tirandosi dietro di sé il costante aumento della produzione e del consumo. La globalizzazione dei mercati (e di quelli finanziari in particolare) ha cominciato a rabbuiare le visioni degli entusiasti della connessione onnilaterale. E, per finire, le lotte territoriali, come quelle dei No-Tav e degli Zadisti di Notre-Dame-des-Landes, ma anche della Lampedusa di Giusi Nicolini e della Riace di Mimmo Lucano, hanno ulteriormente indebolito l’antico quadro. Per Latour, in effetti, il territorio è ciò che sfugge a un’alternativa mistificante: o il Locale, con i suoi recentissimi fantasmi di identità ancestrali e di frontiere, o il Globale, con il suo sogno di perenne sganciamento da ogni vincolo di appartenenza. “Come fornire il sentimento di essere protetti, senza immediatamente ritornare all’identità e alla difesa delle frontiere? Attraverso due movimenti complementari che la modernizzazione aveva reso contraddittori: attaccarsi a un suolo, da un lato; e mondializzarsi dall’altro.” (Latour, 2017).

Il movimento dei gilet gialli è stato caratterizzato non solo da una dimensione sociale, ma anche da una dimensione territoriale. Alcuni commentatori hanno tentato di leggere il conflitto secondo coordinate previsibili: grandi centri urbani, dalle mentalità avanzate e “ambientaliste”, e zone rurali, dalle mentalità reazionarie e “inquinanti”. Se lo schema avesse funzionato, avremmo assistito a un piccolo capolavoro di mistificazione. È stato Hervé Le Bras, specialista della storia sociale e demografica, ha smentire tra i primi la sovrapposizione tra gilet gialli e aree di voto lepeniste. Lo dice in un’intervista apparsa anche sul Manifesto. Per Le Bras, la protesta si è mossa lungo quella che lui chiama “la diagonale del vuoto”: “una linea che attraversa regioni che si stanno spopolando, dove sopravvive la ruralità più profonda; zone che hanno visto progressivamente scomparire i servizi pubblici e dove i negozi chiudono i battenti uno dopo l’altro”. E precisa che “le zone dove la mobilitazione è stata fin qui più forte non corrispondono affatto a quelle dove Marine Le Pen è arrivata in testa alle presidenziali o dove il suo partito è maggiormente radicato. Anzi, si tratta spesso di collegi elettorali di sinistra, dove si è votato a lungo per il Partito comunista e poi per i socialisti”.

Più in generale, il fatto di aver preso le mosse dal territorio ha voluto dire, paradossalmente, essere più inclusivi, accogliendo in sé salariati, ma anche pensionati, disoccupati, piccoli imprenditori, commercianti, tutto un mondo, ad esempio, che i sindacati faticano a raggruppare. Inoltre, salendo con determinazione a Parigi per manifestare anche senza autorizzazione, i gilet gialli hanno invitato tutti gli incazzati della capitale e dintorni: studenti, gruppi radicali di sinistra, e probabilmente anche gente venuta dalle periferie. I gruppi radicali più spregiudicati, compresi alcuni collettivi queer, hanno infatti capito quello che i sindacati nazionali, come la CGT, non hanno voluto capire: sono scesi in piazza con il movimento, malgrado esso esprima al suo interno anche attitudini razziste e sessiste, e lo fanno con l’intento esplicito di portare, su questi temi, la consapevolezza delle lotte contro le discriminazioni di genere e di razza. La CGT, al contrario, si è limitata a giudicare dall’esterno il movimento, rifiutando di avvicinarlo proprio in virtù della sua scarsa maturità culturale e dell’insufficiente coerenza politica. Ora non le è più possibile però mantenere un tale atteggiamento e deve anzi constatare che è proprio la dimensione territoriale ad aver facilitato la convergenza delle lotte. Lo riconosceva una rappresentante del sindacato in un dibattito televisivo: i gilet gialli hanno cominciato a mobilitarsi al di fuori delle aziende e delle fabbriche, dove noi concentriamo invece la nostra lotta, inoltre non si sono mossi lungo le linee prestabilite delle categorie professionali. Per finire, la stessa potente CGT (primo sindacato francese) è confrontata alla scarsa efficacia delle battaglie portate avanti in questi anni, a fronte di un solo mese di lotta alla maniera dei gilet gialli.

Conclusione

Non mi azzardo a fare pronostici. Per ora l’ossessione identitaria e la fissazione sul migrante non sono state preponderanti all’interno di questo movimento, che ha trovato anzi entusiasti compagni di tumulto nelle correnti più inquiete della sinistra anticapitalista e sta risvegliando anche i sindacati più combattivi. Difficile prevedere gli effetti di quello che sta accadendo in Francia sulle prossime elezioni europee. Difficile capire se i frutti di questa durissima lotta saranno alla fine raccolti da Marine Le Pen. In un articolo apparso in occasione delle presidenziali francesi del 2017, proprio qui su “alfabeta2” citavo uno studio sul populismo del giornalista statunitense John P. Judis. Quest’ultimo dava una sintetica definizione di ciò che differenzia un populismo di sinistra da uno di destra – smentendo l’idea diffusa che il populismo sia esclusivamente un fenomeno sociale di destra. “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Appare, quindi, evidente che i gilet gialli hanno privilegiato fino ad ora l’opposizione binaria: noi, i piccoli (ceti popolari e medi), contro loro, i grandi (Macron, i grandi patrimoni, i GAFA). Se il problema maggiore diventasse, invece, il patto internazionale di Marrakech sulle migrazioni, con l’Europa e l’ONU complici di un’invasione di stranieri, scivoleremmo nello schema ternario che fa la fortuna di Salvini e dei profittatori del suo calibro.

Un’ultima parola sulla violenza che ha accompagnato questo movimento, e non solo nella capitale. Il bilancio attuale è di sei morti, cinque dei quali legati direttamente a incidenti avvenuti durante i blocchi stradali. La sesta vittima è un’ottantenne colpita a Marsiglia da un lacrimogeno sparato dalla polizia durante la manifestazione del 1 dicembre. Due persone sono in pericolo di vita, un manifestante di Tolosa di ventinove anni colpito al volto da un tiro di Flash-Ball (proiettili di caucciù di 44 mm in dotazione alla polizia francesi) e un altro di Parigi, ferito dal crollo di una cancellata dei giardini delle Tuileries, che un gruppo di gilet gialli voleva divellere. Il Ministero degli Interni ha conteggiato questa settimana 1407 feriti dall’inizio delle mobilitazione, di cui 46 gravi. Nonostante questi dati, e nonostante la lista copiosa delle devastazioni di strada, la durezza degli scontri non ha delegittimato in modo unanime il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Critiche sono state espresse in continuazione, così come paure per l’intensificazione della violenza, ma nello stesso tempo l’apparato repressivo straordinario ha suscitato analisi e denunce. L’ostinazione del movimento e la sua tolleranza nei confronti dei casseurs sono anche il prodotto diretto di un esecutivo che ha risposto alla contestazione con dosi massicce di repressione poliziesca: uso sistematico di lacrimogeni e di altre armi nocive come i Flash-Ball o granate GLI-F4 – queste ultime hanno causato già mutilazioni a diversi manifestanti –, presenza di mezzi blindati, un migliaio di fermi di polizia a Parigi per la sola giornata di sabato 8 dicembre. Chi in modo trionfante, chi in modo apocalittico ha tratto la conclusione che la violenza paga. È apparso comunque chiaro che, anche in una democrazia europea dal governo moderato, affinché una contestazione sociale ottenga un margine significativo d’ascolto mediatico e politico, un certo grado di violenza risulta indispensabile. Fino a quando qualche auto non brucia e qualche vetrina non finisce in pezzi, nulla acquista rilevanza per la stampa e i governi. Non è certo una bella notizia per la democrazia.

Ludi africani

Augusto Illuminati

Un governo “tecnico” sfiduciato, in carica per l’ordinaria amministrazione, e un Parlamento sciolto, con una cospicua percentuale di componenti inquisiti per reati infamanti e una maggioranza che aveva certificato Ruby nipote di Mubarak, hanno ratificato i primi passi per un coinvolgimento militare dell’Italia a fianco della Francia nel Mali. Operazione schiettamente neo-coloniale, prosecuzione “infinita” del fallimentare intervento in Libia, tanto che il riflessivo B. Valli invoca su Repubblica la presenza di meno compromessi partner europei proprio per attenuare quel brutto odore francese. Come per le altre missioni militari all’estero, si tratta di professionisti, quindi chissenefrega, al massimo dovremo sorbirci qualche alato richiamo di Napolitano e neppure saremo afflitti dal fratello-d’Italia La Russa in mimetica.

La causa è nobile – combattere l’estremismo, magari si potesse fare così anche in Italia –, ci sono le donne da salvare, i bambini-soldato idem, i mausolei danneggiati di Timbuctu, in una parola i valori non negoziabili dell’Occidente, inclusi la vera religione, l’uranio, il petrolio e il gas. Si profila l’asse Bersani-Hollande e la tradizione dei ricognitori che poi si scoprono sganciare bombe è assolutamente multi-partisan: da Cocciolone, Irak 1991, VI governo quadripartito Andreotti con i giurassici Martelli vice e De Michelis agli Esteri, Kosovo 1999 sotto il governo D’Alema, Berlusconi-Frattini, Libia 2011, nell’opportuno centenario coloniale. La solita gioiosa macchina da guerra...

Certo, ci sono cose più urgenti da discutere: bipolarismo o tripolarismo, vocazione maggioritaria o alleanze, Imu e Irap, le liste pulite, le liste pulite! E il nuovo realismo per i più acculturati, nonché le imperdibili Baricco Lectures. Però, sentire il nostro ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, dichiarare «non metteremo boots on the ground» (la parola d’ordine della contro-insorgenza, secondo cui per battere il nemico bisogna “scendere a terra con gli stivali”) e promettere che non supereremo la soglia di 4-500 istruttori militari ricorda tristemente le promesse di Kennedy, che si limitò ad avviare l’aggressione al Vietnam con 900 istruttori, escludendo ogni altro coinvolgimento diretto...

Al momento, pare che il governo abbia strappato un consenso di massima a Bersani, mentre Cicchitto si rifugia dietro lo scioglimento delle Camere per prendere tempo e lo stesso ministro Riccardi ammette che il Mali può diventare il nuovo Afghanistan. La vocazione a restare con il cerino in mano è ricorsiva per certa sinistra, mentre gli islamofobi (da Marine Le Pen al nostro Magdi Cristiano Allam) denunciano la contraddizione di sperare nelle primavere arabe e armare una fazione islamica contro un’altra, in Libia come in Siria, invece di condurre una bella crociata contro la Mezzaluna.

Fiorisce intanto la letteratura colonialista d’accatto: A. Mergelletti, su Rai 3, esalta i droni-spia come strumenti pre-cognitivi (povero Dick!), M. Farina sul Corriere si sdilinquisce sul I reggimento di cavalleria della Legione straniera, ricordandone l’illustre genealogia, in realtà una sequela di atrocità e di rumorose sconfitte, dai cosacchi bianchi di Vrangel’ a Dien Bien Phu e all’Algeria. Belmokhtar “il guercio” che vuole scambiare gli ostaggi con lo “sceicco cieco” accende la fantasia di G. Olimpio. Robetta. Siamo solo all’inizio e per di più la destra è fredda e rancorosa nei confronti della Francia. A breve ne leggeremo di ogni. Prima che delle canaglie, il patriottismo è l’ultimo rifugio della mediocrità letteraria. Il confronto con il giovanile divertissement di Jünger è schiacciante.

La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia

Intervista a Maurizio Lazzarato

a cura di Andrea Inglese

Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, residente a Parigi, si è occupato approfonditamente del movimento sociale più innovativo e duraturo che la Francia abbia prodotto nell’ultimo ventennio, ossia il movimento dei cosiddetti intermittents du spectacle, artisti, operai o tecnici, che lavorano nell’ambito del cinema, della televisione, della musica o del teatro. Lazzarato, con Antonella Corsani, ha pubblicato nel 2008 anche un libro, Intermittents et Précaires, che raccoglie i risultati di uno studio nato dalla collaborazione tra militanti del movimento e ricercatori universitari intorno alla figura ibrida del “lavoratore culturale”. Ci pare importante, oggi, ritracciare la storia di questa lotta e la riflessione sulla realtà che essa ha prodotto. Leggi tutto "La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia"

Sorprendente BHL sulla politica della “guerra civile”

Francia. Nel momento in cui il presidente Sarkozy – messo in difficoltà da diversi scandali che toccano uomini del suo partito e del governo di destra – alimenta una campagna dai toni razzisti e bellicosi nei confronti degli stranieri e dei rom, considerati come una minaccia per la stabilità nazionale, Bernard-Henry Lévy, filosofo mediatico, inflazionato, e ultra-moderato, riesce comunque a scrivere su Le monde un articolo estremamente lucido e duro contro la politica presidenziale. Un articolo che difficilmente potremmo veder scaturire dalla penna dei moderati editorialisti del Corriere della sera.

Leggere per credere, dal sito di Le monde:

Les trois erreurs de Nicolas Sarkozy

Bernard-Henri Lévy

Le président de la République vient, à la faveur de la trêve estivale et de la torpeur qui va avec, de commettre, en huit jours, trois erreurs.

La première fut de convoquer, à l'Elysée, le 28 juillet, au lendemain des actes de délinquance graves dont Saint-Aignan (Loir-et-Cher) fut le théâtre, un "sommet" supposé "faire le point" sur "la situation des Roms et des gens du voyage". Il n'est pas sûr, d'abord, que le palais de l'Elysée soit le bon endroit pour débattre de questions de délinquance.

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Alle radici del terrorismo al servizio della guerra permanente

Salvatore Palidda

Quando, perché, come e dove si genera il terrorismo che il 7 gennaio ha massacrato Charlie Hebdo, ma prima s’è manifestato in tante occasioni e non solo col marchio “islamista”? La letteratura sull’argomento è ormai enorme, ma anche le descrizioni a volte corrette sono lacunose e mancano della lettura sufficiente per capirne le “radici” e gli eventuali rimedi.

Il “profilo” più credibile descritto da alcuni autori è che si tratta di giovani marchiati dalla disgregazione sociale, marginali spesso diventati devianti (alcool, droghe, spaccio, piccola delinquenza). Ma, come s’è visto anche a Londra e altrove, si tratta anche di giovani di buona famiglia, senza passato deviante, magari scolarizzati sino alla laurea eppure convertiti al radicalismo islamista sebbene prima atei o cristiani, o persino ebrei. Sarebbero tutti "infatuati" dal neo-mito (ma quanto vecchio) dell’“eroe negativo” che trova nello jihadismo una sorta di maniera di definirsi positivamente rispetto alla sua condizione di esclusione economica, sociale, culturale o dovuta a quel razzismo perfido di cui sono intrisi anche i ceti medio-alti. Non sopporta la mancanza di pari dignità, di rispetto per lui e i suoi simili, non trova lavoro o gliene offrono solo malpagato, inferiorizzato, nocivo o da delinquente, se laureato non ha le stesse chances di chi è wasp o di origini “DOC”.

Cerchiamo di andare alle radici: questi “radicalizzati” sono il prodotto di un preciso contesto (frame), cioè il frutto di una precisa costruzione sociale. È esattamente la conseguenza della profonda destrutturazione liberista dell’assetto economico, sociale, culturale e politico della società industriale in cui prima si situava l’immigrazione e i figli di immigrati e in generale delle classi subalterne o anche delle classi medie (che anche allora si rivoltavano diventando criminali – si pensi alla banda Cavallero e altri casi del genere - e in alcuni casi anche terroristi – si pensi a diverse biografie dei “rossi” e dei neri in Italia e altrove). Il liberismo ha smantellato il welfare, l’inserimento pacifico, l’assimilazionismo, l’integrazione sociale e culturale (di destra e di sinistra) (vedi Robert Castel) e ha innescato la criminalizzazione razzista. Le rivolte nelle banlieues cominciano nel 1985 ed emerge allora anche il lepenismo dapprima come razzismo anti-immigrati e antisemitismo e via via contro l’égalité e la solidarité...

Liberismo oblige: l’accanimento per aumentare i profitti impone l’inferiorizzazione a cominciare dagli immigrati e dai loro figli per poi estenderla alla maggioranza della popolazione. Le rivolte delle banlieues sono palesemente contro il liberismo che fa dei giovani del popolo la "posterità inopportuna" (vedi Sayad), la racaille (feccia). E devastante e criminogena è la risposta a queste rivolte che da allora non smettono di riprodursi sia perché il liberismo si accanisce accentuando l’esclusione, la marginalizzazione in tutti i sensi, sia perché la risposta le alimenta. I governi da un lato perseguono la pura criminalizzazione razzista e dall’altro elargiscono qualche "caramellina" distribuita ai "docili" (una piccola minoranza dei giovani marginalizzati).

Per questo lavora in subappalto la schiera di educatori, assistenti sociali, psicologi, islamologi, antropologi, sociologi e politologi e varie ONG, spesso embedded, cioè il “terzo settore” di cui si serve la governance liberista privatizzando il welfare ed escludendo ogni effettivo risanamento delle cause che aggravano la disoccupazione, le economie sommerse, la destrutturazione economica e sociale. In trent’anni questa è la "carotina" elargita a una minoranza della "posterità inopportuna", mentre alla maggioranza è rifilata la criminalizzazione razzista, sistematica e spesso assai violenta (vedi Rigouste e D. Fassin) in Francia con Sarkozy e poi con Valls. Di fatto si alimenta soprattutto la clientela elettorale dei partiti al governo parallelamente al business del sicuritarismo (più soldi alle polizie e ai dispositivi di sicurezza).

Nel frattempo, i discorsi più mediatizzati hanno confortato la governance che rifiuta di riconoscere le vere cause della fracture sociale, ossia dell’anomia prodotta dal liberismo. Tanti classificati come democratici o di sinistra da trent’anni veicolano bla-bla sulla crisi dell’identità, sulla crisi dei "valori", genericamente contro il razzismo e l’antisemitismo, prescrivendo ricette a-sociologiche e a-politiche a favore di un trattamento psico-sociale di quasi nulla utilità (tranne che per i boss dell’"umanitario" che spesso sfruttano giovani precari malpagati). Da parte degli ideologi del liberismo, abbiamo avuto una produzione letteraria che, da Huntington e Fallaci a Houllebecq, ha sistematicamente rilanciato il sostegno alla guerra permanente/infinita (come diceva esplicitamente G. W. Bush).

È questo l’elemento chiave che marchia in maniera decisiva il frame liberista che s’è riprodotto soprattutto dall’inizio degli anni 1970: la rivoluzione liberista è stata la sovrapposizione di quella finanziaria/economica, di quella tecnologica e di quella politica, passata innanzitutto con la RMA (revolution in military affairs che è anche rivoluzione negli affari di polizia, vedi Alain Joxe). Il liberismo è sostenuto innanzitutto dalla lobby finanziaria-militare-poliziesca che ha assolutamente bisogno della riproduzione permanente delle guerre (unico modo per consumare i suoi prodotti... terribile ironia di questa guerra liberista: Coulibaly ha ucciso 4 persone nel supermercato casher con una mitraglietta israeliana). Questo alimenta il continuum delle guerre permanenti che diventano guerre per la sicurezza urbana, contro le rivolte nelle banlieues, la criminalizzazione razzista di rom e immigrati e persino la persecuzione dei barboni e la reintroduzione delle pene corporali per i minori al primo sospetto di loro devianza.

L’accanimento della carcerizzazione e della penalità e l’escalation delle violenze e torture con la conversione militare-poliziesca anche nelle carceri e il ricorso frequente a criminali e mafie per il lavoro sporco diventa un nuovo potente fattore criminogeno. La stigmatizzazione dei giovani che si sentono rigettati nella marginalità, insultati e senza futuro, spinge alcuni a cercare riconoscimento, gratificazioni o persino gloria nella loro stessa autodistruzione (sacralizzata nei media… lo jihadismo come ogni terrorismo dà l’illusione di un riconoscimento mondiale rispetto alla marginalità sociale e politica).

La “distrazione di massa” e la “distrazione” delle polizie e di parte della magistratura le orienta verso la criminalizzazione razzista (in nome della guerra all’islamismo radicale, all’antisemitismo, alla delinquenza giovanile quasi sempre classificata come manovalanza delle mafie, ai nemici della democrazia). Diventa allora ben prevedibile la deriva terrorista di “schegge impazzite” che trovano rifugio nelle proposte jihadiste o radicali, così come negli esempi di stragismo nichilista o di "umani-bomba". Un comportamento non nuovo nella storia dell’umanità, cioè tipico di chi non intravede alcuna possibilità di negoziazione pacifica per soddisfare le sue rivendicazioni di miglioramento della propria vita.

È questo che il liberismo è riuscito a realizzare: l’erosione dell’agire politico, l’impotenza dell’azione politica per negoziare col potere. L’asimmetria di potere che s’è sviluppata con il liberismo ha eroso le possibilità di agire collettivo pacifico. Ecco perché il fenomeno del radicalismo islamista, come altri radicalismi o anche l’auto-distruzione e i suicidi “postmoderni”, è un “fatto politico totale”: investe tutti gli aspetti e sfere dell’organizzazione politica della società e degli esseri umani.

Ora, dopo il massacro di Charlie Hébdo, è probabile un nuovo rilancio della guerra permanente a tutti i livelli, subito invocata da alcuni che trovano ampio spazio mediatico. Mentre l’a-sociologia e i benpensanti si contenteranno di provare a suggerire qualche piccolo tampone per limitare il danno.