Cartina muta (Esercizi di cartografia)

Gian Mario Villalta

Come direttore aritistico del festival pordenonelegge ho dato avvio nel marzo del 2013 al Censimento dei poeti under 40 in Italia, registrando 272 donne e uomini tra i 20 e i 40 anni che avevano all’attivo almeno una pubblicazione non autoprodotta. Al censimento è seguito un questionario, studiato in modo da permettere al professor Guido Guerzoni dell'Università Bocconi e ai dottori Elena Rizzi e Roberto Scalmana dei rilievi statici attendibili.

Dei 272 poeti hanno risposto seriamente 186, e da queste risposte Guerzoni e i suoi collaboratori hanno tratto le seguenti conclusioni generali:

“I giovani poeti italiani hanno studiato (soprattutto a Milano, Bologna, Roma, Venezia e Firenze) e sono quasi tutti in possesso di una laurea (il 66% ha fatto studi umanistici, il 20% continuando con il dottorato). Pur coltivando l’interesse per la poesia e spesso svolgendo attività che permettono di mantenerlo vivo, vi è la coscienza rassegnata di una scarsa incidenza sul presente, al riguardo della quale alcuni hanno dato una lettura politica, altri economica, mentre per molti è intesa come una generale sordità del presente. In compenso molti pensano che alla poesia vada riservato uno spazio di gratuità e di libertà che non può confondersi con l’ambito professionale. Il dato però rilevante è quello di una generale scarsa presenza della poesia nella vita quotidiana, tanto da fare di essa un fatto quasi privato o legato a una rete ristretta di relazioni. Alla difficoltà di pubblicare in modo visibile si contrappone la mancanza di poetiche dominanti o di opere comunemente percepite come importanti. Le risposte mostrano inoltre che le scelte dei grandi poeti del Novecento, come riferimento di poetica, sono nella gran parte quelle di una nomenclatura già consolidata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Ciò non significa, però, che vi sia indifferenza e abbandono della “cosa” poetica. Vi sono significativi cambiamenti rispetto alla tradizione delle riviste e del libro cartaceo: vi è una grande attenzione per il web e nel 78% dei casi i poeti affermano di essere coinvolti in attività promozionali. Motivando il proprio coinvolgimento, è risultato che le letture pubbliche di poesie sono l’attività più diffusa, seguita dalla partecipazione in modi diversi a festival e rassegne (per esempio, come membro della giuria o come organizzatore). Una poesia, quindi, che va cercando prima ancora che nuove formule espressive, nuove forme di comunicazione e di aggregazione, prendendo più esempio dalla comunicazione dei cosiddetti “social” di quanto abbia la speranza di ricostruire quel rapporto tra autore e comune lettore che pare non esistere più”.

Non è certo questa la risposta più valida alla richiesta di una “mappatura della poesia dopo il 2000”, neppure per quanto riguarda soltanto i “giovani” (le virgolette hanno il senso dell'ironia, dato il limite dei 40 anni). Questi risultati sono stati a ragione contestati (era e resta infatti una provocazione), a volte dagli stessi partecipanti: l'esperienza poetica non si può ridurre a percentuali.

Però è un buon inizio per sollevare la questione della “mappa”, ovvero di come organizzare i suoi riferimenti, partendo da alcune brevi premesse, leggibili in filigrana anche in quei dati statistici.

Prima di tutto, si tratta di cogliere dei dati di discontinuità con la tradizione del Novecento, che hanno come conseguenza la necessità di rivedere alcune pratiche cartografiche in uso. La mia proposta è quella di non segnare questa discontinuità con l'inizio del nuovo millennio (web, “social” e mercato globale), ma di retrodatarne cause ed effetti.

*

L'avvicendarsi delle opere e degli autori sulla scena letteraria (dove la poesia fino agli anni Settanta era protagonista) è stato per lungo tempo legato alla scansione di eventi politici e sociali che riguardavano il passaggio delle generazioni, in un comune orizzonte di esperienza. La lunga vicenda moderna dell'opera-libro a stampa trova l'apoteosi del suo sistema nell'industria culturale sviluppata tra la metà dell'Ottocento e gli anni Ottanta del Novecento, che ha come costanti i confini tra lingua d'uso/lingua letteraria/dialetto, le opposizioni tra centro e periferia, quella tra colto e popolare, e quella tra “impegno” e “disimpegno”.

Insomma, gli eventi politici e sociali rilevanti stabilivano la scansione generazionale (legata alle “tematiche”) che dettava la discontinuità, rispetto alla continuità di riferimento delle summenzionate costanti.

Il primo dato evidente già a partire dagli anni Ottanta è il venir meno della scansione generazionale, quando all'epilogo della Guerra Fredda le dinamiche della parabola storica rivoluzionaria vengono sostituite dalla teoria della rivoluzione (e avrà il terrorismo come cortocircuito locale). Si assiste alla formazione di un orizzonte statico dove la meta lontana dei mutamenti (individuali e sociali) è diventata oggetto di ipotesi da verificare alla stazione di partenza, oramai attrezzata per viverci in permanenza, tracciando itinerari e stabilendo coordinate di un altrove che nessuno sa né vuole raggiungere. Il comfort generale e la moltiplicazione dell'intrattenimento collaborano alla messa in ridicolo di ogni valore: la poesia, pianta infestante in forma arbustiva, per ottenere l'aerale riconoscibile delle grandi opere ha bisogno di un'educazione tenace.

Le conseguenze del crollo dell'Impero Sovietico hanno moltiplicato le stazioni della “partenza permanente”, dotandole di tecnologie sofisticate, senza però restituire potenza alla letteratura, anzi, aumentandone in quantità e qualità l'efficacia di intrattenimento o, se si preferisce, di “comunicazione”.

Però il tempo non si è fermato, in questi decenni, la vita non è rimasta sospesa nell'ipotesi da molte parti proposta di una “fine della storia”. I mutamenti decisivi, per quanto riguarda la cultura, sono da annoverare nell'ambito cognitivo, in quello delle tecnologie della comunicazione e nel rapporto tra lingua parlata e lingua scritta in Italia. L'esito è il venir meno di quei riferimenti costanti che erano i simboli e i colori con cui si disegnava ogni mappa.

Si dovrebbe forse fissare simbolicamente il 1975, anno della morte di Pier Paolo Pasolini, e poi annotare alcuni punti di riferimento.

Per la prima volta nella storia del Paese dove il suona, la contrapposizione tra lingua d'uso e lingua letteraria travalica l'opposizione tra lingua e dialetti. È nata una lingua “comune” degli italiani. L'hanno creata le migrazioni interne e i mezzi audiovisi della comunicazione.

Il mondo della cultura si scaglia contro questa lingua ottusa e limitata che, quando va bene, ha il demerito di essere soltanto una lingua “standard”, di pura funzione veicolare, incapace di accogliere le finezze del pensiero e della beltà. Ma intanto c'è. Gli italiani incominciano a usare una lingua comune che sentono propria. È un fatto che la poesia italiana, impegnata fin dall'origine nella definizione di una lingua letteraria, non può ignorare. E questa nuova lingua ha un nuovo sound, che interroga insieme tradizione e sperimentalismo (e la loro metrica).

Nello stesso tempo le lingue minori e i dialetti patiscono la “migrazione” in un mondo estraneo, non più legato alla realtà che li aveva prodotti, perdendo lessico (le “cose”, i mestieri, i comportamenti), ambiente, efficacia. Si afferma una nuova nostalgia delle “radici”. E a volte l'ipotesi poco probabile, oramai fuori tempo massimo, ma fortemente sentita, dei dialetti come “lingua della realtà”: poiché è vero che nella vita quotidiana di vaste aree si parlano ancora i dialetti, ma hanno altra effettività nella struttura e nel lessico, nella lunghezza d'onda mentale del loro impiego.

Assistere a una mutazione linguistica così profonda, essere immersi in questo processo, coinvolge anche coloro, tra i letterari e i poeti, che con i dialetti non hanno mai ritenuto di avere commercio: viene a cambiare di sostanza quella realtà vissuta dell'espressione, che ha sempre nutrito la lingua letteraria fin dalle origini.

Non è un caso il fatto, oggi dai più ignorato, che la stagione di grande fioritura della poesia neodialettale negli anni Ottanta e Novanta sia stata anche l'ultima condivisione tematica, l'ultimo “discorso comune” sulla poesia, capace di coinvolgere anche chi scriveva soltanto in lingua.

Sul piano delle poetiche, l'impulso neoavanguardistico e sperimentale trova una letale battuta d'arresto. Da un lato, le istanze comunicative, che provengono dalle nuove forme di aggregazione politica e sociale, chiedono una maggiore immediatezza di contenuti. Dall'altro, l'ipotesi di una “critica” ai fenomeni legati all'avvento dell'industrializzazione decade, per sopraggiunta scadenza delle premesse teoriche orientate al futuro. Prevale il disagio esistenziale, l'indignazione morale, la rivendicazione di estraneità nei confronti dei caratteri dominanti della cultura. Una breve stagione di “ritorno alle forme chiuse” si vedrà convivere al dilagare delle esperienze neodialettali.

Negli anni Novanta il panorama poetico è ancora presidiato dagli autori che si somo affermati quaranta anni prima, mentre solo alcuni dei nuovi autori esorditi negli ultimi venti anni riescono a venire in luce.

Avviene inoltre che le aree finora escluse dal dibattito culturale, grazie ai nuovi mezzi di produzione e comunicazione della cultura rivendicano un loro ruolo, reinventano tradizioni e iniziano a produrre libri, riviste, trasmissioni radiofoniche e televisive.

Sono proprio gli anni '90 del Novecento i più movimentati e incerti; quel periodo caratterizza l'ultimo passaggio verso la configurazione della situazione presente, benché in seguito, con il primo decennio del secolo, un'ulteriore crisi strutturale, ancora una volta relativa alle tecnologie della comunicazione, interessi in modo più massiccio il rapporto tra produzione e fruizione dell'opera di poesia. Il dato più rilevante è un nuovo racconto del quotidiano, con l'emergere di tematiche che riassuntivamente potremo definire di identità (antropologica, affettiva, sociale).

Fino agli esiti sommariamente esposti in apertura di questo scritto.

La controprova è il venir meno attuale di ogni disputa sulla lingua e sullo stile, vero cavallo di battaglia, quest'ultimo, della critica novecentesca.

D'altra parte l'editoria, al volgere del secolo, ha messo in mora definitiva la critica, accademica o militante, assumendo su di sé il compito di veicolare i propri prodotti attraverso un sistema mediatico pervasivo. Il fenomeno più evidente, per contraccolpo, è l'emergere di una reticolare attività poetica connessa per area geografica, interesse personale, relazioni legate a progetti, amicizie, generosità individuale.

Il sistema mediatico ha inoltre promosso, già dalla fine del secolo scorso, singole esperienze individuali o raggruppamenti tematici funzionali alle proprie caratteristiche di comunicazione; ecco allora che l'irregolarità sociale, sotto il segno della follia o della tragedia (tristi cascami romantici narrati nei modi del rotocalco) trova riscontro popolare, così come occasionalmente l'identità etnica o sessuale o “spirituale”; casi in cui il valore della poesia è incluso nell'esperienza personale e non ha bisogno di confermarsi nel testo poetico, che si accontenta di darne conto.

Da ultimo, ma vale la pena solo di accennarlo, i “social” permettono di rastrellare un pubblico sensibile all'effetto di un'immediatezza espressiva che si esaurisce nel contatto, azzerando la componente fondamentale del testo poetico, ovvero la relazione tra tempo vissuto e tempo dell'opera.

*

Proporre la questione cartografica al netto dei nomi da scrivere sulla mappa conferisce a questo scritto un carattere aleatorio, lo so, ma preferisco essere frainteso sull'interpretazione generale che sulle opere specifiche (oggi più che mai soggette a scelte di campo dalle premesse non dichiarate o da ragioni cronachistiche).

La poesia italiana, dopo il 2000, ha valore dove ha preso atto che alla “stazione di partenza permanente” non ci si poteva più stare. Alcuni poeti l'avevano intuito già da prima, e hanno proposto, a partire dagli anni Ottanta, alternative che portano alla poesia elementi di interrogazione profondi, di ordine compositivo e tematico. In generale, l'accento va posto sul rapporto tra poesia ed esperienza individuale, in risposta all'esplosione comunicativa che ha aggredito tutti: all'idea di “comunicazione” come veicolazione narcisistica di un'istantanea reazione emotiva, la poesia che può ricostituire oggi un vero orizzonte di interesse contrappone il carattere di relazione (mai esente da conflitto) in ciò che è comune, che la parola “comunicazione” contiene e l'atto poetico esplicita, lavorando sul piano della composizione, dell'ascolto della lingua, del peso specifico della parola nel verso.

In questa direzione va la mia scelta antologica, troppo ristretta rispetto alle molte proposte che mi sentirei di aggiungere, ma indicativa, se non altro, di un habitus che chiede di ricostruire un dialogo, di fronte all'invasione di parole che chiedono solo un “mi piace”.

Massimo Gezzi

da L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009)

Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.

Mattoni

Se volessi un mattone dovresti prendere
un mattone, per rabberciare una muraglia
o per tappare una buca
in un pavimento a lisca di pesce.

Un mattone: un solido che vive dentro tre
dimensioni, pesa, al tatto sembra
ruvido o poroso, e lasciato ammucchiato
assieme ad altri per lungo tempo fa
da nido a millepiedi, ragni e forbicine.

Un mattone che esiste, che spaccato col martello
fa tac una volta sola, un suono bello,
di mattone, secco, preciso.

Un mattone conta più delle parole
che lo imitano appoggiandosi
una sopra l’altra.

Io con la poesia vorrei fare mattoni.

da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Traccia n. 4

Una delle tracce è sulla nostra capacità
di «abitare poeticamente la terra»
(Morin, e molti altri – troppi? – prima di lui).
«Poeticamente, dice?» Sono gli occhi
di una ragazza che quasi sbigottisce,
quando legge quella frase.
«Anche poeticamente», preciso: «Anche. Non ti pare?»
«Mah», risponde subito «Magari qualche volta.
Ma solo per un attimo. E per poche persone».

Per poche, già. Non ci avrà mai pensato, Morin,
a limitare quella frase? A inserire un inciso,
a precisare che magari per qualcuno
– per troppi? – la poesia è appena un lusso
o un impaccio, quando dietro uno sguardo
mezzo ironico e mezzo serio si intuisce
che qualcosa è accaduto, o che qualcosa...

«Per pochi, dici bene. E allora
spiega perché è così. Contestalo,
il filosofo, se non dice la verità».
Risponde e abbassa gli occhi, inarcando
un po’ il labbro:
«No, prof, grazie: ho scelto un’altra traccia».

Nota al testo: Uno dei primi temi che ho assegnato agli studenti, nel mio primo anno di insegnamento al Liceo Lugano 1, proponeva una citazione da La testa ben fatta di Edgar Morin. Alcune righe: «La poesia [...] ci introduce alla dimensione poetica dell’esistenza umana. Ci rivela che abitiamo la Terra non solo prosaicamente – sottomessi all’utilità e alla funzionalità – ma anche poeticamente». Una studentessa ha reagito con le parole e i modi registrati dalla poesia. Il «prof.» dell’ultimo verso, però, è un falso linguistico, perché l’appellativo ticinese corrente è «sore».

Paolo Maccari

da Fermate (Elliot, 2017)

Racconto a mio figlio che non sa dormire
la novella di tre cani che salvano una lepre.
La invento via via che la racconto.

Si svolge a Colle, c’è di mezzo la casa dei miei,
la cava di marmo, una fuga, un cinghiale.
Entrano nella storia i miei genitori
i cinque fratelli, i luoghi
che nonostante il tempo rimangono gli unici
che mi sono intimi.

Mio figlio ogni tanto esige modifiche,
mi ricorda dettagli ricorrenti
e io lo assecondo, emendo i passi
meno felici o più paurosi.

La storia finisce con una canzone
che già mi cantava, l’unica, mio padre.
Il bimbo infine si addormenta
e torno al divano e al tremendo
dei pensieri sguinzagliati.

Mentre mi spavento al dovere di tramandare
radici, di correggere gli errori e il male,
di cantare se non c’è più niente da dire,
succede che lui mi chiami ancora. Gli torno
vicino ma non parlo e non canto.
Mormoro appena, gli basta che io sia lì
per ritrovare il sonno,
come a me è bastato che lui fosse al mondo
per supplicare me stesso
di durare un po’ più a lungo.

E non so se sia giusto
questo e tutto quanto
mi rimbalza la sera
dalla vita ai pensieri.

*

Come quando qualcuno di te più grande,
che ammiri tanto da nemmeno
sperare di diventargli un giorno simile,
ti chiede consiglio, addirittura
ti domanda cosa fare,
e tu sei preso da stupore,
da disorientamento
un po’ fiero un po’, ma oscuramente,
abbattuto…

così capita di arrossire
se affiora inavvertita la coscienza
che mentre disperavi
di riuscire a vivere
non meno di chiunque hai vissuto.

Franca Mancinelli

da Mala kruna (Manni, 2007)

se avessimo la febbre insieme
staremmo come due cucchiai riposti
asciutti nel cassetto.
I piedi avanti e indietro come stracci
per fare le carezze ai pavimenti

o resteremmo nudi come chiodi
dimenticati in mezzo alla parete.

*

Leggo stesa, il libro sul torace
è il mio terzo polmone
che s’apre e si richiude.

Come un anfibio stavo sulla sponda.

*

ho la forma dell’acqua e un suono
come ogni animale un verso.

da Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013)

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

*

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

*

darò semplici baci di sutura
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

da Libretto di transito (Amos, 2018)

Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.

 *

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.
La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

Giulia Rusconi

da I padri (Ladolfi, 2012)

Tutti mi dicono che sono una donna
e bella e che ho spalle ampie
gambe robuste di ferro.
«Cammina da sola ora».
Io non cerco che una mano
grande che mi copra tutta la faccia
non mi faccia invecchiare.

*

Guardo i miei padri ognuno
nel suo scanno conosco a memoria
le loro crepe i loro tic nervosi.
Ho un padre che non conosco
l’ho visto una volta so come si fa
chiamare so che non parla
quasi mai e che vive in una buca
piena di ossa di lupo
occhi di vetro e angeli maestosi.
Il mio padre sconosciuto è un visionario
mi insegna le allucinazioni
me le fa toccare.

da Suite per una notte (Pordenonelegge-Lietocolle, 2014)

Quando la gente sta seduta attorno al tavolo
per cena – scomposti ma quel poco
che fa simpatia. Qualcuno versa vino
sulla tovaglia bianca qualcuno
fuma tra la pasta e il tacchino.
La mia casa è popolata
ci sono mani di ogni tipo labbra
che parlano e ridono a tutta bocca
c’è da bere c’è la vita da dire
e c’è un fuoco da tenere acceso.
Io, se mi siedo, sto sul bordo
della sedia, la più scomoda,
tengo il bicchiere con due dita fumo
come la gola fosse un tunnel.
Li guardo, i miei protetti,
nella mia cucina, a fingere
famiglia – ma storti, e a corpi duri.
Io no, non ho più fame
l’orfana di quelle loro grandi attese.
E poi i ringraziamenti
“Era tutto buonissimo” e
“Buonanotte”, ed è la fine.

Da Linoleum (Amos ed., 2017)

Come spiegare che quello che appare
atroce non sono né gli aghi nelle arterie
né le medicazioni, ma le serie
labbra della noia o l’indice
alzato in richieste e segnali o le meste
palpebre del sonno appena appena
socchiuse dalla mano aliena dello xanax.

*

Mio amato volto sepolto nel cuscino,
ti porto un budino alla vaniglia e un fiore
di carta. Guardi un punto indefinito
del mio viso, l’occhio tuo pulito
a scavare nel mistero che è
la giovinezza. Che tenerezza
Teresa quel tuo sguardo, e che dolore
poi uscire nella pioggia, e nel tremore
di un presagio sicuro vederti
mentre muori di mattina all’improvviso
guardando un armadio d’ospedale.

Francesco Targhetta

da Fiaschi (ExCogita, 2009)

Il vestito da matrimonio

Un’altra stagione lenta svuota
i suoi tramonti dietro i magazzini
d’abbigliamento, e a scoprirli
quasi si fatica tra gli anabbaglianti
e le pannocchie. Compro un vestito
da matrimonio in un autunno rosso,
come gli occhi e la terra bagnata,
ma senza neanche sentirlo, il tempo,
guidando lungo i fossi entro
il limite consentito, la borsa spiegazzata
sul sedile posteriore. E le foglie
si accartocciano, così presto,
lungo la statale, e il nylon si stira,
dietro, con stridore, e poi il legno scuro
delle trattorie per camionisti.

Come mi sta bene il completo
allo specchio di casa: impacchettato
così, magari – mi dico –, resisti.

da Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012)

Ma noi, cara, ci stringeremo
in modo diverso, gliela faremo pagare
come da piccoli giocando a Hotel,
lasceremo sfregi da macchinette
Mattel incidentate nelle portiere,
e scaricheremo la nostra furia
come scarichiamo i film, la sera,
che poi ci guardiamo innalzando
preghiere contro finanza
e polizia postale,
o gliel’abbiamo già fatta pagare,
forse, parzialmente, essendoci fatti
addestrare per non servirgli a niente,
per quanto chi è inutile spesso
si presti a fare di tutto, lo sai,
ma non è la fine che faremo noi,
noi che l’unica cosa in comune
è il modo di disegnare
gli uomini in terza elementare,
immersi nel solito sfondo
di fiori giganti, una casa in campagna,
col sole in un angolo e rondini in cielo,
e loro, lì, il viso tondo, un sorriso
in faccia, due gambe, un tronco,
le linee rette intesite del collo,             ma nessuno di noi
disegnava le braccia.
E allora dimmelo             se sarà questo
il nostro modo
di perdere il controllo.

da Le cose sono due (Valigie Rosse, 2014)

Il bugiardo che infine dà di matto
non perché stenti a gestire il garbuglio
ma per l’agra evidenza che nessuno
si è mai accorto di nulla,
neppure chi accese la miccia.

Tra tutti i quadri sui buoi scuoiati
il migliore è un Rembrandt, ’55,
sullo sfondo una ragazza che sbircia.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976) ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009), Il numero dei vivi (Donzelli Editore, 2015) e Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta (Edizioni Casagrande, 2016), più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni in francese di Mathilde Vischer e in tedesco di Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato (con T. Stein) L'autocommento nella poesia del Novecento: Italia e Svizzera italiana (Pacini Editore, 2010); l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010), l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012) e lePoesie scelte di Luigi Di Ruscio (Marcos y Marcos, 2019). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni a libri di poesia.

Paolo Maccari, nato a Colle Val d’Elsa nel 1975, dall’età di diciotto anni vive a Firenze.

Ha pubblicato due volumi di critica: Spalle al muro (Firenze, SEF, 2003), una monografia su Bartolo Cattafi e Il poeta sotto esame (Firenze, Passigli, 2012), dedicato a Dino Campana, ha collaborato con Adele Dei alla curatela del Meridiano di Clemente Rebora.

Dal 2010 dirige con Valerio Nardoni la collana di poesia dell’editore Valigie rosse.

L’esordio in volume è del 2000, con la raccolta di versi Ospiti (Lecce, Manni), prefata da Baldacci. Nel 2006 è apparsa la plaquette Mondanità (Brescia, L’Obliquo), confluita inFuoco amico (Firenze, Passigli, 2009). La raccolta successiva,Contromosse (Bologna, Con-fine) è del 2013, del ’17 Fermate (Roma, Elliot). Sue poesie sono presenti in antologie italiane e straniere e tradotte in inglese, francese e spagnolo.

Franca Mancinelli è autrice dei libri di poesia Mala kruna (Manni, 2007), Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), Libretto di transito (Amos edizioni, 2018), uscito nello stesso anno in traduzione inglese presso The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York) con il titolo The Little Book of Passage. Una riedizione dei suoi due primi libri è raccolta in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Suoi testi sono tradotti in spagnolo ( Italia poesía: presente, Huerga & Fierro), francese, arabo, croato, sloveno.

Giulia Rusconi è nata nel 1984 a Venezia. Sue poesie sono uscite in diverse riviste e antologie, cartacee e on line. Il suo primo libro è uscito nel 2012 per la casa editrice Ladolfi e si intitola I padri. Il secondo è del 2014, per PordenoneLegge-Lietocolle, e si intitola Suite per una notte. Il terzo, Linoleum, è del 2017 per Amos edizioni.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980) insegna lettere a scuola, ha fatto un dottorato in italianistica a Padova (lavorando su Corrado Govoni, di cui ha curato la riedizione de Gli Aborti e dei Fuochi d'artifizio, e sulla poesia simbolista italiana), ha pubblicato un libro di poesie (Fiaschi, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, 2012). Nel 2014 ha vinto il premio Delfini e il premio Ciampi (da cui la plaquette Le cose sono due, Valigie Rosse, 2014). Nel 2018 è uscito il suo primo romanzo in prosa (Le vite potenziali, Mondadori) finalista al Campiello e vincitore del premio Berto.

Francesco Targhetta, vero romanzo di un mondo falso

Andrea Cortellessa

È stato di Francesco Targhetta, veneto men che quarantenne, l’esordio più sorprendente degli ultimi anni: il precariato post-universitario, straniato dalla scelta di raccontarlo in versi, faceva di Perciò veniamo bene nelle fotografie (ISBN 2012), per paradosso, uno dei pochissimi esempi di «romanzo», fra debite virgolette, all’altezza dei tempi.

Sei anni dopo Le vite potenziali lascia a casa le virgolette, si presenta come un «vero» romanzo, e in effetti lo è. Il romanzo classico non si fondava sulla costruzione di personaggi che ci somigliano il più possibile? Le cui vicende, in potenza appunto, potremmo viverle anche noi? È quella che si chiamava «tipicità»: date determinate condizioni sociali, e in generale storiche, il personaggio incarnava comportamenti che ognuno poteva riconoscere. Intanto è venuta meno, però, la società che quel modello aveva espresso (nonché, forse, ogni forma di società riconoscibile): gli individui, sciolti dai loro legami, hanno preso a vivere come particelle sub-atomiche, monadi senza qualità. I più lucidi narratori di oggi (penso a Giorgio Falco o Gherardo Bortolotti) descrivono un mondo di luoghi e cose nel quale gli esseri umani, anonimi e schermati, sono cose a loro volta.

Di questa condizione Targhetta pare voler scrivere comunque il «romanzo»: e allora restaura i nomi dei personaggi, li dota di biografie, sentimenti, persino relazioni; ci ammette non solo ai loro dialoghi ma persino, canonicamente, ai loro pensieri. I suoi ex studenti sono cresciuti, e parrebbero avercela fatta. Hanno un lavoro ben retribuito – Giorgio e Luciano sono dipendenti dell’azienda informatica fondata da Alberto in quel di Marghera –, delle abitazioni, delle vite appunto. Se prima venivano bene nelle fotografie in quanto immobili, paralizzati in una vita strozzata, questi si muovono eccome: spostandosi di continuo su e giù per l’Europa, mentalmente sempre un passo avanti, in un’accelerazione parossistica che teme la stabilità come la morte. La vita che inseguono è sempre un’altra: non quella in atto ma quella in potenza.

Ma questo non accontentarsi mai è spia di uno scontento che è il rovescio strutturale del precedente, così come la potenza che perseguono (Giorgio, il più caricaturalmente cinico, gira coll’Arte della guerra nel cruscotto dell’auto) non è che il calco lancinante dell’impotenza dalla quale provengono e che – come mostra il più nerd e sfigato, Luciano – li ha marchiati una volta per tutte. La tipicità dei loro destini non può più rinviare a un orizzonte comune ma solo alla rispettiva, indiscriminata dispensabilità: quella «familiarità che nei giorni di fiera, se ci si incontra tra colleghi dopo cena, diventa quasi astio, a causa della fastidiosa sensazione di essere duplicati di duplicati di duplicati». Alberto, che in tutti i sensi sembrerebbe il più padrone del suo destino, è perseguitato da un omonimo, vive in un paese che si chiama Paese e si riposa al lago di Lago. La sua vita, in apparenza così autonoma e definita, non è che una tautologia.

La scrittura di Targhetta aderisce a tutto questo come una pelle sottilissima, pressoché trasparente; ma mostra una sempre perfetta, talora compiaciuta, definizione lessicale. Eppure il mondo che inquadra, ibernato in una desolante topografia di nonluoghi-correlativi oggettivi, è il più generico che si possa immaginare. È lo stesso paradosso per cui Luciano si riconosce solo fotografato di spalle, sullo sfondo di un crepaccio in Austria ripreso da un collezionista di suicide sites. Anche lui viene bene in fotografia: perché la vita – non solo la sua, si capisce – non è che un «camposanto diffuso», uno «sprawl cimiteriale».

Francesco Targhetta

Le vite potenziali

Mondadori, 2018, 243 pp., € 19