Speciale C 17

ThePartyNello speciale:

  • Francesco Raparelli, Comunismo o il segno del possibile
  • Franco Berardi Bifo, Stelle granchi astronavi e comunismo

 

Comunismo o il segno del possibile

Francesco Raparelli

Migliaia di persone, per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17 – La conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile comune (presso La Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l'attenzione sul tema: il comunismo. Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l'odio delle penne forcaiole, d'improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d'altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no.

Obiezioni facili, soprattutto per chi parla e scrive prima di vedere o preferisce parlare senza aver visto dal vivo, senza aver toccato l'evento: “una riunione di nostalgici, affollata sì, ma favorita dal centenario”; “la solita sinistra extraparlamentare italiana, tanti ma sconfitti”. Ma i fatti, si sa, producono attrito e le parole maligne girano a vuoto: tre quarti dei partecipanti erano giovani o giovanissimi (e almeno tre generazioni si sono incontrate); di questi tre quarti, almeno la metà era costituita da attivisti provenienti da tutto il mondo (Germania, Spagna, Grecia, Svezia, UK, Russia, Polonia, Argentina, Giappone, USA, ecc.). Partecipazione assai vivace, tra l'altro: non solo le conferenze, ma decine di interventi nei quattro workshop e nell'assemblea finale. Una presa di parola collettiva.

Torniamo al problema: perché una conferenza sul comunismo produce tutto questo? E perché lo fa proprio ora, mentre Trump si insedia alla Casa Bianca, la barbarie e la guerra dilagano, il neoliberalismo si nazionalizza e la catastrofe economica non fa che ripetersi? Provo con una risposta semplice, utilizzando la frase nota di un filosofo – Gilles Deleuze – che non ha mai smesso di pensare il desiderio come potenza creativa: «un po' di possibile, altrimenti soffoco». Il presente si biforca, la violenza del capitale ha cancellato le mediazioni riformistiche, il New Labour e la socialdemocrazia. Una nuova accumulazione originaria, oramai cronica e che mette al centro processi estrattivi del valore sempre più duri, s'impone. Comunismo, allora, è il segno del possibile. Si insedia Trump, ma cinquecentomila donne assediano Washington, tre milioni sono in piazza in tutto il mondo: comunismo significa «scegliersi la parte», anche e soprattutto nella catastrofe. Comunismo significa ricordare che la «città è divisa», sempre, anche quando i rapporti di forza sono sfavorevoli e la resistenza dei poveri viene sconfitta. Comunismo è segno di alternativa, proprio quando il comando neoliberale ripete ossessivamente il mantra «there is no alternative».

Sorgono ancora domande: perché, se il capitale ha vinto ovunque e si presenta – secondo alcuni – come potere totalitario, che ci ha tolto anche l'anima, continua a menare senza sosta? Se la cooperazione sociale e l'innovazione tecnologica sono interamente di parte capitalistica, per quale motivo rilanciare in forza la violenza dell'accumulazione? Perché recinzioni, espulsioni, sfollamenti, guerra razziale e guerra in generale, se l'1% comanda senza ostacolo alcuno? Comunismo, e così è stato in queste straordinarie giornate appena trascorse, segnala che il capitale è sempre un rapporto, che l'innovazione tecnologica e le macchine linguistiche sono quanto meno un campo conteso, che la cooperazione sociale eccede il tempo di lavoro. Ottimismo? No, pacato realismo rivoluzionario.

C17 non è stato un concerto sinfonico. Le voci sono state tante, diverse, in molti casi contrastanti. C'è stato chi ha insistito sulle istituzione comuniste come alternativa radicale allo Stato e chi, dello Stato, vuole conservare alcune o molte funzioni; chi ha rivendicato la centralità del partito e chi quella dei movimenti; chi ha privilegiato la potenza del capitale (e il suo comando algoritmico sulla cooperazione) e chi quella del lavoro vivo e la sua relativa autonomia. Tutte e tutti hanno chiarito che non potrà esserci comunismo futuro senza primato della differenza e critica radicale dell'identità e dell'universale neutro. Comunque sia, C17 è stato un terreno eterogeneo, spesso dissonante, sicuramente polifonico. Eppure comune. Comune nella ricerca di un orizzonte capace di illuminare, oltre l'evento, lotte e insorgenze sociali. C'è desiderio di pensare in grande, senza arrendersi alle sirene del populismo. Lo ha mostrato la bella assemblea conclusiva, dove ancora centinaia di persone hanno discusso su quanto fatto e cosa fare in futuro.

C17 non scriverà un nuovo Manifesto, ma una serie di proposizioni per un Manifesto a venire. Le dissonanze rimarranno e la scrittura, dopo un primo canovaccio, sarà collettiva. Dopo C17, così deciso dall'assemblea, ci sarà C18 e poi ancora gli anni a venire. Altrove, non in Italia. Non sarà il festival del comunismo, ma un laboratorio transnazionale di produzione teorico-politica; in combinazione e risonanza con lotte e movimenti sociali. Dalle domande alle proposizioni, da queste ultime al Manifesto. Questo il modo di procedere. Non sarà facile, è chiaro, perché non è facile farla finita con il settarismo – così insopportabile in Italia – e mettersi in gioco, magari tradendo le tradizioni di riferimento. Ma non esistono soggetti e perimetri già dati, servono processi aperti, disponibilità a navigare, molto coraggio.

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Stelle granchi astronavi e comunismo

Franco Berardi Bifo

Il programma delle giornate del convegno romano C17 era fittissimo, e mi è stato impossibile seguire tutto quello che è accaduto, anche perché gli appuntamenti erano dislocati in due luoghi lontani della città. Ho speso una fortuna in taxi per correre tra valle Giulia e San Lorenzo, eppure non ho potuto assistere a molti eventi che si svolgevano in contemporanea.

Di conseguenza debbo rinunciare a fare il cronista e mi limito a esprimere delle impressioni. Mentre scrivo queste rapide note, inoltre, non è ancora finita, perché domenica mattina ci sarà un incontro finale.

Sono state giornate intense densissime e affettuose.

Per cominciare ci si è allontanati dal pianeta terra e si è intrapreso un viaggio di centomila anni luce con Franco Piperno che nella sala buia della Galleria d’Arte Moderna raccontava la volta stellare.

Poi, la sera di mercoledì ho ascoltato Mario Tronti che in una sala affollata fino all’inverosimile (e si tratta di una sala molto grande) ha detto che il comunismo non è utopia, ma profezia. In sottofondo (almeno così mi pareva) suonavano le trombe dell’apocalisse, e il vecchio Tronti distingueva tra quando la politica è commedia, e i momenti in cui essa volge alla tragedia.

Il 17 del passato secolo è stato uno di questi momenti in cui dalla tragedia emergono orizzonti mai visti. Il 17 che stiamo vivendo si annuncia con toni altrettanto tragici. Vediamo se siamo capaci di inventare una via d’uscita dall’orizzonte foschissimo che si presenta.

Dopo Tronti, Maria Luisa Boccia ha svolto un intervento dedicato alla ricostruzione dei passaggi essenziali nella storia dei movimenti degli anni Sessanta, accentuando l’importanza del femminismo. Boccia si è soffermata in modo (per me) particolarmente efficace sul distacco tra i movimenti di trasformazione sociale e la sinistra. E’ stato negli anni Sessanta, ha detto, che si rese possibile una trasformazione insieme comunista e libertaria. Ma la sinistra, in ogni parte del mondo, scelse di non appoggiare quella possibilità, e di contrastarla, prendendo decisamente le parti del riformismo contro la rivoluzione, e prendendo le parti del capitale contro i movimenti e le avanguardie operaie. Allora la parola riforma ha cambiato di segno, e negli anni Ottanta è divenuta la parola con cui il capitale ha aggredito, sconfitto e disperso la classe operaia.

Con questo allontanarsi della sinistra dal comunismo (e del comunismo dalla sinistra) la sinistra è diventata strumento ipocrita di un potere sempre più torvo. E il comunismo ha perduto la forza di massa che aveva avuto fino agli anni ’70.

Quello che mi ha fatto impressione, in quella prima serata, è che nessuno ha pronunciato una parola che in questi giorni disgraziati è sulla bocca di tutti, la parola “Trump”.

Aristocratico understatement operaista?

Ho ascoltato molti interventi di qualità sui grandi temi del ‘900, ma mi è parso inquietante il silenzio sul presente, sullo scenario che incombe all’inizio del 2017.

Il segno generale di questo convegno appassionatamente ostile al futuro (fino al punto di non volerlo nominare) è stato a mio parere la rimozione.

Il terzo giorno del convegno era dedicato all’argomento “chi sono i comunisti?” Arrivavano notizie di scontri dalle città d’America, e di manifestazioni da Bruxelles a Manila, e in contemporanea abbiamo ascoltato un discorso di Toni Negri. Un discorso affascinante e rigorosamente teologico.

Il discorso è centrato su due punti di intensa religiosità: la scomunica e il miracolo. Negri comincia rivelando chi sono i non comunisti. Lo fa elencando addirittura quattro categorie di non comunisti (in due di queste mi sono naturalmente riconosciuto, ma adesso non saprei dirvi quali).

Poi Negri afferma che comunisti sono coloro che trasformano la cooperazione produttiva in contropotere politico. Sospendo per un attimo l’irriverenza ironica, e riconosco che qui si trova il nucleo interessante di un discorso per il resto un po’ svitato. Negri osserva che per gli operai industriali d’antan c’era discontinuità tra cooperazione produttiva e organizzazione politica rivoluzionaria. Per i lavoratori cognitivi dell’epoca presente quella discontinuità è tolta, e si dà finalmente la possibilità di un operare produttivo che si trasforma in operare solidale e socialmente utile: il comunismo immediato del lavoro della mente. In questo punto si riconosce il genio del professor Negri, che però subito cede il passo alla teologia, rivelando un miracolo nel quale io non riesco a credere (ma sono io l’unico ateo qua dentro?). Il miracolo viene enunciato con le parole: il lavoro cognitivo può agire con relativa autonomia e può farsi macchina dentro e contro lo sfruttamento. L’uomo si è arricchito della potenza della macchina (e fin qui ci siamo), e (udite udite, perché qui assistiamo al miracolo) la macchina non ha alcun potere sul cervello dell’uomo. Il miracolo dell’indipendenza del cervello dalle condizioni tecniche e materiali in cui agisce, è una verità di fede essenziale che sola rende possibile la rimozione.

Nel mio ateismo mi trovo costretto a constatare contemporaneamente due fenomeni: l’arricchimento della dimensione umana ad opera della tecnologia, sapere accumulato, ma anche (ahimè) l’automazione cognitiva e l’impoverimento psico-erotico prodotto dalla sottomissione dell’attività cosciente ai ritmi della macchina. Per Negri non è così, il suo dio ce ne scampa. Il suo dio ci scampa dalla depressione, dal panico, dalla solitudine, e da tutte quelle perversioni che un vero comunista non vuole neppur sentire nominare.

In queste giornate mi pare che si sia verificata una strana ma interessante inversione dei ruoli che attribuiamo all’arte e alla politica: qua dentro, nell’affollata sala di ESC si sta svolgendo una performance artistica in cui si celebra un rituale d’esorcismo. Là, nei saloni marmorei della Galleria, si giura fedeltà al comunismo.

Mi sono divertito, ho incontrato tanta gente bellissima, simpatica, affettuosa, come di questi tempi è difficile trovare. Non importa se tutto era un po’ finto e destinato a svanire lunedì.

Mentre parto, su Roma splende il sole (classicamente libero e fecondo) e mi prende una specie di malinconia.

L’orrore avanza, Melania regala a Michelle una scatola di Tiffany. Vado a Firenze con la mia ragazza a vedere la mostra di Ai Weiwei.

Tavolini che volano, biciclette che sembrano astronavi, granchi rosa che ti vengono incontro. Il comunismo sarà sbalorditivo o non sarà.

21 gennaio 2017

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Le spine di C17

ThePartyFranco Berardi Bifo

In singolare e spiritosa coincidenza con l’inizio della prima presidenza del Ku Klux Klan, comincia oggi a Roma una conferenza dal titolo C17. Si svolge in parte al centro sociale ESC, dove parlerà una folta schiera di pensatori contemporanei, da Saskia Sassen a Silvia Federici a Christian Marazzi e tanti altri. E in parte si svolge alla Galleria d’arte moderna dove ci saranno performance di vario genere, a cominciare con Franco Piperno che ci insegna come leggere il cielo e ci racconta come si è letto il cielo nel corso dei secoli e dei millenni. Guardare il cielo in modo consapevole e immaginativo è il modo migliore di cominciare, perché così il tema del comunismo si ripresenta nella sua cornice più vasta, quella che contiene la sensibilità, l’immaginazione e il desiderio (che d’altra parte è parola che scende etimologicamente dalle stelle).

La questione del comunismo ritorna?

Il comunismo del ventesimo secolo è morto, questo è fuori discussione.

La tragedia del secolo passato ha avuto tre attori protagonisti: il comunismo il fascismo e la democrazia. Il fascismo apparve sconfitto, morto e sepolto dopo la fine della seconda guerra mondiale. Poi venne l’epoca della guerra fredda: i due attori sopravvissuti si contesero l’egemonia sul mondo fino al collasso finale del comunismo sovietico e al trionfo della democrazia.

Il comunismo apparve allora definitivamente liquidato, irreversibilmente condannato perché la democrazia prometteva di rispondere alle domande cui il comunismo sovietico non aveva dato risposta: benessere, pace, allegria.

Il decennio novanta cominciò però subito con una spiacevole sorpresa. Invece della pace promessa la democrazia americana lanciò la guerra nel Golfo.

E nel secolo nuovo anche la promessa di benessere economica è andata svanendo, così che la miseria si è diffusa insieme alla rabbia e all’impotenza.

Molti hanno allora cominciato a pensare che la democrazia non può convivere a lungo con il capitalismo senza diventare un’odiosa ipocrisia.

L’odio per l’ipocrisia democratica ha allora riportato il fascismo sulla scena.

E poiché le sorprese non finiscono mai, in pochi anni partiti razzisti, autoritari quando non apertamente fascisti si sono impadroniti del potere in gran parte del mondo.

Hitler ritorna? Se ritorna è moltiplicato per dodici e per di più ha la bomba nucleare. E poiché la democrazia si è rivelata un’illusione, una maschera dietro cui si nasconde la violenza economica del capitalismo finanziario globale, dobbiamo riconoscere che il comunismo è urgente.

L’urgenza la sentono molti, forse la maggioranza della società, ma molto pochi chiamano quest’urgenza con il suo vero nome: comunismo.

La sofferenza si diffonde, ma pochi sanno che la cura non è farmacologica, perché la cura si chiama comunismo.

Artisti attivisti e pensatori si sono quindi dati appuntamento a Roma, e sarebbe bello se riuscissero a trovare parole, gesti e forme capaci di nominare questa urgenza.

Ci riusciranno?

Io sono andato a leggermi alcuni documenti che introducono questa conferenza e particolarmente le pagine che sono uscite sul Manifesto una settimana fa, una intervista di Benedetto Vecchi con Sandro Mezzadra e una di Francesco Raparelli con Toni Negri.

Confesso che entrambe queste interviste mi hanno molto deluso, come chi fosse invitato ad un pranzo succulento e si trovasse a dover sorbire un’insipida minestrina da ospedale.

Negri ci ha ripetuto negli ultimi anni che la moltitudine si oppone all’impero. Ma la moltitudine oggi si esprime votando per i peggiori nazionalisti o respingendo i profughi che fuggono dalla guerra e dalla fame, e costruendo campi di concentramento lungo le coste del Mediterraneo.

Ora, in questa intervista sul Manifesto dice che occorre trasformare la sofferenza del bisogno in un noi desiderante, e siamo tutti d’accordo naturalmente. Ma questa frase, che è il centro del suo ragionamento, è un’ovvietà poco interessante, perché vorremmo sapere come questo passaggio dalla miseria psichica e sociale dell’oggi può trasformarsi in solidarietà felice.

Mezzadra ripete alcune cose che abbiamo sentito mille volte negli ultimi anni ma sembra dimenticarsi che nel frattempo, proprio in questo ultimo anno, in questo maledetto anno dell’apocalisse 2016, tutte la parole degli ultimi decenni sono diventate vecchie perché il razzismo si è impadronito del governo del mondo.

Negri e Mezzadra (e tutti i documenti che introducono questo appuntamento C17) dimenticano di pronunciare il nome dell’uomo del Ku Klux Klan che proprio in questi giorni si insedia al governo del mondo.

La rimozione non ci sarà di nessun aiuto, eppure è sotto il segno della rimozione che questo appuntamento comincia.

La sintesi di queste interviste sembra essere in un titolo scelto dal Manifesto: I movimenti saranno una spina nel fianco del potere.

Ma questa sintesi è sconsolante. La spina? Il fianco? Ma di che stiamo parlando?

I movimenti sono scomparsi e non ritorneranno, perché sono stanchi di essere una spina in un fianco tanto pingue che della spina neppure se ne accorge.

Speriamo che questi giorni di discussioni e di sperimentazioni ci permettano di intravvedere un orizzonte un po’ più originale ed efficace di questo.

Toni Negri, dentro e contro

Antonio+NegriCon due testi, firmati rispettivamente da Raffaella Battaglini e da Francesco Raparelli, dedichiamo il piccolo speciale di questo sabato alla Storia di un comunista di Toni Negri che, uscita da poco per Ponte alle Grazie, ha sollecitato reazioni diverse, in diversi casi caratterizzate da una notevole aggressività. A segnalare ancora una volta che nelle vicende italiane dell'ultimo mezzo secolo c'è una ferita rimasta aperta, e  difficile - a quanto pare - da rimarginare. 

Autobiografia del noi

Raffaella Battaglini

Dichiaro subito la mia parzialità: conosco Toni Negri da quando sono nata, e questa frase va intesa in senso letterale, perché Toni era amico di mio padre. Nella seconda metà degli anni Settanta, anch’io ho fatto parte di quel movimento che Negri in quanto teorico e militante ha contribuito a creare e organizzare. Molto più tardi, nel 2006, ho scritto insieme a Toni un testo teatrale su quegli anni, intitolato appunto Settanta. Anche la mia parzialità quindi va intesa in senso letterale, perché della vicenda che in Storia di un comunista viene narrata faccio oggettivamente parte, come del resto i moltissimi altri che hanno condiviso le lotte di quel periodo.

E così vengo immediatamente alla prima questione: è perlappunto di una vicenda collettiva che qui si narra. Leggendo, devo dire anche con un certo divertimento, la recensione di Simonetta Fiori su Repubblica e, ben peggio, quella di Raffaele Liuzzi sul Sole24ore (che arriva al punto di rispolverare il teorema Calogero...) – in cui la parola ricorrente, oltre alle prevedibili accuse di «mancanza di autocritica», è egolatria – mi vien da chiedere: ma che libro hanno letto? Se il recensore fosse un appassionato di autofiction, e non è certo il mio caso, la critica potrebbe essere esattamente contraria: quella di aver lasciato in ombra (se non nella parte relativa alla formazione, i Lehrjahre diciamo, in cui il vissuto familiare, spesso doloroso, è molto presente) l’autobiografia personale ed esistenziale, per esporre quasi esclusivamente il corpo politico dell’autore. Ma il punto è proprio qui: questa non è un’autobiografia nel senso corrente del termine, ma è anche e direi soprattutto la cronaca di un pezzo di storia italiana, raccontata da chi l’ha vissuta e sofferta in prima persona attraverso un decennio di lotte irripetibile.

Questo punto di vista oscurato e rimosso, quello di coloro che in quegli anni hanno lottato e sono stati sconfitti, come sappiamo è stato da tempo sostituito da una narrazione ufficiale univoca e deformante che ha criminalizzato l’intera esperienza, riconducendo l’antagonismo di un’intera generazione a un problema di ordine pubblico. È contro questo racconto dominante che Negri giustamente e da anni si batte, ed è questo il motivo delle reazioni scomposte che puntualmente si scatenano, peraltro esclusivamente in Italia, ogni volta che prende pubblicamente parola: non si tratta di una reazione ad personam, ma di una damnatio memoriæ dell’intero movimento degli anni Settanta, al quale nulla è stato perdonato né verrà perdonato mai – non perché sia stato più o meno violento, ma unicamente a causa del suo anticapitalismo radicale. I fulmini si scaricano contro Toni Negri perché è di fatto l’unico personaggio pubblico, oltretutto di grande prestigio internazionale, che non solo non ha rinnegato quell’esperienza, ma non perde occasione per rivendicarla.

Naturalmente il libro di Negri – che è diviso in tre parti: Andarsene, Laboratorio veneto, Dieci anni di ’68 è anche molte altre cose: un’autobiografia intellettuale, il memoir di un filosofo e di un grande studioso, il diario di un militante, e infine il resoconto di un percorso esistenziale costellato di incontri con le personalità politicamente e intellettualmente più interessanti del suo tempo. Inoltre, soprattutto nella seconda e terza parte, è la ricostruzione attenta e minuziosa di una genealogia: di tutta quella filiera di eventi e di passaggi anche concettuali che hanno portato lui e molti altri al progressivo distacco dalle organizzazioni tradizionali della classe operaia (nel caso di Negri, il Partito Socialista) per approdare a nuove forme organizzative, all’inizio ancora vicine, o comunque aspiranti alla forma-partito (Potere Operaio), poi definitivamente affrancate da questa e disciolte nelle pratiche di movimento (l’Autonomia organizzata).

La geneologia non riguarda solo l’organizzazione, ma anche le forme di lotta: particolarmente interessante, a questo riguardo, tutta la parte relativa ai primi anni Sessanta, soprattutto l’incontro con Panzieri e la collaborazione con Quaderni Rossi, e, tramite Romano Alquati, l’iniziazione alla pratica della conricerca, un’analisi sociologica condotta insieme agli operai al fine di organizzare le lotte, che in Veneto verrà messa in atto per esempio a Porto Marghera. È da qui, tra le altre cose, che trae origine in quegli anni la teorizzazione diffusa del sabotaggio, inteso come uso sovversivo delle macchine da parte degli operai, contro il capitale.

Mentre nella prima parte l’io narrante oscilla fra la prima e la terza persona, come ancora alla ricerca di sé, nella seconda e nella terza parte quest’io diventa progressivamente un noi, e il ritmo del racconto si fa più incalzante, in una continua circolarità fra pratiche di lotta e pensiero teorico; dentro questo percorso, e centrale sul piano dell’elaborazione, si snoda la storia delle riviste di movimento, dai già citati Quaderni a Classe operaia, da Contropiano a Potere Operaio, fino a Controinformazione e soprattutto a Rosso, la rivista dell’Autonomia milanese: ognuna segna un passaggio di fase, un salto in avanti nella produzione di teoria e nel processo di organizzazione.

L’esperienza di Potere Operaio nasce nel ’69 e si chiude nel ’73. Lo spartiacque che darà origine alla scissione e poi alla fine del gruppo è quello tra illegalità di massa, sostenuta da Negri e dagli operaisti di Marghera, e militarizzazione del movimento, rivendicata da Piperno e dai «romani». Com’è noto, su quest’asse si spaccherà l’intero movimento, lasciando spazio alla crescita delle Br e del partito armato, che all’epoca sono ancora «un gruppetto». Prima, però, dalle ceneri di Potop si sviluppa la stagione dell’Autonomia organizzata, che caratterizzerà tutta la seconda metà degli anni Settanta: nel ’75 «una nuova generazione di militanti è apparsa sulla scena [...] il testimone, dalle lotte operaie bloccate su posizioni di resistenza, era passato nelle mani dei giovani proletari», che escono dalle fabbriche e portano le lotte nel sociale e dentro la metropoli, e qui dal rifiuto del lavoro si passa a quel «riprendiamoci la vita», a quella rivendicazione del diritto alla gioia e alla pienezza dell’esistere che condurranno poi al movimento del ’77.

Nel ’78, con l’assassinio Moro, le Br si prendono la scena, autodelegandosi avanguardia del movimento e mettendo Autonomia nell’angolo. Hanno portato lo scontro a un livello che il movimento non è in grado di sostenere. È a questo punto che parte la repressione, non contro i militanti delle Br che sono in clandestinità, ma contro quelli di Autonomia che agiscono alla luce del sole. Il «teorema Calogero» si occuperà di far quadrare il cerchio, attribuendo un’unità organizzativa a due realtà incompatibili sia dal punto di vista dell’analisi che delle forme di lotta.

Con ottima intuizione drammaturgica, Negri cala di netto il sipario sul giorno dell’arresto, il 7 aprile del ’79. A questo punto vorrei raccontare solo un piccolo pezzo del dopo, cioè la manifestazione che si è svolta a Padova il giorno successivo. Mai potremo dimenticare quell’esodo di massa dal centro della città al Palasport dove si sarebbe svolta l’assemblea, sotto un cielo che ricordo di tempesta – aprile è il più crudele dei mesi... – con i blindati della polizia a ogni angolo di strada, tenuti sotto tiro dai cecchini che si erano appostati sui tetti lungo tutto il percorso. Non eravamo «terroristi», non eravamo armati, non eravamo lì per organizzare degli scontri: eravamo una massa di ragazzi in quel momento più sgomenti che incazzati, increduli di fronte alla gravità di quel che era avvenuto. Mentre gli elicotteri rombavano sopra le nostre teste, continuavamo a ripeterci i nomi dei compagni arrestati: tra i padovani c’era praticamente l’Istituto di Scienze Politiche al completo, non potevamo crederci... Quel giorno per le strade non c’erano soltanto i militanti dell’Autonomia, c’era l’intero movimento veneto, una folla.

Non sapevamo che era l’ultima volta. Non avevamo nessuna consapevolezza della fine: pensavamo di essere di fronte a un inciampo, molto duro, molto violento, ci rendevamo conto che lo Stato aveva «alzato il livello dello scontro», come si diceva allora, in modo inconcepibile, nel tentativo di decapitare il movimento: non pensavamo mai che ci sarebbero riusciti. Forse adesso è difficile da capire, ma noi eravamo cresciuti in un’atmosfera per molti versi esaltante, di grandissima euforia collettiva, e l’euforia derivava dal fatto che collettivo era l’orizzonte. Questo per noi era un fatto scontato, questa era l’aria che respiravamo: non potevamo immaginare che ci venisse tolta.

Non vorrei chiudere su questa nota sconfittista, perché sono sicura che a Toni non piacerebbe, e allora è necessario rilanciare: contro tutti quelli che pensano, e sono tanti, che il tempo delle rivoluzioni sia finito per sempre, noi sappiamo e diciamo che qualcuno raccoglierà il testimone. Forse non ora, ma si ricomincia da qui: proviamo ancora col rosso, Toni...

Toni Negri

Storia di un comunista

a cura di Girolamo De Michele

Ponte alle Grazie, 2015, 384 pp., € 18

«Corri forte ragazzo, corri»

Francesco Raparelli

C’è una bella foto sulla copertina di Storia di un comunista. Chi conosce bene l’autore, Toni Negri, riconosce quel sorriso. Un tratto singolare, quasi un modo di essere. Con lo stesso sorriso, si immagina, Negri deve aver accolto le recensioni alle sue memorie: una risata materialista contro l’odio del Potere. Sì, un odio quasi smisurato è stato gettato sul libro, da Repubblica come dal Sole 24 Ore. Un odio volgare, invidioso, efferato. Contro l’autore, indubbiamente, ma più diffusamente contro un evento: il lungo ’68 italiano. Evento di cui l’autore è stato parte, tra molti, molti altri. Evento durato un ventennio, da Piazza Statuto (luglio del 1962) fino alla primavera del 1977. Evento che Negri ricostruisce, con amore, e che rilancia oltre la sconfitta, la repressione.

Scrive: «ma chiediamoci di nuovo perché il ’68 è tanto odiato dal potere civile e considerato immorale dal potere religioso? Perché incarna la coerenza del pensiero e dell’azione – costruire un mondo nuovo dentro e fuori da noi stessi: perché l’unione del dentro e del fuori è per sé una potenza rivoluzionaria, è la riforma sempre aperta di se stessi – di questo ha bisogno la rivoluzione. È l’anima che si riconosce nel corpo e viceversa, la singolarità che risorge nella moltitudine: la distruzione di ogni ideologia del potere – di ogni metafisica». Risuona con forza, in queste parole, l’hæcceitas negriana: la combinazione produttiva tra operaismo ed «estetica dell’esistenza», Marx e Spinoza, San Francesco e i cinici. E si chiarisce perché, nonostante la sconfitta dei movimenti avvenuta ormai diversi decenni fa, la borghesia italica, o quel che ne resta, non riesca a dormire sonni tranquilli. Per dirla con Deleuze, a fare ancora paura è il «divenire-rivoluzionario» che ha segnato quel ventennio, «anomalia selvaggia» nel panorama europeo e mondiale. A maggior ragione in un paese, oggi più di ieri, dominato da classi dirigenti corrotte, provinciali, prive di virtù, addirittura di buon gusto.

Certo, la stampa si è presa la sua rivincita. Dopo il successo di Impero e del suo ciclo, le memorie sono sembrate l’occasione propizia per la vendetta. A segnalare che la «ferita-Negri» – nonostante le sue pagine si leggano in tutto il mondo – non può essere rimarginata. E allora varrebbe la pena capire di più e meglio perché, oltre l’incubo del ’68, non ci sia pace per questo filosofo materialista, per il racconto appassionato del suo tempo. Quante volte ancora l’establishment italico dovrà condannare Toni Negri?

Lo scandalo, ciò che non può essere perdonato, è lo stile. Con una formula: «dentro e contro». Un intellettuale, anche brillante, deve stare al suo posto. Così vuole lo Stato, così vuole il Capitale. Fuori dalle lotte di classe, esterno al divenire classe operaia – nello scontro per il salario, nel rifiuto del lavoro – della forza-lavoro. Toni Negri, brillante come pochi, al suo posto non c’è mai stato. Da Quaderni Rossi a Classe Operaia, dal gruppo Potere Operaio al movimento dell’Autonomia Operaia, la vicenda collettiva di Negri fa saltare i perimetri. Perché solo a partire dalle lotte è possibile costruire il politico: l’immanenza alla quale «il professore e il militante» non ha mai smesso di essere fedele. Nella costruzione del politico, neanche a dirlo, non sono mancati i passaggi a vuoto, le incertezze e gli errori. Ma l’immersione nel reale, con la sua durezza, quella no, non è mai venuta meno. Uno scandalo, appunto, pensare che chi studia e scrive senza sosta, mattina e sera, possa seguire passo passo le lotte del Petrolchimico di Porto Marghera. E non si trattava tanto di «identificarsi con la classe operaia, ma [di] viverci assieme: dalla mattina alle 5 – prima della distribuzione dei volantini – alle riunioni di informazione e progetto, fino all’ultima presenza sulle porte all’entrata del terzo turno alle 22».

Nulla di eroico, intendiamoci. Piuttosto la storia di un comunista. Articolo indeterminativo, non casualmente, perché si è comunisti solo nella prassi collettiva, nella forma di vita, nella potenza impersonale degli affetti. Il resto sono chiacchiere. Pure fastidiose. Negri lo afferma con chiarezza quando, in riferimento alla sua formazione giovanile, si definisce comunista e non ancora marxista, quando comincia «a sviluppare la carità e l’amore cristiani in azione politica socialista». E lo afferma ancora quando, da operaista, ricorda l’adagio: «chi non fa inchiesta, non ha diritto di parola». Inchiesta: leggi «intervento di fabbrica», militanza di base tra i poveri, con i poveri. Ma inchiesta significa anche costruzione del sapere nelle lotte, nella cooperazione sociale che eccede il lavoro comandato, che scavalca i cancelli della grande industria. Dunque sono belle le pagine in cui Negri racconta i suoi studi, dall’Historismus a Weber, da Lukács a Merleau-Ponty, dalla scoperta di Marx a Descartes. Ma sono emozionanti perché subito si intrecciano con il volantino e il picchetto, gli scioperi estivi e gli scontri a Porto Marghera (1967, 1968, 1970), e via fino a Torino, corso Traiano (luglio 1969).

Docente di Dottrina dello Stato, il più giovane ordinario d’Italia. Nemico dello Stato. Un paradosso che ancora non può essere perdonato. A pensarci bene, è la critica stessa a essere un paradosso inaccettabile per un sistema di potere incapace di aprirsi alle lotte democratiche, degli operai, degli studenti, dei nuovi soggetti proletari che fanno la loro comparsa a partire dalla metà degli anni Settanta. La borghesia italica risponde con le bombe, con i morti ammazzati nelle strade. Il PCI è complice, Cossiga lo ha chiarito fin troppe volte, ma Negri non può dirlo. Se lo dice, così le penne benpensanti, vuol dire che non si è pentito. No, Negri è un comunista non pentito. Come un comunista combina la critica pratica dello Stato con l’invenzione di nuove istituzioni del lavoro vivo. E, se c’è una violenza che non rinnega (e perché dovrebbe?), è l’illegalità diffusa delle rotture operaie, le auto-riduzioni delle bollette, l’«appropriazione di massa» nei supermercati: «fonti normative» di una Repubblica che non ammette il monopolio della forza da parte del Leviatano, né la prevaricazione sanguinaria della proprietà privata.

Lo scandalo riguarda Negri, l’intellettuale fuori posto. Ma lo riguarda perché, assieme a lui, e a tanti intellettuali fuori posto come lui, sono tanti gli operai che smettono di recitare la parte che gli è stata assegnata. L’evento in questione parla di operai che reinventano Marx nelle lotte per il salario, nel sabotaggio, e di marxisti che imparano a studiare nel picchetto, nel cambio di turno. Non è un caso dunque che il frutto più rilevante del ’68 sia l’intellettualità di massa, la trasformazione in senso cognitivo e linguistico del lavoro, delle tecnologie. E una gran paura del Capitale che, proprio in questi anni sul piano globale, avvia la sua fuga verso la rendita, la finanza, i valori immobiliari. Una sorta di esodo dal rapporto con il lavoro vivo, giunto a maturazione con lo sconquasso della crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani. Fa bene Negri, ma anche questo non gli viene perdonato, a vedere nel Movimento del ’77 la verità del ’68 italiano. In ritardo rispetto all’Europa, ma forse anche un passo avanti: «la prima, decisiva apparizione di una nuova antropologia del lavoro: l’affermazione di una nuova forza-lavoro socializzata e intellettualizzata». Ma è proprio quando la tendenza conquista la scena – un’irruzione senza precedenti – che gli arnesi politici e organizzativi forgiati in un ventennio di lotte girano tutti a vuoto. Tra Parigi e l’Italia il problema viene sentito, drammaticamente. Non viene superato. Si impone, invece, lo scontro tra Stato e partito armato, con il disastro che conosciamo. Iniziato nella grande repressione con la quale le memorie di Negri si chiudono, il disastro si è trascinato con i suoi effetti nefasti in un paese che, di Repubblica in Repubblica, non muove più un passo. Bloccato dal punto di vista produttivo oltre che politico; fallito, allo sbando.

Ho avuto la fortuna di conoscere l’autore, per la prima volta, in una saletta teatrale romana poco battuta, d’altri tempi. In semi-libertà, prima del successo di Impero, l’unica cosa che gli stava a cuore era rilanciare l’inchiesta, afferrare le forme di vita metropolitane, cogliere le trasformazioni del lavoro in una Capitale sempre un po’ di provincia. Dopo aver imparato dalle nuove lotte parigine, quelle del ’94 e del ’95, imparare di nuovo, da un gruppetto di giovani studenti attivi nell’ateneo più grande d’Europa, la Sapienza, che di lì a qualche anno sarebbe diventato ancora una volta scenario di lotte, l’Onda e molto altro. No, la tenacia e la curiosità di un comunista, che come un bambino ricomincia sempre da zero, il Potere non può accettarla. È uno scandalo da condannare, e da condannare ancora.

alfadomenica novembre #2

Interventi di:
Elisabetta BENASSI - Achille BONITO OLIVA - Andrea CORTELLESSA - Aldo NOVE - Francesco RAPARELLI

CON IL GRUPPO '63. ARTISTI
Achille Bonito Oiva

Negli anni 50 gli artisti considerano l’opera d’arte come un’estensione della propria esistenza. Un cordone ombelicale lega sia l’opera all’artista sia lo spazio fluente dell’immaginario allo spazio appiattito e orizzontale del mondo quotidiano.
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IL 'NON' CHE FA LA DIFFERENZA
Francesco Raparelli

Il pensiero, quando è grande, è sempre fuori posto. Capiterà così, vista la sua grandezza, all'ultima fatica di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica, da pochi giorni in libreria.
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TEMPI MODERNI
Aldo Nove

Ora che sono davvero cambiate
vedi che sono soltanto cazzate
le cianfrusaglie che sono passate
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ELISABETTA BENASSI. LA PESCATRICE DI STELLE
Andrea Cortellessa

Ogni volta che ci appassioniamo a un artista, e seguiamo le sue tracce, e pensiamo al filo che collega i suoi lavori come a una cronologia segreta – oltre che della sua – della nostra esistenza, prima o poi viene il momento in cui ci chiediamo quale, fra queste opere, sia il nodo di quel filo.
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TERRA - Un film di Elisabetta Benassi

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.


Il ‘non’ che fa la differenza

Francesco Raparelli

Il pensiero, quando è grande, è sempre fuori posto. Capiterà così, vista la sua grandezza, all'ultima fatica di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica, da pochi giorni in libreria. Per l'accademia, quella in odore di cognitivismo, l'autore concede troppo a testi esotici quali il Sofista di Platone, Scienza della logica di Hegel o la prolusione heideggeriana Che cos'è metafisica? Per l'accademia di movimento, perché autore di culto dei movimenti è stato Virno nell'ultimo ventennio, il testo risulterà scontroso: possibile dedicare tanta attenzione ad un tema ostile come la negazione linguistica?

Poco importa che Deleuze, tra i pensatori che va per la maggiore tra le giovani generazioni di militanti, abbia dedicato pagine irrinunciabili a Bartleby e all'enunciato «agrammaticale» I would prefer not to, e le sue ricerche più brillanti alla logica stoica, alla «neutralità del senso», alle «sintesi disgiuntive», tutti temi che, da una prospettiva spesso diversa, scandiscono il Saggio sulla negazione. Fuori posto dunque capace di pensare l'impensato: questo il merito più importante dell'antropologia linguistica di Paolo Virno, giunta, con l'ultimo lavoro, ad una maturità potente, capace di fare scuola.

Avvertenza fondamentale. Il libro è complicato, richiede molta pazienza, dedizione, una certa tenacia. Leggerlo a salti, non solo non aiuta a comprendere, ma aggrava la fatica. Proverò, a sostegno del lettore, e seppur in modo molto sintetico, a presentare i tratti salienti del testo, consapevole che lo spazio di una recensione è insufficiente a dar conto della ricchezza che lo contraddistingue.

La tesi di partenza, con le parole dell'autore: «l'indagine sulla negazione linguistica è, fin dal principio e in ogni sua piega, una indagine antropologica. Spiegare le prerogative e gli usi del segno 'non' significa spiegare alcuni tratti distintivi della nostra specie». Del connettivo sintattico 'non' si saggia in lungo e in largo la potenza antropogenetica, oltre a quella specificatamente linguistica. Meglio, afferrato il ruolo decisivo della negazione nella vita della lingua, si mette il 'non' al centro del Menschwerdung. Non solo connettivo sintattico, ma anche e soprattutto «soglia ontogenetica». Le conseguenze dell'irruzione della negazione nel linguaggio, e nel pensiero verbale, vengono da Virno censite attraverso un armamentario teorico eclettico: dalla logica alla metafisica, dalle neuroscienze alla psicoanalisi. Quattro, a mio avviso, sono le mosse decisive dell'autore. Procediamo con ordine.

Il primo movimento ha come protagonista Saussure. È il linguista svizzero nel suo celebre Cours e negli Scritti inediti a chiarire la natura della lingua come sistema di «differenze senza termini positivi». Ancora: i segni sono «fatti negativi» ovvero esito di relazioni differenziali che precedono e producono i termini stessi del rapporto. Per quanto Saussure non si sia mai dedicato a qualificare il connettivo sintattico 'non', Virno non ha dubbi, la trama negativo-differenziale che costituisce la lingua rende possibile «dedurre le prerogative di quel basilare operatore logico che è la negazione».

Proprio perché la lingua in quanto tale è, con parole saussuriane, un «plesso di differenze eternamente negative», allora è possibile afferrare il ruolo decisivo del 'non' nell'eloquio e nel pensiero di Homo sapiens. In questo senso – procede Virno – il 'non' è un segno «anfibio e bifronte»: consente di dire come non stanno le cose, dunque di «prendere le distanze da qualsiasi significato attinente all'esperienza», perché «denota le differenze senza termini positivi da cui dipende la formazione dei segni verbali». Come un commutatore, «trasferisce la negatività primaria della lingua, di cui esso è un'espressione concentrata, ai discorsi sulla realtà extralinguistica». Sono proprio queste definizioni a renderne possibile un'altra di natura economico-linguistica: «la negazione è il denaro del linguaggio». Come il denaro è per un verso merce qualsiasi, per l'altro valore di scambio di tutte le merci, così «il 'non' è un segno tra i tanti, [...] la cui funzione consiste però nell'isolare ed esibire una caratteristica condivisa da tutti i segni».

Il secondo movimento segue, in modo assai fecondo, una traccia che ci consegna Wittgenstein in un appunto del 1914: «Si può negare una immagine? No. È in ciò che risiede la distinzione tra immagine e proposizione». Virno radicalizza: «sono i requisiti del segno 'non' a far sì che i significati verbali abbiano una indole impersonale, [...] irriducibile alle operazione delle singole menti». Ancora: proprio ciò che rende possibile la separazione tra pensiero verbale e rappresentazione psicologica, la negazione appunto, è il tramite grazie al quale l'ambito linguistico si innesta su quello psicologico riorganizzandolo per intero.

Accompagnato alle rappresentazioni psicologiche, infatti, il 'non' «rileva il divario cronico che sussiste tra qualsiasi Vorstellung e l'oggetto raffigurato». Dalla separazione tra dire e percepire alle fratture interne all'enunciato: «la semplice possibilità di asserire che 'il prato non è verde' attesta che il senso di 'il prato è verde' non coincide con la sua denotazione». Virno definisce ontologica o primaria la negazione che esprime la differenza tra senso e denotazione, da distinguere da quella empirica o contingente che «mette in risalto, già nel senso di un particolare enunciato, la mancanza di denotazione di cui è affetto quest'ultimo». Di più, ed è questo un passaggio decisivo, l'autonomia del senso dalla denotazione (ossia dal fatto) così come dalla forza illocutoria (lo stimolo) ne qualifica altri due tratti fondamentali: la sua inattualità, la sua neutralità. Proprio l'inafferrabilità del senso alla presenza «comporta un costante distacco del parlante rispetto all'ambiente e alle pulsioni psichiche». Altrettanto, «in virtù dello scarto che lo separa dalla denotazione e dalla forza illocutoria, il senso di un enunciato è sempre sospeso tra sviluppi alternativi».

La terza mossa, con uno sguardo spregiudicato e rigoroso nello stesso tempo al Sofista di Platone, insiste sulla conquista del 'non' come «tappa saliente dell'ontogenesi». Come il bambino, parola di Piaget, fino ai sei o otto anni di età ha un linguaggio dominato dalle affermazioni, così Parmenide, bersaglio polemico del dialogo platonico, esclude il non-essere dalla scena metafisica. Distinguendo l'enantìon (il 'contrario') dall'héteron (il 'diverso'), invece, Platone qualifica, meglio dei linguisti di professione, la traumatica irruzione del 'non' nella vita umana.

Scrive Virno: «il connettivo sintattico 'non', anziché forgiare un nuovo significato, opposto a quello racchiuso nell'affermazione, rimanda a una diversità non specificabile positivamente, [...] indica la differenza come tale, non qualcosa di differente». In questo senso l'héteron è una «soglia» ontogenetica: garantisce, continua Virno, «la transizione da un linguaggio infantile-parmenideo, nel quale la negazione si risolve in una nuova affermazione ('Paolo non è bello' = 'Paolo è buffo'), a un pensiero verbale in possesso di tutti i suoi mezzi, capace di negare un contenuto semantico pur occupandosi soltanto di esso, dunque senza bisogno di ventilarne uno alternativo ('Paolo non è bello' non ha altro tema che la bellezza di Paolo)».

L'ultimo movimento riguarda la retroazione del linguaggio, segnato dal protagonismo del 'non', sugli affetti. Virno è perentorio: l'intersezione tra sintassi e pulsioni è realizzata dalla negazione linguistica. Così come il 'non' garantisce l'indipendenza/differenza del senso dalla denotazione, altrettanto, «se sottoposte alla negazione, le pulsioni pre-linguistiche conseguono una certa indipendenza dalle situazioni che dovrebbero scatenarle, cessano di aderire incondizionatamente all'“adesso”, sono passibili di inibizione e di differimento». Emergono in primo piano le conseguenze etiche di tale autonomia: per un verso la negazione linguistica può tenere a freno le pulsioni distruttive, per l'altro «genera una distruttività assai più intensa e diffusa di quella che promana dalle pulsioni pre-linguistiche». Veleno capace di distruggere l'empatia neurofisiologica, garantita dall'azione dei neuroni specchio, ma anche «antidoto al veleno che ha inoculato nell'innata socialità della mente»: la negazione ci consegna, del linguaggio, la sua potenza antropogenetica e, nello stesso tempo, la sua, che è la nostra, costitutiva ambivalenza.

A conclusione del volume, due appendici che insistono sul nesso tra negazione linguistica e prassi. La prima dedicata ai tratti distintivi delle azioni negative (omettere, disobbedire, esitare, differire ecc.); la seconda all'esito, tutt'altro che pacificatore (e dialettico), di una doppia negazione. In entrambi i casi torna in gioco la combinazione, su cui più volte ha riflettuto e scritto Virno in passato, tra negazione e modalità del possibile. Motore del conflitto sociale più aspro, la negazione definisce «zone di indiscernibilità» dove il comportamento contingente acquisisce l'autorevolezza di una nuova regola. Dalla filosofia del linguaggio all'antropologia, alla ricerca di una teoria politica dell'Esodo all'altezza del presente.

Paolo Virno
Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica
Bollati Boringhieri (2013), pp. 204
€16,00

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post