Speciale / Leonetti l’alfabetico

L'altro giorno è morto Francesco Leonetti, che fu - tra le molte altre cose - uno dei membri del comitato della prima "Alfabeta". Lo ricordano tre che furono insieme a lui in quella esperienza.

Un ricordo di Francesco Leonetti

Gino Di Maggio

Ci sono incontri umani la cui memoria non si affievolisce mai, né con l’assenza temporanea, né con il distacco definitivo. Francesco Leonetti, per me, è stato e rimarrà uno di questi.

Una figura intellettuale e artistica complessa, particolare e unica che ne fa uno dei protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento.

Ci conoscevamo da molto tempo, e frequentandolo ho imparato molto da lui. Mi affascinava e mi coinvolgeva la sua passione politica e civile che in qualche modo, come in un involucro speciale, avvolgeva tutte le sue molteplici attività culturali.

Per alcuni anni abbiamo lavorato insieme alla direzione della rivista “Alfabeta” e a volte capitava che ci scontrassimo, anche duramente, senza che mai venisse meno tuttavia il rispetto reciproco.

Poi, ancora, ci siamo ritrovati spesso alla Fondazione Mudima di Milano, dove Francesco per molti anni ha sperimentato insieme ad amici, poeti e artisti una sua particolare forma di teatro.

Adesso non lo vedevo da un po’ di tempo, ma sempre sono rimasto in contatto con lui grazie a Eleonora Fiorani, la sua compagna che così amorevolmente lo ha assistito nel suo periodo più travagliato.

Ci siamo incontrati, un’ultima volta, proprio alla Fondazione Mudima alcuni anni fa, quando organizzai la presentazione di quello che credo sia stato il suo ultimo libro pubblicato, dal titolo premonitore, Poesie estreme. Testi poetici che evidenziano, come scriveva Romano Luperini nella sua breve e intensa prefazione, uno “sguardo rasoterra” dell’autore.

In quell’occasione Francesco rilegge questi suoi testi senza l’ausilio di un microfono, con la sua voce inconfondibile. E io, ascoltandolo e osservandolo, trovo che, in questo che sarà il suo ultimo tratto, ha come uno sguardo sul mondo e sugli esseri umani disincantato, nudo e crudo, senza alcuna nostalgia, ma anche privo di ogni amarezza.

È possibile cogliere ancora lo il suo sguardo affettuoso rivolto alla compagna di una vita, lo sguardo addolcito che si posa sul giardino della sua casa milanese al piano terra. E rimane costante il ricordo di un buon bicchiere di vino rosso che ogni giorno si fa gustare.

Si vantava, esagerando, di essere quasi centenario, mentre a noi appariva come sempre un vecchio bambino che amava giocare con le parole, le quali col tempo si erano fatte anche aspre, a volte crudeli.

Ascoltai con sofferta attenzione quei suoi ultimi versi che, ripensandoli oggi, mi appaiono – come probabilmente sono – i suoi più belli.

Quella straordinaria simpatia di Francesco Leonetti

Pier Aldo Rovatti

Nel salone milanese dove si tenevano le riunioni della direzione collegiale di “alfabeta” Leonetti arrivava quasi sempre per primo. Quando mi affacciavo, io un po’ timoroso in quel consesso di personaggi autorevoli e affermati, lui era già lì chino sui suoi appunti con la matita in mano. Si discuteva del numero da mettere insieme e degli articoli da inserire, proposte e giudizi, e Leonetti subito cominciava con scrupolo e inconsueta acribia.

Ricordo soprattutto la parola che adoperava per esprimere il suo parere negativo: dopo avere con diligenza presentato un articolo e fornite tutte le informazioni utili per discuterlo, diceva spesso, in modo lapidario: “recensivo”. E pronunciava il giudizio con una particolarissima esse sibilata alla bolognese. “Recenscivo” voleva dire che lo scritto era troppo schematico, poco interessante, dunque non pubblicabile. Senza sollevare mai la testa dal calepino, stringeva un poco le labbra e tirava una riga accompagnando il gesto con espressione quasi di compiacimento. Una gag che da allora mi è rimasta sempre vivida, un gesto quasi da artista, e ogni volta che mi si è riprodotta una scena analoga (per esempio durante le redazioni di “aut aut”) mi è tornata in mente.

Per me si condensava in questo curioso tratto un ritratto singolarissimo in cui la voce e la postura restituivano per intero il personaggio. Eravamo alla fine dei movimentati anni settanta e Leonetti aveva alle spalle una vicenda ricchissima di scritture poetiche e saggistiche, nonché di gesti pubblici anche artistici, una carriera intellettuale invidiabile accompagnata dall’impegno politico. Pasolini lo aveva fatto apparire in alcuni suoi film grazie al viso antico e provocatorio, e grazie soprattutto a una voce ironica e amabilmente gracchiante. Quella stessa simpaticissima voce che volevo ora evocare nella scenetta che ho appena ricordato.

FRANCESCO EVVIVA LA RIVOLUZIONE!

Nanni Balestrini

agitare violentemente

bisogna fare la

cambiamenti radicali e improvvisi

celeste che descrive un’orbita

che accadono quando i bisogni

che determina cambiamenti radicali

che la vogliamo

della terra intorno al sole

è scoppiata la

ebollizione effervescenza

prendere il potere

i canti della

il rovesciamento del regime al potere

i valori e i modi di pensare

rivolgimento dell’ordine politico-sociale

segnando la nascita del nuovo

1995

Alfabeta 1979-1988, prove d’artista. Una testimonianza generazionale

Alessandro Mendini, Senza titolo, 1986

Sabato 25 marzo alle 18.30 si apre nelle Sale superiori di Palazzo Santa Margherita la mostra Alfabeta 1979-1988. Prove d'artista nella collezione della Galleria Civica di Modena. L'esposizione, realizzata anche grazie alla collaborazione di Fondazione Mudima, Milano, è dedicata alle 66 Prove d'artista realizzate da 49 autori per la prima serie della rivista "Alfabeta" tra il 1983 e il 1988. Dal catalogo della mostra, a cura di Francesca Mora, anticipiamo qui l'intervento del critico d'arte Flaminio Gualdoni, a suo tempo giovane lettore e poi collaboratore della rivista.

Flaminio Gualdoni

“Alfabeta” comincia a uscire nel maggio 1979 su iniziativa di uno “ strano raggruppamento redazionale” – così si legge nell’editoriale del primo numero – e dandosi per lettore ideale “il lettore della generazione postsessantottesca; a proposito della quale rifiutiamo di parlare, con un termine troppo alla moda, di generazione del riflusso”.

L’effetto che fa è strano e bizzarro, su un giovanotto “rifluente”, dunque perfetto target e ora testimone generazionale, come il sottoscritto, affetto precocemente da perplessità ideologiche (dover studiare i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx per un esame di Storia della critica d’arte non era stato esattamente un incentivo a trovare un’appartenenza, né sentirmi rimproverare di stare “dalla parte degli operai di Nanchino”, che neanche sapevo bene chi cippa fossero, ma dei quali francamente una cippa mi fregava) ma che aveva ben chiare per converso alcune altre cose.

La prima percezione è che “Alfabeta” è una rivista che tocca argomenti schiaffandoti lì delle vere e proprie articolesse in cui Umberto Eco parla di Roland Barthes e Michel Foucault e Maria Corti di Giorgio Manganelli, il quale è un genio e anche un ragazzo che sa leggere lo vede a occhio nudo, e Franco Bolelli ragiona di Velvet Underground e Jim Morrison e Jimi Hendrix. In generale, mescola cose con cose ma ci ragiona davvero sopra: e non ha, soprattutto, il trombonismo accademico che provoca orticaria istantanea a tutti salvo che agli accademici medesimi.

Tra l’altro ti vaccina – o ambisce a farlo – contro il virus più diffuso allora, quello delle recensioni che ti fanno credere che a quel punto credi di sapere già cosa pensare di un autore, e quindi ti risparmi di leggerlo. Sul leggendario “Linus” di Fulvia Serra era apparsa una volta una vignetta dei Peanuts in cui lo scout Snoopy chiede ai suoi uccellini gialli: “Avete mai letto una bussola?”, e quelli rispondono: “No, ma abbiamo letto le recensioni”. Ecco, una roba così. I libri, qui, poi ti viene voglia di leggerli davvero.

Inoltre capisci subito che nessuno ti detta la linea, che non è un gruppo compatto che ha un progetto e te lo vuole ammollare per fede come fanno i parroci untuosi del PCI, in quell’epoca – ma anche dopo – al fondo stabile della classifica di gradimento. Già al terzo numero ti immagini delle riunioni di redazione (il coordinatore Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, che è anche direttore responsabile, Corti, Eco, Francesco Leonetti, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Gianni Sassi, Mario Spinella, Paolo Volponi, agli inizi) che non sono proprio un the delle cinque, vivaci e incasinate la loro parte. E questo è divertente: vivo, più che altro.
Emilio Isgrò, Particolare per Alfabeta, 1983, collage su cartone

Poi magari qualcuno, quorum ego, in quelle pagine salta sistematicamente i pipponi politici di Leonetti (in seguito gli sarò grande amico, e molto gli devo) e le robe simil-esoteriche su Lacan, ma la materia prima è comunque molta.

Per uno cresciuto negli anni settanta è come leggere la versione adulta di un bel po’ di casini appena trascorsi e vissuti: le radio libere e “L’erba voglio” di Elvio Fachinelli, il femminismo duro e puro e il Parco Lambro 1976 con il Living Theatre e Don Cherry e gli Area, soprattutto gli Area di Demetrio Stratos. La generazione adulta, dunque quella che sa sceverare le idee autentiche dallo svacco cazzaro di molto altro: meglio, degli intellettuali cui stanno sulle palle gli intellettualismi e i dilettantismi movimentistici allo stesso tempo. Lezione difficile, ma preziosa.

Dunque, prendiamo un giovanotto che ha poche stelle fisse accertate. Gadda imparato ossessivamente a memoria, che dunque mi fa distinguere cosa leggere e cosa evitare accuratamente di quelli del Gruppo 63; Stratos (il quale muore a giugno di quel 1979, uno schianto emotivo) che è venuto a far qualche notte a Canale 96, la radio dove sono stato il ragazzo di bottega di Michele Straniero e dove si chiacchierava non solo con il genio disponibile di Demetrio ma anche con altri misti, molto misti, da Cornelius Cardew a Nanni Svampa al Quartetto Cetra, per dire; Roberto Sanesi e Tomaso Kemeny che mi hanno raccontato di Pound e di Eliot e di Cummings; e quelli di Multhipla che non conosco ma mi hanno fatto imparare cos’era davvero Savinio – un genio, Luigi Rognoni, che gli dedica un disco nel 1978 – e hanno pubblicato le cose di Cage e di Duchamp e libri pazzeschi come Critica dell’orecchio di Gianni-Emilio Simonetti; e uno come Gianni Sassi, conosciuto per la via sbieca di Eugenio Finardi e Alberto Camerini compagni di liceo, che non capisci subito bene cosa fa perché fa tante cose, compreso quel monumento che è Futura, primo grande lavoro sulla poesia sonora da Marinetti in giù, e con la sua Cramps ha pubblicato proprio tutti i dischi degli Area, da Arbeit Macht Frei in poi. Ne fa tante ma non gioca mai, lavora, con rigore e una precisione che ti si trasmettono nella pelle: si può essere grandi professionisti, si deve essere grandi intransigenti professionisti, per fare cose veramente diverse.

Torniamo al giovanotto. Quando esce “Alfabeta”, ci sono schegge diverse di un mondo già variamente e confusamente incontrato, e la folgorazione viene soprattutto da lì.

In primo luogo per la garanzia. A fare la rivista sono proprio quelli di Multhipla: Di Maggio è quello che nel 1975 si era inventato la strana bellissima rivista “α-beta” che parlava di cose Fluxus; e Sassi è l’art director che ha concepito la grafica strepitosa di “Alfabeta”.

Qui la vicenda dell’impatto della rivista si fa cruciale. Quando nasceva una rivista culturale italiana era inevitabile pensare alla tradizione nobile del fascicolo col dorso da mettere in biblioteca (“è della rivista il fin la biblioteca”, era il non detto), con una grafica “alta” – era alta, al suo modo, anche quella futurista – e, nella modernità, “classica”: “Aut Aut”, “Officina”, “Marcatré”, “Il Verri” sono quelle in cui hanno variamente operato i redattori di “Alfabeta”. Sassi viene invece da un mondo in cui ha progettato “Bit” con Simonetti e Daniela Palazzoli, pensa a un’altra cosa, il suo comunicare facendo vedere commercia continuamente con l’avanguardia visiva e la performance poetica e musicale, fa un passo in là oltre i saputi.

“Alfabeta” è, accidenti, un tabloid che sembra un quotidiano fatto da uno molto bravo, ma che invece di dare notizie dà ragionamenti. Le idee, se il genio respira, sono semplici.

E poi, da subito prevede che la sequenza delle immagini scriva un saggio a sé, intoni un clima visivo, sobrio e moderno proprio come quello dei testi eterogenei ma vivi che presidiano le pagine.

Naturalmente la fotografia è padrona assoluta, in quel momento. C’è una cronaca che vuole farsi storia, le persone sono protagoniste, carne e nervi e sangue e cervello. Il primo numero emana buona e nevrotica aria di casa, con Roberto Masotti che fotografa gente come Cage, Stratos, Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Steve Lacy, Meredith Monk, Giuseppe Chiari, Charlemagne Palestine, Anthony Braxton, Morton Feldman: tutta gente che se eri sveglio la andavi vedere e sentire, in quella Milano là. Il secondo allarga il campo con le foto di Fabrizio Garghetti per il ciclo “Sex Poetry” all’Out Off dove, giusto per stare in tema, Milleluna di Balestrini vede in scena Valeria Magli e alla voce Demetrio, e Krakatoa di Mario Mieli l’autore stesso.

Gianfranco Baruchello, Senza titolo (Bozzetto per annuncio “Festival di poesia Di-versi in versi”, Roma, 14-16 Febbraio 1986), 1986

Già nel numero di novembre 1979 le cose cominciano a prendere un’inclinazione un po’ più ampia ma non equivocabile: le immagini sono una sequenza fotografica di vicende Fluxus. Un anno dopo ancora, ottobre 1980, ecco l’“a quattro mani” di Gianfranco Baruchello e Henry Martin tratto da Fragments of a Possible Apocalypse, e il mese dopo i giochi di carte di George Brecht. Già da marzo 1980 un altro fattore critico ha cominciato a decidere le immagini. Su iniziativa di Antonio Porta e di Omar Calabrese, che da aprile di quell’anno inizia a firmare come redattore capo, inizia una serie di grandi tagli tematici in cui contano l’arguzia e il criticismo divertito della lettura, dalla fotografia futurista agli autoritratti storici, dai labirinti ai cadavres exquis, dall’iconografia di Garibaldi alla fisiognomica: e dire che il tempio delle iconografie autres e dei loro straniamenti, “FMR” di Ricci, Mariotti e Guadalupi, nascerà solo nel marzo 1982. E poi escursioni diverse: l’omaggio alla City Lights Books di Lawrence Ferlinghetti, gennaio 1981, in cui figura tra l’altro il poster di un memorabile reading dedicato a Ezra Pound quando ancora illetterati e facinorosi neppure sapevano chi fosse (non che ora…), giovani come il grafico Massimo Dolcini, fotografi nuovi come Giovanni Giovannetti e Olivo Barbieri.

La serie Prova d’artista, una o più pagine interamente delegate al contributo di un artista visivo o di uno scrittore, esordisce nel gennaio 1983 con Fausto Melotti e Antonio Porta, passato a dirigere “Alfabeta” con il suo vero nome, Leo Paolazzi, dall’ottobre 1981. Inizia una serie memorabile: dopo Melotti Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj, ancora Baruchello, e molti altri, per anni.

Alla fin fine. Quando è apparsa “Alfabeta” aveva un’aria frizzante di casa perché parlava tanto di libri che mi piaceva leggere, di musiche che già molto frequentavo, di esperienze visive con cui davvero mi facevo un’ottica. Con Prova d’artista si è aperta al mondo che nel frattempo era diventato il mio mestiere, al punto che nel novembre 1985 anch’io mi sono affacciato su quelle pagine scrivendo un paio di cose d’arte (una tantum: e “roba minima”, avrebbe detto il barbone di Jannacci). Era un destino, per dire, che le tavole di Prova d’artista finissero nella “mia” Modena.

Alfabeta 1979-1988. Prove d'artista nella collezione della Galleria Civica di Modena
a cura di Francesca Mora
Palazzo Santa Margherita (Sale superiori), corso Canalgrande 103, Modena
25 marzo – 7 maggio 2017
organizzazione e produzione Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, in collaborazione con Fondazione Mudima
mercoledì-venerdì 10.30-13.00 e 16.00-19.30; sabato, domenica e festivi 10.30-19.30. Lunedì e martedì chiuso.
Ingresso gratuito