Alfadisco # 1 – giugno 2017

Paolo Carradori

  • Gianluigi Trovesi – Umberto Petrin

Twelve Colours and Synesthetic Cells” (Dodicilune)

Questo è un lavoro che riesce a centrare il magico equilibrio tra rigore estetico e libertà espressive. Thinking of Alexander Skrjabin cita il sottotitolo, infatti il compositore russo è il grande ispiratore, o più semplicemente il pretesto per un percorso immaginifico, delicato, quasi sottovoce, colmo di colori, sfumature e guizzi ritmici. Trovesi e Petrin si portano dietro storie e percorsi musicali importanti, la comune curiosità verso linguaggi diversi, progetti condivisi. Una profonda conoscenza personale che permette loro di raggiungere notevoli livelli di interazione nel pieno rispetto dell’ascolto reciproco. Oltre ai brani legati ai preludi nelle dodici improvvisazioni ispirate alla tabella sinestetica, dove il compositore russo elabora un possibile legame tra lo spettro di colori e l’espressione musicale, i due improvvisano con una capacità sottrattiva unica che ci trasporta nel cuore del fascinoso misticismo skrjabiniano.

Gianluigi Trovesi alto sax, alto clarinet, piccolo

Umberto Petrin piano

  • CLAUDIO COJANIZ

STRIDE VOL.3 – LIVE” (Caligola Records)

Il viaggio di Claudio Cojaniz dentro il pianoforte jazz continua. Che nella scaletta di questo terzo volume live ci siano i Beatles (Michelle ), Umberto Bindi (Il nostro concerto), Violeta Parra ( Gracias a la vida) oltre gli irrinunciabili Monk ed Ellington come fari di luce vivida, poco cambia. E’ il jazzista che legge, interpreta materiali diversi, li affianca senza scandalo, rompe muri e steccati in un commovente percorso verso le origini. Cojaniz lo percorre esplorando con grande maestria lo stile stride in voga ad Harlem tra gli anni ’20 e ’30, superando però l’aspetto puramente tecnico-formale, trasformandolo in poetica, chiave di accesso per leggere contesti diversi e lontani. Lo aiutano i riverberi unici di uno Steinway&Sons B-211 del 1890. Una piacevole ricerca che conferma una profonda cultura pianistica ma lontana dal Cojaniz radicale ricercatore di qualche anno fa che in verità un po’ ci manca.

Claudio Cojaniz piano

  • PASQUALE INNARELLA QUARTET

MIGRANTES” (Alfamusic)

Per questo ultimo lavoro di Pasquale Innarella potremmo rispolverare un termine fuori moda da un bel po’: militante. Calza a pennello per un musicista che nei suoi progetti è rigorosissimo nel proporre un’idea di musica con una propria funzione sociale, di riflessione su tematiche come il lavoro, la terra, i diritti. Un jazz caldo, con venature mediterranee, lirismi passionali, ma anche strappi astratti. Innarella non specula certo sul tema dei migranti, lo fanno già in troppi di questi tempi, mette le sue ance a disposizione di una narrazione colma di colori e ritmi dove il quartetto è mirabile sia sul piano collettivo che dei soli in una notevole comunione di intenti. Nell’estensione del suono rollinsiano e nel citare il terzomondismo di Gato Barbieri il sassofonista si conferma un grande affabulatore che ci racconta storie umane bellissime ma anche tragiche.

Pasquale Innarella saxes – Francesco Lo Cascio vibraphone – Pino Sallusti double bass – Roberto Altamura drums

  • FRANCESCO PONTICELLI

KON-TIKI” (Tùk Music)

Kon-Tiki è la riprova di come il jazz contemporaneo italiano possa contare su una generazione di musicisti con ottime capacità compositive, creative e progettuali. Francesco Ponticelli da tempo si è messo in luce non solo per capacità strumentali ma soprattutto come organizzatore di suoni, di formazioni dove la sua scrittura, sempre sorprendente, venga esaltata in tutte le sue sfumature. Kon-Tiki è un caleidoscopio di ambienti sonori, a volte criptici, claustrofobici, ma anche aperti e sognanti. Una musica scritta percorsa da un flusso sonoro continuo dove a turno la formazione scrive sopra soli di notevole spessore. Il sax di Kinzelman si muove in una circolarità che toglie il respiro, il pianoforte di Zanisi è sempre alla ricerca del suono più intimo e profondo, la batteria di Morello è frizzante ma discreta quando serve. Ragazzi, avanti così!

Francesco Ponticelli doublebass and electric bass -Dan Kinzelman sax and clarinet – Enrico Zanisi piano and synth – Enrico Morello drums

  • LEO ORNSTEIN

COMPLETE VIOLIN SONATAS (Brilliant Classic)

Può anche succedere che un musicista venga ricordato più per i caratteri della propria biografia che per i valori artistici. Leo Ornstein (Kremenchuck – l’odierna Ucraina- 1893/ New York 2002) rientra in questa categoria. Emigrato a New York nel 1906 diviene pianista famoso e acclamato, riconosciuto compositore aperto alle tendenze moderniste. Ma, estraneo alla logica dello show business americano che lo promuove come grande virtuoso di scuola russa, Ornestein abbandona l’attività concertistica nei primi anni Trenta. Scomparirà completamente, la sua musica dimenticata. Solo dagli anni Settanta inizia una lenta riscoperta. In questo utile volume possiamo ammirare le Violin Sonata N°1 Op.26 e la N°2 Op.31, che ci sorprendono per lo stridente contrasto tra i caratteri tardo-romantici della prima e il cupo taglio espressionista della seconda. In Hebraic Fantasy per violino e pianoforte risaltano nella fresca cantabilità le radici ebraiche dell’autore. Una riscoperta da approfondire, portare avanti.

Francesco Parrino violin – Stefano Parrino flute – Maud Renier piano

  • XY QUARTET

ORBITE” (Nusica.org)

Coerente con una estetica, una ambientazione sonora e ritmica oramai riconoscibili XY Quartet ci offre con “Orbite”, dedicato agli eroi delle conquiste spaziali – da Gagarin a Carpenter, da Titov alla Tereshkova – un ulteriore documento di maturità espressiva. Una musica scritta, rigorosa, sghemba, dai caratteri cameristici che si apre a vie di fuga estranianti nella ripetizione, collettiva o negli a solo, di una frase, di un suono fino a perderne il senso iniziale. L’alto di Fazzini, dal caratteristico suono nasale, improvvisa, fraseggia introverso e danzante. Il basso acustico di Fedrigo disegna un substrato scuro e pulsante che il vibrafono di Tasca illumina con grappoli sonori leggeri e sognanti. La batteria di Colussi è metronomica quanto meticolosa nella ricerca timbrica. XY Quartet ci offre un jazz che sacrifica fisicità e calore, in nome di una scrittura, una estetica molto sbilanciata verso ambiti contemporanei.

Nicola Fazzini alto sax – Saverio Tasca vibes – Alessandro Fedrigo acoustic bass guitar – Luca Colussi drums

  • FRANCESCO GESUALDI

FRESCOBALDI • GESUALDO • SOLBIATI” (Brilliant Classic)

La fisarmonica di Francesco Gesualdi che scova nelle distanze stimoli creativi e progettuali, ci dimostra come le categorie antico e contemporaneo risultino fragili schemi mentali che non ci aiutano un gran che. Che è nella profondità della ricerca, nell’interpretazione, nel rifiuto di filologismi e accademismi che il musicista risalta quei valori che la rendono sempre nuova, attuale, rigenerata. La fisarmonica, strumento moderno che serba in un unico corpo strumentale risuonante tutte le caratteristiche degli strumenti a tastiera della tradizione, permette a Gesualdi di rileggere con rigore formale, libertà e ricche sfumature le partite e le toccate dei due Libri di Toccate di Frescobaldi (1615/1627) esaltandone la ricchezza dei movimenti contrappuntistici, la varietà delle situazioni musicali. Come in Gesualdo di Canzon francese del Principe (1620 circa) le luci e le ombre della trama espressionista, cromatismi, dissonanze sublimi e audaci. Immersa nella contemporaneità di Il movimento-da Gesualdo per Gesualdi – dedicatoli nel 2004 da Alessandro Solbiati - la fisarmonica esplode in un virtuosismo visionario giocando con un frammento armonico di Gesualdo, elaborato, espanso fino a trasfigurarsi in un labirinto di suoni e misteri.

Francesco Gesualdi accordion

  • ZENO DE ROSSI

ZENOPHILIA” (Auand)

Batteria, sax alto, trombone. Formazione non proprio usuale, sbilanciata sia sul piano dell’impasto sonoro che degli equilibri. De Rossi da anni ai vertici della batteria italiana con collaborazioni variegate e di prestigio con Zenophilia si butta in gioco anche come compositore. Il risultato è almeno ambiguo. Puntando su due talenti visionari come Bittolo Bon e Vignato ci aspettavamo materiali più adatti per far esprimere loro tutte le potenzialità creative. Con lunghi unisoni, fanfare, marce, ritornelli funky, De Rossi li costringe dentro spazi fin troppo delimitati. Una mini brass band. Il batterista che ha sempre amato il jazz delle origini lo trasporta nella trama compositiva dove cita spesso polifonie, intrecci dal sapore neworleansiano, giocosi ed energetici. Bittolo Bon e Vignato stanno al gioco, dimostrano tutto il loro valore, si ritagliano anche notevoli guizzi liberi (Cats, Marionette, Catfight) ma risentono complessivamente di una certa pianificazione. Un lavoro con luci ed ombre che dimostra quanto il passaggio da grande strumentista a leader-compositore risulti non automatico ma abbastanza complesso.

Piero Bittolo Bon alto sax, bass flute – Filippo Vignato trombone – Zeno De Rossi drums, percussion, whistle

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Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura dedicato a Il selfie del mondo di Marco d'Eramo

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Trentaquattro volte Gamo

Paolo Carradori

GAMO è come un’etichetta che trasmette fiducia, non vai nemmeno a leggere gli ingredient… basta la parola. Il Gruppo Aperto Musica Oggi difende da anni un territorio che si fa sempre più angusto, per problemi economici ma prim’ancora culturali. Quelle difficoltà nel programmare, senza affanni e tagli, una verifica costante dello stato delle cose in musica, rispetto a ricerca, nuovi linguaggi e tecnologie, autori e interpreti.

Nonostante tutto, sotto la guida artistica di Giancarlo Cardini e Francesco Gesualdi, l’istituzione musicale fiorentina timbra la stagione numero 34 – in collaborazione con il Conservatorio Cherubini - e lo fa con proposte di qualità.

Il primo appuntamento coinvolge il pianista Emanuele Arciuli tra gli interpreti più personali della scena concertistica degli ultimi anni. Programma sbilanciato sul fronte americano (Crumb, Resenzweig, Rzewski) a riprova della sua ampia visione e cultura pianistica. Quattro illustrazioni sulle metamorfosi di Vishnu (1953) di Giacinto Scelsi apre la serata.

Si piomba subito nella spiritualità scelsiana. Astrattismi che, in una e vera e propria scultura del suono, si accumulano creando un flusso di energia appena increspato da pulsioni ritmiche. Musica misteriosa, trasparente, che sei costretto a consumare subito, perché pare sfuggire, non solo ad una possibile catalogazione, ma ad una sua concreta sedimentazione. Arciuli evidenzia toni scuri e legnosi come per ancorarla, sottolinea una drammaticità che rimane sempre sullo sfondo.

Se il contrasto con il secondo brano è voluto, il risultato è centrato. Im Freien (1926) di Bela Bartok spazza via le nebbie scelsiane. L’attacco è fulminante, accordi pieni e caldi, ritmo incalzante, il rapporto con lo strumento estremamente fisico. Il percorso si fa poi più riflessivo, mantenendo una forza interna che si stempera in ambientazioni sospese. Il pianista prosciuga tentazioni virtuosistiche per lasciarsi andare in un finale emblematico. Cavalcata ostinata dove si respirano accenti popolari.

Eine Kleine Mitternachtmusik (2001), scritto da George Crumb proprio per Arciuli, è una suite composta da nove frammenti montati tra le note del famoso Round Midnight di Monk. Variazioni che mantengono sullo sfondo la composizione monkiana come un sogno. Opera multiforme, disseminata di citazioni (Debussy, Strauss, Wagner), quasi didattica nell’esporre le possibilità espressive di tutte le parti dello strumento che molto deve alle esperienze di Henry Cowell, il primo negli anni Venti a metterci le mani dentro prima del piano preparato del ciclone Cage.

Tre brani tratti da Point and Tales (2004) di Morris Rosenzweig sottolineano il clima poetico e intimo caratteristico del compositore americano. La ricerca del dettaglio, di ciò che pare insignificante e prende forma mettendo in gioco anche aspetti grotteschi, eccentricità, come in Go. Chiude Winnsboro Cotton Mill Blues (1977) di Frederic Rzewski. Ballata di protesta che espone in modo fin troppo schematico-descrittivo il battito ritmico e ciclico di macchine di cotonifici. Trappola estraniante dalla quale nascono elementi blues come segno di appartenenza, identità culturale del popolo afroamericano. Ma tutto rimane troppo in superficie.

Il premio alla carriera assegnato al compositore spagnolo Luis De Pablo ci permette di conoscere più da vicino l’artista considerato l’artefice del superamento del nazionalismo in musica del suo paese. In programma opere dedicate ai flauti di Roberto Fabbriciani e al fagotto di Paolo Carlini, e in prima assoluta Cuarteto Concertante (2012) per 2 violini, viola e fagotto obbligato.

I brani per i fiati in solitudine, parcellizzati in tanti brevi frammenti, evidenziano una rigidità compositiva, una perpetuazione di cliché che non solo limita, intrappola talento e virtuosismo dei due esecutori ma finisce per arenarsi in un mondo sonoro privo di passioni che guarda se stesso e raramente accende luci, lampi di poesia. Cuarteto Concertante è più coinvolgente. L’originalità è giocata sui ruoli strumentali.

Il fagotto non solo sostituisce il violoncello, scombinando le classiche sonorità della forma quartetto d’archi, ne diviene interprete, guida la musica. Carlini irrompe nella trama delle corde, ne esce, gioca sulla timbrica dello strumento, sposta gli equilibri. L’ensemble colora con eleganza lo sfondo, con ricche tensioni, qualche tentazione romantica, sfalsamenti che lo rendono mosso, a tratti fascinoso.

GAMO (Gruppo Aperto Musica Oggi)
34^ Stagione concertistica
Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze - Sala del Buonumore
12/15 dicembre 2013
Roberto Fabbriciani flauti
Paolo Carlini fagotto
Duccio Ceccanti violino – Clarice Binet violino – Carmelo Giallombardo viola

 

Gamo International Festival

Paolo Carradori

Se avesse senso stilare una graduatoria degli strumenti musicali che subiscono tutt’oggi pregiudizi, il peso di luoghi comuni, la fisarmonica risulterebbe ai primi posti. Il suo nomadismo culturale infatti, che l’ha vista attraversare soprattutto i territori del folclore, delle musiche popolari, come un certa propensione esecutiva a vuoti virtuosismi, ha sedimentato uno sguardo verso questo strumento spesso condizionato. Per modificare questa realtà poco è servito l’inserimento della fisarmonica nelle composizioni di autori come Čajkovskij, Berg, Stravinskij, Berio, Hindemith, Kagel, per fare qualche esempio.

Una letteratura che si è ampliata nel tempo ma poco ha influito sull’immaginario dello strumento aerofono. In questo panorama assume quindi grande interesse l’occasione offerta sul palco della Sala del Buonumore del Conservatorio di Musica di Firenze – nella programmazione del GAMO International Festival giunto al suo XXXV anno – da Breath per fisarmonica ed elettronica. Protagonista assoluto Francesco Gesualdi coadiuvato dalla preziosa regia del suono di Francesco Canavese.

Fisarmonica ed elettronica, una bella sfida. Il repertorio, tutto dedicato a Gesualdi, si è sviluppato durante una residenza del fisarmonicista al ZKM di Karlsruhe l’anno scorso, lì gli autori hanno registrato le tracce elettroniche usate nel concerto fiorentino. Apre Breath (2007) di Mauro Cardi, brano che dà il nome all’intero concerto. Omaggio al sospiro beckettiano, al teatro dell’assurdo, si snoda in una inquieta drammaturgia dove i campionamenti stendono una trama che la fisarmonica, a tratti la voce, percorre sospesa umanizzando il soffio del mantice. Gesto e coinvolgimento corporeo del musicista assumono la stessa valenza comunicativa del suono, anzi la rafforzano nella costruzione astratta di una performance estraniante.

Da soli paralleli (2014) di Gianluca Ulivelli svela una maggiore complessità, stratificazione compositiva. Evocando a suo modo la forma suite alterna momenti dove un materiale denso e scuro si confonde con i prismi luminosi dei suoni sintetici. La fisa poi rimane sola, esplora e disegna tenui colori pastello per poi tornare inquieta incontrando di nuovo l’elettronica in una caotica improvvisazione dove il musicista diventa corpo unico con lo strumento.

Turbolence (2014) di Ludger Brümmer punta ad una intrigante forma labirintica, nuclei ripetitivi che scorrono paralleli tra fisarmonica ed elettronica. I suoni sembrano rimbalzare, cecare una via d’uscita in uno spazio definito, angusto. Un’accumulazione che lentamente pare prendere una forma per poi subito contraddirla in una sospensione poetica. Peccato per un finale fin troppo autocompiacente nel suo richiamare in un’alba siderale cori lontani.

Marco Lenzi con Caccia spirituale per un fisarmonicista (2014) gioca a costruire un puzzle di isolette sonore e ti costringe a partecipare per riordinare almeno un po’ di tessere. Il gioco della fisarmonica sola da un girotondo di suoni acuti e gravi passa poi ad un motivetto leggero che Gesualdi fischietta. Note lunghe, frasi brevi ripetute, infine un uso percussivo dell’intero strumento rilasciano nell’aria una piacevole sensazione di incompiutezza.

Si finisce con il pezzo più criptico della serata: Al di là dei miei uragani (nuova versione 2014) di Nicola Sani. I soffi del mantice costruiscono una spazialità, un ribollire di suoni quasi mistico. Ombre si muovono misteriose. Voci si confondono. La fisarmonica percussione. Pura ricerca sonora.

Con Breath Gesualdi ci fa riflettere in modo emblematico su come, in questo contesto, un linguaggio alquanto “datato” dell’elettronica evapori di fronte alle potenzialità e le soluzioni creative del proprio strumento, e su come il valore compositivo, l’idea che sta dietro la musica, sia irrinunciabile anche nella ricerca più avanzata e radicale.

GIF - Gamo International Festival
Sala Del Buonumore – Conservatorio Di Musica L. Cherubini Firenz
Lunedì 9 marzo 2015
Breath per fisarmonica ed elettronica
Francesco Gesualdi fisarmonica
Francesco Canavese (Tempo Reale) regia del suono