Intorno alla maternità surrogata

surrogSi discute molto in questi giorni di maternità surrogata, tema di fronte al quale sono rarissime le persone che si dichiarino indifferenti e che vede contrapporsi posizioni diverse, tali da escludere, almeno all'apparenza, la possibilità di una mediazione. Nello speciale che presentiamo oggi, proponiamo tre interventi che affrontano la questione da prospettive, appunto, assai differenti - non per sottrarci a una assunzione di responsabilità, ma perché, come scrive qui sotto Letizia Paolozzi, mettere in dubbio le nostre sicurezze è forse l'unico modo per procedere lungo un percorso complesso, il cui esito (ancora ignoto) dipende essenzialmente da noi, come individui e come parte di una collettività.

I fantasmi della maternità

Letizia Paolozzi

«È nato un bambino». Va da sé che è nato perché una donna ha deciso di metterlo al mondo. In seguito quel bambino soffrirà, proverà piacere, dolore, amore. Muoverà i primi passi nel mondo anche grazie alle fate madrine che a volte affiancano, si avvicendano, si sostituiscono alla madre. Scrive Paul B. Preciado (sull’Internazionale dell’8 marzo): «È venuto il tempo di onorare i molteplici ed eterogenei legami che ci hanno costruito e che ci tengono vivi». D’altronde noi siamo le nostre relazioni, i nostri legami. Ancora nella pancia della mamma, e poi nella maturità e nella vecchiaia. Se ne può discutere eticamente, politicamente. E legislativamente. Il DDL Cirinnà ha cercato di farlo. Attraverso l’articolo 5 (stepchild adoption), poi stralciato, nel quale era indicata la possibilità dell’adozione, da parte di uno dei componenti di una coppia omossessuale, del figlio, naturale o adottivo, del partner.

Uno stretto legame tra ricorso alla maternità surrogata e adozione non è dimostrato. Eppure quell’articolo ha provocato tensioni, risvegliato il fantasma dell’avversione per gli omosessuali (che pareva scomparso) e della disistima (all’apparenza sconfitta) nei confronti delle donne. Nonostante non siano loro i «richiedenti» principali della maternità surrogata, bensì le coppie eterosessuali (sposate) con problemi di sterilità, la pubblica riprovazione si è appuntata sulle coppie di maschi omosessuali. È intervenuta pure la vicenda del personaggio pubblico Nichi Vendola e del suo compagno a spargere sale sulla ferita. Omogenitorialità sentita come una minaccia?

Se è così, ha ricominciato a spaventare chi – donna o uomo – vede nell’adozione e nella filiazione da parte di e delle omosessuali la tomba della famiglia tradizionale e del matrimonio (al quale verrebbero assimilate le unioni civili); turba i sonni di quante scoprono nella pretesa di paternità biologica del gay una più generale voglia maschile di sostituirsi alla madre. Anzi, di eliminarla. Saremmo al ritorno in forze del patriarcato.

Il depennamento dell’articolo 5 ha lasciato delle creature per metà orfane. Un gesto violento nei confronti della vulnerabilità e fragilità dei già nati. In questa situazione, con tanti nodi da sciogliere, le posizioni si sono radicalizzate. Invece di provare ad attraversare i passaggi simbolici e sociali, si preferisce saltarli supponendo di avere già le conclusioni in tasca. Eppure conosciamo una varietà di situazioni e di storie: donne che abortiscono e dopo piangono disperate; altre che dopo sorridono. Donne che portano un figlio nella pancia per amore o perché credono che la famiglia con quel terzo si rinsalderebbe quando compaiono le prime crepe. Conosciamo uomini che fuggono all’idea di diventare padri; altri che invidiano la potenza femminile nel riprodursi; altri ancora che suppongono di poter imitare, con l’aiuto della scienza, la maestria femminile dell’allevare. Conosciamo bambini che escono la domenica con due padri mentre stanno, durante la settimana, con due madri. Bambini che hanno perso le tracce dei genitori biologici, oppure che i genitori biologici hanno deciso di dare in adozione. Bambini venuti al mondo grazie a una o più donne. Bambini che avranno una domanda da porre sulla propria origine, sull’esperienza che li legava a quel ventre, a quei suoni.

Ascoltando le tante voci di madri lesbiche e padri gay, madri e padri single, coppie sterili e coppie che delirano sull’autonomia e l’individualismo, confesso che mi manca il coraggio di pronunciare un discorso scevro di ripensamenti e di dubbi.

Giusto difendere il corpo (e la mente) femminile; indicare dei limiti; diffidare delle prospettive aperte dalle tecnoscienze; rifiutare la mercificazione e l’assenso, in condizioni di necessità, alla gestazione per conto di altri. Ma come si quantifica la necessità? E poi, lei che «si presta», da soggetto pensante e incarnato della differenza sessuale, viene retrocessa a vittima sottomessa, mercificata, preda del neoliberismo. Non ci sarà misoginia in questa retrocessione? Mentre lui che sfida una genitorialità impossibile, risulta colpevole di egoismo, narcisismo sconfinato, desiderio senza limiti. Non ci sarà omofobia in questa colpevolizzazione? Vero è che il desiderio di paternità rappresenta qualcosa di più che un semplice capriccio o una concessione alla moda. Piuttosto indica l’aspirazione, forse confusa, a una famiglia «normale». Per contrastare, appunto, il pregiudizio nei confronti delle persone gay.

Certo, un uomo dovrebbe andarci molto cauto sulla relazione madre-figlio, dal momento che non la conosce direttamente. In fondo, anche nell’assistere al parto, osserva sempre a debita distanza quello straordinario evento. Non derubiamo la nascita alla competenza femminile: senza esaltarla, però, escludendo ogni altra relazione. Tanti anni fa si gridava: «L’utero è mio e lo gestisco io». Vogliamo scalpellarlo via dalla memoria? Peraltro, in questo scontro tra diversi protagonismi, c’è un bambino che rischia di essere dimenticato.

Vale la pena di continuare ad ascoltare e modificare le nostre sicurezze. A volte le oscillazioni sono preziose. Indicano che non è giusto chiudere le riflessioni e che sulle relazioni e sugli scambi, soprattutto sulla dipendenza e sulla cura, c’è ancora molta strada da percorrere.

Orfani con cinque genitori

Nicoletta Tiliacos

Era il 1986 – sembra già preistoria – quando il primo caso di maternità surrogata contrattualizzata secondo un accordo tra privati (il «caso Baby M») divise l’America. Una donna sposata aveva accettato, d’accordo con il marito, di farsi inseminare artificialmente da un uomo a sua volta sposato, con la promessa che, alla nascita, il bambino (in quel caso una bambina) sarebbe diventato legalmente figlio della coppia committente, dietro pagamento di un compenso. La donna poi ci ripensò, si rifiutò di consegnare la piccola, e per la prima volta – nell’America che sacralizza gli accordi tra privati purché liberamente stipulati – i giudici si trovarono a dover decidere della validità di una transazione che aveva come oggetto un bambino. Era preistoria, l’abbiamo detto, e la gestante era anche, a tutti gli effetti, la madre biologica della neonata. Oggi, per non correre certi rischi la regola è di dividere in due l’apporto biologico materno: ovocita di una donna, utero di un’altra. Come dire: due madri biologiche uguale nessuna madre, una più una equivale a zero.

Trent’anni dopo, ci si chiede perché continuare vietare la maternità surrogata, detta anche «di sostituzione» – o «gestazione per altri», definizione che omette ogni pericoloso riferimento al materno – visto che «in tanti paesi si fa». Ci si chiede perché, se c’è un incontro di libere volontà, non debba essere possibile il «dono» di una gravidanza a chi (per motivi di salute, di età o di sesso, nel caso di una coppia di uomini desiderosi di essere padri) non può avere figli per conto proprio. E ci si chiede perché limitare la libertà femminile, quando si esprime nella volontà di usare il proprio corpo con spirito imprenditoriale: vendere ovociti per le donne dell’est europeo (la costante universale è il desiderio di «bianchezza» unita a bellezza, altezza, all’occorrenza biondezza e altre virtù verificabili su appositi cataloghi), o surrogare una gravidanza per le indiane o le messicane o le thailandesi o le nepalesi e le vietnamite, sono diventati modi di incrementare miseri bilanci famigliari. Scrivono le sociologhe australiane Melinda Cooper e Catherine Waldby in Biolavoro globale (DeriveApprodi 2015) che «la biologia riproduttiva umana è diventata una vera e propria forma di lavoro economico in alcuni settori chiave della bioeconomia». Anche là dove più si accredita la versione del dono solidale – l’America o il Canada o l’Australia – perché impedire a un’operatrice di call center di affittare l’utero per trenta-quarantamila dollari che non riuscirebbe mai a mettere insieme in altro modo?

Sosteneva Hans Jonas che «la vera minaccia comportata dalla tecnologia fondata sulle scienze naturali non risiede tanto nei suoi mezzi di distruzione quanto nel suo tranquillo uso quotidiano». È passata la convinzione che la frammentazione insita nelle tecniche di procreazione artificiale (attorno alla culla di un nuovo nato possono esserci fino a cinque soggetti: genitori committenti, donatrice di ovocita, donatore di sperma, madre gestazionale-partoriente) renda la gravidanza il semplice pezzo di una catena di montaggio. Ma l’utensile per ottenere il figlio è una donna in carne e ossa, coinvolta ventiquattro ore su ventiquattro per nove mesi (non considerando la preparazione ormonale alla quale una donna non incinta deve sottoporsi per poter accogliere l’embrione) e in un evento come il parto.

Si dimentica che la gravidanza è un unicum, scrive in Corps en miettes (Flammarion 2013) la filosofa femminista francese Sylviane Agacinski, come la nascita e la morte: «non solo non assomiglia a nient’altro, ma non può essere pensato in analogia con altre cose». Una gravidanza interessa la totalità psicofisica di un essere umano di sesso femminile. Dato di fatto oscurato dall’idea che esista un diritto a ottenere un figlio in grado di legittimare qualsiasi metodo di procreazione. Compresa la compravendita di un bambino che passa per la compravendita di un «servizio gestazionale», di una «gravidanza delocalizzata», di «fertilità esternalizzata». Mentre dovrebbero essere «le condizioni etiche e giuridiche della procreazione a decidere i mezzi possibili di fondare una famiglia». A decidere dovrebbe essere la nostra idea di persona, di diritti, di dignità dell’individuo in generale e delle donne in particolare, di ciò che è disponibile o non disponibile, anche assumendo l’ottica dell’autodeterminazione. Come mai la vendita di un rene, che pure è praticata nei paesi più poveri – anche lì c’è un mercato, per quanto clandestino, e anche lì c’è un incontro di volontà – è ovunque proibita? Si ammette solo il dono tra consanguinei, esattamente per impedire compravendite mascherate da solidarietà. Cioè quello che avviene sempre nella maternità surrogata, fatta eccezione per rari casi di accordo tra parenti. Con altri tipi di guai. Basti pensare al caso recente della coppia gay inglese in cui la sorella di uno dei due uomini ha offerto il proprio utero salvo poi rifiutarsi, anche lei, di consegnare il bambino alla nascita (poi ha dovuto farlo).

E dire che nel caso della compravendita di un rene esisterebbe una giustificazione ben più pesante – salvare una vita – rispetto al soddisfacimento del pur comprensibile desiderio di un figlio. Invece no, non si può. Giustamente. Neppure, a giustificare l’ammissibilità del libero mercato di organi, può intervenire l’idea che «è meglio normare la pratica e renderla così più controllata e sicura per tutti». Tutto si può, invece, tutto può essere ammissibile quando in ballo c’è un corpo di donna e quella sua «funzione» non separabile da lei. Là dove la maternità surrogata è legalizzata o tollerata si accetta di programmare l’abbandono di un neonato; si pianifica serenamente di separare subito il nato dalla madre che lo ha partorito. Bisogna scongiurare nella gestante-partoriente il sorgere di qualsiasi attaccamento all’essere che ha messo al mondo, e a quest’ultimo di vivere in continuità carnale e psichica con l’esperienza prenatale che per qualsiasi bambino è considerata essenziale, e che può venir meno solo per motivi gravissimi: la morte o la malattia della madre o il rifiuto del figlio da parte della donna che non vuole tenerlo. Per questo i figli della surrogata sono sempre orfani, nonostante la sovrabbondanza di soggetti che contribuiscono alla loro venuta al mondo. Sono orfani anche perché sarà loro negata, nella stragrande maggioranza dei casi, la verità sulla loro origine, nel senso che non conosceranno mai la madre che li ha partoriti. La pratica della maternità surrogata conta sulla disumanizzazione della madre non meno che del figlio. Una coppia così sovversiva che da sempre si prova a dividerla e a depotenziarla.

Retorica del materno? Ma come mai la retorica stucchevole del dono, della solidarietà con chi non può avere figli, della infinita generosità e oblatività femminile, deve funzionare solo per giustificare la maternità surrogata? In un’inchiesta realizzata per «la 27ora» da Monica Ricci Sargentini la responsabile di una clinica californiana, dopo aver spiegato che molte coppie preferiscono madri portatrici lesbiche, perché è disturbante l’idea che la donna abbia rapporti sessuali con un uomo mentre «fabbrica» il figlio, inneggiava al grande «banchetto d’amore» in cui consisterebbe l’intera faccenda.

Non esistono, né in California né a Mumbai, donne benestanti disposte a esercitare il loro altruismo in questo campo. Dovrebbe bastare per squalificare la pratica della gestazione per altri, per rivelarne l’aspetto misogino, se non schiavistico. Un filo unisce la madre surrogata che in Florida o in Canada si impegna, nero su bianco, a osservare uno stile di vita regolato nei minimi particolari, al fine di consegnare un prodotto privo di difetti, alla donna povera indiana, che trascorre i nove mesi di attesa in fattorie procreative dove è ben nutrita ma praticamente segregata (per un compenso mai superiore agli ottomila dollari: questo decreta il mercato). Tutto ciò in attesa che si compia un’ulteriore, grande mutazione antropologica nella filiazione. Lo ha prefigurato pochi giorni fa la deputata europea belga Petra De Sutter, nel chiedere di «riconoscere il diritto degli Stati membri del Consiglio d’Europa di disciplinare o vietare la maternità surrogata a livello nazionale come meglio credono». La maternità surrogata è una realtà, ha aggiunto, «e tale resterà finché non si sarà inventato l’utero artificiale». Ci si mette davvero poco (almeno sul piano teorico) a passare da certi banchetti d’amore alle «camere di decantazione» immaginate da Aldous Huxley nel suo totalitario Mondo Nuovo, dove non si nasce più da una donna in carne e ossa, ma appunto da uteri artificiali. Tutti, finalmente, figli di nessuno.

Uomini autentici e no

Francesco Galofaro

La concomitanza tra l’approvazione della legge Cirinnà, che regola le convivenze civili, e la nascita del figlio di Nichi Vendola, ottenuta attraverso la maternità surrogata, ha scatenato una polemica violenta e volgare con tratti di fondamentalismo, che ha scompaginato le tradizionali antropologie di destra e di sinistra e ha visto l’inedita convergenza tra miti cattolici e rudi marxisti. Così Giorgio Cremaschi senza troppo argomentare giudica il così detto «utero in affitto» (come se si dovesse per forza trattare di un contratto di locazione) una «violenza di classe, perché sono le donne povere che per necessità vendono e le coppie ricche che comprano»; Laura Boldrini esprime riserve perché «si tratta di una pratica che si presta allo sfruttamento del corpo della donna»; contemporaneamente i nemici della «teoria gender» sostengono che con l’utero in affitto la libertà della donna si è spinta troppo oltre. Anche a destra desta scandalo che il mercato possa portare alla violazione di una «legge di natura». Così Sgarbi dichiara: «Quel bambino è una persona che si sono costruiti a tavolino, come un peluche»; secondo Sandra Savino (FI) «il “figlio” di Vendola è una vittima dell’egoismo di due persone che non possono avere bambini ma grazie a una carta di credito riescono a stravolgere la natura»; Beppe Grillo se la cava enunciando un assioma degno dei sistemi di logica modale: non tutto ciò che è possibile fare deve per questo accadere. Con sfumature, tutti i protagonisti della convergenza bipartisan contro la maternità surrogata si trovano d’accordo sulla reazione da adottare: occorre rendere l’utero in affitto un reato penale, e c’è perfino chi ha chiesto l’arresto di Vendola. Ma se effettivamente la donna che affitta il proprio utero fosse il soggetto debole, costretto ad agire così a causa di povertà ed indigenza, sarebbe etico criminalizzarla istituendo questo reato? E il proibizionismo risolve o aumenta le distanze tra le classi, creando territori di privilegio per nababbi abituati pagare per la realizzazione di ogni capriccio? E proibire questo genere di pratiche in Italia cancella forse i tanti far west dove esse vengono praticate in spregio ad ogni regolamentazione e ad ogni considerazione etica, o ne aumenta solo il fatturato?

Un appello alla pietà vorrebbe poi che ogni bimbo piccolo abbia diritto al tepore del corpo materno, al suo latte, e che i figli della maternità surrogata siano in qualche modo orfani coatti. Ma non esiste alcun diritto del bambino ad avere una madre, o i vedovi sarebbero obbligati a risposarsi. E non è sostenibile che chi è cresciuto col latte artificiale sia per questo un nevrotico o una persona infelice. Inoltre, non è vero che una cattiva madre sia meglio di nessuna madre: dobbiamo obbligare chi ha prestato il proprio ventre alla maternità surrogata a riprendere con sé un bambino che non ha mai avuto intenzione di crescere, speculando sull’inconscio e sull’istinto genitoriale? Non faremmo meglio a sbarazzarci di certa retorica mammista?

Un secondo luogo comune molto frequentato è la richiesta di favorire le adozioni – nel caso della sinistra, anche quelle gay. Eppure qualcosa non torna in questa opposizione tra maternità surrogata e adozione. Mi sembra possibile dimostrare che essa riposa sulle contraddizioni irrisolte della cultura occidentale, sui suoi grandi miti, sui suoi fantasmi.

Viviamo in un’epoca in cui è possibile estendere la proprietà privata a una forma di vita, ad esempio a un fermento lattico creato in laboratorio. Tuttavia, un genitore gay non può adottare il figlio del convivente. Vediamo quindi un’opposizione tra la proprietà privata, forma giuridica nuova e vincente sul piano storico, e l’adozione, il cui istituto precede il capitalismo ed è testimoniato fin dall’alba della nostra cultura. Si tratta di un conflitto tra due diversi regimi semiotici: quello contrattuale, per cui la società è costituita da una serie di relazioni economiche tra individui improntate all’interesse privato, e quello pre-contrattuale, che vede la società come la realizzazione di un ordinamento perfetto e naturale i cui interessi trascendono quelli dell’individuo. È un’opposizione che si trova anche nella filosofia del diritto di Hegel: il filosofo assegnava allo Stato il compito di risolvere questa dialettica. Non è strano dunque che la sinistra erediti questa impostazione culturale attraverso letture superficiali del marxismo. La maternità surrogata è così dipinta come frutto di un mercimonio reso possibile dai saperi più avanzati del capitalismo maturo, della genetica, della medicina, in opposizione all’adozione.

Ma è così vero che l’adozione vive una sorta di extraterritorialità rispetto al capitalismo, alle differenze di classe, allo sfruttamento? Se è vero in genere che il capitalismo sussume sotto di sé istituzioni nate in regimi economici precedenti, come il feudalesimo, così anche l’adozione risente della capacità del capitalismo di strutturare le relazioni sociali sul modello di quelle economiche. Innanzi tutto, chiediamoci da quale classe sociale provengono i bambini adottati. A quale ceto appartengono i 400 bambini abbandonati alla nascita ogni anno in Italia? Consideriamo poi che per poter adottare un bambino da un orfanotrofio italiano occorre subire un processo lungo e che costa cifre a quattro zeri. Per questo motivo si adotta all’estero. Basta dare una scorsa ai Paesi in cui si adotta, ed ecco che le differenze sociali tornano a galla: Congo, Burkina Faso, Brasile, Colombia … Sono i numeri di questo processo a essere ben più rilevanti rispetto al fenomeno dell’utero in affitto. L’Occidente ricco ha depredato per decenni il resto del mondo di quei figli che non è in grado di mantenere: figli di disperati, di casi sociali, bambini abbandonati o strappati via a madri che non possono permetterseli. Tuttavia, siamo portati a considerare la pratica dell’adozione altamente morale, tralasciando quegli aspetti di classe che nel caso della maternità surrogata ci impressionano tanto. Dunque non vi è vera contraddizione tra dispositivo contrattuale capitalista e adozione: abbiamo piuttosto una sorta di stratificazione geologica. Il capitalismo si caratterizza per la forza travolgente di imporre le proprie forme a ogni tipo di legame sociale, ristrutturandolo, che lo si consideri morale o meno. L’argomento della carta di credito, insomma, non è rilevante: esso dovrebbe portarci a condannare anche l’adozione. Del resto, quasi tutto in regime capitalista ha un prezzo e non si fanno sconti al proletariato. Anche la fecondazione assistita, dati i suoi costi, rischia di essere discriminante in assenza di uno stato sociale degno di questo nome.

Ne è passato di tempo, da quando Carlo Marx invitava ad attaccare la morale borghese e a denunciare gli interessi che ipocritamente essa copre. Perfino gli irriducibili simpatizzanti del trotzkismo sembrano aver introiettato il modello della famiglia eterosessuale. Quale sostanza si nasconde davvero sotto la verniciatina di marxismo che ritroviamo in alcuni argomenti contro la maternità surrogata? In cosa adottare un bambino strappandolo alla famiglia, alla classe e alla cultura di origine sarebbe più morale di un accordo, regolamentato dalla legge in modo che si eviti il far west, che consenta a una coppia gay di divenire genitori attraverso la maternità surrogata? Alcuni sostengono che il bambino appositamente «fabbricato» vada a occupare una casella vuota che altrimenti sarebbe destinata a un bambino più sfortunato. Si tratta di un argomento molto pericoloso, che implica un’opposizione tra bambini «costruiti in laboratorio» e bambini autentici, e che di per sé dovrebbe portare al rifiuto non solo della maternità surrogata, ma anche del concepimento in provetta e di ogni forma di fecondazione artificiale, sia omologa sia eterologa. Essa chiama in causa uno dei grandi miti negativi del Novecento, quello della tecnica, della sua onnipervasività amorale, che trascina il cambiamento culturale al di là di ogni ragionevole controllo politico da parte dei soggetti coinvolti. Come tutti i miti, è intimamente contraddittorio e forma la soggettività di tutte le parti in causa. Il mito del patrimonio genetico agisce infatti su coloro che ricercano un figlio «più autentico» perché la naturalità di tale legame sarebbe in qualche modo certificata dalla biologia. Gli aspetti pratici, tecnici, legati al sapere e alla cultura che rendono possibile la costruzione di questo legame passano in secondo piano. D’altro canto, coloro che associano un valore negativo alla tecnica giudicheranno più autentico il figlio adottato, sempre che non considerino contro natura l’idea stessa delle adozioni gay; il fatto che l’istituto dell’adozione sia perfettamente culturale passerà allora sullo sfondo. A ogni modo, ciò che è veramente inumano in questo metro di giudizio è che esso suppone una distinzione biopolitica tra esseri umani autentici ed inautentici. Chi la pensa così è invitato a spiegare a un bambino nato dalla maternità surrogata (o dalla fecondazione assistita) che sarebbe stato meglio per lui non essere nato. Se apparteniamo ancora all’umanità, questa è la sola idea che dovrebbe ancora ripugnare alle nostre coscienze.

Un ricordo di Stefano Tassinari

Francesco Galofaro

Vorrei congedarmi da Stefano Tassinari: dall’intellettuale e dal militante. Me lo presentarono una sera ad una festa di Liberazione, tanti, tanti anni fa. In principio, mi parve diffidente: la cerchia di semiotici ed intellettuali un po’ snob del «giro» di Eco rappresentava un modo di intendere la cultura molto distante dal suo. In seguito, il cuba libre allo stand cubano con Stefano sarebbe divenuto un rito di passaggio obbligato delle mie serate estive. Non cessò mai di essere «militante», nel senso più vero e genuino del termine. Una passione reciproca, quella con Rifondazione; come nei più solidi rapporti amorosi, comprendeva anche un fondo di mutua incomprensione. Attendevo i suoi interventi politici fustigatori: non siamo mai riusciti a mettere al centro della nostro interesse la relazione tra cultura e politica - un ritardo della sinistra.

Dopo le riunioni, o nei corridoi, nei momenti di stanchezza, si discuteva a spizzichi e bocconi di letteratura, della quale Stefano aveva il culto. Non ho avuto occasione di parlare di letteratura polacca con altre persone, a Bologna. Stefano era parte di quel ristrettissimo novero di autori che, oltre a scrivere, si dà anche la pena di leggere. Era un profondo conoscitore degli altri. La scrittura contemporanea è parassitaria rispetto al cinema, alla fiction… Stefano al contrario era uno zelota della lingua. A fare la differenza, ripeteva, è la qualità della lingua. Una lingua che si fa teatro, lettura pubblica, collaborazione con musicisti; una lingua che permette alla storia di uscire dal volume, e che trasforma la presentazione del romanzo in un momento elevato di comunione e di condivisione. Così erano le sue serate all’ITC di San Lazzaro.

L’ultima volta che l’ho visto, presentava una serata su Bianciardi, cui aveva dedicato anche un numero della sua rivista, dal rematico titolo «Letteraria». In Bianciardi lo appassionava il «lavoro culturale». Un’espressione che ha sicuramente un senso chiaro, ed uno più nascosto. La cultura, la letteratura, è lavoro nobile e impegnativo quanto gli altri; non è lo stile di una forma di vita parassitaria, non è il superfluo cui dedicare il tempo libero, non è la voce del bilancio da tagliare. Il senso secondo, più recondito e poggiato su assonanze remote, è che il lavoro culturale è lavoro politico militante: non conosce orari, è totalizzante, ci dedichiamo ad esso con tutti noi stessi, fino in fondo, fino a farci spremere e sfruttare, fino alla fine.

Quella sera, quell’ultima sera alla Scuderia, Stefano non riusciva più a leggere, e mi chiese di farlo al posto suo. Fu in fondo un momento molto intimo, con la compagna di Bianciardi, Mara Jatosti, con Alberto Bertoni, Niva Lorenzini, Mario Dondero che rubava qualche scatto qua e là. Ma fu da parte di Stefano anche un rigoroso esempio di lavoro intellettuale portato a fondo, a dispetto della sua travagliata passione corporale, fino alla fine.

Berlusconi e la questione maschile

Francesco Galofaro

Scrivo questo intervento sull’onda del dibattito che ha preceduto e seguito la manifestazione delle donne del 13 febbraio, in particolare sul Manifesto e Liberazione. Diversi sono stati gli inviti agli uomini perché palesassero il loro punto di vista sui motivi per cui il desiderio sessuale maschile è ancora legato a ruoli gerarchici e di dominio. Anche su Alfabeta2 abbiamo letto l’intervento di Fausto Curi. Vorrei aggiungere qualche elemento di riflessione senza raccogliere una qualche bandiera; la misura in cui queste mie osservazioni riflettano anche l’opinione di qualcun altro non è affar mio. Leggi tutto "Berlusconi e la questione maschile"