Peter Sloterdijk, o del pensare pericolosamente

Federico Francucci

Accolto alla sua uscita in Germania (nel 2014) da recensioni furibonde confinanti con l’attacco isterico, e ora meritoriamente portato in Italia da Mimesis, I figli impossibili della nuova era è senza dubbio il libro di Peter Sloterdijk più importante tra quelli seguiti a Devi cambiare la tua vita, il massiccio tomo sulle ascesi mondane come esercizi antropotecnici di autocostituzione e automiglioramento uscito nel 2009 (Cortina 2010). Ma anche il suo libro che – oltre a sfidare e stimolare, come sempre – più disorienta e irrita. Queste sono pagine in cui si sta sempre scomodi, che obbligano il lettore a schivare i frequenti e sfacciati colpi bassi, e a un continuo lavorio di confronto, distinzione, riformulazione. Mai come in questo caso, mi pare, Sloterdijk ha pianificato di far saltare i nervi un po’ a tutti, vestendo in prima battuta i panni del reazionario intempestivo per pungolare il pensiero «di sinistra» (mi si passi la semplificazione), ma ridicolizzando subito dopo quegli stessi panni, e insieme coloro che pensano ancora di poterli vestire seriamente: riuscendo nel frattempo a buttare giù i cappelli dei moderati democratico-liberali. Riprendere la domanda posta da De Maistre all’indomani della Rivoluzione francese – come ha potuto Dio permetterla? – e farne il vertice di un triangolo di interrogativi fondamentali (gli altri sono il «che fare?» di Černyševskij e il «non è il nostro un continuo precipitare?» di Nietzsche) sull’illegittimità del moderno, sull’incertezza che lo accompagna e sulla sua corsa in avanti è un gesto puramente provocatorio, dato che lo stesso Sloterdijk definisce a stretto giro «comatoso» il «pensiero» legittimista e restaurativo del primo Ottocento (e tutti gli altri, si direbbe). Non è affatto un caso che alcune delle pagine migliori del libro siano dedicate a Dada, e alla sua radicale ricerca di un senso-zero altamente urticante.

È una scommessa che può funzionare oppure no, e che presenta ovviamente i suoi rischi. Ma penso abbia ragione Žižek quando ascrive Sloterdijk al novero dei filosofi dediti a un thinking dangerously che merita la massima attenzione; anche quando, come qui, non mancano cadute fragorose. Valga per tutte il caso dell’asserita continuità tra rivoluzione bolscevica e terrore staliniano, col corollario della sostanziale equivalenza tra stalinismo e nazismo in nome della teoria degli opposti estremismi: due luoghi comuni della storiografia più lividamente anticomunista (anche se qui praticati con un avvitamento supplementare e spiazzante, di cui fra poco).

Impossibile arrivare alla logica dei Figli impossibili senza comprenderne la retorica. Le ambizioni di questo compendio di storia universale della trasmissione culturale tra generazioni, o smodato romanzo di padri e figli non biologici (con tanto di galleria di figure emblematiche che fa il verso ai grandi panorami hegeliani e ai suoi universali concreti), in cui la modernità (la Neuzeit del titolo originale) è fase fondamentale e dissestante ma non certo unica, si capiscono solo chiedendosi quale sia l’attitudine operativa di Sloterdijk. Arriviamo subito al punto della questione, facendo torto all’aspetto di performance del libro, brillantissimo e animato da un continuo movimento (impossibile da seguire qui), con l’obiettivo di cercarne la ragione profonda. Sfrondando al massimo, qui si inscena la vicenda dell’ambivalenza di ogni lascito culturale, solida base e peso insostenibile: ogni figlio può essere enfant terrible, ogni genitore può essere padre distruttivo. Ereditare dai padri significa sempre, in qualche misura, traviare l’eredità spesso avvelenata: ovvero diventare culturalmente bastardi. La modernità sarebbe l’epoca in cui ambivalenza e ibridazione bastarda raggiungono il massimo grado di intensità compatibile con il funzionamento del «motore» culturale e simbolico della civiltà; l’epoca in cui le uscite dal solco pretracciato (i de-liri) e la corsa o il «crollo in avanti» prendono il sopravvento sulla scena storica e psichica, configurandosi come nuovo assetto normativo impossibile da tramandare se non attraverso livelli sempre più folli di rilancio (è la «legge dell’autoradicalizzazione crescente»). Ecco, per tornare all’esempio della Russia comunista, che la delegittimazione ed eliminazione dell’ordine vigente in favore di un ordine nuovo operata dalla Rivoluzione d’ottobre può essere continuata unicamente, da parte del successore di Lenin, come eliminazione dei padri di quella rivoluzione, per fare, coerentemente con l’idea stessa di rivoluzione, terra bruciata alle sue spalle.

Il risultato di questa tendenza a smarcarsi da ogni vincolo ereditato e da ogni condizionamento, nel nome di una continua autocreazione (smaglianti, a tal proposito, le pagine su Emerson e sull’America), o di una imitazione non più verticale o diacronica ma orizzontale (non più «processi di copiatura» dai padri ma una comunità di figli sempre più differenziata internamente, che rifiuta di avere un padre o di diventarlo) produce un eccesso incontrollabile del desiderio, come una ricostruzione molto vulgata continua a dirci da anni e come anche qui si può leggere (con la solita strategia del multipiano ironico Sloterdijk descrive su tutti i fronti il nostro tempo, in termini di ecologia culturale, come un’età delle emissioni inquinanti e degli effetti collaterali non gestibili). Ma non c’è una sola frase dei Figli impossibili che auspichi la «terapia» dei valori etici come mezzi di (auto)controllo o il ritorno a una Legge come barriera simbolica. Il punto è che lo stesso Sloterdijk agisce qui come un enfant terrible, scrivendo una paradossale storia della sconnessione genealogica o dello «iato» dal punto di vista di chi, questo iato, non può e soprattutto non vuole sanarlo. Nonostante il vorticare di maschere, nel libro non si trova, a mio parere, alcuna nostalgia per le perdute «epoche della legittimità», né si attende alcun dio che venga a salvarci.

Volteggiando nell’archivio della cultura e prendendosi molte libertà Sloterdijk dimostra, ha sempre dimostrato, come un’avventurosa e arrischiata impresa individuale, senza padri né vincoli patrimoniali ma semmai grazie a una consistente apertura di credito, in questo caso una vastissima area del pensiero dell’umanità presa in prestito grazie allo studio intensivo (un autoinvestimento confinante con l’estorsione), possa ripagare il debito nella moneta sonante di nuovi racconti filosofici in grado di concatenare in maniere originali e persino inaudite passato e futuro. E dato che l’individuo si definisce, con uno dei tanti hegelismi bastardizzati che si incontrano tra queste pagine, come «colui che porta in sé un mutamento culturale», ciò che Sloterdijk sembra temere davvero non è certo lo iato e nemmeno il diluvio o la marea che troviamo ad apertura di libro (il motto di Madame Pompadour, Après nous le déluge, letto come antesignano semiconsapevole di Sade e del già citato De Maistre), ma la stagnazione inerte, il «delta» su cui questo arriva a chiudere, facendone l’emblema del nostro mondo; un delta in cui non si può nemmeno più discutere di ibridazione e bastardismo genealogico, perché la trasmissione verticale è un problema uscito completamente dall’orizzonte e dalle agende.

Ma tale «hyperlabirinto» in cui «la differenza tra corrente e stagnazione» si annulla (situazione di cui siamo quotidiani testimoni e protagonisti) è proprio, come qui si sostiene riprendendo una direzione interpretativa fin tropo diffusa, il vero prodotto, al di là delle intenzioni dichiarate, del pensiero desiderante e rizomatico sviluppato da Deleuze e Guattari negli anni Settanta e Ottanta (Sloterdijk definisce a denti stretti Mille Plateaux «l’opera più audace del pensiero critico della filosofia del XX secolo, per quanto a prima vista possa apparire come la più delirante»)? Siamo davvero sicuri che il nostro problema sia il libero corso o il libero mercato dei flussi (di uomini e donne, di informazione, di pensiero, di desiderio) sul campo sociostorico? O non si potrebbe piuttosto ricominciare a parlare, ancora con Deleuze e Guattari, del «flux de connerie» in cui tutti siamo tuffati a ricicciare, o delle riterritorializzazioni che su ogni campo, dallo psichico al militare, lavorano a irrigidire i limiti e le frontiere?

Peter Sloterdijk

I figli impossibili della nuova era

traduzione e cura di Francesco Clerici 

Mimesis, 2018, 420 pp., € 24