Come raccontare un’epoca atroce?

Davide Orecchio

Quando un regime inventa storie, alla letteratura cosa resta da fare, assecondarle o contestarle? Il regime è uno scrittore dozzinale, crea trame modestamente fittizie. Simile a un abito lacerato da buchi, il racconto maldestro che il regime cuce non nasconde appieno la realtà che pretende di mascherare; dagli squarci la verità affiora, e chi ha coraggio la vede. Dunque bisogna credere o dubitare? Sottomettersi alle menzogne ansiolitiche (oppure ansiogene, se occorre che siano) o cercare il vero, sebbene feroce, e quindi resistere? E come si deve ricordare (o dimenticare), e raccontare, un’epoca atroce?

L’ultimo libro di Tomás Eloy Martínez (1934-2010, già autore del capolavoro Santa Evita, tra i più importanti scrittori argentini degli ultimi decenni) espone un problema non solo politico ma letterario, e ha il grande pregio di non risolverlo. Al centro di Purgatorio (2008, ora portato in Italia da SUR per la cura di Francesca Lazzarato) campeggia il mostro che genera menzogne, dubbi, forclusione: la dittatura dell’ultima Giunta militare argentina (1976-1982), il suo occultamento di morte, sterminio, tortura con l’oppio della desaparición: una finzione mediocre, quest’ultima, oltre che una crudele bugia di Stato. Per questo, dinanzi al potere narrante, la domanda ritorna: credere alla parola che domina o rifiutarsi, sottomettersi o resistere?

Emilia Dupuy, la protagonista del romanzo di Eloy Martínez, sceglie di credere. Nei primi mesi del 1976 perde il marito (cartografo come lei, creatore di mappe, inventore di luoghi che a volte neppure esistono), quando a Tucumán i militari lo sequestrano. Sebbene in molti le assicurino di aver visto il corpo di Simón torturato, e poi il suo cadavere, Emilia accetta la versione che le danno in caserma: dopo il fermo, suo marito sarebbe stato rilasciato, avrebbe ritirato i documenti personali e se ne sarebbe andato; quindi è semplicemente «scomparso», ma prima o poi tornerà, basta aspettarlo.

Disperata, Emilia spera. Raggirata, si affida. Dove un’altra persona, guardando in faccia l’inferno, avrebbe preteso l’habeas corpus e giustizia per gli assassini, Emilia Dupuy si concede infinitamente, come a scontare pena purgatoria, all’attesa che il compagno ritorni. È vittima di quella pozione illusoria e contraffatta dalla Giunta che intossica gran parte della società argentina, e che Eloy Martínez descrive in molti passi. Ad esempio qui: «Alcune riviste ancora reperibili nelle librerie dell’usato di Buenos Aires raccontano, con il linguaggio tra l’ipocrita e il complice di quegli anni, la scomparsa di persone che navigavano con le loro barche a vela lungo il Río de la Plata, e se ne andavano lasciando le imbarcazioni alla deriva. [...] Nei tribunali si accumulavano i reclami di fratelli e mogli danneggiati, ma nessuno aveva buon esito, perché i corpi degli assenti non comparivano». O ancora qui: «Nel tuo paese la magia può funzionare […], i marziani, l’apocalisse, i profeti che camminano sulle acque. Credete a tutto, perfino a quello che non esiste».

Credete a tutto, perfino a quello che non esiste, fa dire Eloy Martínez addirittura a Orson Welles in un cameo. Sia notato di passaggio che ad ascoltare il regista c’è un personaggio centrale in Purgatorio, mago di millanterie e trappole, consigliere dei militari, ideologo, inventore di slogan, fautore della repressione: quel Dupuy, padre di Emilia, che, come osserva Lazzarato nella postfazione, «sembra concentrare in sé ogni nefandezza del regime ed essere il motore della sua propaganda». Padre due volte. Genitore biologico e artefice dell’esilio cui la figlia si sottopone, creatore del mondo inventato nel quale Emilia cerca le tracce del marito desaparecido senza mai trovarlo (in Venezuela, in Brasile, infine negli Usa) e senza sapere, lei, che quegli indizi di apparizione sono una fantasia crudele rilasciata dallo stesso Dupuy; uomo realtà, però, incarnazione del potere argentino, autore mediocre di un’opera/vita dalla quale Emilia, come una lettrice conquistata con poco sforzo, si lascerà incantare decidendo di abitarla fino ad animarne la storia. Storia che, senza voler raccontare tutto, si conclude in un presente nordamericano, in un non luogo dove la cartografa Emilia, ormai vecchia e sola, esule per amore, resta prigioniera del potere narrante.

Eppure la memoria non riposa mai, né obbedisce alle regole del tempo lineare. Piuttosto accumula, corre in cerchio, associa tempo a tempo, risveglia l’antico, lo modifica e ne soffre. Allo stesso modo (quasi fosse una memoria impaginata) Purgatorio rimbalza tra il passato della dittatura, tra la Buenos Aires e il Norte argentino degli anni Settanta, perfettamente descritti, e il presente di un esilio apolitico, anzi apolide, nella terra anonima della provincia Usa. Qui Emilia, ormai sessantenne, frequenta (ed è testimoniata da) uno scrittore argentino molto simile se non identico a Eloy Martínez (il quale effettivamente trascorse diversi anni in esilio negli Stati Uniti).

Sarà lui in fondo, lo scrittore (personaggio e autore di Purgatorio, mi si consenta la semplificazione), a donarle il risarcimento atteso per tutta una vita. Se vale, infatti, la questione enunciata sopra (resistere o sottomettersi?) quando il tuo avversario è un incantatore, uno scrittore può tornare utile. «Io, signori, so solo che quando la realtà è avversa bisogna cancellarla il prima possibile»: questo afferma Dupuy padre in una pagina di Purgatorio. Difficile immaginare una teorizzazione più consapevole e precisa della parola di regime. Cancellare, nascondere, far sparire fatti e persone. Una tale carica di contraffazione del reale si può affrontare con quella parola che chiede giustizia e smaschera; la parola politica delle madres, tanto per intenderci. Oppure – sembra avvisare Eloy Martínez – le si può andare incontro con le armi di una contraffazione ancora più virtuosa, la quale trova insieme conio e soddisfazione nella letteratura. In una pagina del romanzo interviene un cane (lo ascolta uno scrittore ammaccato, confinato in un ospizio) e dice: «Quello che non esisterà mai è infinito. I semi che non hanno trovato né terra né acqua e non sono diventati piante, le creature mai nate, i personaggi mai inventati. […] Il fratello che non è esistito perché tu esisti al suo posto. […] Quello che non riesce a essere, non sa mai che sarebbe potuto esistere. I romanzi si scrivono per questo: per rimediare all’assenza perpetua di quello che non è mai esistito». È la risposta a Dupuy padre, l’antidoto alla sua parola tossica. Per questo chi non è mai esistito – Simón, il marito di Emilia «sopravvissuto» alla dittatura – in Purgatorio invece esiste, ritorna (o comunque questo accade agli occhi di colei che rifiuta di saperlo morto). Lo fa sin dalla prima pagina del libro, in un incipit fulmineo e notevole. Riappare in un ristorante del New Jersey, e conserva la giovinezza di quand’era scomparso: i suoi simbolici trentatré anni. Mentre Emilia ormai ne ha più di sessanta.

Una menzogna («suo marito non è morto, è scomparso») si può vincere rilanciando menzogna, trasformandola in incanto? Perché (anche se Eloy Martínez non accondiscenderebbe ad attribuirgli una funzione collettiva) questo è Purgatorio: un incantesimo offerto a un’intera società in stato di choc e bisognosa d’essere liberata da un sortilegio. Quella di Emilia (e di Eloy Martínez) allora forse non è sottomissione, ma un’altra forma di resistenza che sfiora la follia. Del resto molti veleni si curano con diverse dosi degli stessi veleni. Si noti come il reaparecer del marito non contesti la falsità storica del suo desaparecer: tanto ne è una conseguenza, che Simón agli occhi di Emilia non porta sul corpo neppure i segni della tortura; tutto in lui decuplica la versione del regime (niente morte, nessuna cicatrice) fino a metterla in crisi letterariamente, ossia con una letteratura che si fa religione e miracolo (se non miraggio e sogno).

Nella questione che Purgatorio solleva, letteratura e vita si uniscono. Procediamo per una via stretta tra inganno e autoinganno. In questo il romanzo è unico: per il fatto di convocare sia la responsabilità dell’autore (cosa narrare, e in che modo), sia la postura di una comunità di uomini e donne dinanzi al terrorismo di Stato. Grande giornalista, autore di inchieste importanti – come ad esempio quella sulla strage di Trelew – che gli avevano inimicato il potere militare fino a costringerlo a un esilio, nel 1975, dal quale sarebbe rientrato solo nel 1985 (al riguardo si consulti ancora la postfazione di Lazzarato), Eloy Martínez conosceva perfettamente le differenze tra la scrittura letteraria e la non-fiction. Il suo desiderio – spiega sul Guardian Alberto Manguel – era scrivere un romanzo che raccontasse gli anni della dittatura senza descrizioni di torture e atrocità, ma piuttosto col ricreare cosa si provava a vivere «respirando l’aria inquinata di quell’epoca».

Probabilmente Rodolfo Walsh, un altro grande giornalista quasi coevo di Eloy Martínez, se fosse rimasto vivo – se non fosse desaparecido dal 1977 – questa storia l’avrebbe raccontata diversamente, forse col piglio realistico e non finzionale del suo libro più noto, Operazione massacro. Eloy Martínez invece sceglie una via fantastica tra realtà e illusione, tra condanna e rivolta. Sarebbe naïf evocare per Purgatorio – oltre agli evidenti puntelli della cultura cattolica, in primis il titolo dantesco – una giurisdizione, un universo dalle radici kafkiane. Sarebbe naïf, se non lo suggerisse lo stesso Eloy Martínez nel mostrare la giovane coppia Emilia/Simón, non ancora separata dagli eventi, dinanzi a una trasmissione tv ispirata al noto racconto di Kafka Il digiunatore. La storia originale narra di un «artista della fame» che si esibisce nei circhi mettendo alla prova la resistenza del proprio fisico, fino al giorno in cui il pubblico gli volge le spalle ed egli deperisce in un’inedia che a nessuno più interessa; fino al momento in cui letteralmente scompare nella sua gabbia. Il digiunatore di Eloy Martínez, al contrario, prima di sparire invoca un’ultima implorazione: «Non calpestatemi! Sono un desaparecido!». Nel personaggio kafkiano troviamo annunciata quell’assenza che farà soffrire Emilia; per non dire dell’immotivata e contaminata ingiustizia che la circonderà per tutta la vita.

Infine le pagine più belle. Credo siano le pagine sul sesso. I rapporti degli esordi tra i due sposi timidi, impacciati, irruenti («si gettò sul letto e chiese a Simón di romperle una buona volta quel maledetto imene»). E l’incontro dopo la riapparizione di lui, conservatosi giovane, quando una donna che ha ormai il doppio dei suoi anni gli si offre provando una gioia non lontana dalla felicità che deve aver sentito l’autore nel riempire la pagina. Sorge il dubbio che la forma più alta di resistenza sia l’atto sessuale, che l’invenzione dell’amore sia l’unico sentiero attraverso il quale uscire a riveder le stelle.

Tomás Eloy Martínez
Purgatorio
a cura di Francesca Lazzarato
SUR, 2015, 283 pp.
€ 15

Paraguay, musica in cambio di spazzatura

Francesca Lazzarato

In America Latina almeno quattro milioni di persone vivono letteralmente di spazzatura: che siano cartoneros o cirujas argentini, pepenadores messicani, catadores brasiliani, questi “riciclatori informali” perlustrano le strade o esplorano le discariche a cielo aperto in cerca di tutto ciò che può essere recuperato, riutilizzato e venduto.

È così che intorno ai vertederos, dove ogni giorno vengono scaricate tonnellate di rifiuti, si formano comunità come quella di Cateura, cresciuta attorno alla principale discarica di Asunción, la capitale del Paraguay: duemila e cinquecento famiglie stipate in baracche di legno, lamiera e cartone, spesso inondate dalle acque del fiume che trasformano in torrenti di fango le strade non asfaltate e in un'isola a forma di piramide la colossale montagna di spazzatura. Il rischio di contaminazione da metalli pesanti del vicinissimo río Paraguay è così alto che il governo ha deciso, più o meno un anno fa, di chiudere la discarica e spostarla in luoghi più sicuri e non urbanizzati: un disastro per le migliaia di persone la cui sopravvivenza dipende dal quotidiano frugare tra i rifiuti.

La desolata bidonville smetterà di esistere, magari per rinascere altrove, lontano, seguendo la scia pestilenziale dell'indispensabile spazzatura? Che i suoi abitanti si disperdano o no, c'è comunque qualcosa che continuerà a unirli: la Orquesta Reciclados de Cateura, formata da bambini e adolescenti del quartiere che hanno imparato a suonare sotto la direzione di Favio Chávez, tecnico ambientale, musicista dilettante e fondatore di quella che a un primo sguardo potrebbe sembrare una delle tante orchestre infantili e giovanili latinoamericane, cui ha dato impulso per primo, quarant'anni fa, l'economista e musicista venezuelano José Antonio Abreu, ovvero l'ormai celebre creatore di El Sistema, un programma di educazione musicale che in Venezuela coinvolge più di seicentomila ragazzini appartenenti alle classi sociali più sfavorite, e che è ormai noto e imitato in tutto il mondo.

I Reciclados di Cateura, però, sono un po' diversi dagli altri: poverissimi tra i poveri, suonano strumenti costruiti all'interno della comunità (se ne occupa un “raccoglitore” di nome Nicolás Gomez, e alle rifiniture più delicate ci pensano i ragazzi) e messi insieme con materiali trovati nella discarica, come latte di olio per motori, bidoni di benzina, pezzi di legno e perfino radiografie, che diventano violoncelli, violini, flauti, contrabbassi, chitarre. “Professionali” in modo stupefacente, i Reciclados hanno un vasto repertorio di pezzi classici eseguiti con impeccabile sicurezza e possono inoltre contare sull'appoggio di Luis Szaràn, famoso direttore d'orchestra e fondatore di Sonidos de la Tierra, un'associazione che dal 2002 crea in territorio paraguayano scuole di musica e laboratori in cui si impara a costruire strumenti, tutti direttamente gestiti dalle comunità di appartenenza.

E se prima contribuivano al bilancio familiare a guadagnarsi la giornata nella discarica, oggi i giovanissimi orchestrali riescono non solo a migliorare le loro prospettive per il futuro, ma anche quelle degli altri: grazie ai compensi per le esibizioni in teatri europei (Olanda, Spagna, Inghilterra) e per la partecipazione al tour in America Latina della band Metallica, che l'anno scorso li ha voluti come partner in più di un concerto, hanno intenzione di finanziare gli studi di una quarantina di ragazzi, di costruire un edificio che ospiti la Scuola di Musica di Cetaura, oggi frequentata da 200 bambini, e di aiutare le famiglie più in difficoltà ad acquistare nuove abitazioni. Un programma ambizioso, ma tutt'altro che impossibile per chi, come dice Favio Chavez, “dal mondo riceve spazzatura, e gli restituisce musica”.

Leggere Martín Adán, un’avventura della conoscenza

Francesca Lazzarato

Si chiamava Rafael de la Fuente Benavides ed era nato nel 1908 in una enorme casa di calle Corazón de Jesús, nel cuore di Lima, dove visse con una terribile zia dopo aver perso ancora bambino i genitori e il fratello. La sua era una famiglia borghese e agiata, la cui lenta rovina gli lasciò solo una piccola rendita sufficiente a vivere al limite della miseria.

Mantenere un impiego qualunque gli era impossibile, per via delle frequenti crisi depressive e soprattutto dell'alcolismo in cui era perdutamente sprofondato, uscendone a tratti durante i lunghi ricoveri volontari in manicomio e in cliniche psichiatriche, ma finendo sempre per precipitarvi di nuovo. Una vita oscura, la sua, trascorsa per scelta in estrema solitudine e conclusa nel 1985, mentre a vegliarlo c'era l'amico di sempre Juan Mejía Baca, libraio-editore, che conosceva meglio di chiunque la sua ritrosia, gli anni trascorsi tra pensioni miserabili e poveri alberghetti, le ragioni di un isolamento così assoluto dell'autoesilio in strutture psichiatriche quali l'ospedale Larco Herrera, la sua unica vera casa, dove non era un paziente ma piuttosto un ospite libero di andare e venire.

E libero, soprattutto, di scrivere: perchè, con il nome di Martín Adán, Rafael de la Fuente è stato ed è uno dei più grandi poeti latinoamericani del '900, figura di spicco del gruppo di scrittori che nel primo ventennio del secolo scorso irruppero sulla scena letteraria peruviana, sospinti da un vento nuovo arrivato dall'Europa, ma filtrato costantemente attraverso l'esperienza e la sensibilità locale. A dar loro voce era soprattutto la rivista Amauta, fondata e diretta da José Carlos Mariátegui, che pubblicò frammenti della prima e unica opera in prosa di Adán, La Casa de Cartón, scritta durante l'adolescenza e già straordinaria, una sorta di ritratto in chiave surrealista della società peruviana e della realtà urbana limeña in cui la tradizione si scontra e si fonde con i tempi nuovi (un'edizione di questa piccola obra maestra l'ha proposta la spagnola Bartataria nel 2009, ma ne esiste anche una versione italiana del 1987, curata da Antonio Melis per la Liviana). Da allora, a parte un saggio sul barocco in Perù che è poi la sua tesi di laurea, Adán non scrisse che poesia, riunita in otto antologie compilate quasi sempre da altri, probabilmente per via della sua estrema riluttanza a separarsi da testi corretti e riscritti sino all'esasperazione, addirittura per anni.

Dopo il breve attraversamento della tardiva (e comunque notevolissima) avanguardia peruviana, che gli permise di sperimentare una libertà, un'irriverenza e un'ironia pronte a riaffacciarsi anche in seguito, tornò a forme metriche più tradizionali (anche se qualcuno ha definito “antisonetti” i prodigiosi componimenti raccolti in Travesía de extramares), senza tralasciare però il verso libero, ricco di coloriture barocche o espressioniste, maliconicamente ironico, profondo, misterioso, consegnato a una ricerca non solo formale, ma anche a quella di un senso sfuggente e perseguito con passione.

Oggi più che mai, a trent'anni dalla sua morte (un anniversario che per fortuna non è passato inosservato, almeno nel suo paese) leggere il poeta Martín Adán è “un'avventura della conoscenza”, come testimoniano indagini critiche sempre più approfondite e frequenti, oltre a qualche opportuna riproposizione della sua opera di cui, però, ancora non esiste una vera e definitiva edizione critica, capace di riordinare e sistematizzare i preziosi materiali donati da Mejía Baca alla Pontificia Universidad Católica del Perú già l'anno dopo la morte del poeta, e che includono manoscritti di ogni genere, tra i quali taccuini e fogli sciolti (secondo la leggenda che gli è cresciuta intorno, Adán usava scrivere su scatole di fiammiferi, tovaglioli di carta e simili) con numerose poesie ancora sconosciute ai suoi lettori.

Lettori giovani, soprattutto, che, come sottolinea uno dei più importanti critici latinoamericani, il peruviano Julio Ortega, “in questo momento di grande scetticismo, di incertezza circa il valore della parola in quanto creatrice di oggettività e verità” si rivolgono a lui “in cerca di quel che manca e che eccede le nostre forze. Adán rappresenta questo bisogno di una vita più piena, in cui si dia valore al linguaggio creativo. E questo è qualcosa che induce alla speranza”.

Un cavallo travestito da Carrington

Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.

Negli anni Trenta e Quaranta, infatti, il Messico offrì un luogo in cui vivere ad almeno ventimila repubblicani spagnoli, concretamente aiutati a raggiungerlo dal presidente Lázaro Cárdenas e da uomini come Gilberto Bosques, il console che affittò due castelli vicino a Marsiglia per ospitarvi i profughi rinchiusi in condizioni disumane nei campi di concentramento francesi, e che firmò almeno 40.000 visti destinati ad altrettanti “emigranti” europei di varie nazionalità, in fuga da persecuzioni politiche e razziali. Finita la guerra, alcuni avrebbe fatto ritorno in Europa, ma la maggioranza sarebbe rimasta, come accadde alla pittrice surrealista Leonora Carrington che, fuggita dalla Francia dopo l'arresto del suo compagno Max Ernst, aveva vissuto terribili esperienze nella Spagna del primo franchismo e si era rifugiata nell'ambasciata messicana di Lisbona, riuscendo finalmente a partire per l'America nel 1941.

Nata in una ricca famiglia assai conservatrice con cui era in aperto conflitto, aveva allora venticinque anni e non sapeva ancora che in Messico avrebbe trascorso il resto della vita, diventandone non solo cittadina a tutti gli effetti, ma anche amatissima gloria nazionale. E certo non poteva immaginare che nel 2015 la sua opera sarebbe stata scelta dalla patria acquisita come “pezzo forte” del ricco e articolato Year of Mexico attualmente celebrato in Inghilterra: a quattro anni dalla morte della prodigiosa Leonora, una mostra alla Tate Liverpool ricorda la sua costante e felice esplorazione di forme differenti, che la portò a sperimentare, oltre alla pittura, la scultura, la scenografia, la creazione di tessuti e di oggetti di uso comune, cui si aggiunge una produzione letteraria di tutto rispetto, dalle prime raccolte di racconti al geniale romanzo Il cornetto acustico, dalle poesie alle esilaranti e folli storie scritte e illustrate a uso esclusivo dei suoi figli bambini, ritrovate due anni fa e pubblicate dal Fondo de Cultura Económica con il titolo di Leche del sueño e una copertina che cita allegramente la celebre scultura Cocodrilo, donata dall'autrice alla capitale messicana e collocata in Paseo de la Reforma.

Visibile fino al 31 maggio e composta da almeno un centinaio di pezzi, la mostra esibisce per la prima volta fuori dai confini messicani El mundo magico de los Mayas, il grande dipinto eseguito nel 1964 per il Museo Nacional de Antropologia, in cui i miti e le immagini del Popol Vuh si fondono con la personalissima cosmogonia dell'artista, popolata da un bestiario fantastico e da creature inquietanti e misteriose. Le frasi di Leonora scelte di Chloe Aridjis (curatrice, con Francesco Manacorda, del percorso espositivo) fanno da discalie ed evocano la presenza dell'artista insieme alle foto del suo viso allungato e severo, bellissimo in gioventù come in vecchiaia: una donna straordinaria, una ribelle fieramente indipendente e istintivamente femminista, che odiava le convenzioni e avrebbe voluto essere “un elefante selvaggio” o un cavallo travestito da ragazza. E che secondo Octavio Paz assomigliava alle ibride meraviglie dei suoi quadri: “una poesia che cammina, che a un tratto sorride e si trasforma in un uccello e poi in un pesce, e scompare”.

I fantasmi sonori dell’Uruguay

Francesca Lazzarato

La Peatonal Sarandí è la via principale della Ciudad Vieja, l'antico quartiere di Montevideo dove visse Giuseppe Garibaldi, fiancheggiata da edifici secolari o modernissimi, musei e banche, gallerie d'arte e discoteche, negozi e bancarelle, ristoranti e fast food, insomma da tutto ciò che occorre per trasformare un quartiere degradato ma pieno di fascino in un parco giochi per turisti dove comperare ogni genere di pacottiglia globalizzata e imbattersi in statue viventi uguali a quelle che abitano ormai le piazze e le strade di mezzo mondo. Al numero 430 di questa lunga strada che arriva sino al mare si trova una sorta di singolare “casa infestata” in cui sono ospitati, a partire dal 1959, i fantasmi sonori dell'Uruguay: il Museo de la Palabra, dove sono archiviate e digitalizzate le infinite voci cui è affidata la testimonianza della vita politica, sociale e culturale del paese, a cominciare dagli ultimi anni del XIX secolo.

Tra i documenti raccolti, che provengono quasi per intero da trasmissioni radiofoniche, ci sono storici dibattiti parlamentari come quello sul plebiscito costituzionale del 1980, che avrebbe dovuto legittimare la dittatura e che fu invece sepolto da un 57% di no; epiche radiocronache calcistiche; popolarissimi radiodrammi e interviste a personalità famose; discorsi di celebri politici di passaggio in Uruguay, da Che Guevara a Eva Perón a Charles De Gaulle; la trasmissione pirata dei Tupamaros nel 1959; il primo discorso presidenziale di Pepe Mujica; le ultime dichiarazioni pubbliche di Carlos Gardel – a lungo conteso tra chi lo voleva argentino di Buenos Aires e chi lo pretendeva uruguayano di Tacuarembó: una disputa conclusa nel 2012, col ritrovamento di un certificato di nascita che lo rivela francese di Tolosa - , prima di salire sull'aereo dove sarebbe morto carbonizzato, nel 1935.
Una parte più che consistente dell'archivio, però, è riservata alla letteratura: non per niente la registrazione più antica, incisa nel 1890 su uno dei primi magnetofoni a filo, è quella di un discorso del massimo poeta romantico uruguayano, Juan Zorrilla de San Martín.

Accanto alla sua, voci di glorie nazionali come Juana de Ibarbourou, Mario Benedetti, Juan Carlos Onetti, o di splendide poetesse troppo poco conosciute in Italia, come Idea Vilariño e Marosa di Giorgio, e infine sorprese quasi commoventi come la lettura del racconto Il coccodrillo fatta da uno stanco e anziano Felisberto Hernandez (il più grande tra i grandi raros uruguayani e latinoamericani) nel 1961, tre anni prima di morire nella sua Montevideo. Un patrimonio prezioso,insomma, che adesso è in larga parte accessibile in rete, attraverso il nuovo sito del Museo finalmente inaugurato in febbraio, e sulla cui home page si può trovare oggi un ricordo di Eduardo Galeano, amatissimo scrittore appena scomparso, che legge con voce suadente e chiara El siglo del viento, tratto dal suo Memorias del Fuego e dedicato a Violeta Parra, meravigliosa “cantante contadina” scomparsa più di cinquant'anni fa e mai dimenticata.

Cuentacuentos in fiera

Francesca Lazzarato

Ad annunciare la differenza con manifestazioni europee consimili sono ovviamente i numeri: una durata di tre settimane, uno spazio espositivo di 45.000 metri quadrati, più di un milione di visitatori. Sì, la Feria Internacional del Libro di Buenos Aires, arrivata alla quarantunesima edizione e inaugurata il 23 aprile nella sua sede consueta (il Predio La Rural, colossale zona fieristica in pieno centro cittadino), è indubbiamente giocata su dimensioni per noi impensabili e, inoltre, spesso accompagnata da furibonde polemiche, come quelle che segnarono nel 2010 la presenza di Mario Vargas Llosa, invitato a tenere il discorso inaugurale e assai sgradito al governo Kirchner, o come altre, più recenti, che hanno portato alle dimissioni della bravissima direttrice Gabriela Adamo, ormai giustamente esasperata dalle pesanti pressioni politiche. Perché la Feria è anche questo, una vetrina per il governo in carica, un'occasione di affollati e a volte incandescenti dibattiti sulla cosa pubblica e, in vista delle elezioni presidenziali e legislative che si terranno il 25 ottobre, una passerella per i futuri candidati: un'altra differenza, e non da poco, con le consorelle europee, attraversate solo dai consueti veleni editorial-letterari.

Cosa ci sia nell'immenso calderone di La Rural lo si può scoprire grazie al sito della Feria: un'infinità di incontri e presentazioni, gli inevitabili incontri con scrittori argentini e stranieri pronti a firmare copie e a prestarsi a una frenetica produzione di selfies, la presenza forte di un paese invitato (che quest'anno, a dire il vero, non è una nazione ma una città, ovvero la capitale messicana), corsi e concorsi, diverse lectio magistralis, insomma tutto ciò che ci si può aspettare da una fiera del libro, in qualunque parte del mondo. Non mancano, però, iniziative insolite: per esempio l'annuale Encuentro Internacional de Narraciòn Oral, che si tiene da vent'anni in seno alla Feria e che per tre giorni, a partire dal primo maggio, si svolgerà secondo un fittissimo programma di tavole rotonde e laboratori con “raccontatori” di professione arrivati da tutta l'America latina (solo due vengono dall'Europa, e precisamente da Spagna e Portogallo), molti dei quali sono anche fondatori di festival, scuole e gruppi dedicati all'oralità.

Solo alcuni di loro vengono dal teatro, mentre altri sono insegnanti, scrittori, psicologi, danzatori che raccontano a bambini e adulti e si muovono in spazi di ogni genere, dalle scuole alle piazze alle biblioteche alle carceri agli ospedali alle case rifugio, aiutati a volte da una scenografia minima, da qualche oggetto, dalla musica. Nulla in comune, insomma, con la soporifera pratica del reading (noiosissimo e abusato condimento, ormai, di ogni festival letterario ad ogni latitudine ), molto in comune con l'antica tradizione popolare che riuniva ascoltatori di età diverse attorno al repertorio di un narratore abile ed esperto. I rischi ovviamente non mancano, a partire da un eccesso di intenzione pedagogica o da uno sconfinamento nel triste territorio dell'animazione, in caso ci si trovi davanti a un pubblico infantile, per arrivare a un eccesso di costruzione teatrale; la maggior parte dei cuentacuentos, però, sembra capace di sfuggire a queste tentazioni sempre in agguato, e c'è chi, tra loro, è pronto a trasformarsi da narratore in “sussurratore”.

Girando per la Fiera, infatti, ci si può imbattere in susurradores che disseminano tra i visitatori brandelli di storie, quasi soffiandole attraverso lunghi tubi di cartone decorato oppure delimitando il proprio minuscolo universo narrativo con un ombrello aperto. Un'idea che viene da lontano (il primo gruppo di Souffleurs è nato anni fa in Francia), ma che in Argentina e in Cile ha messo radici piuttosto profonde. Così le storie tornano a essere un segreto da trasmettere e il narrare un gesto intimo, un piccolo e prezioso tramite tra individuo e individuo.

Poetiche della dissidenza

Francesca Lazzarato

La ciudad de lo fotógrafos (2006) è il titolo di un magnifico lungometraggio su un gruppo di fotografi cileni cui si deve la documentazione capillare di manifestazioni di protesta e violenze poliziesche durante la dittatura di Pinochet: un film che ha raccolto premi nei festival di tutto il mondo ed è stato realizzato da Sebastián Moreno, giovane regista e figlio, per l'appunto, di uno di quei fotoreporter coraggiosi fino all'incoscienza. Alcuni di loro vennero arrestati e torturati, altri uccisi (l'assassinio del diciannovenne fotografo Rodrigo Rojas De Negri, bruciato vivo nel 1986, fu uno dei più tragici colpi di coda del regime), e di tutti Moreno ci offre il volto, i ricordi e le foto, spesso bellissime, che contribuirono non solo a denunciare i crimini del regime, ma anche a individuare i colpevoli.

Cosa ne è stato di quei fotografi ragazzini che si spostavano tutti insieme per le strade di Santiago, tra gas lacrimogeni, ìmaganellate e spari? Alcuni hanno rinunciato a guadagnarsi la vita con il mestiere di un tempo (c'è, per esempio, chi fa il tassista, e chi l'archivista), altri lavorano a iniziative legate a quegli anni, come la costruzione di un “muro della memoria” composto dai ritratti delle vittime, e altri ancora sono arrivati molto lontano, come Paz Errázuriz, una delle poche donne del gruppo, che tra poco rappresenterà il Cile alla Biennale di Venezia con Poéticas de la disidencia, un concentrato di tre delle sue opere più famose e del suo costante interesse per la diversità e l'emarginazione - termine che alla Errázuriz piace pochissimo, perché “figlio di una cultura egemonica che emargina quel che non le conviene”-, e per tutto quanto si preferisce ignorare e non vedere: ritratti in bianco e nero di corpi e volti silenziosi o inascoltati, ma non muti, ai quali la fotografa restituisce una parlante visibilità.

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Nata nel 1944, la Errázuriz cominciò a fotografare i bambini suoi allievi - faceva la maestra – con una Nikon comperata durante un soggiorno in Inghilterra; dopo il colpo di stato, però, venne licenziata in quanto “sovversiva”, e trasformarsi prima in ritrattista e poi in fotoreporter sembrò quasi inevitabile. Un rapido apprendistato la portò dritta alla sua prima mostra, La manzana de Adán del 1982, diventata poi un libro con testi di Claudia Donoso nel 1990: una inquietante e commovente full immersion nell'ambiente degli omosessuali, dei travestiti, dei bordelli di provincia dove si prostituivano le locas (e dei quali Pedro Lemebel, amico per la vita di Paz e da lei ritratto innumerevoli volte, parla in uno dei più bei racconti del suo Loco afán), insomma un progetto quasi impensabile nel Cile della dittatura, ma che la fotografa portò risolutamente a termine con esiti straordinari.

Da allora, tutte le mostre di Errázuriz sono nate allo stesso modo, e cioè da una lunga e intensa frequentazione dei mondi sommersi che intendeva riportare in superficie (o meglio, dai margini al centro) come quello dei malati di mente fotografati per El infarto del alma (1994), una serie di immagini di impressionante potenza, commentata poi, non a caso, dai testi di una grande scrittrice come Diamela Eltit, legata agli stessi temi cui la fotografa è attenta. Materiali tratti da entrambe le mostre saranno presenti a Venezia, insieme a quelli di La luz que me ciega, l'ultimo lavoro nato dalla collaborazione con la poetessa Malú Urriola, che include fotografie, video e versi sui malati di acromatopsia e la loro vista in bianco e nero (paradossalmente, qui la fotografa usa il colore per la prima volta, inclusione dovuta in parte a un sofferto passaggio al digitale).

E se Poéticas de la disidencia sarà un'insostituibile occasione per avvicinarsi alla Errázuriz, entro l'anno ci sarà una seconda possibilità di approfondire la conoscenza, grazie alla grande mostra antologica che sta organizzando a Madrid la Fundación MAPFRE: un tributo europeo, tardivo ma meritatissimo, a una delle più grandi fotografe contemporanee.