Franca Rovigatti, bambina nel tempo

Maria Grazia Calandrone

La bambina di Franca Rovigatti è perturbante perché vera, come sono veri solitudine e dolore, tanto più veri se chi appartiene al dolore non lo sa dire, perché si tratta, appunto, di una bambina.

Di più: la bambina, in quanto bambina, il suo dolore non lo sa nemmeno decifrare, se la prende con sé stessa, talvolta si detesta francamente. Prende le parti dei propri oppressori.

Nessun bambino, pena lo sgretolarsi del suo mondo, finché è bambino può pensare male dei propri adulti di riferimento: i bambini umiliati prendono posizione contro sé stessi, si fidano dello sguardo malevolo dell’altro, ritengono – spinti da un paradossale istinto di sopravvivenza – che il loro carnefice abbia tutte le ragioni per comportarsi, appunto, da carnefice. Se nella loro vita torturata non interviene un adulto confidente, che mostri loro come la vita dovrebbe invece essere (recando magari eversione, disagio, rivoluzione e più tanta solitudine), i bambini sopportano l’insopportabile, preferiscono diventare ciechi che dubitare, preferiscono non sentire più niente che sentire dolore, rabbia, la ferocia dell’ingiustizia che, incolpevoli, quotidianamente subiscono. Il solo sentimento che pervade l’intero ciclo di sviluppo, è la vergogna.

Ma l’adulta che scrive ha finalmente preso in braccio la bambina che è stata, e ne ha riportato sulla pagina sentimenti e comportamenti, senza carineria nessuna, perché noi pure la conosciamo e accogliamo proprio così com’è. Il piccolo libretto rosso si pone infatti anche come una ininterrotta seduta psicoanalitica di toccante sincerità, nella quale il lettore non viene però investito del ruolo scomodo del voyeur che insinua lo sguardo nelle serrature di una casa altrui, perché la grazia assoluta del tono chiede l’ascolto partecipe di un segreto finalmente interrotto, che ammutolisce. E scrivo «grazia» non nel senso di graziosità leziosetta, ma della grazia viva del calore umano, del coraggio di darsi in pasto come estrema forma di rispetto per sé. Come per dirsi e dirci: eccomi, sono questa. Ti piaccia o no. Perché, infine, la bambina si piace. È questo il sollievo decisivo del libro: che, infine, la bambina, esista, sia reale. Proprio lei, che ha passato l’infanzia a credersi inesistente, a vivere come se niente le stesse veramente accadendo; proprio lei, che ha percepito il primo momento di incredula realtà di sé stessa dentro l’ombra confusa, come sempre non chiara, di un lutto che però finalmente – conferendole identità almeno nella sua traduzione linguistica: «diventare orfana» – la raggiunge, scavalca l’armatura della massa di corpo che ha edificato intorno a sé nel tempo, come una morbida fortezza che ottunda il reale e le lame impassibili e impossibili da manovrare dei relativi sentimenti. Un’esistenza sempre rimandata, una vita senza nome (la bambina) in attesa del Vero Nome, mentre però il vero tempo della vita vera passa e «ad ogni svalutazione di persone o cose – punto di partenza di ogni veritiero cinismo –, dentro la bambina è come se si spenga qualcosa, come se si formino dei buchi dai quali entra vento di tristezza» e quindi accade che, come scrive in versi lei stessa, «l’anestetico / diventi fonte di sofferenza», finché l’incontro con il dettato francescano rovescia pericolosamente il «senso comune», insinua la suggestione del rifiuto come «Perfetta Letizia», l’ambigua nobiltà di non emettere lamento, mostra il «nobile scopo» di «trasformare la sventura in benedizione».

Insieme a questa piccola nemica di sé stessa, attraversiamo infatti anche il racconto del soffocante cattolicesimo altoborghese della Roma bene degli anni Cinquanta, impariamo i nomi dei negozi nei quali è decoroso fare spese (Tilesi, Rosita Contreras, Ciottoli, Tombolini), incontriamo gli anzianissimi inquilini del palazzo, immaginiamo gli odori ingombranti che emergono dalle loro preziosissime case, ci irritiamo per la carità vergognosetta dei ricchi, strangola anche noi il silenzio fatto sulle cose intuìte e nascoste, per esempio il mega e mai sciolto «perché» la bambina, pur dotata di madre vivente e addirittura di nuovo generante, abbia sempre abitato con gli zii, involontaria spettatrice di una volontaria e apparentemente appagante servitù matrimoniale.

Come ho accennato poco sopra, la bella prosa di Rovigatti, fluente e priva di maiuscole, a simulare probabilmente lo stream of consciousness, l’ininterrotto filo dei ricordi, è intervallata da sorprendenti poesie e disegni, che rivendicano tutti i talenti non onorati, le inclinazioni un tempo negate perché ritenute sconvenienti. Ma non si pensi che La bambina sia una resa dei conti: non c’è astio o vendetta, procediamo anzi dentro una narrazione affettiva e un po’ ancora stupita, condotta con tale onestà da permettere ad altri bambini del passato di emergere dallo specchio di questa lettura tutti nuovi e puliti, a loro volta trasformati in piccole fortune.

Franca Rovigatti

La bambina

Edizioni del verri, 2018, 126 pp. € 14

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

La bambina di Franca Rovigatti verrà presentato oggi, domenica 18 novembre alle 15.30 presso la Biblioteca d'arte del Castello Sforzesco di Milano nell'ambito di Bookcity

Fanciulle innamorate, un po’ attempate

Franca Rovigatti

Sophie-Calle-Portrait
Sophie Calle, Portrait

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla

(Divina Commedia, Purgatorio, canto 16, 83-86)

Insolitamente, dai primi di dicembre 2012 a tutto gennaio 2013 mi sono ritrovata a frequentare facebook ogni santa mattina per leggere la Fanciulla del giorno. Pensavo che Cetta le sfornasse la notte, come le sue famose torte, e attendesse giorno per offrirle agli amici. Le Fanciulle arrivano nuove e diverse e uguali: puntate di un quotidiano, prezioso feuilleton.

Più di recente, marzo 2016, Cetta Petrollo (vedova di Elio Pagliarani, sessantenne fanciulla poeta, raffinata scrittrice in prosa) scrive, ancora in facebook: “Cosa cercano le persone nella rete? Esse cercano i sogni. I sogni che si nascondono dietro alle immagini, alla suggestione delle parole, all’immaginazione, agli angoli nascosti. […] C’è chi nel gioco dei sogni si infila come un ago da rammendo, un ago da pescatore e tenta di riammagliare i fili spezzati della propria vita. […] E la rete rende ciò che la vita non ha dato, se non si è state fanciulle si torna ad esserlo […]. La rete è arte”.

Ora le Fanciulle, riunite insieme tutte e quarantasette, sono un libro. Va subito detto che hanno sessant’anni, e può sembrare curioso che siano ancora fanciulle, dal momento che “fanciulla” viene da “fan(ti)cella”, rimanda ad una età, come dicono i dizionari, tra i sei e i dodici anni. Eppure di quella infantile età, della loro infantilità le Fanciulle non solo non si vergognano, ma sembrano essere contente, attraversano gioiosamente fanciullezza, ne esplorano con curiosità e stupore ogni angolo ed emozione. Quella infantile età è l’ “epoca” del titolo del libro, e di ogni capitolo. “Epoca” nel greco antico da cui deriva significa “sospensione, fermata”: ed effettivamente il tempo in cui le Fanciulle agiscono è un tempo fermo, sospeso, che rimanda a passati vissuti e non vissuti e a futuri sognati in provincia di Fiaba.

Le Fanciulle si offrono allo sguardo del lettore in ogni loro declinazione, smarrimento, congiunzione, ritrovamento. Ma, attenzione!, solo una per volta, che ognuna ha la sua parte da giocare. A sostenerle nel loro errare e ristare è il vento della scrittura: una scrittura trascinante, un flusso a lingua sciolta, che si cita e ripete senza pentimenti, che non stacca, intere pagine senza virgole, senza punto. Poi ci sono momenti in cui le frasi diventano brevi e asseverative, e gli a capo continui. Una lingua comunque sempre molto fisica, concreta, persino tattile: piena di odori, rumori, sapori. Umida di desiderio, seccata dal dolore, che in ogni momento si fa corpo: “[…] si era andata tutta costruendo con le parole come fosse andata da un’estetista si era fatta bella di parole che le parole avevano formato il suo corpo che lei il suo corpo non lo voleva narrare lo voleva solo scrivere lentamente […]” (p. 103). La carne, la pancia, il pube, il seno, le mani: nessuna angelicatura, le Fanciulle vanno sul concreto: “valige e abitudini colazioni di caffè e litigate tepori mattutini e voci assonnate pastasciutte scolate e vapori di brodo mani in librerie mai frequentate deodoranti creme saponette tavolette alzate serrande rotte ascensori fermi perfino condomini diversi”(p. 45).

Tutto questo avvicendarsi di emozioni (le Fanciulle sono innamorate), di corpi, di gesti, di oggetti e luoghi va in scena dentro un cielo con quattro (e poi più) lune, con venti e tramontane che portano via, con stelle che salvano l’anima. Giardini con cancelli arrugginiti, chiavi nascoste, stanze piene di fuoco e lava. L’Epoca è anche Fiaba. Forse non c’è pavimento, è per quello che si vola via tanto facilmente. Solo l’ultima Fanciulla, la diciassettesima, vedrà che: ”Nell’anima si stava proprio formando di nuovo un pavimento” (p.110).

Le Fanciulle sono innamorate del mago, che compare in varie forme e funzioni, come fosse più di un solo mago. E’ il punto di riferimento fisso, il cardine su cui le Fanciulle fanno perno per esistere e resistere (“E con me non cadi ripeteva il mago, con me non si cade…”, p. 93). Dispensatore di lune e di prodigi, gli obbediscono le stelle, gli obbedisce il corpo delle Fanciulle, il tempo, il sole, la notte. E’ potente, maestro e sostegno. Ma può sparire, tradire, lasciando infinito dolore.

Quella che a Walter Pedullà, nella prefazione a Senza Permesso (2007), appariva una prosa che “sembra registrare una realtà fatta di pensieri in incubazione” risplende nelle Fanciulle come un marchio, come il possibile exemplum di una lingua tutta femminile. Anima che passa attraverso il corpo (“Il solo corpo non basta. Ma quando mai basta.”, p. 56,) e attraverso il corpo diventa parola e lingua. Lingua d’amore che senza requie invoca a suo necessario complemento il maschile.

Infine, questo libro è anche, sicuramente, un poema sulla vecchiaia, su “tutto l’abbandonato della vita che era corsa avanti senza la fanciulla” (p.40). Non a caso, in epigrafe al libro il verso di Elio Pagliarani (gran mago, lui!) dice: “Quanto di morte noi circonda e quanto / tocca mutarne in vita per esistere”. “Mutazione in vita” che Cetta, con la sua voce di donna-fanciulla, mette in scena con grande sapienza.

Cetta Petrollo

All’epoca che le fanciulle

prefazione di Loredana Magazzeni

Editrice Zona

pp. 120 € 12

Questo pomeriggio alle 17 il volume sarà presentato alla Biblioteca Vallicelliana di Roma. Parteciperanno, insieme all'autrice, Maria Grazia Calandrone e Ennio Cavalli. Letture di Carla Chiarelli.

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Giulia Niccolai, la gioia delle cose

Da qualche mese Giulia Niccolai ha compiuto ottant’anni, ma non l’ha detto troppo in giro. Le amiche più strette però lo sapevano, e hanno realizzato per l’occasione un paio di pubblicazioni che, guardando al suo passato, lo hanno interrogato come un oracolo del suo, del nostro futuro. Lo stesso fanno i componimenti che Giulia continua a produrre, i suoi Nuovi Frisbees: raccolta che fa seguito a quelli che potevano apparire, ma non erano, conclusivi Frisbees della vecchiaia. E di cui ci offre qui un corposo antipasto.

E lo stesso fanno, cercano di fare, alcune delle sue amiche, e dei suoi nuovi amici, che quei bellissimi libri ci presentano qui. Anche se per tutti noi temo sia impossibile emulare la serenità e anzi la gioia che brillano dagli occhi, dal viso, dalla postura che Giulia ha adottato nella vita. Serenità e gioia che, come quei testi ci dicono senza imbarazzi, non negano e non dissimulano il loro contrario; ma, con altrettanta risolutezza, affermano di poterlo superare. Senza volerla necessariamente seguire nel cammino spirituale che ha scelto per sé, insomma, è davvero una maestra, Giulia: in questo come in tanto altro, del resto. È lei che ci dice, che si dice: «E tu, te la ricordi la gioia?»

DA «NEW FRISBEES» (FEBBRAIO 2013)

Versi di Giulia Niccolai da News Frisbees
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LA VERITÀ CHE FA RIDERE
Graziella Pulce
Questi due versi dei nuovi Frisbees di Giulia Niccolai spuntano occhieggiando come papaveri rossi in un prato sbiadito. Il caso, la crisi, la trasformazione, l’umano. Due versi che possono essere letti sul piano della letteralità, sullo sfondo della congiuntura epocale che stiamo attraversando, e quindi di «cadute», di dissesti economici, di drastici ridimensionamenti.
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L'ORIZZONTE VASTO DELLA GIOA
Franca Rovigatti

«Lo stesso orizzonte / che si iscrive vastissimo…»: queste parole Giulia Niccolai rimontava, traendole dal saggio introduttivo di Alfredo Giuliani ai Novissimi. Parole dunque del ’61, che Giulia rimedita negli anni tra il ’70 e il ’72. Parto da qui, da questa vastità di orizzonte, o vastità orizzontale, che alla mia mente appare come una possibile metafora del lungo processo poetico – e di vita – di Giulia Niccolai.
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IL GRANDANGOLO DEL ROMANZO
Massimiliano Borelli

Il grandangolo cui fa riferimento il titolo di questo libro è uno degli indispensabili strumenti del mestiere di due dei tre protagonisti: Ita e Domínguez. Tuttavia, prima ancora, e in chiave metaforica, è lo strumento del mestiere dell’autrice di questo romanzo. Quando Giulia Niccolai esordisce nel 1966 con questo Grande angolo (da Feltrinelli, nella collana delle «Comete»), ci troviamo nel pieno dell’esperienza del romanzo sperimentale, così com’è stato teorizzato e praticato dai componenti del Gruppo 63.
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PUNGENTE IRONIA
Andrea Cortellessa

Le pagine del libro non sono numerate; siamo, comunque, un po’ oltre la sua metà. A questo punto c’è un segnalibro. Una lista di carta, argentata da un lato e blu magenta dall’altro, leggermente più lunga dell’altezza dell’impaginato, pende dal vertice superiore e sporge appena da quello inferiore del libro. In apparenza, tutto normale. Poi però ci si rende conto che le pagine spartite dal segnalibro sono del tutto bianche; tranne, vicino al margine inferiore, una riga replicata due volte: la prima con la parola segnalibro stampata in tondo; la seconda con la sua traduzione inglese, book-mark, in corsivo.
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a.c.

L’orizzonte vasto della gioia

Franca Rovigatti

«Lo stesso orizzonte / che si iscrive vastissimo…»: queste parole Giulia Niccolai rimontava, traendole dal saggio introduttivo di Alfredo Giuliani ai Novissimi. Parole dunque del ’61, che Giulia rimedita negli anni tra il ’70 e il ’72. Parto da qui, da questa vastità di orizzonte, o vastità orizzontale, che alla mia mente appare come una possibile metafora del lungo processo poetico – e di vita – di Giulia Niccolai.

E già sulla parola «processo» mi arresto – perché quando si ha a che fare con Giulia le parole bisogna usarle per bene, e «processo» qui non basta. Voglio dire: è pur vero che lei ha proceduto, e cioè ha fatto un cammino – e che cammino! – ma è altrettanto vero che tutto quanto era presente in lei fin dall’inizio, e quindi quello di Giulia è anche stato uno «stazionare», uno stare in sé, restare fedele a quella vastità d’orizzonte, a quella, ripeto, vastità orizzontale. Entro la quale il processo, il procedere, non è lineare; lo si può pensare piuttosto come un allargamento concentrico (i cerchi di un sasso lanciato nell’acqua, l’allargarsi mirabile di un mandala), che include e dispiega il nucleo di origine.

(Quando l’ho conosciuta io – in realtà solo sfiorata – alla fine degli anni Settanta, lei viveva e lavorava con Adriano Spatola a Mulino di Bazzano, nel cuore della ormai mitica «repubblica dei poeti». Li andai a trovare nel tardo autunno ’78, c’erano tante casse di birra, bottiglie piene e vuote, macchine da scrivere, ciclostili, un torchio e una macchina tipografica, un grande tavolo. Dalle finestre, la cecità e il silenzio della nebbia padana.)

A Mulino, Giulia e Adriano vivevano nella poesia, “Tam tam”, la loro rivista, più che il suono di un tamburo era realmente il battito cardiaco di quella casa. Dalle loro notti nascevano i libri, la rivista, le performance. In quella casa prendevano corpo le straordinarie letture di Adriano. Come ricorderà Giulia in Esoterico biliardo: “Durante le letture agli amici attorno al tavolo di cucina, si veniva a creare allora uno strano incantamento. Tra dicitore e ascoltatori si produceva l’unisono, e ci perdevamo tutti in una ipnotica sensazione di compiutezza. Tale era il suo carisma”.

Allora lei aveva già pubblicato Il grande angolo, Humpty Dumpty, Greenwich, Poema & Oggetto: il suo era uno sperimentalismo curioso, apparentemente leggero, libero, ludico, che coniugava pop art, lewis carroll, arte concettuale con una ricchezza poli-linguistica che poi la fece battezzare da Giorgio Manganelli «Sherazade glossolalica», con una sensibilità alla sensualità delle parole, alla loro potenzialità di ospitare in se stesse una pluralità di sensi e primariamente – ma non solo! – il non-senso. Esplorava il territorio linguistico con intelligenza e con quella sorta di saggezza che contraddistingue l’Alice carrolliana, ma mai approdava al senso comune: diciamo che trovava sempre, e con gran divertimento, sensi niente affatto comuni. Fui entusiasta di lei, la adoravo, avevo imparato a memoria alcuni dei suoi versi, e spesso, in quel complicato scorcio che fu il passaggio tra i Settanta e gli Ottanta, mi cullavo per esempio con Greenwich:

Cianciana cianciana contessa Entellina
Alto ulassai
Acuto ussassai
Staiti muta femmina morta!

Il suo divertimento mi divertiva immensamente: sfrigolava sulla pagina in modo irresistibile, talora bisognava andarlo a scovare in più criptiche strutture, ma c’era sempre, garantito!, e brillava leggero sopra qualsiasi innominato, incognito dolore. Una cometa del possibile. Ogni divertimento per sua etimologia di-verte, si volge altrove, fa il passo del cavallo, non affoga nel dolore e nella confusione, ma del caos fa casomai paesaggio, dell’estraneità famiglia. Il di-vertimento, la di-versione come difesa? Da un mondo incomprensibile, insensato? Forse anche: ma certamente non solo, o non primariamente. Sotto c’è in realtà un discorso serissimo: è un paradosso, ma si tratta della ricerca, della richiesta di Verissimo Senso. È proprio la serietà di tale richiesta, paradossalmente, a generare la scrittura nonsensica. Come dire: se tutto intorno non ha senso, se il mondo, le persone, le cose procedono in modo insensato, non è giusto adoperare una lingua sensata, fingendo che il senso esista: tanto vale denunciare che niente ha senso: e dirlo onestamente a chiare lettere, usando la lingua del non-senso! Aderivo con tutto il cuore a questa poetica.

(Poi l’ho persa, Giulia. La mia vita si è costretta a «qualche» senso, e io per molti anni non mi sono più occupata di poesia. Di lei chiedevo però notizie: sapevo che aveva lasciato Mulino di Bazzano e la poetica simbiosi con Spatola, seppi con sgomento dell’ictus, seppi che era diventata monaca buddhista – e mi stupii – e infine cominciai a leggere i suoi nuovi scritti: i varii frisbees, la prosa di Esoterico biliardo.)

Quando, nei primi anni Ottanta, Giulia passa ai frisbees, rinuncia a una posizione verticale, quella del funambolismo linguistico talora indecifrabile, che si situa in alto e non spiega se stesso: chi lo capisce lo capisce, e tanto peggio per gli altri. Rinuncia, dicevo: scende sul piano di chi la ascolta, si fa decifrabile, si spiega. Di più: richiede l’ascolto e il dialogo. Si diverte ancora, altroché, ma si diverte insieme. Dall’aristocrazia dei pochi che sperimentano, sanno e capiscono, alla democrazia di uno scambio paritario. Sempre in attesa che il frisbee le venga rilanciato. In pianura. Questo è un salto di tipo direi spirituale, e avviene in un periodo in cui nuove stupefacenti cose si stanno preparando per lei. I frisbees sono dedicati a un mucchio di amici, sono come dei link che disegnano, anche, la mappatura dei suoi affetti. E se la prima poesia di Giulia, come dice Milli Graffi, lasciava (apparentemente) «i sentimenti […] alla periferia degli avvenimenti», li affrontava cioè in modo marginale, per simulacra, ora il sentire si avvicina sempre più alla propria dicibilità. Oppure, se prima il di-vertimento poteva essere stato usato anche come difesa nei confronti del dolore, ora sempre più il dolore è guardabile, raccontabile. La voce che lo dice ha dentro ancora sempre il divertimento; che si allarga però, diventa più vasto e comprensivo, e suona benevolenza, compassione.

A Milano Giulia incontra il buddhismo tibetano, vi aderisce profondamente, sente di essere finalmente giunta a Casa, diventa monaca. Pratica la meditazione. Si installa in sé senza affezione. Pratica la compassione. Com-patire significa sentire insieme, condividere, implica ancora una volta una orizzontalità, non sta né sopra né sotto, sta insieme. Si tratta di cuore. Questo dà ai suoi frisbees una notevolissima capacità di insight: anche i più minuti, apparentemente insignificanti, avvenimenti quotidiani si dispiegano, mostrano insospettate epifanie, diventano spiegazione, le coincidenze rivelano con chiarezza complessi disegni. È così che quanto sembrava insensato acquista, finalmente!, senso.

(Nel 2010 a Roma, nell’ambito di un festival di poesia, dopo così tanti anni e lontananza, rincontro Giulia. Giulia è grande, spiritosissima – ancor più di quanto ricordassi – è benevola, accogliente. Ride spesso. Splende, letteralmente. Parlare con lei è andare naturalmente, allegramente, profondamente dentro le cose e le vicende. Nessuna banale dolcezza o tenerezza, niente miele inutile, ma il senso di una reale compiutezza. E senso. Senso ritrovato. Stare con lei fa bene, tutti vogliono stare con lei… Finalmente diventiamo amiche.)

Frequentandola, frequentandone il pensiero e il cuore, si imparano ogni giorno cose. Si impara che, secondo la sapiente definizione di un Lama, umorismo è «trovare spazio dove spazio non c’è». Effettivamente lo spazio di Giulia (non saprei come altro dire, lo spazio che è in lei e che da lei emana) è straordinariamente largo, aperto, e insieme ordinato. Quell’orizzonte di cui parlavo all’inizio, dal primo lancio del sassolino nell’acqua, si è concentricamente allargato: sicché anche il passato, ogni passato, il dolore, ogni dolore, ne è ricompreso e ricompensato. Acquisizione profonda di senso è pace. È così infine che Giulia («nell’aura di una lunga consuetudine alla sofferenza», come lei stessa dice) può scandalosamente affermare che «il dolore è luce»: «perché ci costringe a vedere che facciamo di tutto per evitare il dolore». Non c’è più alcun bisogno di difendersi da niente, tutto è attraversabile e va attraversato. Tutto è sensibile e va sentito:

ho sentito che … rappresentavano la gioia
la gioia pura
la gioia istintiva
la gioia totale
una GIOIA GIGANTE
la GIOIA tout court!
E tu, te la ricordi la gioia?