Cartina muta (Esercizi di cartografia)

Gian Mario Villalta

Come direttore aritistico del festival pordenonelegge ho dato avvio nel marzo del 2013 al Censimento dei poeti under 40 in Italia, registrando 272 donne e uomini tra i 20 e i 40 anni che avevano all’attivo almeno una pubblicazione non autoprodotta. Al censimento è seguito un questionario, studiato in modo da permettere al professor Guido Guerzoni dell'Università Bocconi e ai dottori Elena Rizzi e Roberto Scalmana dei rilievi statici attendibili.

Dei 272 poeti hanno risposto seriamente 186, e da queste risposte Guerzoni e i suoi collaboratori hanno tratto le seguenti conclusioni generali:

“I giovani poeti italiani hanno studiato (soprattutto a Milano, Bologna, Roma, Venezia e Firenze) e sono quasi tutti in possesso di una laurea (il 66% ha fatto studi umanistici, il 20% continuando con il dottorato). Pur coltivando l’interesse per la poesia e spesso svolgendo attività che permettono di mantenerlo vivo, vi è la coscienza rassegnata di una scarsa incidenza sul presente, al riguardo della quale alcuni hanno dato una lettura politica, altri economica, mentre per molti è intesa come una generale sordità del presente. In compenso molti pensano che alla poesia vada riservato uno spazio di gratuità e di libertà che non può confondersi con l’ambito professionale. Il dato però rilevante è quello di una generale scarsa presenza della poesia nella vita quotidiana, tanto da fare di essa un fatto quasi privato o legato a una rete ristretta di relazioni. Alla difficoltà di pubblicare in modo visibile si contrappone la mancanza di poetiche dominanti o di opere comunemente percepite come importanti. Le risposte mostrano inoltre che le scelte dei grandi poeti del Novecento, come riferimento di poetica, sono nella gran parte quelle di una nomenclatura già consolidata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Ciò non significa, però, che vi sia indifferenza e abbandono della “cosa” poetica. Vi sono significativi cambiamenti rispetto alla tradizione delle riviste e del libro cartaceo: vi è una grande attenzione per il web e nel 78% dei casi i poeti affermano di essere coinvolti in attività promozionali. Motivando il proprio coinvolgimento, è risultato che le letture pubbliche di poesie sono l’attività più diffusa, seguita dalla partecipazione in modi diversi a festival e rassegne (per esempio, come membro della giuria o come organizzatore). Una poesia, quindi, che va cercando prima ancora che nuove formule espressive, nuove forme di comunicazione e di aggregazione, prendendo più esempio dalla comunicazione dei cosiddetti “social” di quanto abbia la speranza di ricostruire quel rapporto tra autore e comune lettore che pare non esistere più”.

Non è certo questa la risposta più valida alla richiesta di una “mappatura della poesia dopo il 2000”, neppure per quanto riguarda soltanto i “giovani” (le virgolette hanno il senso dell'ironia, dato il limite dei 40 anni). Questi risultati sono stati a ragione contestati (era e resta infatti una provocazione), a volte dagli stessi partecipanti: l'esperienza poetica non si può ridurre a percentuali.

Però è un buon inizio per sollevare la questione della “mappa”, ovvero di come organizzare i suoi riferimenti, partendo da alcune brevi premesse, leggibili in filigrana anche in quei dati statistici.

Prima di tutto, si tratta di cogliere dei dati di discontinuità con la tradizione del Novecento, che hanno come conseguenza la necessità di rivedere alcune pratiche cartografiche in uso. La mia proposta è quella di non segnare questa discontinuità con l'inizio del nuovo millennio (web, “social” e mercato globale), ma di retrodatarne cause ed effetti.

*

L'avvicendarsi delle opere e degli autori sulla scena letteraria (dove la poesia fino agli anni Settanta era protagonista) è stato per lungo tempo legato alla scansione di eventi politici e sociali che riguardavano il passaggio delle generazioni, in un comune orizzonte di esperienza. La lunga vicenda moderna dell'opera-libro a stampa trova l'apoteosi del suo sistema nell'industria culturale sviluppata tra la metà dell'Ottocento e gli anni Ottanta del Novecento, che ha come costanti i confini tra lingua d'uso/lingua letteraria/dialetto, le opposizioni tra centro e periferia, quella tra colto e popolare, e quella tra “impegno” e “disimpegno”.

Insomma, gli eventi politici e sociali rilevanti stabilivano la scansione generazionale (legata alle “tematiche”) che dettava la discontinuità, rispetto alla continuità di riferimento delle summenzionate costanti.

Il primo dato evidente già a partire dagli anni Ottanta è il venir meno della scansione generazionale, quando all'epilogo della Guerra Fredda le dinamiche della parabola storica rivoluzionaria vengono sostituite dalla teoria della rivoluzione (e avrà il terrorismo come cortocircuito locale). Si assiste alla formazione di un orizzonte statico dove la meta lontana dei mutamenti (individuali e sociali) è diventata oggetto di ipotesi da verificare alla stazione di partenza, oramai attrezzata per viverci in permanenza, tracciando itinerari e stabilendo coordinate di un altrove che nessuno sa né vuole raggiungere. Il comfort generale e la moltiplicazione dell'intrattenimento collaborano alla messa in ridicolo di ogni valore: la poesia, pianta infestante in forma arbustiva, per ottenere l'aerale riconoscibile delle grandi opere ha bisogno di un'educazione tenace.

Le conseguenze del crollo dell'Impero Sovietico hanno moltiplicato le stazioni della “partenza permanente”, dotandole di tecnologie sofisticate, senza però restituire potenza alla letteratura, anzi, aumentandone in quantità e qualità l'efficacia di intrattenimento o, se si preferisce, di “comunicazione”.

Però il tempo non si è fermato, in questi decenni, la vita non è rimasta sospesa nell'ipotesi da molte parti proposta di una “fine della storia”. I mutamenti decisivi, per quanto riguarda la cultura, sono da annoverare nell'ambito cognitivo, in quello delle tecnologie della comunicazione e nel rapporto tra lingua parlata e lingua scritta in Italia. L'esito è il venir meno di quei riferimenti costanti che erano i simboli e i colori con cui si disegnava ogni mappa.

Si dovrebbe forse fissare simbolicamente il 1975, anno della morte di Pier Paolo Pasolini, e poi annotare alcuni punti di riferimento.

Per la prima volta nella storia del Paese dove il suona, la contrapposizione tra lingua d'uso e lingua letteraria travalica l'opposizione tra lingua e dialetti. È nata una lingua “comune” degli italiani. L'hanno creata le migrazioni interne e i mezzi audiovisi della comunicazione.

Il mondo della cultura si scaglia contro questa lingua ottusa e limitata che, quando va bene, ha il demerito di essere soltanto una lingua “standard”, di pura funzione veicolare, incapace di accogliere le finezze del pensiero e della beltà. Ma intanto c'è. Gli italiani incominciano a usare una lingua comune che sentono propria. È un fatto che la poesia italiana, impegnata fin dall'origine nella definizione di una lingua letteraria, non può ignorare. E questa nuova lingua ha un nuovo sound, che interroga insieme tradizione e sperimentalismo (e la loro metrica).

Nello stesso tempo le lingue minori e i dialetti patiscono la “migrazione” in un mondo estraneo, non più legato alla realtà che li aveva prodotti, perdendo lessico (le “cose”, i mestieri, i comportamenti), ambiente, efficacia. Si afferma una nuova nostalgia delle “radici”. E a volte l'ipotesi poco probabile, oramai fuori tempo massimo, ma fortemente sentita, dei dialetti come “lingua della realtà”: poiché è vero che nella vita quotidiana di vaste aree si parlano ancora i dialetti, ma hanno altra effettività nella struttura e nel lessico, nella lunghezza d'onda mentale del loro impiego.

Assistere a una mutazione linguistica così profonda, essere immersi in questo processo, coinvolge anche coloro, tra i letterari e i poeti, che con i dialetti non hanno mai ritenuto di avere commercio: viene a cambiare di sostanza quella realtà vissuta dell'espressione, che ha sempre nutrito la lingua letteraria fin dalle origini.

Non è un caso il fatto, oggi dai più ignorato, che la stagione di grande fioritura della poesia neodialettale negli anni Ottanta e Novanta sia stata anche l'ultima condivisione tematica, l'ultimo “discorso comune” sulla poesia, capace di coinvolgere anche chi scriveva soltanto in lingua.

Sul piano delle poetiche, l'impulso neoavanguardistico e sperimentale trova una letale battuta d'arresto. Da un lato, le istanze comunicative, che provengono dalle nuove forme di aggregazione politica e sociale, chiedono una maggiore immediatezza di contenuti. Dall'altro, l'ipotesi di una “critica” ai fenomeni legati all'avvento dell'industrializzazione decade, per sopraggiunta scadenza delle premesse teoriche orientate al futuro. Prevale il disagio esistenziale, l'indignazione morale, la rivendicazione di estraneità nei confronti dei caratteri dominanti della cultura. Una breve stagione di “ritorno alle forme chiuse” si vedrà convivere al dilagare delle esperienze neodialettali.

Negli anni Novanta il panorama poetico è ancora presidiato dagli autori che si somo affermati quaranta anni prima, mentre solo alcuni dei nuovi autori esorditi negli ultimi venti anni riescono a venire in luce.

Avviene inoltre che le aree finora escluse dal dibattito culturale, grazie ai nuovi mezzi di produzione e comunicazione della cultura rivendicano un loro ruolo, reinventano tradizioni e iniziano a produrre libri, riviste, trasmissioni radiofoniche e televisive.

Sono proprio gli anni '90 del Novecento i più movimentati e incerti; quel periodo caratterizza l'ultimo passaggio verso la configurazione della situazione presente, benché in seguito, con il primo decennio del secolo, un'ulteriore crisi strutturale, ancora una volta relativa alle tecnologie della comunicazione, interessi in modo più massiccio il rapporto tra produzione e fruizione dell'opera di poesia. Il dato più rilevante è un nuovo racconto del quotidiano, con l'emergere di tematiche che riassuntivamente potremo definire di identità (antropologica, affettiva, sociale).

Fino agli esiti sommariamente esposti in apertura di questo scritto.

La controprova è il venir meno attuale di ogni disputa sulla lingua e sullo stile, vero cavallo di battaglia, quest'ultimo, della critica novecentesca.

D'altra parte l'editoria, al volgere del secolo, ha messo in mora definitiva la critica, accademica o militante, assumendo su di sé il compito di veicolare i propri prodotti attraverso un sistema mediatico pervasivo. Il fenomeno più evidente, per contraccolpo, è l'emergere di una reticolare attività poetica connessa per area geografica, interesse personale, relazioni legate a progetti, amicizie, generosità individuale.

Il sistema mediatico ha inoltre promosso, già dalla fine del secolo scorso, singole esperienze individuali o raggruppamenti tematici funzionali alle proprie caratteristiche di comunicazione; ecco allora che l'irregolarità sociale, sotto il segno della follia o della tragedia (tristi cascami romantici narrati nei modi del rotocalco) trova riscontro popolare, così come occasionalmente l'identità etnica o sessuale o “spirituale”; casi in cui il valore della poesia è incluso nell'esperienza personale e non ha bisogno di confermarsi nel testo poetico, che si accontenta di darne conto.

Da ultimo, ma vale la pena solo di accennarlo, i “social” permettono di rastrellare un pubblico sensibile all'effetto di un'immediatezza espressiva che si esaurisce nel contatto, azzerando la componente fondamentale del testo poetico, ovvero la relazione tra tempo vissuto e tempo dell'opera.

*

Proporre la questione cartografica al netto dei nomi da scrivere sulla mappa conferisce a questo scritto un carattere aleatorio, lo so, ma preferisco essere frainteso sull'interpretazione generale che sulle opere specifiche (oggi più che mai soggette a scelte di campo dalle premesse non dichiarate o da ragioni cronachistiche).

La poesia italiana, dopo il 2000, ha valore dove ha preso atto che alla “stazione di partenza permanente” non ci si poteva più stare. Alcuni poeti l'avevano intuito già da prima, e hanno proposto, a partire dagli anni Ottanta, alternative che portano alla poesia elementi di interrogazione profondi, di ordine compositivo e tematico. In generale, l'accento va posto sul rapporto tra poesia ed esperienza individuale, in risposta all'esplosione comunicativa che ha aggredito tutti: all'idea di “comunicazione” come veicolazione narcisistica di un'istantanea reazione emotiva, la poesia che può ricostituire oggi un vero orizzonte di interesse contrappone il carattere di relazione (mai esente da conflitto) in ciò che è comune, che la parola “comunicazione” contiene e l'atto poetico esplicita, lavorando sul piano della composizione, dell'ascolto della lingua, del peso specifico della parola nel verso.

In questa direzione va la mia scelta antologica, troppo ristretta rispetto alle molte proposte che mi sentirei di aggiungere, ma indicativa, se non altro, di un habitus che chiede di ricostruire un dialogo, di fronte all'invasione di parole che chiedono solo un “mi piace”.

Massimo Gezzi

da L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009)

Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.

Mattoni

Se volessi un mattone dovresti prendere
un mattone, per rabberciare una muraglia
o per tappare una buca
in un pavimento a lisca di pesce.

Un mattone: un solido che vive dentro tre
dimensioni, pesa, al tatto sembra
ruvido o poroso, e lasciato ammucchiato
assieme ad altri per lungo tempo fa
da nido a millepiedi, ragni e forbicine.

Un mattone che esiste, che spaccato col martello
fa tac una volta sola, un suono bello,
di mattone, secco, preciso.

Un mattone conta più delle parole
che lo imitano appoggiandosi
una sopra l’altra.

Io con la poesia vorrei fare mattoni.

da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Traccia n. 4

Una delle tracce è sulla nostra capacità
di «abitare poeticamente la terra»
(Morin, e molti altri – troppi? – prima di lui).
«Poeticamente, dice?» Sono gli occhi
di una ragazza che quasi sbigottisce,
quando legge quella frase.
«Anche poeticamente», preciso: «Anche. Non ti pare?»
«Mah», risponde subito «Magari qualche volta.
Ma solo per un attimo. E per poche persone».

Per poche, già. Non ci avrà mai pensato, Morin,
a limitare quella frase? A inserire un inciso,
a precisare che magari per qualcuno
– per troppi? – la poesia è appena un lusso
o un impaccio, quando dietro uno sguardo
mezzo ironico e mezzo serio si intuisce
che qualcosa è accaduto, o che qualcosa...

«Per pochi, dici bene. E allora
spiega perché è così. Contestalo,
il filosofo, se non dice la verità».
Risponde e abbassa gli occhi, inarcando
un po’ il labbro:
«No, prof, grazie: ho scelto un’altra traccia».

Nota al testo: Uno dei primi temi che ho assegnato agli studenti, nel mio primo anno di insegnamento al Liceo Lugano 1, proponeva una citazione da La testa ben fatta di Edgar Morin. Alcune righe: «La poesia [...] ci introduce alla dimensione poetica dell’esistenza umana. Ci rivela che abitiamo la Terra non solo prosaicamente – sottomessi all’utilità e alla funzionalità – ma anche poeticamente». Una studentessa ha reagito con le parole e i modi registrati dalla poesia. Il «prof.» dell’ultimo verso, però, è un falso linguistico, perché l’appellativo ticinese corrente è «sore».

Paolo Maccari

da Fermate (Elliot, 2017)

Racconto a mio figlio che non sa dormire
la novella di tre cani che salvano una lepre.
La invento via via che la racconto.

Si svolge a Colle, c’è di mezzo la casa dei miei,
la cava di marmo, una fuga, un cinghiale.
Entrano nella storia i miei genitori
i cinque fratelli, i luoghi
che nonostante il tempo rimangono gli unici
che mi sono intimi.

Mio figlio ogni tanto esige modifiche,
mi ricorda dettagli ricorrenti
e io lo assecondo, emendo i passi
meno felici o più paurosi.

La storia finisce con una canzone
che già mi cantava, l’unica, mio padre.
Il bimbo infine si addormenta
e torno al divano e al tremendo
dei pensieri sguinzagliati.

Mentre mi spavento al dovere di tramandare
radici, di correggere gli errori e il male,
di cantare se non c’è più niente da dire,
succede che lui mi chiami ancora. Gli torno
vicino ma non parlo e non canto.
Mormoro appena, gli basta che io sia lì
per ritrovare il sonno,
come a me è bastato che lui fosse al mondo
per supplicare me stesso
di durare un po’ più a lungo.

E non so se sia giusto
questo e tutto quanto
mi rimbalza la sera
dalla vita ai pensieri.

*

Come quando qualcuno di te più grande,
che ammiri tanto da nemmeno
sperare di diventargli un giorno simile,
ti chiede consiglio, addirittura
ti domanda cosa fare,
e tu sei preso da stupore,
da disorientamento
un po’ fiero un po’, ma oscuramente,
abbattuto…

così capita di arrossire
se affiora inavvertita la coscienza
che mentre disperavi
di riuscire a vivere
non meno di chiunque hai vissuto.

Franca Mancinelli

da Mala kruna (Manni, 2007)

se avessimo la febbre insieme
staremmo come due cucchiai riposti
asciutti nel cassetto.
I piedi avanti e indietro come stracci
per fare le carezze ai pavimenti

o resteremmo nudi come chiodi
dimenticati in mezzo alla parete.

*

Leggo stesa, il libro sul torace
è il mio terzo polmone
che s’apre e si richiude.

Come un anfibio stavo sulla sponda.

*

ho la forma dell’acqua e un suono
come ogni animale un verso.

da Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013)

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

*

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

*

darò semplici baci di sutura
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

da Libretto di transito (Amos, 2018)

Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.

 *

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.
La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

Giulia Rusconi

da I padri (Ladolfi, 2012)

Tutti mi dicono che sono una donna
e bella e che ho spalle ampie
gambe robuste di ferro.
«Cammina da sola ora».
Io non cerco che una mano
grande che mi copra tutta la faccia
non mi faccia invecchiare.

*

Guardo i miei padri ognuno
nel suo scanno conosco a memoria
le loro crepe i loro tic nervosi.
Ho un padre che non conosco
l’ho visto una volta so come si fa
chiamare so che non parla
quasi mai e che vive in una buca
piena di ossa di lupo
occhi di vetro e angeli maestosi.
Il mio padre sconosciuto è un visionario
mi insegna le allucinazioni
me le fa toccare.

da Suite per una notte (Pordenonelegge-Lietocolle, 2014)

Quando la gente sta seduta attorno al tavolo
per cena – scomposti ma quel poco
che fa simpatia. Qualcuno versa vino
sulla tovaglia bianca qualcuno
fuma tra la pasta e il tacchino.
La mia casa è popolata
ci sono mani di ogni tipo labbra
che parlano e ridono a tutta bocca
c’è da bere c’è la vita da dire
e c’è un fuoco da tenere acceso.
Io, se mi siedo, sto sul bordo
della sedia, la più scomoda,
tengo il bicchiere con due dita fumo
come la gola fosse un tunnel.
Li guardo, i miei protetti,
nella mia cucina, a fingere
famiglia – ma storti, e a corpi duri.
Io no, non ho più fame
l’orfana di quelle loro grandi attese.
E poi i ringraziamenti
“Era tutto buonissimo” e
“Buonanotte”, ed è la fine.

Da Linoleum (Amos ed., 2017)

Come spiegare che quello che appare
atroce non sono né gli aghi nelle arterie
né le medicazioni, ma le serie
labbra della noia o l’indice
alzato in richieste e segnali o le meste
palpebre del sonno appena appena
socchiuse dalla mano aliena dello xanax.

*

Mio amato volto sepolto nel cuscino,
ti porto un budino alla vaniglia e un fiore
di carta. Guardi un punto indefinito
del mio viso, l’occhio tuo pulito
a scavare nel mistero che è
la giovinezza. Che tenerezza
Teresa quel tuo sguardo, e che dolore
poi uscire nella pioggia, e nel tremore
di un presagio sicuro vederti
mentre muori di mattina all’improvviso
guardando un armadio d’ospedale.

Francesco Targhetta

da Fiaschi (ExCogita, 2009)

Il vestito da matrimonio

Un’altra stagione lenta svuota
i suoi tramonti dietro i magazzini
d’abbigliamento, e a scoprirli
quasi si fatica tra gli anabbaglianti
e le pannocchie. Compro un vestito
da matrimonio in un autunno rosso,
come gli occhi e la terra bagnata,
ma senza neanche sentirlo, il tempo,
guidando lungo i fossi entro
il limite consentito, la borsa spiegazzata
sul sedile posteriore. E le foglie
si accartocciano, così presto,
lungo la statale, e il nylon si stira,
dietro, con stridore, e poi il legno scuro
delle trattorie per camionisti.

Come mi sta bene il completo
allo specchio di casa: impacchettato
così, magari – mi dico –, resisti.

da Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012)

Ma noi, cara, ci stringeremo
in modo diverso, gliela faremo pagare
come da piccoli giocando a Hotel,
lasceremo sfregi da macchinette
Mattel incidentate nelle portiere,
e scaricheremo la nostra furia
come scarichiamo i film, la sera,
che poi ci guardiamo innalzando
preghiere contro finanza
e polizia postale,
o gliel’abbiamo già fatta pagare,
forse, parzialmente, essendoci fatti
addestrare per non servirgli a niente,
per quanto chi è inutile spesso
si presti a fare di tutto, lo sai,
ma non è la fine che faremo noi,
noi che l’unica cosa in comune
è il modo di disegnare
gli uomini in terza elementare,
immersi nel solito sfondo
di fiori giganti, una casa in campagna,
col sole in un angolo e rondini in cielo,
e loro, lì, il viso tondo, un sorriso
in faccia, due gambe, un tronco,
le linee rette intesite del collo,             ma nessuno di noi
disegnava le braccia.
E allora dimmelo             se sarà questo
il nostro modo
di perdere il controllo.

da Le cose sono due (Valigie Rosse, 2014)

Il bugiardo che infine dà di matto
non perché stenti a gestire il garbuglio
ma per l’agra evidenza che nessuno
si è mai accorto di nulla,
neppure chi accese la miccia.

Tra tutti i quadri sui buoi scuoiati
il migliore è un Rembrandt, ’55,
sullo sfondo una ragazza che sbircia.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976) ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009), Il numero dei vivi (Donzelli Editore, 2015) e Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta (Edizioni Casagrande, 2016), più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni in francese di Mathilde Vischer e in tedesco di Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato (con T. Stein) L'autocommento nella poesia del Novecento: Italia e Svizzera italiana (Pacini Editore, 2010); l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010), l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012) e lePoesie scelte di Luigi Di Ruscio (Marcos y Marcos, 2019). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni a libri di poesia.

Paolo Maccari, nato a Colle Val d’Elsa nel 1975, dall’età di diciotto anni vive a Firenze.

Ha pubblicato due volumi di critica: Spalle al muro (Firenze, SEF, 2003), una monografia su Bartolo Cattafi e Il poeta sotto esame (Firenze, Passigli, 2012), dedicato a Dino Campana, ha collaborato con Adele Dei alla curatela del Meridiano di Clemente Rebora.

Dal 2010 dirige con Valerio Nardoni la collana di poesia dell’editore Valigie rosse.

L’esordio in volume è del 2000, con la raccolta di versi Ospiti (Lecce, Manni), prefata da Baldacci. Nel 2006 è apparsa la plaquette Mondanità (Brescia, L’Obliquo), confluita inFuoco amico (Firenze, Passigli, 2009). La raccolta successiva,Contromosse (Bologna, Con-fine) è del 2013, del ’17 Fermate (Roma, Elliot). Sue poesie sono presenti in antologie italiane e straniere e tradotte in inglese, francese e spagnolo.

Franca Mancinelli è autrice dei libri di poesia Mala kruna (Manni, 2007), Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), Libretto di transito (Amos edizioni, 2018), uscito nello stesso anno in traduzione inglese presso The Bitter Oleander Press (Fayetteville, New York) con il titolo The Little Book of Passage. Una riedizione dei suoi due primi libri è raccolta in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Suoi testi sono tradotti in spagnolo ( Italia poesía: presente, Huerga & Fierro), francese, arabo, croato, sloveno.

Giulia Rusconi è nata nel 1984 a Venezia. Sue poesie sono uscite in diverse riviste e antologie, cartacee e on line. Il suo primo libro è uscito nel 2012 per la casa editrice Ladolfi e si intitola I padri. Il secondo è del 2014, per PordenoneLegge-Lietocolle, e si intitola Suite per una notte. Il terzo, Linoleum, è del 2017 per Amos edizioni.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980) insegna lettere a scuola, ha fatto un dottorato in italianistica a Padova (lavorando su Corrado Govoni, di cui ha curato la riedizione de Gli Aborti e dei Fuochi d'artifizio, e sulla poesia simbolista italiana), ha pubblicato un libro di poesie (Fiaschi, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, 2012). Nel 2014 ha vinto il premio Delfini e il premio Ciampi (da cui la plaquette Le cose sono due, Valigie Rosse, 2014). Nel 2018 è uscito il suo primo romanzo in prosa (Le vite potenziali, Mondadori) finalista al Campiello e vincitore del premio Berto.

Alfadomenica #4 – aprile 2017

fibraottica2Quali sono gli spettacoli teatrali più rappresentativi degli ultimi trent'anni? Se lo chiede (e lo chiede ai circa 200 soci che hanno finora aderito al Cantiere di Alfabeta) Valentina Valentini,  che su questo tema sta scrivendo un saggio e che vorrebbe avere "il confronto e il conforto di esperienze diverse". A chi desidera sapere cosa è il Cantiere e come vi si accede, consigliamo di visitare questa pagina. A tutti anticipiamo che presto i soci saranno invitati a fornire suggerimenti per i titoli 2018 della collana Alfalibri. E ancora a proposito del Cantiere, e in particolare dei thread sul presente e sul futuro della lettura, segnaliamo qui sotto, tra i materiali dell'Alfadomenica di oggi (23 aprile, giornata mondiale del libro), un'intervista all'artista scozzese Katie Paterson, ideatrice di un singolare esperimento che ha al centro, appunto, i libri e la lettura. Ed ecco il sommario completo dell'Alfadomenica:

  • Claudio Canal, Nora W., o dell'estetica coreana:  Nora W. Tyson, ammiraglio alla guida della Terza Flotta degli Stati Uniti, si sta avviando sulla portaerei Carl Vinson verso i mari coreani. Non l’avrebbe immaginato da ragazza quando studiava alla scuola episcopale di Memphis, sulle rive del Mississippi. Ancora meno avrebbe previsto di servire da detonatore della terza guerra mondiale. Se non fosse che la Terza Guerra Mondiale è scoppiata da un po’ e noi fingiamo di non saperlo perché, a differenza del passato bellico, oggi i fronti sono volubili e intercambiabili e i combattenti si sono “democratizzati”. - Leggi:>
  • Laura Leuzzi e Antonella Sbrilli, 2114, la biblioteca del futuro. Una conversazione con Katie Paterson: Mancano 97 anni al compimento di Future Library, opera d’arte concepita dall’artista scozzese Katie Paterson (1981), indagatrice di fenomeni e paradossi sul tempo, tanto da essersi guadagnata anche un paragone con il Calvino delle Cosmicomiche. L’opera Future Library è cominciata nel 2014 con la piantagione, nei pressi di Oslo, di 1000 abeti norvegesi che – nel 2114 – forniranno la carta per stampare un’antologia di 100 libri, scritti e consegnati un anno dopo l’altro – a partire dal 2014 – dagli scrittori via via invitati. - Leggi:>
  • Giulia Bertoluzzi, Zeid Hamdan, underground libanese: Avvolto da una nebbia di fumi e di birra, Zeid Hamdan è chino sulla tastiera dello Yuka, uno dei locali più gettonati dalla scena indie tunisina sulle spiagge isolate di Gammarth. In tournée con l’egiziana Maii Waleed, Zeid Hamdan trascina lo Yuka in un’atmosfera ritmata dai timbri hip hop che lui stesso ha portato sulla scena araba alla fine degli anni ’90. Considerato da CNN una delle figure culturali più influenti del Libano, Zeid Hamdan è il padre spirituale della musica underground libanese, con 20 anni di carriera, 20 album e 10 colonne sonore, tra cui Barakah meets Barakah, primo film saudita alla Berlinale e recentemente Mr Gay Syria, sulla vita dei rifugiati siriani omosessuali in Turchia.   - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Parole, alito e galanteriaLa cucina d’amore è un ricettario che Luigi Veronelli scrisse e pubblicò nel 1960. Un volumetto con spirale e vecchie stampe in copertina. L’ispirazione afrodisiaca è in prevalenza francese ma, in siffatta seduzione, non mancano le incertezze, quelle che, seduti a tavola, nascono nell'offrire un certo cibo, e le contrarietà nell'accettarlo. - Leggi:>
  • Una poesia 24 / Franca Mancinelli:  Quando tornerai a vedere troverai ogni cosa sorretta dai rami. Non è accaduto niente. Siamo qui, su questa intelaiatura di foglie. A tratti un grido spalanca la gola. Perdiamo tepore. Allora si scuote, ci culla nel vento leggero. - Leggi:>
  • Semaforo: Fame - Lenin - Stagisti - Leggi:>

Una poesia 24 / Franca Mancinelli

Quando tornerai a vedere troverai ogni cosa sorretta dai rami. Non è accaduto niente. Siamo qui, su questa intelaiatura di foglie. A tratti un grido spalanca la gola. Perdiamo tepore. Allora si scuote, ci culla nel vento leggero.

*

Fanno un rumore secco le cose
che sono state vive.

Non è stato intagliato
non è ancora dentro un viso.
Quando prende parola
la sua presenza trema

*

freccia di nessuna caccia
di nessuna guerra
lingua muta battuta dal vento
torcia scura, segna confine
di nostra vita in dura
scorza odorosa
tatuata di stellari tracciati.

Questi testi sono nati dalla collaborazione con l’artista Sebastiano Guerrera, per un progetto di disegni e parole dedicate agli Alberi maestri.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013, con una nota di Milo De Angelis). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). È compresa nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Sta lavorando a un libro di brevi prose, Tasche finte.

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Antologia della poesia italiana ultima

La Russia di Charms al metro Barrikadnaja
Elisa Alicudi

Nessuno riconosce più la vecchia Elisaveta Bam, è un’attrice caduta nelle acque del disgelo,
è il giornale impilato a ogni angolo con le foto della Reuters,
lei lo monta, si accovaccia, poi riparte.
La vita al metro Barrikadnaja è la stessa. La vecchia Elizaveta Bam la attraversa,
sfiora il marmo rosso, scorrono i suoi passi a manovella, il mantello storto, le rughe di gesso.
E inferma, dentro un’ombra identica ogni ora in ogni punto,
sente odore di altre scarpe calpestare la sua testa e la saliva pulsare sul cemento della capitale.
Aveva aspirazioni Elisaveta Bam, aveva forse talento?
Annuiscono le amiche, ma è mancato l’impresario a strapparla dal vagone sempre uguale.
Avesse un giorno provato a vivere su altre scale. Ma la vita, Elizaveta, è la stessa.
Lo sguardo punta al tacco, alla scala che trascina lì dove la bava è ingiallita, s’è seccata.
E le suole consumano i colori, ripassano i binari, niente più di questo.
Era lì, non è successo. La vecchia Elisaveta sa che vivere non è una parola transitiva.
Lo sa che sarà liquidata a proprie spese, su due piedi, coi viveri in dispensa.

Elisa Alicudi vive a Torino, dove collabora alle attività di sparajurij e alle sue propaggini editoriali, tra le quali la rivista Atti Impuri. Suoi testi sono usciti su Absolutepoetry, Alfafabeta2, Poetarum Silva e nell’antologia Paesaggio 013 a cura di Tommaso Ottonieri (Caratteri mobili, Bari, 2012).

Nel bosco degli Apus Apus
Mariasole Ariot

Apus Apus: "una sua peculiarità è quella di avere il femore direttamente collegato alla zampa tanto che il nome scientifico deriva dalla locuzione greca "senza piedi". Questa sua caratteristica fa sì che non tocchi mai il suolo in tutta la sua vita; infatti se disgraziatamente si posasse a terra, la ridotta funzionalità delle zampe non gli consentirebbe di riprendere il volo." Quindi dorme in piedi.

Il corpo urta sugli spigoli non per eccesso di ossa ma per un compendio di niente. Mi accorgo della grande solitudine del cielo, di questo filo tirato tra un muro e l’altro per appendere gli impiccati.

Ce ne stiamo lì a guardare, ogni mattina, come fossimo un pubblico in fila al concerto o alle poste, ci spintoniamo per guardare il massacro.

Io vivo, lui non vive, io non vivo. Lui si ritrae nella cantina. Io mi affaccio. Lui vede il bulbo, io vedo il fiore. Lui mi pettina i capelli con il rastrello, io preparo la camomilla.

Quanto manca al primordiale? Amare ha un nome proprio. Io ho perduto il mio.

***

All’ora dei sei pasti ci scambiavamo di posto. Ero nella cricca delle ribelli, mi piaceva fare la parte contraria delle sante: assistevo ai baci delle donne, le loro lingue nei bagni, i giochini all’uncinetto, le mani tra le gambe sotto i tavoli imbanditi e i carrelli del pane e delle flebo, poi scendevo al piano inferiore dell’inferno, ché lì c’era posto per gli invisibili - e io mi sedevo sulle gambe degli internati, avevano tutti le facce incarnite.

Quello spavento non era rassicurante, ma tra i tre mondi a disposizione, quello era l’unico più vicino al sonno. I sensi si scambiavano riconoscenza, Claire mi chiedeva: posso mostrarti un suono? Posso cantarti tutta? Sono il tuo mare?

No, Claire, tu non sei il mio mare.

Eravamo tutti condannati alla verità.

***

Sono le otto del mattino e un pianeta come un sole sopra un sole è comparso alla finestra. L’occhio che si estende mi incolla al vetro, lecco la cornea per vederci meglio, mi avvicino per capire se è la storia della terra che ci siamo raccontati per millenni.

La voce dice: hai sbagliato: ripeti: hai sbagliato. Puoi fare le magie con gli occhi, spostare gli oggetti, farti mangiare dai morti, catturare l’immagine del cielo. Ma c’è un punto intoccabile che continua ad urlare, che cade come resina sugli occhi. La mia nudità è su quel sole che posso vedere solo io e solo sono io, un riflesso di un pianeta che non può cadere e continua a cadere ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni piccolo frammento di tempo.

Madre, la mia pancia è vuota. I miei pianeti sono vuoti. La lampada che mi hai regalato non ha mai emesso luce.

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) Ha pubblicato La Bella e la Bestia in AAVV, Di là dal bosco (Milano, Le voci della luna 2012), Simmetrie degli spazi vuoti (Milano, Arcipelago 2013). Sue poesie e prose sono apparse su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Gammm, Metromorfosi Infocritica. Finalista alla XVI edizione del premio Poesia di Strada (Macerata, 2013), ha composto musica e testo del brano “Inversione” per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri e collabora alla rivista scientifica lo Squaderno - Explorations in space and society. A settembre 2014 entra a far parte della redazione di Nazione indiana. Suona il pianoforte, fotografa e dipinge.

12:27
Gabriele Belletti

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pavimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, ombra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, Verona, Cierre Grafica, 2010

Gabriele Belletti è originario di Santarcangelo di Romagna, dal 2011 vive a Nantes. Dopo la laurea in Filosofia (Estetica) presso l’Università di Bologna, ha studiato Epistemologia a Firenze e, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della Filosofia e della Storia, ha esercitato la professione nei licei italiani. Ha pubblicato articoli su rivista (Chroniques italiennes, Il lettore di provincia, Poetiche, Rivista di studi italiani) concernenti la poesia italiana del Novecento e l’estetica anceschiana. Dopo aver partecipato all’edizione del 2008 di RicercaBo, ha pubblicato due plaquettes di poesia: Condominio (Collana Opera Prima, Verona, Cierre Grafica, 2010) e Beaujoire (in AA.VV., Paesaggio_013, Bari, Caratteri Mobili, 2013). È attualmente iscritto al Dottorato di ricerca in Lingua e Letteratura italiana presso l’Université de Nantes (in cotutela con l’Università di Firenze).

divided by zero, ultima
Daniele Bellomi

dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruirsi
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunga dalla pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

(2014)

Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza e lavora a Milano. Nell’A.A. 2012-2013 si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. È co-fondatore (insieme a Manuel Micaletto) del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non narrative su «GAMMM») e La testa (poesie, autoprodotto) per plan de clivage. Ha anche curato la riduzione a testo del DVD Reading-Lezione all’Accademia di Brera di Biagio Cepollaro. Suoi testi sono apparsi online su Poesia da fare, Niederngasse, GAMMM, Nazione Indiana, lettere grosse, Poetarum Silva, Rebstein, Critica Impura e Carte nel vento; in rivista su il verri (n°50, 2012), Trivio (n°1, 2013) e, prossimamente, su L’Ulisse. Ha partecipato alle edizioni 2013 e 2014 del convegno EX.IT. _ materiali fuori contesto, dedicato alla scrittura di ricerca e tenutosi presso la biblioteca di Albinea: suoi testi sono inclusi nel volume antologico della manifestazione, edito dalla tipografia La Colornese. Finalista per la sezione Raccolta Inedita al Premio Lorenzo Montano 2012 e vincitore del Premio Opera Prima 2013, grazie al quale pubblica la sua prima raccolta di poesie, Ripartizione della volta (2009-2012), co-edita da Anterem Edizioni e Cierre Grafica. Il suo prossimo libro dove mente il fiume (poesie 2012-2014) è in uscita a gennaio 2015 per le Edizioni Prufrock Spa.

Discendenza
Carlo Carabba

Quel che rimane della vita sono
i fatti, eventi registrati
se importanti.
Quello che non rimane sono i sensi
esterni e interni
nascosti dai sepolcri e dall'oblio
di quanti non conosco,
perché lontani morti o nascituri.
E anche dei miei cari non immagino
l'infanzia quando non l'ho conosciuta,
non penserà a mio nonno mio nipote,
se mai ne avrò, che io
non ho pensato al nonno di mio nonno.
Se vivo è per amori
dimenticati e amplessi ripetuti -
risplensero davvero bianchi i soli
sopra i miei cari estinti.
Da un letto di ospedale
mia nonna ha chiamato sua madre
nel sonno e mi ha svegliato.
(Le sono andato accanto
non ce l'ho fatta a dirle
"tutto va bene, nonna, guarirai".)
Di me resterà traccia
a lungo nei registri
delle burocrazie statali,
lascerò un segno quasi eterno
nel ciclo dell'azoto. Ma quanto avrò provato
andrà perduto quando
non ci saranno quelli
che su di me hanno pianto - e io su loro.
Succederà lo stesso
ai frutti smemorati del mio seme
ai loro frutti e ancor
la notte il buio e il freddo
e il sole
di giorno ancora il sole.
Un giorno sarò morto e intanto vivo.

Carlo Carabba è nato a Roma nel 1980. Laureato in storia della filosofia, ha pubblicato i suoi versi su numerose riviste, in alcune antologie (tra cui La generazione entrante, Ladolfi 2011) e nelle raccolte Gli anni della pioggia (peQuod 2008, premio Mondello per l'opera prima) e Canti dell'abbandono (Mondadori 2011, premio Carducci e premio Palmi). Caporedattore di Nuovi Argomenti dal 2009 all'inizio del 2014, ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Riformista e Il Venerdì di Repubblica. Attualmente lavora nell'editoria.

Alessandra Cava

se uno prende a un certo punto la luce che c’è
e poi la fa come quella che sta di là nell’altra
città se il marciapiede del grande viale è come
la bassa marea e il ritaglio dei tetti fa uguale
rilievo a passarci lo sguardo allora svolta nel
vicolo e sta adesso dove prima ha figurato
il fondalino è azzurro molto brillante
il sale qualche varietà di vento tutto si sposta
a seconda del tempo ad esempio i villeggianti
con le stagioni le sedie a sdraio se è notte
il treno quando è l’ora ma adesso si sta fermi
si rilasciano le corde si prende il sole è uno
il momento nella punta delle V affilate
le cabine di legno in fila sul mare
il ripiano dove si mettono gli oggettini le
bomboniere gli angeli trasparenti tutto è
soprammobile (dovrebbe muoversi e invece proprio
non fa neanche un suono) tutto è così evidente è
rilevato col giallo fluorescente
quello è come questo dicono e anche esattamente

Alessandra Cava (1984) ha vissuto a Grottammare, Siena, Bologna, Parigi. È dottoranda in Studi Teatrali alla Sorbonne Nouvelle. La sua prima raccolta, rsvp (2011) è pubblicata nella collana ex[t]ratione di Polìmata. Ha partecipato alla scrittura e alla traduzione collettiva di Le Moulin 14 – 19 luglio 2014 (Benway Series 2014).

Sara Davidovics

C’è un’ombra. È una lingua lunghissima, un twister, un apriscatole. Uno svuota tasche. Una coperta d’angora.
Sotto le dita dei piedi una scala a chiocciola. Una gocciolina, una gaffe. Parentesi graffa.
Le nostre teste arrivano fin qui.
Una giraffa, un’antenna, una farfalla, un’ape regina, una fiaccola. Portami in cima. Alla costola. Toccami.
Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie. Il tallone entra tutto in un tondo.
Attardati.
Non è nostro, non è di pietra questo gradino, un magnete nella mia mano, un pigiama a righe.
Attardati.
Sarai l’ultimo a salire.

C’è un cane con il pelo giallo e un buco al centro, c’è del vetro e uno zoo di latta. Tric-trac tracollo.
C’è un granchio sul letto, due dita di latte, una fetta di torta un confetto blu ti metto un adesivo sulla bocca diventi una Z
e il corpo non si compie mai del tutto. L’acqua è fredda e tu sei il Nord.
Hai costruito un recinto, uno scalpello. Ora tocchi le mie fratture. Avrai due istrici nel cappello e tre civette sul comò.

Tu sei la Z con lo 0 dentro. Tu sei il Nord.
Mi guardi.

Non v’è del tempo che la sua ora che la sua miriade d’altri luoghi quando si scompose nella miriade di tempi. Immobile. Toccami con quelle tue dita asciutte, attendimi sulla soglia, io che continuo a crescere

(Quando giungerà per questo nostro corpo il moto e il corpo tornerà nella sua forma

Il lupo ha la bocca grande e due occhi gialli. Io dormo nella sua pancia come una mollica. Sono l’osso di pane sepolto sotto la zolla. Un astro che cammina, cammina quando larga è la strada e stretta è la via.
Io mangio una mela ogni giorno e il giorno a Nord non dura che un morso, io che mastico, io che ho la bocca piena.

Tu che tocchi le unghie, te le peli, io tutte le vertebre stese in una mano, io in fila, io ritta sulle due zampe.
Tu che guardi la notte, io che la notte non posso guardarti. Tu che tocchi le mie fratture, io ritta sulle tue zampe.

Io che la notte non cresco, io che sparisco

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da OZ - Viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda

Sara Davidovics (Roma, 1981) è poeta, performer e artista intermediale. La sua ricerca ruota attorno al concetto di scrittura come sovrapposizione cognitiva tra immaginazione, memoria e dati di realtà. Il luogo indagato è sempre quello della soglia, dell’interstizio e della relazione tra i segni. La sua pratica artistica è legata al concetto della disseminazione. Utilizza materiali poveri, spesso “recuperati” (sassi, frammenti di ceramica, biglie, indumenti) o intervenendo direttamente nell’ambiente con installazioni ed happening. È autrice di scritture lineari e visuali, video-poesie, partiture per voce, libri-oggetto. Tra le sue principali pubblicazioni: Corrente (Zona, 2006); D’Acque (Galleria E. Mazzoli, 2007); Corticale (Onyx, 2010).

Tommaso Di Dio

Di mattina, raddrizzano i tavoli
al bar del parco. Poi, i piccioni a terra
vanno per le briciole e gli scarsi resti
delle colazioni fra le panche e le bianche
pietre della ghiaia. L'oscuro
tra loro e noi, l'ombra
che divide i gesti e fraziona
le sagome e le specie, nel fogliame
sbregato da primavera. E ora dopo marzo
aprile giugno; e ora nell'estate
che ci smagrisce col suo calore e cancella
ogni segno, ogni differenza. Cosa schianta
questa gioia di tetti e moltitudini, albero
paracarro cane volto città; cosa sono
le lacrime
di queste bestie che non piangono.

da Tua e di tutti, Lietocolle-Pordenonelegge, 2014

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 alcune sue poesie sono state pubblicate in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge.

11
Roberta Durante

ero ferma immobile
quasi crocifissa
l'unico movimento dentro
il mondo che scorreva dal collo al piede
senza forza di gravità

28

quel posto predisponeva tutti all'attesa:
il gatto si leccava
io giocherellavo coi capelli
le margherite a centrotavola si strappavano i petali
da Club dei visionari

Roberta Durante nasce a Treviso nel 1989. Pubblica la raccolta Girini (Edifizioni d’If) in seguito alla vittoria del premio Mazzacurati-Russo, Club dei visionari (DiFelice Edizioni) segnalato al premio Anna Osti, Balena (Prufrock SPA). Sue poesie sono udibili sul sito del poeta Gabriele Frasca .

Avvento
Gabriele Gabbia

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza di ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato di un calco.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia, e ivi vive e lavora. È diplomato in discipline artistiche ed è iscritto alla facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Verona. Sue poesie e/o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites. Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani, premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che si è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita». Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).

Sergio Garau

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Sergio Garau (Sardegna, 1982) dal 2001 prende parte a poetry slam, festival di poesia e videopoesia in una ventina di paesi tra Europa e America. Dal 2010 scrive ed esegue lo spettacolo collettivo IO game over con musicisti, videoartisti e programmatori. Anima laboratori di poesia e performance. Lavora per la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) e per la rivista Atti Impuri (www.attimpuri.it). È uno sparajurij.

Franca Mancinelli

Le tasche finte non le sopporti. Il loro assomigliare così tanto a quelle vere. Lì, sul petto, o nei calzoni, all’apparenza, a forma di. Ingannano fino all’ultimo, quando ti accorgi che non possono, non sono fatte per lasciare entrare nulla. Non ci credi, ritenti, pensi siano molto piccole, poco capienti, ma senti bene la cucitura, come respinge: non puoi, proprio non puoi. Devi portarti addosso questa disonestà, questa nascosta mancanza che irretisce anche i tuoi gesti, i tuoi modi di fare. Anche tu come loro, anche tu.

inedito

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con Poesia e con altre riviste e periodici letterari.

Simona Menicocci

in questa porzione di mare
tutte le parti del corpo
fanno parte dell’acqua
fanno acqua
da tutte le parti del corpo
ora l’acqua è un materiale pesante
non ci sono corpi che sanno
non ci sono corpi che sono
nuotare sani
come un pesce
(in fondo)
la differenza
è che ci sono delle somiglianze
i corpi non vengono / restano
a galla
la lingua non dice / si contiene
in bocca / nella gola
(in fondo)
ogni parola nella sua ritenzione
se non c’è possibilità di uscire
non bisogna parlare
della possibilità di uscire
la lingua è un pezzo di corpo
ogni corpo è un pezzo di un altro corpo
nessun corpo può essere isolato
nel mare non esistono isole
ora parlano
perché si sono sciolti
(in fondo)
non tutti pensano
i pesci non hanno mai paura
che la terra manchi
sotto i piedi
il corpo pensa / parla
i pesci non parlano
questo comporta un aumento
del peso corporeo e una distanza
a seconda della quantità
ogni suono corrisponde ha
un fenomeno corrispondente
per esempio nel mare non si sente nulla
ma il silenzio non esiste l’assenza
di suono è un’incapacità
o una mancanza
di esercizio
ora il mare è pieno di pe
restano non perché sono
ma perché fanno
in fondo
quando un corpo
liquido in un corpo liquido
come dargli torto

Simona Menicocci (1985) ha pubblicato per La Camera Verde Incidenti e provvisori (2012) e Posture Delay (2013). Collabora al collettivo eexxiitt.blogspot.com. Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui L’Ulisse, Nazione Indiana, alfabeta2. Ha partecipato a Poesia totale - In voce (Roma, dicembre 2010), alla quinta edizione di RicercaBo - laboratorio di nuove scritture (Bologna, novembre 2012), alla prima edizione di Ex.it - Materiali fuori Contesto (Albinea, aprile 2013), nel cui volume antologico sono presenti alcuni testi dal progetto Saturazioni. È tra i curatori della seconda edizione di Ex-it – Materiali fuori Contesto (Albinea, ottobre 2014). Per la serie i Fogli Benway è appena uscito il suo testo: Il mare è pieno di pesci (2014).

MAS MACHT FREI
Manuel Micaletto

natale che vigi in me come una legge morale
festività vs festa
divano vs divertimento
nonna vs mondo
io mi comunico di te come della tristezza
va osservato che sei un campione
in una disciplina che è proprio la disciplina
sei il mio eroe quando spazzi via
gli aperitivi dalla faccia del pianeta
e mi prende una gratitudine
che non ha a che fare col desiderio
ma con la giustizia
ok sbrigàti i convenevoli veniamo a noi
natale oltre alla mia più viva commozione
voglio ripagarti in un altro modo
cioè come saprai sul tuo conto ancora permangono
certe difficoltà teoriche che se permetti
mi perito di sciogliere: c'è subbuglio nella comunità scientifica
quando si tratta di collocare le tue prime avvisaglie
in quella dimensione che tu abiti, vale a dire non lo spazio
ma l'arredamento: io penso che tu succedi, ragionevolmente, più o meno
all'altezza del videoregistratore, infatti hai questa simpatia
innata per la tecnologia ma senza esagerare:
tuo luogo d'elezione è, se bene ho inteso, l'orario
con le stanghette a comporre i numeri, che galleggia
in quel liquore cieco dei cristalli liquidi:
lì comincia la tua vita misteriosa, e pian piano ti imponi come un decreto superiore
nel buio di per sempre, nel comunque salone:
ti leghi allora a queste molecole oscure che reagiscono
devo dire molto bene, con educazione, e sposano volentieri
la tua causa di natale (certo risulti facilitato sia dall'ottima reputazione
sia dalla buona causa sia per quella nota professionalità):
quando stringi alleanza col televisore diventa poi un gioco
consolidare il dominio, edificare la tua civiltà
natale che dilaghi come un team juventus
quando il mondo si mostra per quel complesso sistema
di edifici e attraversamenti pedonali
incaricato delle luminarie
natale sei forte con i fari rossi di posizione
che non rivelano il traffico ma la tradizione
di una fiat punto che rifiuta l'estetica
optando invece per la grammatica nuova
delle luci che impazzano
finalmente sottratte al segnale:
la cinque porte di tutti noi, natale
natale sei grande perché in te tutto si fa più consueto
perché sei l'opposto della sorpresa, perché nonostante quei pregiudizi
sui regali l'importante è veramente il pensiero
e tu sei l'unica stagione dell'intelligenza, l'unico tempo del capire
quando le merci scompaiono dagli scaffali e ancora appaiono
in un respawn forsennato da last stage
è in un sentimento di single player, in un'ansia di boss finale
che mi parli, e la tua parola è la tua difficoltà.
soprattutto sei quel match cruciale
vigilia vs attesa
dove l'attesa sta nell'apparire progressivo dell'oggetto
mentre la vigilia è la sua scomparsa a ritroso, lenta e inesorabile
come tu solo sai (cioè vince la vigilia a mani rasoterra)
natale come una distanza immedicata, una galassia impossibile
dai led invii notizie del fade-out che in me
ribadisce il suo pattern: così è un dialogo che mi nega
nella vigilia di tutte le cose

Manuel Micaletto è una vera forza. Eccelle nelle discipline: mario kart, pokémon, advance wars. Ritiene che la FIAT MULTIPLA sia l'unica astronave mai prodotta (ed immessa negli umani commerci, peraltro). Cofondatore del blog/progetto plan de clivage (poesia, prosa non-narrativa, asemic writing), fa parte dell'ensemble di eexxiitt. Nel 2012, Il piombo a specchio. Nello stesso anno: Lorenzo Montano per la prosa. E: ha partecipato a RicercaBo. Sue cose sono comparse su il verri, Nuovi Argomenti, nell'antologia di scritture sperimentali EX.IT 2013 e in rete su Gammm, Nazione Indiana, letteregrosse, Blanc de ta nuque. Moltissime altre sono scomparse.

Fabio Orecchini

a svellere trame di rami con crani
frane tènere come cancrene d'uomo
muti incauti s’addentrano i cani
scavando in dentro, il cedimento
mani su mani, rimami, rimani
questo infinito tenère

testo inedito tratto da TerraeMotus

Fabio Orecchini Suoi testi, opere visive e note critiche alle sue opere sono pubblicate su quotidiani, riviste, antologie e siti letterari. Ha presentato le sue opere in tutti i migliori Festival italiani di poesia e in teatri come il Teatro Valle Occupato e il Teatro India di Roma e il Teatro Basaglia di Trieste. Nel 2010 ha pubblicato Dismissione (Polimata, collana diretta da I.Schiavone, post-fazione di A.Inglese), recentemente ripubblicato da Luca Sossella editore (libro+cd), con una post-fazione di G. Frasca e un concept album omonimo realizzato dal quintetto di teatro-canzone d'avanguardia Pane. Èstato promotore del movimento culturale Calpestare l'oblio, curando inoltre l’antologia omonima edita da Cattedrale. Come regista ha realizzato [A]livePoetry, un progetto di videoarte e documentazione dedicato ai poeti contemporanei (E.Pagliarani e G.Mesa tra gli altri). Nel recente passato ha fondato una web-tv, ha ideato e organizzato Estemporanea, festival di poesia e musica contemporanea, ed è stato curatore e conduttore di un programma radiofonico di scritture antagoniste.

Angelo Petrelli

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è l’oggetto
[ l’affezione il tormento:
nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso
[ l’arcipelago neonato
e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ]
che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba
sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire
piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica
categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio
del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;
oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –
colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!
O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –
come vollero in effetti salendo al tuo ingegno
le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare
sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel
[ in tenui cipressi romani
di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi il busto
il collo la mela macerata la meta invernale distrazione
coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:
O. che sei morte a maggior ragione per te ho inventato
quest’atlante senza coscienza – voglio dire – ritrova
la Tua tristezza dettane il passo così come sembra:
questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto
da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:
su questo intendo soffermarmi, sul tempo
con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,
e che di certo non regge tutte le masse gettate
nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone
il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

da Molokh, peQuod, 2008

Angelo A. Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive e lavora a Lecce. Il suo esordio letterario risale al 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice). Nel settembre dello stesso anno ha fondato L’Alter Ego, periodico indipendente d’estetica e cultura letteraria, promosso in totale autonomia sul territorio salentino sino all’ottobre del 2007. Ha pubblicato, nel marzo 2008, il poema Molokh (PeQuod). È autore di una monografia, al momento inedita, su Emil M. Cioran e di uno scritto polemico sulla figura di Antonio Leonardo Verri pubblicato in Krill (quadrimestrale - maggio 2010). Ha collaborato altresì con la pagina cultura del Nuovo Quotidiano di Puglia; altri interventi critici sono apparsi su riviste come Allegoria (Palumbo editore), Atelier (Edizioni Atelier), L’immaginazione (Manni editore) e il lit-blog nazioneindiana.com.

Rive strane
Jonida Prifti

Sono una falena schiacciata al muro
dietro un salto, senza tono.
Il trillo indaga il sole,
la roccia come un colpo sordo
cade,
salvo il mare.
...e si fschiano in onde prolungate
destinate al risucchio
come una bianca rosa.
Partono due pensieri in fla
l'altro aspetta di lato, con fretta sculaccia l'asino.
Avanti urbano schianto,
giù le rampe, arriviamo.
Logorroico canto
lascia gli sterpi dove c'è palo,
le travi son foglie di marzo quanto il cazzo di maggio.
Miraggi di lune capovolte, o di miopie visioni?
… ma dormi, nessuno d'amore viola,
le nubi o il vento, forse fermano le voci, il mare no.
Spaccato il cielo colpisce la schiena:
parei al vento
prati di lamiera
senza il flo non conduce.
Aspettami sui letti di sabbia,
offuscherò gli occhi.
Le diane alle dita trascinano colori verso deserti.

Binari in velocità. Transiti di paesaggi.
Far fnta di andare per tornare nello stesso numero diviso.
Quarantacinque minuti senza batter fato. Per chi?
In arrivo il culo scattante. Lecco il lucido labbra al ciliegio.
Di fronte il culo attende a me.
Rimango dove sono, con la valigia compatta al marmo.
Il vento attraversa i capelli assolati, di sabbie la pelle. Dove vai?
Trentaminuti ancora. Son stufa di restare qui ma non voglio alzarmi.

Prospettive di futuri nobili, spartizioni,erosioni.
Corrodi la mia carne,
onda funesta,
sbatti contro quei corpi neri al sole,
impavidi di notte in abbracci spettrali.

Di buche le rocce sotto il mondo colpi affranti.
Lui senza verbo, muto nella sedia sfuma in cerchi maschi, cavalieri, righelli di spade
saltano sulle pupille. Lontananze in transito sulle rive strane.

Jonida Prifti, poetessa, performer e studiosa di letteratura contemporanea, classe 1982 (Berat Albania). Fra le pubblicazioni ricordiamo: Çengel (Ogopogo 2008), l’audiolibro Ajenk (Transeuropa edizioni, 2011), Paesaggio 013 (Caratteri Mobili 2013), il saggio Patrizia Vicinelli. La poesia e l'azione (Onyx 2014). Nel 2012 è stata selezionata per il premio Franco Cavallo, ai fini di una pubblicazione collettiva dei partecipanti al premio dal titolo La Poesia: luogo delle differenze. Ha partecipato a vari festival di poesia tra cui Romapoesia, Bolzano Poesia, Poesiatotale, Ammaro amore, PoEtiche etc. Nel 2012 ha presentato il suo video-poema Ajenk alla rassegna Independent Film Show (Napoli). Ha fatto parte del comitato organizzativo della mostra Patrizia Vicinelli. Una parola incorreggibile tenutasi al MLAC della Sapienza dal 10 aprile al 6 maggio 2014. Con il musicista Stefano di Trapani ha formato il duo di poetronica Acchiappashpirt esibendosi in tutta Italia e in Europa. Nel 2012 hanno pubblicato un cd con l'etichetta Ozky e – Sound. Sono stati ospiti all’ultima edizione dei festival Colour Out Of Space e Secret Anarchy Garden negli UK. Con la stessa etichetta ha pubblicato il cd Res, un progetto di poesia sonora insieme al musicista albanese Ilir Lluka. Si è esibita con il regista Khavn De La Cruz e il musicista Mike Cooper, sulle immagini del film "Kalakala" di De la Cruz, in occasione di Across Asia Film Festival negli spazi del MAXXI Museo di Roma (Giugno 2014 ). Dal 2012 è cantante nella band musicale Shesh.

Atlante minore
Ivan Schiavone

randagio sotto il sole della mutazione va l’uomo
intermittenza d’esserci tra continuità di non essere
coscienza perturbante la linearità dell’ottuso
particola divisa vaga d’appartenere all’uno
(osserva il nutrimento, osserva la deiezione
pensa al processo di composizione dell’assimilato,
alla decomposizione dell’espulso in combinazioni nuove) (oppure pensa
alla modificazione universale insita in ogni gesto,
al regesto incalcolabile della causa e dell’effetto,
all’uragano e alla farfalla, all’implicita responsabilità insita nell’atto)
- Williams scrive in Paterson: “il divorzio è
il segno della conoscenza in questo nostro tempo” –
era già inscritta, nell’incisione rupestre,
la tavoletta Dispilio, l’abjad, il cuneiforme e l’alfabeto punico,
la mappa arcaica di Çatal Hüyük e la roccia dei campi a Bedolina,
Varanasi, Alessandria, Atene, Roma, i non luoghi, gli slums, le megalopoli,
il recinto, la cella, l’individuo, lo schermo, il tablet, la schizofrenia? etc. etc. – era già inscritta
la divisione e il divorzio?
se il loro motto è divide et impera
che il nostro dunque sia solve et coagula - quando morì il pappagallo
non facevano che piangere
la figlia piccola allora li apostrofò dicendogli: “se uno è morto
è morto e non si può fare niente e se continuate a piangere
andrò a caccia di un nuovo pappagallo e se avrà un altro colore
lo dipingerò del colore del pappagallo morto e se avrà un altro nome
glielo cambierò con quello del primo – se ogni verità
(ma potremmo anche dire ogni esperienza reale)
è tale unicamente all’interno dell’orizzonte linguistico che l’ha formulata
(il resto è imperialismo culturale) l’asserzione appena enunciata non suonerà
come una contraddizione in termini? – Roma 21/12/2013
al C.I.E di Ponte Galeria otto migranti si cuciono le labbra
con un ago forgiato con la testa metallica di un accendino e il filo di un materasso

Ivan Schiavone (Roma 1983). Ha pubblicato le raccolte poetiche: Enuegz (Onyx, Roma 2010), Strutture (Oèdipus, Salerno/Milano 2011), Cassandra, un paesaggio (Oèdipus, Salerno/Milano 2014). Ha fondato e diretto la collana di poesia ex[t]ratione per le edizioni Polìmata. Cura la rassegna di poesia contemporanea Giardini d’Inverno.

Fabio Teti

immagini anche quelle come con le
ali i piraña, ridanno ora sfondati, dei vetri,
un getto di soldi per questo per molto
nascondere la stanza quella lorda nell’ascolto
dato agli indici o una permuta, invece, dei dati
qui se il dubbio nello spazio è dello spazio, seguìto
è un ragno oltre lo schermo vede i cavi
poi la polvere, l’incàvo
lì sarebbero le lampade
infilate, le chimiche, nell’ano,
le spaccate sulla pelle:
il fosforo che
brucia

Fabio Teti è nato a Castel di Sangro (AQ) il 17/12/1985. Attualmente, vive e lavora a Roma. È stato redattore di gammm.org e puntocritico.eu. Di eexxiitt.blogspot.com lo è ancora. Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui Semicerchio, Nazione indiana, L’Ulisse, lettere grosse, Allegoria, Sud, alfabeta2, l’immaginazione e, in traduzione inglese, sul Journal of Italian Translation e nell’antologia on line FreeVerse – Contemporary Italian Poetry. Nel 2013 ha pubblicato, nelle pagine di Ex.It 2013. Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno), le prose di Sotto peggiori paragrafi e, per La Camera Verde di Roma, b t w b h (frasi per la redistribuzione del sensibile), da cui è tratto il testo qui presentato. Lo stesso è stato esposto, nel maggio di quest’anno, al MACRO di Roma, nell’ambito della mostra collettiva se il dubbio nello spazio è dello spazio, a cura di Nemanja Cvijanović e Maria Adele Del Vecchio.

Tutto fa brodo nel mondo del porno
Julian Zhara

Maturato minuscolo, maiuscolo matto,
misura la criniera di un vacuo sospetto
addormento nell’uscio, dominio astratto
dell’ammontare contagioso di un letto
disfatto, l’apparato collettivo,
il sistema abrogato, giusto, anomalo,
assuefatto di aiuti,
mi hai reso l’indulto, occulto
per niente all’ideologia del detto
già prima, prima di entrare.
Aiuto!
Non aiutatelo ma fatelo ammanettare
dai vostri figli patrioti,
idioti ma forzuti.
L’indignazione a te, a me la rabbia,
auriga del modo.
Ma dov’è modo, l’oltremodo è straniero,
accettato se comunque vi gira intorno,
a me conviene non analizzarlo,
tutto fa brodo nel mondo del porno.
Arguti astemi, vecchiume incallito,
maturati in orrenda unifonia,
da medio borghese il medio dito,
più estremo l’atto, più impura la via.

Julian Zhara nato a Durazzo (Albania) il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni. Ha all’attivo una plaquette In apnea (Granviale, 2009). Ha organizzato varie manifestazioni poetiche tra le quali il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno a Venezia con la rivista Blare Out dove cura una rubrica di poesia. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video artist Enrico Sambenini per il progetto Dune con cui è arrivato tra i finalisti del Premio Dubito. Le poesie sono state pubblicate nell’antologia L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2014). Attualmente vive, lavora e scrive a Venezia.