Rovine su rovine: Beirut a Jumièges

Lisa Ginzburg

Con il viso rivolto al passato, l'angelo della storia osserva davanti a sé un cumulo di macerie, nel mentre il vento del futuro avvolge le sue ali e lo spinge avanti. Questa la celebre immagine dell'Angelus novus di Walter Benjamin, da lui pensata come metaforica del progresso. Là dove più la prospettiva temporale appare stravolta, caotica, indefinita, il passato e il presente si trovano invece inaspettatamente a dialogare. Nel contesto di una generale rovina, ecco lo ieri e l'oggi parlarsi.

Secondo un criterio non molto dissimile, in Normandia, nella cornice della bellissima Abbazia di Jumièges, è stata allestita la mostra fotografica Beyrouth 1991 di Gabriele Basilico (in corso sino al 24 maggio). Una mise en espace che scommette interamente su un principio di risonanza – tra le diverse rovine. Affiancare visioni di macerie è idea guida dell'intero allestimento: macerie “di un'architettura religiosa impregnata di molti secoli di storia, e quelle di un Medio Oriente devastato da una guerra civile” (così il curatore, Gabriel Bauret). Genere di parallelismo che potrebbe risultare azzardato, inverosimile: e che si dimostra invece perfetto nella sua realizzazione.

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Osservi attraverso gli scatti di Basilico le strade deserte e i palazzi divelti della capitale libanese, nel mentre in basso puoi ammirare, distesi, i sarcofagi gotici degli “snervati di Jumièges” (due dei figli del re Clodoveo II ai quali, secondo una leggenda truce e fortemente allegorica, come castigo della loro insubordinazione la madre avrebbe reciso i tendini delle caviglie, rendendo i giovani per sempre non autonomi nel movimento).

Tra contesti di forma ed espressione artistica lontanissimi tra loro (c'è anche il reportage che per la DATAR Basilico realizzò tra 1984 e 1985 lungo la costa francese riurbanizzata secondo industrializzazioni nuove), nessuna contrapposizione o discronìa. Un reciproco intensificarsi, piuttosto. Proprio come nell'immagine dell'angelo di Benjamin, il coesistere di dimensioni temporali avvalora la loro portata in termini di contenuto estetico: perché giustapposte, discroniche, ancor più forte parlano le immagini.

Dopo la prima missione fotografica internazionale del 1991 (ideata dalla romanziera Dominique Eddé, e che vide la partecipazione di altri fotografi quali Koudelka, René Burri, Robert Frank), Basilico tornò a Beirut altre due volte: nel 2003 e nel 2011, prima di ammalarsi e morire nel febbraio del 2013. Tra le sale della mostra, le immagini della città devastata si alternano a quelle di rovine – capitelli romanici, fregi, schegge di pietre tombali. Al piano superiore, ancora più evidente l'analogia visiva tra le mura “ferite” dei palazzi di Beirut (“sembrano soffrire di una malattia della pelle”, Basilico ne disse) e le pareti antiche, anche quelle fatte di pietre a secco.

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L'occhio vaga tra le diverse immagini di devastazione. Lo scenario delle macerie di guerra è doloroso, lancinante sebbene assai meno malinconico di quello offerto dal passato più remoto. E tutto sembra ruotare attorno a un medesimo tema: è la morte ? O una riflessione generale su cosa significhi “rovina” - su quanto, sommandosi, rappresentazioni di decadenza (distruzione provocata dalla guerra, o disfacimento di quel che diviene “vestigia” a causa del trascorrere del tempo) possano potenziarsi a vicenda. Nel suo lavoro sulle origini del dramma barocco tedesco, lo stesso Walter Benjamin argomentava che le allegorie stanno al pensiero così come le rovine al mondo delle cose. Allegorie e rovine, entrambe salvano la storia dalla condanna all'estinzione e all'oblìo, regalandole invece una speranza di resurrezione e rinascimento.

Come le allegorie, sono le rovine, nel loro tentativo costante di rendere eterno ciò che è fugace e passeggero, a trattenere l'immagine del bello, o del terribile, in ogni caso la sacralità di quel che può essere tramandato in quanto resta, è traccia. Impliciti inviti a proseguire, tra le macerie lasciate dal tempo, lungo il cammino di una storia che a ritmo troppo veloce, spesso rarefatto, sempre meno rende la realtà leggibile. Eppure, nonostante sia probabile, come si è espresso Marc Augé, che “la storia futura non produrrà più rovine – non ne avrà il tempo”, è vero anche che può accadere, come l'altro giorno a me tra le rovine di Jumièges osservando le macerie di Beirut, in un reciproco riverberarsi di passato e presente vivifico tanto quanto l'Angelus di Benjamin, di avere l'impressione di capire, a un tratto, molto.

Finding Vivian Maier

Michele Emmer

Una faccia spigolosa, gli occhi che guardano altrove, capelli tagliati corti, dei gran cappelli, alle volte, delle mani nervose, energiche, uno sguardo mai veramente sorridente, e la città, le strade della città sullo sfondo. Al collo la immancabile Rolleflex, con la parte superiore aperta per inquadrare. Una reporter che è andata per decenni in giro per le città nordamericane, fotografando le strade, i bidoni della spazzatura, i quartieri poveri e degradati, le persone.

Migliaia di persone per realizzare un universo solo suo dell’umanità all’interno del quale viveva invisibile, non vista, non capita, non voluta, rifiutando lei stessa di farsi capire, di farsi vedere. Voleva essere una sorta di alieno che rendicontava la vita sulla terra, senza che nessuno capisse che cosa stava facendo e perché. Con una abilità incredibile, con un senso dell’inquadratura, con una capacità di cogliere gli attimi irripetibili che accadono tutti i giorni. Di cui conosciamo il volto, perché molte volte, centinaia di volte, con una buona dose di narcisismo volontario, si è autoritratta, negli specchi, nelle vetrine. Con la sua divisa di bambinaia, ritratta in una stanza in cui si vedevano dei pacchi accatastati, lei, in piedi, con quell’aria seria, volitiva ma mesta allo stesso tempo, con la Rolleflex sul cavalletto, davanti ad uno specchio in cui si vede lei ritratta davanti ad uno specchio con la Rolleflex sul cavalletto, davanti allo specchio... Perchè lo faceva? Non lo sapremo mai. E sappiamo anche molto poco di chi era l’autrice di queste foto.

La storia inizia nel 2007. Un giovane di nome John Maloof sta cercando materiale per una storia su una zona di Chicago, Portage Park. Acquista ad un asta una scatola contenente alcune centinaia di rullini fotografici. Non ha alcuna informazione su chi abbia scattato quelle foto. Maloof comincia a sviluppare quei rullini. E rimane molto colpito, quelle immagini sono sorprendentemente professionali, sono molto interessanti, sono stupende. Ma chi è l’autore delle foto? Da allora la vita di Maloof è cambiata. Ha iniziato con il ritrovare le scatole che erano andate all’asta quando aveva comprato la prima scatola di rollini fotografici. Ha ritrovato tanti rullini fotografici, ha ritrovato abiti, scarpe, oggetti personali, lettere, appunti. Ed anche l'immagine della fotografa, che compariva molte volte in autoritratti con la immancabile Rolleflex. Ritrova anche molti nastri incisi con la voce della donna. E la sua vita diventa la ricostruzione della vita di questa persona che si chiamava Vivian Maier.

Riesce a ricostruire brandelli della sua storia. Recupera circa 150.000 rullini, comincia a stamparli, a scannerizzarli. Crearà poi una fondazione vistitando il cui sito è possibile vedere una selezione delle immagini che ha via via recuperato. La Maier era nata a New York nel 1926 ed è morta nel 2009. Nella totale oscurità come aveva voluto sempre vivere. Durante la sua vita nessuno aveva mai visto le sue fotografie con delle piccole eccezioni. Maloof via via scopre che aveva fatto la bambinaia a New York, a Chicago, in altre città. Ritrova ancuni dei bambini, oramai adulti, che aveva curato. Decide di intervistarli, decide di realizzare un film che intitolerà Finding Vivian Maier. Un film realizzato nel 2013. È una investigazione complicata, una ricerca puntigliosa perché lei, la Maier aveva probabilmete passato la vita a non lasciare tracce di sé. Aveva scelto di fare un lavoro anonimo, poco pagato, pur di essere lasciata in pace a realizzare in solitudine la sua passione: fotografare.

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Tutti coloro che sono intervistati nel film se la ricordano sempre con al collo la sua macchina fotografica. A nessuno è mai venuto in mente di chiedere di vedere che cosa fotografava. Alcuni dei bambini di allora si ricordavano che la bambinia con la Rolleflex li portava nei quartieri poveri, malfamati, pericolosi. Fotografava i bidoni della spazzataura, i poveri, gli emarginati. Ma non solo. Sembra di riscoprire un mondo degli anni Cinquanta, Sessanta. Continuerà a fotografare sino agli anni Novanta. Viveva isolata in tutte le case in cui ha fatto la bambinaia, nessuno poteva entrare nella sua stanza. Quando se ne andava, mandata via, si scopriva che la stanza era piena di giornali mai aperti, sino al soffitto, con uno stretto percorso per arrivare al letto. Alcuni si ricordano che aveva un qualche accento francese. Mallof scopre tra le foto che ve ne sono alcune di un piccolo villaggio in Francia. Individua il villaggio e va ad intervistare dei parenti della madre di Vivian, che era originaria di quel villaggio. E in quel villaggio Vivian tornava all’insaputa di tutti. E sembra che solo lì si facesse stampare alcune foto del paese che venivano utilizzate come cartoline storiche del villaggio.

Il film scopre anche il lato oscuro di questa donna misteriosa, molto alta. Alcuni baìmbini si ricordano che alle volte era cattiva, sadica quasi. Ma quasi tutti se la ricordano con affetto. È morta in un ospizio, era caduta sul ghiaccio. A nessuno in vita aveva mai fatto vedere le sue foto, tranne le poche del villaggio in Francia. Ha anche lasciato centinaia di nastri da registratore incisi. Per esempio quando venne cacciato Nixon andò in giro per i supermercati per chiedere alle persone che cosa ne pensavano di Nixon. Una persona attenta, vigile, curiosa, ma solitaria in modo maniacale. Avrebbe potuto fare la fotografa, avrebbe potuto avere un’altra vita, farsi conoscere, avere una vita familiare, chissà. Ha preferito rimanere nascosta, senza che nessuno sapesse della sua vera vita. Bello e intenso il film con tante foto dellla Maier, bello il libro Vivian Maier: Street Photographer di John Maloof, powerHouse Books (2011). Ad ottobre arriverà una mostra delle foto in Italia. Una storia, una vita, una artista che fortunatamente è uscita dall’ombra.

Finding Vivian Maier
regia di John Maloof e Charlie Siskel
durata 84 m., USA (2013)