La differenza dell’operaismo

Nicolas Martino

Gli anni dei Novissimi e del romanzo sperimentale, di Laborintus II di Luciano Berio e La fabbrica illuminata di Luigi Nono, dei monocromi e del No di Mario Schifano, dei Bachi da setola e del Mare di Pino Pascali, sono anche gli anni delle rivoluzioni copernicane e dei nuovi prototipi mentali in ambito politico.

«Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un grave errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia». In questo celebre passaggio di Lenin in Inghilterra, l'editoriale di Mario Tronti sul primo numero di «Classe Operaia» (gennaio 1964), è contenuto il senso e la novità dell'operaismo italiano degli anni Sessanta. Operaismo che, dice ancora Tronti, «comincia con la nascita di Quaderni Rossi e finisce con la morte di Classe Operaia».

Questa rottura degli anni Sessanta conosce due, o meglio tre, importanti anticipazioni a metà degli anni Cinquanta: 1. Le inchieste sulle classi subalterne condotte nelle «Indie di quaggiù» da Ernesto De Martino, Danilo Dolci e Franco Cagnetta. E tra queste, quella di Cagnetta in Barbagia si segnalava per un'impostazione che, rompendo con il populismo neorealista e mettendo in campo la metodologia della storia orale, voleva già essere conoscenza che trasforma. Nel 1960 con Milano, Corea Danilo Montaldi, intellettuale e militante vicino a «Socialisme ou Barbarie», insieme a Franco Alasia avrebbe portato l'inchiesta nella metropoli. 2. Il magistero di Galvano Della Volpe che, rompendo con lo storicismo idealista del marxismo ufficiale italiano, svelava il carattere essenzialmente mistico e romantico della logica hegeliana e delle sue ipostasi, per proporre un marxismo piantato sul metodo sperimentale del circolo concreto-astratto-concreto. Aristotele contro Platone dunque, e la triade De Sanctis, Croce, Gramsci della via togliattiana al socialismo veniva mandata in soffitta. 3. L'approccio fenomenologico alla soggettività promosso da Enzo Paci.

Mario Schifano, No
Mario Schifano, No (1960)

Il 1961 è l'anno di fondazione dei «Quaderni Rossi». Impegnata nell'analisi dello sviluppo capitalistico nel dopoguerra, la rivista promossa da Raniero Panzieri individua la «composizione di classe» del neocapitalismo italiano in quell'operaio massa protagonista della rivolta di Piazza Statuto - espressione potente dell'autonomia operaia nella città - e indomabile protagonista delle lotte narrate in Vogliamo tutto di Nanni Balestrini1. I «Quaderni Rossi» portano l'inchiesta in fabbrica - nel cuore del processo produttivo - dove Romano Alquati sviluppa la conricerca, l'inchiesta come conoscenza che trasforma, e Raniero Panzieri lavora sull'estraneità operaia rispetto alle forme politiche che lo sviluppo si da. Estraneità perché la classe operaia non è per il progresso, ma per la rottura, per la «costruzione di una razionalità radicalmente nuova e contrapposta alla razionalità praticata dal capitalismo».

Nel 1964 con «Classe Operaia» si compie la rivoluzione copernicana di cui dicevamo all'inizio: il principio è la lotta di classe operaia. Ovvero, solo la lotta incessante tra operai e capitale spiega i movimenti del capitale, quindi la classe operaia è il motore dello sviluppo, è condizione del capitale. La classe operaia è il segreto del capitalismo. Il soggetto è la classe operaia e non il popolo, il luogo è la fabbrica e non la società civile. Il rifiuto del lavoro smonta la retorica lavorista, la rottura con il togliattismo è radicale. La rottura è anche con il terzomondismo di allora, perché «laddove più potente è il dominio del capitale, là si insinua più profondamente la minaccia operaia» e quindi la catena si spezzerà non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte.

E ancora, altro rovesciamento rispetto alla visione terzinternazionalista, la classe operaia contiene gli elementi della strategia nella materialità autonoma della sua composizione, mentre il partito detiene il ruolo tattico, della mediazione politica. Ecco quindi che la lotta per il salario è immediatamente politica, il salario è strumento politico di attacco e di redistribuzione radicale della ricchezza sociale. Per la strategia del rifiuto operaio2, la questione del tempo è quella intorno a cui si gioca la partita fondamentale della lotta dentro e contro il capitale.

Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico
Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico

Eccola dunque la novità dell'operaismo italiano, un marxismo della differenza e antidialettico che smaschera l'universalismo borghese, alleato in questo del pensiero femminista in rivolta contro il dominio patriarcale. Scissione e parzialità, nessuna Aufhebung possibile, anzi Sputiamo su Hegel avrebbe detto Carla Lonzi. È il marxismo della rude razza pagana, in rottura con il populismo proprio come Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa pubblicato nel 1965. Operai e capitale di Mario Tronti esce nel 1966*, ed è l'opera che esprime al meglio la differenza del marxismo italiano, tanto che, parafrasando Mario Schifano, si potrebbe dire che gli anni Sessanta sono Operai e capitale. Ma, è bene sottolinearlo, Operai e capitale è un'opera collettiva, nasce nelle lotte e dalle lotte, e dal lavoro collettivo dei «Quaderni Rossi» e di «Classe Operaia».

Su «Contropiano», nel biennio '68-'69, si consumerà un'altra rottura intorno al problema organizzativo, quello del partito, e dopo il '68 l'eredità operaista verrà raccolta dalle teorizzazioni di Tronti sull'«autonomia del politico», e di Antonio Negri sull'«autonomia operaia». E ancora da «Primo Maggio», la rivista di storia militante promossa da Sergio Bologna, e dal lavoro di Massimo Cacciari che introdurrà nel dibattito culturale italiano i temi del cosiddetto pensiero negativo.

Ancora oggi quella rivoluzione copernicana, tra salti e rotture, continua a fabbricare prototipi mentali intorno ai quali lavora il pensiero internazionale più audace e radicale. Grandeur de Tronti.

*Operai e capitale è stato appena ripubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi

Da alfa63 lo speciale in edicola e in libreria insieme al numero 33 di alfabeta2

  1. Nel 1962 esce per Rizzoli La vita agra di Luciano Bianciardi, un romanzo che anticipa la natura e le caratteristiche del lavoro postfordista: il protagonista qui non è l'operaio massa, come in Vogliamo tutto, ma l'intellettuale impiegato nell'industria culturale, un operaio delle fabbriche dell'anima, antenato arrabbiato degli attuali lavoratori della conoscenza. []
  2. La strategia del rifiuto, così come tematizzata in Operai e capitale, è stata sviluppata in ambito artistico da Francesco Matarrese con il suo rifiuto del lavoro astratto in arte. Le sue non-opere, realizzate in collaborazione con Mario Tronti, sono state presentate a dOCUMENTA (13) di Kassel. []

Per un micromaterialismo della vita precaria

Jacopo Galimberti

In un libro sull’editoria in Italia lessi di come l’Ariosto si barcamenava per stampare e vendere L’Orlando furioso. Sembrava la descrizione di un odierno poeta che si arrabatta per commercializzare la propria plaquette. Tutti i maldestri saggi sulla supposta “attualità” dell'Ariosto venivano di colpo spazzati via dall’immagine folgorante di questo tizio scornato, costretto a gretti lavoretti, leccate e suppliche avvilenti ai Duchi e potenti di turno.

Così come le classi continuano a esistere anche se pochi ne percepiscono l’esistenza, è altrettanto vero, mi sembra, che il precariato sia esistito ben prima del Fordismo. Qualcosa accomuna il ciompo, il picaro, il lazzaro, Casanova sessantenne costretto a fare il bibliotecario, la “gazza” Ariosto e quella pazza di Torquato Tasso. Occorrerebbe occuparsi della longue durée della vita precaria: delle sue condizioni affettive e materiali, delle miserie e prodezze che ne accompagnano il fulmineo passaggio sulla Terra.

E cosa c’è di più naturale per una storica della letteratura, un filosofo, un sociologo trentenne che concentrarsi su questi escamotages proteiformi, visto che probabilmente ne sono a loro volta illustri esperti? Si aprirebbe un nuovo campo d’indagine e uno spietato, irriverente approccio applicabile a qualsiasi periodo storico, prima, dopo o durante la parentesi del Fordismo.

Derrida avrebbe voluto esortare Heidegger o Kant a parlare della propria vita sessuale perché, a suo parere, era imprescindibilmente legata alla loro filosofia. Io, per le stesse ragioni, vorrei sapere tutto sull’economia domestica di Derrida, sul contributo delle compagne munifiche, delle zie, delle nonnine; vorrei sapere come si manteneva Hobbes in esilio, come sbarcava il lunario Debord e se Bacone praticava quello che predicava rispetto alla paghetta ai figli. Vorrei conoscere nei dettagli la meschinità indotta di Gramsci e Togliatti borsisti a Torino, e chiederò ad Antonio Moresco di raccontarmi gli anni in cui, in un monolocale, scriveva sul cesso per non svegliare il figlio.

Non è gusto per il pettegolezzo, ma un’indagine di ciò che quotidianamente sostanzia e angustia il corpo del precario. Si tratta, insomma, di inaugurare un micromaterialismo che non essenzializzi il precariato, ma che dia dignità e centralità a ciò che il Fordismo riduceva a interstizio e pettegolezzo.

Inventata dai “ricercatori scalzi”, cioè da quei comunisti libertari che negli anni cinquanta e sessanta andavano in autostop alle conferenze a parlare del sottoproletariato o della Olivetti, la “conricerca” è oggi ancora più attuale. Spetta ai nuovi “ricercatori scalzi” (il dottorando senza borsa, l’assistente con figlio, quella che scrive la tesina alla reception di un hotel) di instaurare un rapporto di complicità con il proprio oggetto/soggetto.

Una complicità che fa sì che il ricercatore s’impregni delle proprie ricerche non meno di quanto il precario possa appropriarsene per valorizzare la propria vita, e la propria genealogia, fuori e contro la sfera lavorativa.

A meno di non ipotizzare una ricerca fatta dentro e per un movimento, ciò avverrà solo se i Baroni e potenti di turno lasceranno fare. Faranno forse obiezioni, segnalando i rischi di proiezioni, di anacronismi, del tono partigiano... Ma ora più che mai coloro che vogliono produrre qualcosa di feroce nella moribonda università italiana devono essere di parte.

Soggettività smarrita

Ilaria Bussoni

Nel brutto romanzo di Massimo Lolli, Il lunedì mattina arriva sempre la domenica pomeriggio, un manager di successo del miracolo produttivo del Nord-Est scopre di aver perso il lavoro. Nel tentativo di ritrovarlo ciò che gli si rivela è che tutte le qualità individuali di cui si credeva unico ed esclusivo portatore, e che facevano di lui un brillante, stimato e appagato professionista, sono in realtà più diffuse di quanto non creda.

Andrea Bonin, questo il nome del manager, non viene licenziato perché il suo sapere di esperto del tessile è ormai obsoleto, o perché l’organizzazione del lavoro in cui è inserito richieda una competenza diversa; viene licenziato semplicemente perché ciò che egli ha di più prettamente peculiare da mettere al lavoro – le sue facoltà linguistiche e cognitive – è in realtà facoltà di chiunque altro. Bonin si ritrova disoccupato non per una propria mancanza, ma per l’arbitrio di un capitalismo che riconosce a lui le stesse identiche facoltà che riconosce a tutti gli altri.

Un destino non dissimile da quanto accade al protagonista di Moon, film di Duncan Jones, dove l’unico e imprescindibile addetto della stazione lunare che garantisce la sopravvivenza energetica della Terra intera capisce di essere programmato non solo alla sostituzione bensì alla scadenza biologica. Tanto per Bonin quanto per il tecnico Sam Bell ciò che fa di loro individui assolutamente singolari è ciò che li rende lavoratori sostituibili.

Se il libro di Lolli e il film del figlio di David Bowie fossero volti a dare sostanza narrativa alla descrizione del lavoro di fabbrica, la sorpresa non sarebbe molta: in una catena di montaggio poco importa chi sia a occupare una postazione. Ma che entrambi siano coevi di un capitalismo postindustriale che della portata soggettiva di chi è messo al lavoro – dell’esaltazione assoluta dell’individualità del lavoratore e dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro – ha fatto la propria centralità, questo è certo più paradossale. Ed è proprio a questo paradosso, all’ambivalente relazione tra processi di individuazione, tanto sul piano psichico quanto su quello collettivo per dirla alla Gilbert Simondon, e processi di messa al lavoro e messa a valore che si rivolge l’indagine del libro di Federico Chicchi.

Un’analisi che ha il grande merito di potersi leggere anche come la bella condensazione di un dibattito più che trentennale su assoggettamento e soggettivazione nel passaggio da modelli di controllo e di sfruttamento disciplinari a forme di governamentalità dentro una cornice neoliberista, intesa come ben più di un pensiero economico. Nel contesto della nuova episteme, di una «ragione» di cui il neoliberismo si intuisce sia portatore, e della quale questo libro contribuisce a tracciare i contorni, ciò che va messo a fuoco è anche la portata «volontaria» della servitù al lavoro e l’adesione soggettiva a forme di controllo che giocano sull’ambivalenza tra libertà e giogo, tra godimento e mancanza.

Anche per questo, oltre che per rompere una supposta divaricazione fra tradizioni tutta interna al poststrutturalismo francese, Federico Chicchi fa bene a rivolgersi alla psicoanalisi lacaniana che, a partire dalla clinica della sintomatologia contemporanea (tossicità, dipendenza, angoscia, perversione), ha un punto di osservazione privilegiato proprio su quell’«anima» del soggetto al lavoro, territorio di incursioni di un capitalismo che incentiva, organizza, produce e vende forme di soggettività ma che è anche nucleo di resistenza e pur sempre passibile di desiderio.

Nel ricordare che la crisi del modello estrattivo di plusvalore del fordismo sta anche in quelle «fughe» volte a rivendicare per sé un’«anima» che si trova alienata nel processo produttivo, Chicchi traduce ciò che per Foucault è la resistenza prima del potere e per l’operaismo italiano le lotte prima del capitale.

E forse è proprio quest’irruzione dell’anima, negli anni Settanta vettore della crisi e oggi all’origine della produzione di valore, sulla quale dovremmo soffermarci meglio, per vedere in quali figure della soggettivazione sia rimasta impigliata (il lavoro creativo, il lavoro autonomo, l’imprenditore di sé). Cominciando con una domanda: e se la singolarità, l’irripetibile capacità individuale di cui ci crediamo portatori fosse un effetto ottico del nostro essere assoggettati? Ripartiremmo da ciò che abbiamo in comune.

Federico Chicchi
Soggettività smarrita
Sulle retoriche del capitalismo contemporaneo
Bruno Mondadori (2012), pp. 174
€ 16,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

Finale di partito

Michele Spanò

L’ironico calco beckettiano con cui Marco Revelli ha voluto titolare il suo nuovo pamphlet non fa velo all’urgenza del tema: la crisi di una delle forme più longeve dell’organizzazione della politica occidentale. La crisi conclamata e l’interminabile tramonto del partito politico sono indagati da Revelli senza nostalgie passatiste o vagheggiamenti di ripristino o restauro, ma anche senza indulgere alle facili pose della vendetta postuma o della resa dei conti.

Molti dati, in avvio; una genealogia e una proposta di eziologia, nel mezzo; domande più che risposte, in coda. Certo è che il libro di Revelli non ha né il tono né il passo del lavoro del lutto (è distante anni luce, tanto per intenderci, da alcune più recenti e importanti riflessioni trontiane). In Oltre il Novecento (Einaudi, 2001) Revelli aveva disegnato e auspicato una transizione possibile in grado di condurre dalla militanza all’attivismo: analizzando quella parabola del mutamento che investiva le forme dell’impegno civico degli attori sociali e le trasformazioni delle forme di vita (e di lavoro) contemporanee di cui quel nuovo modo di «fare» politica era la traduzione (e in verità tutta la metamorfosi si giocava sul necessario indebolimento di ogni «fare»).

Oggi il discorso si fa insieme più esatto e meno ottimistico. Se l’orizzonte del presente sembra essere quello di un vasto mare in cui si può solo «navigare a vista», dominato dunque dalla mancanza strutturale di «visione» e di «progetto», il soggetto collettivo deputato alla sintesi di interessi (e desideri) sociali che è stato (o avrebbe potuto essere) il partito politico è letteralmente alla deriva. Revelli mette al lavoro la genealogia dell’elitismo a dimostrare il tendenziale divenire oligarchico della forma partito e la necessaria «abrogazione» che oggi subirebbe quella che Roberto Michels chiamava, indagando in flagranti la nascita dei partiti di massa, la «ferrea legge dell’oligarchia». Il motivo che spiega tale «abrogazione» sta in quella che si potrebbe definire una fondamentale isomorfia tra le forme dell’organizzazione politica e di quella produttiva.

È il divenire postfordista della politica a spiegare la fine del partito e l’urto tra la sua naturale tendenza oligarchica e la «composizione di classe» delle forme della cooperazione sociale contemporanea. Come il modo di produzione capitalistico è transitato dal regime fordista a quello postfordista, così la politica si trova immersa in un ambiente in cui domina la «leggerezza» del just in time e la snellezza dell’organizzazione catalitica. I partiti si sarebbero rivelati incapaci di dominare il passaggio d’epoca e, soprattutto, di governare lo squilibrio tra costi di transazione e di organizzazione che lo caratterizza. Rimasti legati a un tempo dell’organizzazione macchinico e fabbricocentrico, i partiti sono investiti après-coup dalle metamorfosi del capitalismo.

Sono dunque le forme di vita contemporanee (i «cervelli furiosi»), che questi mutamenti hanno insieme (secondo una lezione che è tanto quella operaista quanto quella foucaultiana) prodotto e sopportato, a essere irriducibili a quella forma e a quello schema organizzativo. La crisi della forma-partito investe infatti il dispositivo cruciale della politica moderna: la rappresentanza. Una crisi che, nel riferimento al notevole programma di ricerca allestito da Pierre Rosanvallon intorno alla «controdemocrazia», è assunta con riserva. Revelli assegna infatti ai partiti il ruolo di discreti compagni di strada, di soggetti impegnati a sperimentare e praticare forme di socialità orizzontali e autorganizzate. Sembra insomma che la vita prevalga sulle forme.

È tuttavia una proposta appena sbozzata, e c’è da credere che attorno al rapporto di tensione tra forme di vita e forme della politica (o istituzioni) ci sia ancora molto da dire: il dibattito e gli esperimenti attorno alla possibile costituzionalizzazione dell’autonomia delle forme della cooperazione sociale lo attestano al di là di ogni irragionevole dubbio.

Marco Revelli
Finale di partito
Einaudi, 2013, 138 pp.
€ 10,00

Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie

Lo stato di crisi permanente

Andrea Fumagalli

Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.

Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.

Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.

Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».

Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.

In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.

L’invenzione dei lavori inutili

Christian Marazzi

Pubblichiamo un estratto dall'ultimo libro di Christian Marazzi, «Diario della crisi infinita» in libreria in questi giorni per le edizioni ombre corte. Il libro raccoglie articoli scritti e interventi dell'autore pubblicati negli ultimi anni e che riuniti in questo volume disegnano, come recita il titolo, un diario della crisi: il capitale come rapporto sociale si è spezzato, la creazione di ricchezza è ormai incapace di generare crescita e benessere, mentre produce disuguaglianze vertiginose e sofferenza diffusa. È con questa profonda trasformazione che si misurano i testi e gli interventi raccolti, che non si limitano tuttavia all'osservazione e all'analisi degli eventi economici e politici degli ultimi anni, ma rimandano espressamente a una riflessione collettiva su come agire "dentro e contro" la crisi, lungo quali assi strategici, con quali obiettivi e modalità di lotta.

Il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes,in un suo scritto del 1930 prevedeva che entro la fine del secolo lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso la riduzione della settimana lavorativa a sole quindici ore. Keynes basava la sua previsione sulla base della limitatezza dei bisogni materiali. Non solo questa sua previsione non si è avverata (la crescita dei bisogni si è rivelata inesauribile), ma la tecnologia stessa è stata utilizzata per inventare nuovi modi per farci lavorare tutti sempre di più.

Un vero paradosso che viene di solito attribuito al consumismo, responsabile della creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie per soddisfare il desiderio di nuovi giocattoli e i piaceri più diversi. Eppure, se si guarda all’evoluzione dell’occupazione dell’ultimo secolo si nota che tanto è crollata (come previsto) l’occupazione industriale e agricola come effetto dell’automazione, e tanto, anzi tantissimo sono aumentate le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio, passando da un terzo degli impieghi complessivi a tre quarti.

I lavori che veramente sono esplosi sono quelli amministrativi, con la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, di settori come quello giuridicoaziendale, dell’amministrazione accademica e sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. Ai quali andrebbero aggiunti gli impieghi che forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza come pure l’esercito di attività secondarie, dai toelettatori di cani ai fattorini che consegnano pizze a chi lavora tanto tempo in altri settori.

I tagli all’occupazione, i licenziamenti e i pre-pensionamenti il più delle volte riguardano lavori socialmente utili, mentre aumentano le attività amministrative e il tempo di lavoro da dedicare a seminari motivazionali, ad aggiornamenti dei profili Facebook o a scaricare roba. Per non parlare di un altro paradosso, quello che vede i lavori che veramente giovano ad altre persone, come quello di infermieri, spazzini, badanti o meccanici, pagati una miseria.

È difficile dare una spiegazione economica a questo aumento delle attività amministrative e di controllo di lavori altrui. Come ricorda l’antropologo David Graber, nell’economia di mercato “questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere”, quello che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Di fatto, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno.

Forse la spiegazione c’è, non è economica ma politica e morale: liberare tempo per sé, lavorare meno per lavorare tutti e meglio, è visto con sospetto, come se comportasse la perdita di potere sulla vita degli altri. Meglio quindi inventare lavori inutili, ma utili per piegare tutti all’etica del lavoro.

Pubblicato in “RSI Radiotelevisione svizzera, Rete Due - Plusvalore” (12 dicembre 2014).