Un socialista del Novecento

Gaetano Azzariti

Viviamo tempi di letture semplificate, ricostruzioni storiche approssimate, biografie stravolte. Un tempo dove l’ossessione per l’immediatamente rilevante (l’eterno presente) finiscono per lasciarci tutti privi di memoria, senza possibilità di confronti, senza criteri di giudizio. E, senza giudizio, la cultura, la politica, la democrazia finiscono di perdere il loro senso, riducendosi a vuota rappresentazione di sé. C’è chi, però, non vuole arrendersi allo stato di cose presenti e torna caparbiamente a guardare al passato per progettare il futuro.

Lezioni di storia che riescono, a volte, a farci intravedere la strada che potremmo percorrere, se solo riuscissimo a cambiare rotta. In alcuni casi basta tornare a guardare in faccia i protagonisti del secolo scorso per rinvenire i fili di un'altra storia. È il caso di Lelio Basso, intellettuale eterodosso, socialista luxemburghiano, padre costituente, politico critico della politica. Una figura del nostro passato il cui pensiero – anche grazie alla fondazione Lelio e Lisli Basso - è stato spesso oggetto di riflessione, ma che non smette di interrogarci, stimolandoci ad un confronto impietoso con le miserie del presente. È questa la sensazione che si trae dall’ultimo studio a lui dedicato: Chiara Giorgi, Un socialista del Novecento. Uguaglianza, libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso, Roma, Carocci, 2015. Dal volume - che esamina gli anni più intensi della vita di Basso, sino al 1948 – emerge non solo la profondità di pensiero e la consapevolezza nella visione politica del protagonista, ma anche la sua distanza ontologica con le comparse che oggi dominano la scena. Un «antieroe» potremmo immaginificamente dire.

Così è se si pensa alla sua interpretazione del socialismo, “eretica” certamente, ma entro un credo comune, fatto di principi e inserito in un movimento, una comunità politica di cui era e si sentiva integralmente parte. A fronte dello slabbramento nichilista del presente una lezione da imparare. Forse la rottura del conformismo dilagante potrebbe passare per la riscoperta della ereticità rigorosa di Basso.

Così è anche se si riflette all’idea complessa di politica di Basso: una continua ricerca intellettuale, intesa sì come prassi, ma anche come strumento di coinvolgimento, di formazione delle coscienze (della coscienza di classe), per la edificazione di una società (socialista) di persone eguali e libere. Immergendosi tra le pagine del volume si avverte la distanza abissale tra quest’impegno sociale e morale (Giorgi sottolinea opportunamente il fondamento protestante dell’etica bassiana) e il modo d’intendere la propria professione di chi oggi vive di politica (e non per la politica, secondo la nota distinzione weberiana). Una dimensione della politica attuale ove prevalgono ormai le logiche escludenti che hanno sostituito quelle inclusive, un’avversione connaturale e una diffidenza dichiarata nei confronti degli intellettuali, una congenita ripulsa a pensare “grandi trasformazioni”, una resa all’unico mondo possibile scontando l’ineguaglianza dei diritti e la limitazione delle libertà dei non-eguali.

Alla governabilità dell’esistente come unico orizzonte politico possibile, Basso contrappone la prospettiva concreta del socialismo come espressione di una “nuova” società. Non una società idealizzata, ma costruita da soggetti storici reali, frutto di una dinamica che non può essere considerata predeterminata o necessitata, che può imporsi solo se – e nella misura in cui - la partecipazione consapevole delle forze sociali (delle masse popolari) riesce a prevalere entro le istituzioni economiche e politiche del paese. In sostanza una diversa idea di democrazia – rispetto a quella invertebrata oggi dominante - che pone al suo centro il conflitto, la lotta per i diritti, i soggetti storici reali. Rileva giustamente Chiara Giorgi, “Basso farà così propria la prospettiva del costituzionalismo moderno” (p. 15).

Ed è entro questa prospettiva di costruzione della democrazia che Basso, più di altri intellettuali e politici del suo stesso tempo, scopre il ruolo del diritto e l’importanza del momento istituzionale. Scrive in proposito ancora Giorgi: “La valutazione di Basso del diritto, della legislazione e delle istituzioni è positiva, e non appartiene alla vulgata più nota della sinistra: essi non sono semplici strumenti oppressivi della classe dominante, così come lo Stato non è un blocco monolitico. Al contrario essi sono espressione della società nel suo complesso, con i suoi antagonismi e conflitti, sono la risultante di uno scontro continuo tra le opposte forze sociali e politiche” (p. 177). Una capacità di comprensione della reale dimensione del potere (e delle sue ambiguità), nonché della lotta politica (e delle sue virtualità) allora probabilmente minoritaria, oggi decisamente negata tanto dagli apocalittici quanto dagli integrati, tanto dagli antagonisti quanto dai governisti, che dominano il campo. Divisi su tutto – soprattutto a sinistra – qualcosa unisce i nuovi populismi, quelli di governo come quelli di opposizione: la visione semplificata del potere. Per gli uni sempre predisposto al “bene” e al servizio del popolo; per gli altri – in un gioco di specchi – eternamente “cattivo”, da condannare “per principio”, per recintarsi entro un impotente ma salvifico comunitarismo identitario.

Di tutt’altro genere la riflessione di Basso. Egli accetta la sfida istituzionale e partecipa come protagonista alla lotta per la costruzione della democrazia. Nella straordinaria esperienza dell’Assemblea costituente la sua voce fu tra le più autorevoli e permise di inscrivere nella nostra tavola delle leggi alcune delle disposizioni più rivoluzionarie. È noto: in particolare a Basso si deve la scrittura dell’articolo 3, sul principio d’eguaglianza, e dell’articolo 49, sul ruolo costituzionale dei partiti. Giorgi ripercorre con attenzione i diversi passaggi e richiama il contesto entro cui si svolse un dibattito né facile né scontato tra forze politiche diverse, ma tutte consapevoli della necessità di dare una nuova forma allo Stato democratico e pluralista. Qui ci si soffermerà brevemente solo sull’essenziale.

L’affermazione di un’eguaglianza sostanziale – oltre a quella formale – fu voluta da Basso non solo per ragioni di equità sociale, neppure tanto per astratto solidarismo, ma per innestare, di fatto, “la contraddizione sociale sul tronco istituzionale, spingendo ‘le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione’” (p. 177, richiamando Stefano Rodotà). In tal modo si riuscì a conseguire un risultato politico e giuridico fondamentale: “si obbligano le istituzioni a far propria la logica dinamica del cambiamento” (p. 177-178). È questa l’essenza della cultura istituzionale (e del conflitto) di Lelio Basso, oggi sostituita da una visione istituzionale neutra cui si contrappone un antagonismo sterile. A chi volesse uscire dalla palude nella quale attualmente siamo sprofondati, per recuperare una capacità di cambiamento sociale e politico, anche il più radicale, Basso indica una via. Non quella di separare il Palazzo dalla piazza, ma – all’inverso – di aprire la dimensione istituzionale immergendola completamente nella prassi sociale. In tempi di crisi profonda della rappresentanza politica una lezione su cui meditare.

Il lettore disattento potrebbe a questo punto pensare ad un Basso spontaneista, che si abbandona fiducioso alla dinamica sociale. Se si presta attenzione a quanto inizialmente richiamato (l’importanza della formazione delle coscienze e la lotta culturale) ci si avvede dell’abbaglio. Basso non pensa per nulla che le istituzioni debbano semplicemente seguire il flusso spontaneo degli eventi, magari dominate dalle pulsioni del momento; non è questa la sua idea del conflitto o del cambiamento. Le istituzioni non seguono il vento del tempo, ma sono solidamente ancorate ai principi specifici: quelli di dignità, di eguaglianza, di libertà. È nell’intreccio tra principi costituzionali che si qualifica la democrazia costituzionale. Anzi alle istituzioni (al potere democraticamente costituito) spetta proprio la realizzazione di questi principi non neutrali.

Ma è – ancora una volta - nell’intreccio tra ruolo delle istituzioni e lotta per i diritti che si rinviene lo specifico contributo bassiano. Quando affronterà il tema del ruolo dei partiti in costituzione (nella definizione dell’articolo 49) appare in tutta evidenza il ruolo strumentale delle organizzazioni politiche. I partiti non sono, per Basso, mezzi di governo o di potere, bensì strumenti che rendono possibile la concreta partecipazione di tutti i cittadini alla determinazione della politica nazionale. Come ancora scrive Giorgi (a p. 202), è ben evidente in Basso l’intreccio tra articolo 49 e articoli 1 (sovranità popolare) e 3 (eguaglianza dei cittadini).

Da qui la sua attenzione al ruolo, non solo dei partiti di maggioranza, ma anche a quelli di minoranza, che non possono essere discriminati, poiché si lederebbe in tal modo il principio della partecipazione di tutti i cittadini alla politica. Anche l’attenzione prestata – soprattutto dopo la fase costituente – al controllo dei cittadini sugli orientamenti dei partiti, esprime non solo la sensibilità “consigliarista” di matrice luxemburghiana di Basso, ma anche la sua idea di partito come strumento di concreta partecipazione dei cittadini. Agli antipodi, dunque, delle tendenze autoreferenziali e schiacciate su derive governamentali dei partiti d’oggi. Inconcepibile per Basso un partito personale. Chissà se c’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare la voce alta e nobile di un protagonista del Novecento in tempi, come i nostri, di democrazia maggioritaria, dove le logiche di governo sembrano aver marginalizzato tanto le minoranze politiche quanto la partecipazione dei cittadini.

Il libro verrà presentato martedì 30 giugno alla Fondazione Basso - ore 17.00.
Intervengono con l'autrice: Giacomo Marramao, Mariuccia Salvati, Stefano Rodotà - Coordina Elena Paciotti. Fondazione Basso - via della Dogana Vecchia 5, Roma.

Il vento dell’uguaglianza

Antonello Ciervo

«Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui vige l’eguaglianza, qui non conta niente nessuno». È questo il messaggio di benvenuto che il Sergente Hartman rivolge alle sue nuove reclute, che iniziano il loro duro apprendistato nel corpo dei marines.

Messaggio cinico ed iperbolico allo stesso tempo, eppure terribilmente efficace, che strappa un sorriso amaro e che sembra descrivere perfettamente il nostro presente: in quella grande caserma in cui si sono trasformate le società neoliberiste occidentali, infatti, il principio di uguaglianza sembra aver perso tutta la sua carica sovversiva.

Non soltanto si è ridotto ad un mero rilievo formale – siete tutti uguali davanti alla legge e tanto vi basti –, ma è stato, al contempo, completamente forcluso dal dibattito pubblico. Bisogna fare le riforme, è necessario raggiungere il pareggio di bilancio, non si possono sforare i parametri di Maastricht, bisogna rendere sempre più efficiente la macchina dello Stato: tutte queste parole d’ordine, forti della propaganda neoliberista e della degenerazione tecnocratica ad esse sottesa, rimuovono gli effetti della macelleria sociale di cui nascondono i mandanti.

I nostri nonni erano soliti sfogarsi, quando le cose non andavano come volevano, dicendo che a loro li aveva rovinati la guerra; i nostri padri, invece – per colpa di quella cattiva coscienza che ti ricorda che a vent’anni eri giacobino e a sessanta ti ritrovi ad applaudire Papa Francesco alla televisione –, si lamentano che a loro li ha rovinati il Sessantotto. La nostra generazione, invece, la sta rovinando la Bocconi e tutti quei think-tanks pseudo-accademici che sfornano, anno dopo anno, soggettività lavorative docili alle leggi del mercato, pronte a dare immediata attuazione al progetto politico della troika.

A parlare di uguaglianza in tempi così bui, insomma, si corre davvero il rischio di essere inattuali: forse è proprio per questo motivo che deve essere letto con piacere il recente volume, pubblicato da Ediesse e curato da Chiara Giorgi, intitolato Il progetto costituzionale dell’uguaglianza. Questo lavoro collettaneo, che raccoglie gli atti del convegno internazionale, promosso ed organizzato dalla Fondazione Lelio e Lesli Basso nel dicembre del 2013 a Roma, affronta in chiave multi-disciplinare la questione dell’uguaglianza – a partire dalle scelte del Costituente repubblicano – e si pone l’interrogativo, davvero inattuale, se sia possibile ancora oggi costruire una società degli eguali.

Il punto di partenza, come detto, è l’articolo 3 della Costituzione scritto da Lelio Basso in Assemblea Costituente: se infatti, al primo comma, recependo la tradizione liberale, l’articolo 3 sancisce il “classico” principio di uguaglianza formale, al secondo comma, invece, esso assume una connotazione davvero sovversiva: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ci voleva davvero, come scrive Chiara Giorgi, tutta la fantasia giuridica di un socialista eretico come Lelio Basso, per scrivere un articolo del genere, capace in maniera così icastica di denunciare quella scissione tra citoyen e bourgeois, quella contraddizione tutta interna allo Stato liberale borghese che, prima di altri, già Marx aveva colto nella Questione ebraica. Ma è proprio in questa lettura processuale della trasformazione della società – in pratica, un cammeo di Rosa Luxemburg alla Costituente –, che si radica un’idea del diritto che ancora oggi movimenti e partiti di sinistra (o quanto meno ciò che di loro resta nell’attuale scenario politico), non riescono ad apprezzare fino in fondo.

È proprio Chiara Giorgi a ricordarcelo quando afferma, con le parole di Lelio Basso, che il diritto e le istituzioni «non sono semplicemente strumenti oppressivi della classe dominante, così come lo Stato non è un blocco monolitico. Al contrario essi sono espressione della società nel suo insieme, con i suoi antagonismi e conflitti, sono la risultante di uno scontro continuo tra le opposte forze sociali e politiche, nel quale non è solo la classe dominante a trovare spazio». Del resto, il secondo comma dell’articolo 3 dichiara che l’ordine giuridico è in contrasto con l’ordine sociale: la Costituzione dice e pretende l’uguaglianza, ma è costretta a riconoscere che essa di fatto nella società ancora non esiste. L’uguaglianza, quindi, deve ancora essere realizzata, è il punto di arrivo, non il punto di partenza del nostro agire politico.

In questa prospettiva, il diritto si pone non più in termini sovra-strutturali – come vorrebbe una rozza vulgata marxista, che ancora oggi ottiene migliaia di mi piace su facebook –, ma come infra-struttura rispetto alla società, come potenziale strumento nelle mani delle classi subalterne per provare a sovvertire l’assetto istituzionale del presente: il diritto, in ultima istanza, è sempre anche conflitto sociale, è sempre anche «lotta per conquistare diritti». Insomma, mentre assistiamo a discussioni inutili e ad oziosi distinguo su quale debba essere l’uso più (ideologicamente) corretto del diritto, chi comanda – che, come è noto, non è disposto a fare distinzioni filosofiche – sembra aver già colto in anticipo, e con estrema lucidità, qual è oggi la posta in gioco della politica.

Del resto, le riforme che la troika – tramite la famosa lettera della BCE – ha chiesto all’Italia, non si pongono forse sul piano di una diversa ricostruzione giuridica dei rapporti sociali? La riforma del mercato del lavoro – con l’abrogazione di buona parte dello Statuto dei lavoratori, incluso l’articolo 18 –, l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione e la rigorosa regolamentazione legislativa della tracciabilità delle transazioni monetarie, non sono forse un esempio di «rivoluzione regressiva» che tende ad acuire le disuguaglianze sociali, al fine di creare la società neo-liberista perfetta?

E non è stata forse JP Morgan, in un documento top secret del 28 maggio 2013, poi pubblicato su tutti i quotidiani europei, ad affermare che «I sistemi politici dei paesi del sud Europa, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”, perché prevedono “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo»?

Il libro curato da Chiara Giorgi, impreziosito da una bella introduzione di Stefano Rodotà, è davvero un piccolo laboratorio di critica intellettuale che raccoglie i contributi di importanti studiosi, che nel corso degli ultimi anni, si sono confrontati proprio su questi temi. Tra i lavori più importanti, si segnalano senz’altro quello di Gaetano Azzariti, che analizza lo sviluppo storico della portata rivoluzionaria del principio costituzionale dell’uguaglianza, ma anche quello di Luigi Ferrajoli, che mette in luce la crisi del nesso funzionale che intercorre tra uguaglianza, sviluppo economico ed economia. In particolare, il filosofo sottolinea come i diritti non possano attuarsi per virtù propria, ma necessitano sempre della politica, perché non si può «reclamare il nesso fra uguaglianza, diritti e partecipazione senza riferirsi a un modello politico che a questo nesso ispiri le sue scelte».

Ma sono soprattutto i saggi a firma di due economiste, Elena Granaglia e Laura Pennacchi, che analizzano, dati alla mano, l’aumento esponenziale delle disuguaglianze causato dalle ricette economiche neo-liberiste, attuate acriticamente dalla cosiddetta “sinistra riformista”. Elena Granaglia, ad esempio, analizza con dovizia di particolari l’andamento dell’indice di Gini negli Stati Uniti nel corso dell’ultimo decennio ed i dati che snocciola sono davvero sconcertanti: tra il 1997 ed il 2012, il 68 % della ricchezza prodotta negli States è andata all’1 % della popolazione più ricca, mentre nel periodo che va dal 2009 al 2012, quello stesso 1 % si è impossessato addirittura del 95 % del PIL.

A ciò si aggiungano le disuguaglianze reddituali nel mondo del lavoro: se fino agli anni Settanta del secolo scorso, il rapporto reddituale tra un amministratore delegato di una corporation ed un suo dipendente era di 1 a 20, oggi siamo arrivati ad una forbice di 1 a 273! In pratica, l’amministratore delegato di MacDonald, nel 2013, ha guadagnato 10.500 dollari l’ora, mentre la paga oraria di un dipendente medio dell’azienda si è attestata a soli 9 dollari lordi. Sulla stessa scia si muove Laura Pennacchi, la quale rileva come la crisi finanziaria del 2007 sia stata una vera e propria «bancarotta della teoria economica del neo-liberismo ortodosso», un paradigma teorico questo che ha dimostrato tutta la sua fallacia e che tuttavia «continua imperterrito sul piano pratico a dominare le menti e le politiche», a dimostrazione del fatto che la sua sconfitta teorica non equivale alla sua resa politica.

I ragionamenti della Pennacchi e della Granaglia muovono da un approccio metodologico indubbiamente di tipo neokeynesiano, che sta ritornando in auge nel dibattito scientifico del nostro paese, anche grazie all’enorme successo ottenuto dal recente lavoro di Thomas Piketty. In sintesi, dietro queste nuove visioni critiche del mainstream neoliberista, si nasconde l’idea che il capitalismo, lasciato a sé stesso, crea disuguaglianze sociali su vasta scala. Il punto però è che per poterlo dire – e, quindi, per essere legittimati a criticarlo – è necessario dimostrare, da un punto di vista rigorosamente econometrico – cioè, come detto, dati alla mano –, che se si continua così, a guadagnarci saranno sempre e soltanto i soliti noti.

Forse anche questo è un segno dei tempi: se, infatti, l’unico modo per affermare che il capitalismo crea disuguaglianze, consiste nel fare accurate ricerche statistiche – finalizzate a dimostrare che questo tipo di politiche economiche non è conveniente per la maggior parte dei lavoratori –, significa che ci troviamo nella situazione, un po’ paradossale, per cui diventa obbligatorio guardare le previsioni del tempo in televisione, prima di poter essere autorizzati a dire se fuori piove o c’è il sole. Il rischio è che in questo modo si contrapponga tecnicismo a tecnicismo, un modello economico cattivo ad uno buono, soltanto perché il keynesismo ha funzionato meglio del neoliberismo, per un paio di decenni nel corso del XX secolo e, tra l’altro, soltanto in Occidente.

Il limite di questo approccio, allora, consiste nel restare comunque fedeli ad una ragione calcolante, senza elaborare – per contrapporla alla ragione neoliberista – un’idea altra della società – come pure si afferma nei saggi sul costituzionalismo sudamericano di Marcello Cattoni e Isidoro Cheresky presenti nel volume –, un’idea fondata sulla tutela dei diritti sociali e sul promovimento dell’uguaglianza di fatto di chi lavora, senza funzionalizzare questo progetto a criteri efficientistici o a riscontri econometrici.

Non sarà quindi la scienza triste a dirci come fare per creare una società di eguali, ma sarà la lotta per i diritti e l’immaginazione delle nuove soggettività lavorative – che desidereranno questa nuova società e che ricominceranno nuovamente a produrre conflitto sociale –, ad indicarci la rotta. In fin dei conti, non hai bisogno di una laurea in economia per sapere che il capitalismo crea disuguaglianze: basta semplicemente lavorare 16 ore al giorno davanti ad un computer, con un contratto di lavoro che scade dopo un mese – che non sai ancora quando e se ti verrà rinnovato –, aprire il portafogli e renderti conto che anche questa volta, per pagare l’affitto, dovrai chiedere i soldi a mamma e papà. Del resto, come dice il poeta, You don’t need a weatherman to know which way the wind blows: e fuori dalla finestra, così pare, c’è la bufera.

Il trucco

Michele Spanò

Il libro di Ida Dominijanni Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014), verrà presentato oggi alle 17.30 alla Fondazione Basso (via della Dogana Vecchia 5, Roma). Con l'autrice intervengono Laura Bazzicalupo, Maria Luisa Boccia e Mario Tronti. 

C’è una generazione, a cui chi scrive crede di appartenere, che ha capito qualcosa dell’essenziale non coincidenza della politica con se stessa leggendo, per molti anni, la leggendaria rubrica che Ida Dominijanni pubblicava sul manifesto: Politica o quasi

Era un altro modo – misurato su un’epoca incapace di essere epocale – di dire è già politica; i presunti confini che presidierebbero il politico e le indefettibili logiche che deciderebbero dell’attribuzione del predicato della politicità a eventi, azioni e soggetti apparivano in tutta la loro intransitabile opacità, parzialità e malcelata arbitrarietà, striati gli uni e attraversate le altre dalle correnti del desiderio, dagli inciampi del godimento, dagli ostacoli e dalle sorprese del corpo sessuato, dalle fantasie e dai fantasmi delle parole. Tutto ciò che impedisce alla politica di coincidere con se stessa (di chiudersi, di appartenersi) è dunque anche ciò che le permette di accadere altrimenti da come e altrove da dove avremmo immaginato (o dovuto immaginare).

A lungo restia – e non senza buone ragioni – all’idea di dare al suo pensiero la forma di un libro, Ida Dominijanni ha scelto finalmente di farlo sfidando deliberatamente il contro-tempo e scrivendo perciò un testo felicemente e orgogliosamente inattuale senza perciò essere intempestivo. Anzi: Il trucco è un libro genuinamente e letteralmente contemporaneo. Perché parla tanto di ciò che ci capita oggi almeno quanto di ciò che vuol dire parlarne. E parlare di noi – e cioè di politica; e cioè di corpi e parole – vuol dire (anche) parlare di Silvio Berlusconi. Autobiografia della nazione e delle peripezie del potere e del godimento, emblema del “sesso-valuta” e monogramma del post-patriarcato, il berlusconismo è l’indice di un terremoto simbolico che non smette di agitare la scena della politica e del desiderio.

Proprio questa eco (che è anche una memoria e – così ci viene suggerito – una rimozione) è quella che Dominijanni si cimenta a interrogare: per farlo mobilita quel sapere dell’esperienza che è il pensiero della differenza sessuale (e chi fosse ancora tentato di tacciarlo di biologismo o essenzialismo avrà qualcosa in più da imparare da questo libro), fatto convenientemente reagire con la lezione di Michel Foucault e quella di Jacques Lacan (entrambi fortunatamente anni luce lontani dagli usi maldestri e passepartout che ultimamente affliggono e affollano le pagine culturali dei quotidiani).

Il berlusconismo è stato il tempo e è la condizione (si potrebbe quindi dire, con Pocock, che esso è il momento) del post-patriarcato conclamato: se la fine di un ordine simbolico non è una cosa da ridere è perché in esso si danno, contemporaneamente e contraddittoriamente (in una parola: ambiguamente), elementi che, fuoriuscendo da un quadro dell’immaginario usato e consueto (dunque, per alcuni, che sono gli uomini, fondamentalmente rassicurante), riconfigurano da cima a fondo le posizioni, reinterrogano gli abiti e confondono i titoli (a parlare, soprattutto).

E allora si scopre che la fine di Berlusconi non è questione, innanzitutto e perlopiù, di corpi offesi di donne vittime, ma di parole brucianti e azioni arrembanti di donne libere; non è questione, innanzitutto e perlopiù, di morale e di penale, di vizi privati e di vizi pubblici, ma il tempo del venir meno di questi stessi confini (a dispetto dei “convergenti estremismi” dell’antimoralismo così moralista – e normativo – di molti e di alcune e del moralismo così inderogabile – e normativo – di altre molte e molti altri).

Non è stato neppure il tempo di un sesso fatto e goduto da tutte e tutti: ma un tempo di una fantasia di potenza (politica) specchiata in un fantasma di impotenza (sessuale); un tempo in cui denaro, potere e sesso hanno provato, fallendo, a fare ordine intrecciandosi. È questo l’algoritmo di Berlusconi, miniaturizzato in un rigo di Walter Siti di cui il libro di Dominijanni potrebbe essere a rigore considerato il commento talmudico (quello cioè capace di illuminarlo una volta per tutte): “Io ti faccio sentire padrone, tu mi fai sentire libera”.

Al centro della contesa sta dunque un significante potente – e ambiguo – come quello che ha nome libertà: signaculo in vessillo del Popolo che, per interposto corpo del Capo, la incarna e condizione di donne che non hanno più bisogno degli uomini per dire il proprio desiderio e dare forma alla propria vita con autorità. Il berlusconismo è il prodotto della politica e del suo immaginario quando l’ordine simbolico prende congedo dalla legge del Padre: la confusione che ne è il residuo non è però l’Apocalisse che attende nuovi padri o figli (o fratelli, purché maschi) perbene; l’addio a Edipo sta più dalle parti di Cronenberg che da quelle di Omero: c’è tutta una libertà da risignificare e un’estetica da immaginare.

Fuori dal lutto e dal godimento di morte che gli uomini come Berlusconi ci hanno voluto (soprattutto a noi altri uomini) contrabbandare come una dolce medicina alla fine del loro (nostro?) tempo. Il contravveleno era ed è la differenza sessuale (femminile e maschile – proprio come quelle “questioni” di cui Berlusconi non è stato che il nome); essa non smette di incarnare un’altra idea e un’altra pratica della libertà e sfida a immaginare una politica – che continuerà a avere quali suoi fondamentali ingredienti i corpi e le parole – dove si sceglie che sogno sognare (o almeno – e non è poco – di non sognare sempre lo stesso sogno).

Ida Dominijanni
Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi
Ediesse (2014), pp. 253
€ 14,00.