Andiam a lavorar. Retoriche antimigranti e politiche di incentivo al lavoro temporaneo

Virginia Negro

Donald Trump e il Messico: da mesi la mise en scène ruota attorno alla disgiuntiva “o muro o Nafta”. La rinegoziazione dell’accordo nordamericano per il libero scambio risponde a fini propagandistici imperversando sugli improvvidi profili social del Presidente degli Stati Uniti. Durante l’ultima pasqua il presidente ha regalato svariati tweet anti migranti: «Il Messico sta facendo una fortuna grazie al Nafta. Con tutti i soldi che guadagnano dagli Usa, si spera che i messicani impediscano alle persone di passare per il loro Paese e di entrare nel nostro».

Sorge il dubbio che dietro le quinte esista una trama dissonante in cui politica e economia si articolano cambiando radicalmente lo sfondo su cui si muove la questione dei migranti che, da indesiderati e respinti, diventano necessari a soddisfare un bisogno concreto di forza lavoro. La politica moderna ha da tempo perso il suo impianto etico e si è sottomessa all’ economia; una politica calcolante che ha messo da parte l’umano e si è trasformata nel dispositivo legislativo sul quale si basano le attuali politiche migratorie, le cui radici in questa parte di mondo affondano nel 1942 con il primo Programa Bracero. Quest’ultimo era un accordo bilaterale che ha sponsorizzato la traversata legale e temporanea di circa 4,5 milioni di lavoratori agricoli dal Messico agli Stati Uniti: è stato l'esempio più importante al mondo di programmi per lavoratori temporanei. Il programma muore nel 1964 sotto la presidenza Kennedy, quando i migranti vennero espulsi dagli Stati Uniti e costretti a tornare in Messico.

Oggi non esiste un accordo bilaterale e al suo posto è nato un sistema di visti di lavoro temporaneo. Sono i visti H, suddivisi in innumerevoli categorie su cui dominano i permessi H2A, specifici per i lavoratori agricoli stagionali, e gli H2B, per tutti gli altri impieghi non agricoli ma comunque temporali. Neanche a dirlo, il Messico è in cima alla classifica dei lavoratori con H2 negli USA.

Osservando da vicino il sistema dei visti statunitensi il confine tra legalità e illegalità sfuma in un coacervo di dati nebulosi, nell’insufficiente monitoraggio della qualità del lavoro e del rispetto delle norme contrattuali. Lacune che ledono i diritti del lavoratore con gravi conseguenze, come denuncia la ONG Polaris, che, grazie a uno studio basato su dati dalla linea nazionale contro la tratta di persone (NHTH) raccolti tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, ha identificato circa 800 vittime di tratta che erano negli Stati Uniti con un visto H2.

Ma andiamo per ordine.

Il programma H2 è amministrato unicamente dagli Stati Uniti, in Messico manca di una efficace politica pubblica. Questa formula di “migrazione gestita” nel contesto della globalizzazione porta con sé conseguenze come l'autoregolazione degli agenti privati ​​che va di pari passo con una mancanza di responsabilità degli enti governativi. Il processo di reclutamento è un sistema estremamente frammentato che genera catene di sub contrattazione in modo da rendere quasi impossibile risalire ai responsabili della frode.

Un esempio: un datore di lavoro statunitense assume un'agenzia di reclutamento negli Stati Uniti, che subappalta a un'altra agenzia nazionale, che a sua volta subappalta a un'agenzia di reclutamento in Messico, la quale assume un gruppo di reclutatori individuali collocati in diverse entità federative.

Poco pubblicizzato, il budget approvato dal Congresso lo scorso marzo per finanziare il numero di visti H-2B disponibili per l'anno raddoppia il numero dei lavoratori temporanei stranieri. Il discorso xenofobo su cui Trump ha strategicamente fondato la sua campagna elettorale occupa la scena mediatica, eclissando la realtà di questo programma che annualmente attrae migliaia di migranti in terre statunitensi. Un vantaggio per molte aziende, tra cui varie proprietà di Trump, che assumono regolarmente i lavoratori temporanei con i visti H-2B, come camerieri, cuochi e personale del bar. Questa categoria di lavoratori e lavoratrici migranti affrontano condizioni incerte e insicure, come dimostrano innumerevoli ONG, che denunciano lo sfruttamento del lavoro e di altri abusi tra cui la discriminazione, la frode e il traffico di persone. I lavoratori spesso pagano quote anche parecchio elevate ai reclutatori nella speranza di ottenere un permesso di lavoro temporaneo negli Stati Uniti che li lega ad un unico datore di lavoro, facilmente soggetti a licenziamenti e espulsioni. “L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), numerosi ricercatori universitari, sindacati internazionali e le stesse agenzie del NAALCA, che è l’accordo che presiede alla regolazione delle relazioni di lavoro nel contesto del NAFTA, segnalano il grave disprezzo dei diritti sindacali e umani dei lavoratori messicani” segnala Paolo Marinaro, ricercatore italiano affiliato all’Università Nazionale Autonoma del Messico e al Centro di Studi sul Messico e Stati Uniti dell’Università della California.

Il panorama messicano non è molto diverso. Nel 2006, il Messico, paese di transito ma anche di destino del flusso migratorio proveniente dal centroamerica (Guatemala, Salvador, Honduras e Nicaragua), ha deciso di regolare le agenzie di collocamento richiedendo che tutte- incluse quelle che assumono per altri paesi - siano registrate. “Davanti alla cifra annuale di 214 mila visti H2A, il fatto che solo cinque agenzie quest’anno siano state registrate dal SNE (Servicio Nacional de Empleo – Servizio nazionale del lavoro) è preoccupante”, afferma Axel Garcia, direttore esecutivo per il Messico dell’Agenzia di collocamento binazionale CIERTO Global, che vuole proporsi come un’alternativa sostenibile e trasparente, “Noi di CIERTO siamo l’unica Agenzia registrata senza fine di lucro. Invece dei tipici enganchadores, che vanno nelle comunità a reclutare lavoratori da mandare nei ranchos nordamericani e che, troppo spesso, lucrano sulle loro necessità, la nostra rete si appoggia alle organizzazioni ecclesiastiche o ONG di base sul territorio. Inoltre, i lavoratori compilano un questionario sia al principio che verso la fine del contratto, per verificare le condizioni lavorative, e se sia il caso, elaborare delle raccomandazioni, cercando un’alternativa al conflitto legale. Tentiamo di essere presenti e lavorare in tutte le fasi della filiera, coinvolgiamo anche i supermercati, uno su tutti la catena COSCO, per sensibilizzarli rispetto al tema della produzione fair trade: è vero che i costi sono più alti, ma è il prezzo della sostenibilità, e i consumatori, se informati, sono disposti a pagarli”. Davanti alla domanda su quale siano gli ostacoli di questa “buona pratica”, Axel Garcia racconta il difficile processo di registrazione e di come “le agenzie non sono stimolate a farlo e ne consegue l’informalità, la mancanza di informazione sistematizzata e dunque una completa ignoranza delle necessità di questa popolazione, abbandonata dalle istituzioni”. Se il Messico fatica a garantire i diritti dei suoi lavoratori all’estero, come si comporta con gli stranieri chiamati a lavorare nelle sue fincas di caffè e canna da zucchero?

Il modello coloniale è cannibale e apolide e la politica migratoria messicana verso i vicini centroamericani è forzosamente dipendente da quella statunitense. Il conflitto tra una gestione del flusso migratorio dominata dall’ordine economico e la democrazia etica che protegge la vita si ripete in Messico, così il 7 luglio 2104, l’ex Presidente messicano Enrique Peña Nieto, annuncia il Programma Frontera Sur, riciclando il discorso di protezione umanitaria dei migranti in transito per il Messico. Tra i difensori dei diritti dei migranti che smentiscono questa versione c’è Diego Lorente del Centro di diritti Umani Fray Matias de Cordova, con sede a Tapachula, Chiapas: “Il piano Frontera Sur non è altro che una strategia di militarizzazione del confine, che non ha portato ad una diminuzione del flusso quanto a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone migranti. Stiamo assistendo a un aumento delle detenzioni dei jornaleros, persone che abitualmente lavorano nella zona di frontiera, che sono trattati come dei migranti irregolari e incarcerati in stazioni migratorie, per esempio”. L’economia della zona si basa tradizionalmente sul commercio tra i due paesi, sono processi complessi e criminalizzarli porta solo a uno stato di vulnerabilità, spiega Diego.

Il programma si inserisce nel “piano Mérida”, un trattato di sicurezza internazionale firmato dal governo degli Stati Uniti e dal Messico che si centra sulla sicurezza e quindi sulla contenzione del flusso migratorio.

Martha Rojas, sociologa, conosce profondamente questo territorio e le sue annose dinamiche migratorie: “La modalità per entrare regolarmente in Messico non è adeguata al tipo di migrazione di sussistenza della frontiera. Ci vogliono politiche più flessibili o la conseguenza è forzosamente l’irregolarità. Inoltre, il tratto discriminatorio e poco flessibile dei funzionari dell’Istituto di Migrazione fa si che le persone siano orientate male e spesso tramitino un permesso inadeguato; chi lavora nella stessa finca da trent’anni e annualmente richiede un visto come lavoratore di frontiera (Trabajador Fronterizo), rompe la sua storia di anzianità lavorativa. Quindi le persone sono costrette a cercare aiuto in figure informali come i coyotes o altri intermediari esponendosi a possibili frodi”.

Nemmeno in questo caso si sono istituiti accordi binazionali, e la tipologia dei visti apre le porte all’irregolarità. Per i guatemaltechi e belizeani esiste la Tarjeta de visitante Regional, che prevede l’entrata e uscita multiple per gli stati della frontiera sud: Campeche, Chiapas, Tabasco e Quintana Roo, con una permanenza massima di sette giorni. Per poter lavorare regolarmente esiste la Tarjeta de Trabajador Fronterizo, con validità annuale.

Anche in questo contesto esiste un sistema di intermediazione, ancor meno regolato di quello tra Messico e USA. In ogni particolare coltura e regione, il sistema di intermediazione adotta caratteristiche particolari, a seconda della grandezza della domanda stagionale, delle fonti e del tipo di produttore, tra gli altri fattori. A fungere da intermediari ci sono diversi tipi di agenti: agenzie statali, sindacati, associazioni di produttori e intermediari privati.

Gli intermediari tradizionali, vengono comunemente chiamati enganchadores, e la maggior parte delle volte gli accordi col lavoratore avvengono a voce.

Secondo la Dra. Rojas nella frontiera sud la migrazione soprattutto guatemalteca è una migrazione di sussistenza che non usa il canale dell’agenzia di reclutamento come succede in altre parti del paese, qui esiste, ed è tipizzata normativamente, la figura del contratista, che recluta direttamente nelle comunità i lavoratori e per legge deve essere necessariamente d’origine guatemalteca.

Un quadro dove la categoria economica è la colonna portante della politica migratoria, i comportamenti etici e il pensiero alternativo al calcolante sono oggi estranei, la politica al massimo può essere il luogo della retorica.

La storia di Olivia Guzman, nata a Topolobampo, un porto nel municipio di Ahome sulla costa pacifica dello stato di Sinaloa, Messico, ha un’altra rotta, caparra di un’alternativa. Vent’anni fa per la prima volta Olivia lasciò il suo villaggio sul Golfo della California per andare a lavorare nell’industria peschiera in Louisiana. Oggi è difensora dei diritti dei lavoratori migranti e fa parte della Coalición de trabajadoras y trabajadores migrantes temporales sinaloenses formata nel 2013 grazie all’aiuto della ONG ProDESC, che nel 2012 iniziò a monitorare le condizioni di lavoro dei migranti negli Stati Uniti. “C’erano già molti problemi soprattutto nel sistema di reclutamento. Frodi e costi ingiustificati erano all’ordine del giorno, esistevano addirittura reclutatori che estorcevano soldi ai lavoratori promettendogli un visto e poi li lasciavano indebitati e senza nessun permesso”, racconta Olivia. “Il problema non si è risolto, anzi, è peggiorato. La riscossione indebita è diventata una pratica regolare tra i reclutatori: non importa se sei in lista da anni, all’ultimo momento qualcuno arriva chi riesce a pagare anche solo poco di più e di punto in bianco ti ritrovi senza lavoro”. Olivia inizia a snocciolare la sua storia confessando il suo passato da reclutatrice. “L’ho fatto per molti anni senza ricevere nessuna remunerazione, semplicemente le persone venivano da me per stabilire un contatto con il padrone”.

Topolobampo è un polmone di lavoratori dell’industria agricola e peschiera della Louisiana, con centinaia di messicani impiegati nell’industria del caffè, della canna da zucchero e della seppia. Un paio di decadi fa i primi imprenditori statunitensi hanno impiantato allevamenti di seppia nelle vicinanze del porto, usando la manodopera locale e poi “da cosa nasce cosa, hanno deciso di portarli su da loro”, continua Olivia, “col tempo sempre più imprese hanno assunto personale attraverso il programma H2, si sono moltiplicate le agenzie di reclutamento così come i reclutatori individuali che approfittano della necessità delle persone esigendo una quota per entrare in lista e assicurarsi un lavoro. Anno dopo anno la situazione è peggiorata. Adesso bisogna anche aspettare giorni – a volte settimane- perché il consolato ti dia il visto. Sono solo sette i consolati che rilasciano i visti H: su tutti Monterrey seguito da Nuevo Laredo, Ciudad Juárez, Hermosillo, Nogales, Matamoros e Tijuana.

L’industria del reclutamento lucra su questa permanenza obbligata: è tutto organizzato, il viaggio, il cibo, l’albergo. È diventato un mercato mafioso poliforme”.

Spesso quello che viene chiamato hotel si rivela essere un casermone diroccato in cui le persone vengono ammassate in brande, e il “servizio di ristorazione” è un pessimo cibo fuori prezzo. Oltre al danno troppo spesso la beffa, non è raro che anche dopo una settimana di attesa il consolato neghi il visto.

Il primo anno non sapevo nulla di nulla. Parlavo un inglese stentato e non capivo quello che il padrone mi diceva. Allora ho preso in mano un dizionario ed ho iniziato a chiedere come si fa quello, come si fa questo, eccetera…Un giorno il padrone mi domandò se volessi aiutarlo a portare su da lui le persone, perché nemmeno lui parlava spagnolo. Mi diceva quanti uomini e quante donne gli servivano e per quanto tempo…L’ho fatto per dodici anni: organizzavo i bus e li riempivo di gente. Poi mi sono stancata, anche perché non ho mai ricevuto un soldo dal padrone per tutto questo lavoro extra. Lo facevo solo per assicurarmi il lavoro l’anno dopo. Credo che sia proprio per questo, perché non c’è nessuna regola e nessuna retribuzione regolare che i reclutatori iniziano a lucrare sui lavoratori. In un certo senso è per poter pagare il servizio che offrono.”

Spesso i lavoratori non vogliono denunciare gli abusi di cui sono vittime per paura di perdere il lavoro l’anno successivo e di entrare nella temibile lista nera.

Ero stanca delle angherie, quindi ho iniziato, con all’aiuto dell’ONG ProDESC ad organizzare riunioni settimanali nella mia casa qui a Topolobampo. In Louisiana invece distribuivo volantini informativi sul diritto agli straordinari, sull’accesso ai servizi di salute eccetera…Nel 2013 siamo partiti per Città del Messico dove abbiamo costituito una coalizione davanti alla segreteria del lavoro e degli esteri, denunciando al governo la situazione”.

In un paese come il Messico dove la consuetudine è il sindacalismo charro, ovvero controllato dagli stessi imprenditori, alle spalle dei lavoratori che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno di essere sindacalizzati, né hanno accesso al contratto collettivo, l’operazione di Olivia è particolarmente difficile e pericolosa.

Non è stato facile: i reclutatori facevano le ronde sotto casa. Un giorno hanno addirittura sparato alla mia finestra. Ho rotto i rapporti familiari: i miei nove fratelli lavorano tutti con visto H2. Grazie a Dio non hanno subito rappresaglie da parte dei padroni, ma nessuno mi ha mai appoggiata. Per quasi un anno non sono uscita di casa; i miei parenti erano i primi ad accusarmi di mettere a rischio il loro lavoro. Tre dei miei fratelli sono reclutatori, e non ci si vede più neanche a natale; l’unica connessione che ancora esiste tra noi è nostra madre, finché vivrà. La stessa cosa è successa con alcuni compagni di lavoro che si sono allontanati per paura. Li capisco. Mio marito l’anno scorso ha perso il lavoro perché considerato un sedizioso”.

Nonostante tutto Olivia sta raccogliendo i suoi frutti: da quando esiste la coalizione le frodi sono diminuite e le denunce aumentate.

I miei tre figli si sono laureati e lavorano qui in Messico. Sono orgogliosi di me e di quello che faccio, e io continuerò a farlo finché Dio me lo permette. Anche perché mi piace”, conclude risoluta, e io non posso che crederle.

Apolidi, Clandestini, Ircocervi

Giorgio Mascitelli

Le recenti polemiche scaturite dall’iniziativa in favore della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra promossa dal finanziere italiano Davide Serra, attivo nelle isole Cayman e fiscalmente residente a Londra, hanno riportato alla mia memoria la parola apolide. Non naturalmente perché ritenga che Serra sia un apolide, ma perché probabilmente la sua figura così legata al contesto internazionale ha attivato in me delle associazioni logiche con questa espressione e questo concetto ormai desueti.

Il termine apolide, infatti, sembra essere scomparso dal lessico pubblico senza lasciare traccia o quasi: devo confessare che la cosa mi colpisce perché durante la mia infanzia questa parola era spesso usata sui media (di solito riguardava qualche campione dello sport evaso dai paesi caserma del socialismo reale) e restava impressa nella mia mente come relativa a una creatura fantastica e stravagante al tempo stesso, una specie di ircocervo. In verità la vita di questo sostantivo è stata veramente breve: esso si è diffuso tra le due guerre mondiali, verosimilmente per il lascito di profughi della prima guerra e per l’introduzione dell’obbligo dei documenti di identità che in molti paesi data quegli anni, ma la prima attestazione ufficiale in lingua italiana risale solo al 1942.

Non è neanche facile indicare quale termine oggi occupi il suo spazio ideologico e semantico. Il clandestino che in prima battuta sembrerebbe il vero erede non gli corrisponde affatto: la sua condizione ontologica e materiale è di tanto inferiore a quella dell’apolide, che alcuni clandestini sperano di uscire dalla loro condizione attraverso l’asilo politico ossia proprio cercando di diventare apolidi. Ma c’è un’altra qualità che separa in maniera ancora più decisiva il clandestino dall’apolide: quest’ultimo nell’immaginario sociale era una figura drammatica ed eccezionale nel contempo, un’autentica individualità per così dire, la caratteristica del clandestino è al contrario quello di essere massa, numero crescente e perciò minaccioso, insomma di essere un’entità quantitativa e superflua senza dramma personale. Soy una raya en el mar (sono una linea che galleggia nel mare) dice il clandestino di sé nella famosa canzone di Manu Chao e veramente mi sembra che non ci sia definizione più precisa.

Tutte queste differenze, però, discendono da una fondamentale: l’apolide poteva sperare (non che succedesse sempre) di fuggire attraverso i confini verso un potere che ne riconosceva i diritti o quanto meno l’esistenza; il clandestino passa le frontiere per trovarsi sempre di fronte allo stesso potere perché i confini di oggi non sono veri confini, ma assomigliano a zanzariere, che vengono posizionate e tolte a seconda della necessità. Forse è proprio questo fenomeno che ha determinato il declino del termine apolide: in un mondo di frontiere retrattili ed estendibili possono ancora esistere persone che vivono la condizione di apolidia, ma cessa la loro capacità simbolica di diventare un caso. Perciò possono essere benissimo chiamate esuli o rifugiati, insomma con parole più comuni dotate di un basso grado di connotazione.

Ma la breve notorietà di Davide Serra ci mostra che una figura nuova ancora senza nome sta emergendo in questi tempi, una figura che va dappertutto e dappertutto è bene accolta perché sembra portare con sé idee per realizzare soldi e soldi per realizzare idee. Questa figura ha in comune con l’apolide il fatto di incarnare un perturbamento delle regole politiche dovuto alla delocalizzazione, anche se in questo caso volontaria, e il fatto di costituire un’individualità marcata, ma nello stesso tempo la sua apparizione sulla scena mette in crisi quello stato di diritto, che è invece per l’apolide l’unico sostegno nella forma del diritto di asilo. È infatti una figura che interviene anche nella politica nazionale, ma con modalità diverse sia da quelle della comune cittadinanza sia da quelle dei vecchi notabili. È radicalmente estranea a uno dei capisaldi dello stato liberale, quel principio di no taxation without rapresentation che sostituisce con l’idea che ci sia un interesse oggettivo a rappresentarla proprio perché non tassabile o tassata altrove.

Il fatto che questa figura sia ancora senza nome non è dovuto alla sua novità, ma rappresenta sul piano linguistico il primato della finanza sul sistema politico, che resta il simulacro o lo spettacolo di decisioni prese altrove. E così come non potremo mai vedere un ircocervo perché è parola senza contenuto reale, così non potremo vedere neanche un contenuto reale senza una parola che lo designi.

L’amnistia e l’ipocrisia

Valerio Guizzardi (Associazione Papillon Bologna)

Per prima cosa, tanto per sapere con precisione di che si parla, occorrono alcuni dati come presupposto dal quale partire per qualsiasi discussione riguardante il pianeta carcere: dal gennaio 2000 al settembre 2012 nel circuito carcerario italiano si sono avuti 2.045 morti tra i quali, al momento in cui scriviamo, 732 suicidi (fonte: www.ristretti.it). Il resto sono da addebitare a malasanità e a “casi da accertare”; che già su quest’ultima espressione ministeriale ci sarebbe non poco da indagare. Stiamo quindi parlando, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una vera e propria strage. Una strage di Stato.

Da lungo tempo il Partito Radicale, al quale si è unito il mondo dell’associazionismo carcerario e della cooperazione sociale che opera nello stesso campo, ha lanciato in modo pressante la richiesta di amnistia e indulto per fermare quella carneficina. Si tratta di riportare un minimo di legalità, in quella che oggi è una fabbrica di morte, affrontando l’inumano sovraffollamento con la fuoriuscita dalle galere di almeno 25-30.000 detenuti degli attuali 67.000. Contestualmente ai provvedimenti, per renderli efficaci nel tempo, occorre una radicale riforma della giustizia e l’immediata abrogazione delle tre principali leggi carcerogene: la Bossi-Fini, che ha riempito le galere di immigrati; la Fini-Giovanardi, che le ha riempite di consumatori di sostanze; la ex Cirielli, che vieta i benefici della Legge Gozzini ai recidivi. Non ci sono altre strade, e bisogna fare presto.

Come risponde la politica alle nostre richieste? Con un’ipocrisia senza limiti, con una falsità dirompente: “Non ci sono le condizioni”. Dal Presidente Napolitano (non a caso autore insieme all’allora collega Turco della prima legge che istituiva i lager per migranti, i Cpt) ai segretari di tutti i partiti oggi in Parlamento questa è la risposta. Va da sé, tanto è evidente, che anche un bambino potrebbe ribattere che le condizioni non ci sono perché nessuno di loro ha intenzione di crearle. Ed è facile capire il perché: da circa vent’anni tutti i governi che si sono susseguiti, al di là del colore, hanno sbandierato il vessillo dell’ossessione sicuritaria per attirare gli allocchi nel circuito della paura generalizzata contro il diverso, l’escluso, le lotte sociali. Un generatore di consenso sul piano del mercato elettorale.

Una truffa evidente, se si pensa che ogni statistica specializzata ci informa che i reati sono in calo considerevole e, guarda caso, la carcerizzazione in aumento. Insomma non vogliono perdere voti e tantomeno, come nefasta conseguenza (per loro), poltrone, privilegi, denaro pubblico per finanziare i propri comitati d’affari, spolpare i beni comuni per regalarli alle oligarchie finanziariste internazionali. Continuare a gestire il potere val bene una strage, e per farlo occorrono milioni di voti: consenso a mezzo di terrore. Ogni partito fa la sua gara.

Altrove, dove ci si aspetterebbe un forte impegno, nulla si vede all’orizzonte. E sono la sinistra sociale, i movimenti, le singolarità più sensibili, coloro i quali, per condizione, dovrebbero essere i primi a preoccuparsi poiché questa grave crisi economica prodotta dai cascami di un neoliberismo sempre più predatorio e di cui il governo Monti ne è l’esecutore in Italia, produrrà (si spera) a medio termine un conflitto sociale senza precedenti in seguito all’aumento irrefrenabile della povertà, della disoccupazione, della spoliazione definitiva dei diritti e della dignità di tutti coloro che non fanno parte di una casta o di una corporazione dedite all’arrembaggio finale di ogni bene pubblico. Sul perché di questa clamorosa assenza ci sarebbe molto da discutere. Sarebbe ora di cominciare, prima che sia troppo tardi.

La Libia come volontà e rappresentazione

Vermondo Brugnatelli

Nello stesso momento in cui migliaia di libici si stanno facendo massacrare, in nome della libertà, da un dittatore folle e sanguinario, un articolo di fondo di Piero Ostellino sul «Corriere della Sera» (9 marzo 2011) sottoscrive la poco profetica frase di Oriana Fallaci secondo cui quella islamica è una «civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà».

Difficile trovare un esempio più lampante di paraocchi ideologici. Nel nostro caso, quella che acceca Ostellino è la versione moderna dell’«orientalismo» descritto da Edward W. Said, l’ideologia funzionale all’imperialismo occidentale, secondo la quale l’Oriente (e quello mitico comprende anche l’Occidente islamico) sarebbe atavicamente restio a ogni cambiamento e comunque indolentemente propenso ad accontentarsi di ogni dispotismo. Leggi tutto "La Libia come volontà e rappresentazione"