Retoriche globalizzanti

Giorgio Mascitelli

Ammetto di essere stato molto colpito dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato della FIAT dottor Marchionne, che commentando la sentenza di reintegro di 145 cassaintegrati FIOM a Pomigliano d’Arco ha definito questo pronunciamento del tribunale di Roma come «folklore locale». L’aspetto sorprendente di tale dichiarazione non sta nel suo erroneo presupposto che solo in Italia esistano leggi che sanzionano i comportamenti antisindacali, ma nella sua novità retorica. Fino allo scoppio di quest’ultima crisi un qualsiasi omologo del manager italocanadese a fronte di una sentenza sfavorevole avrebbe fatto ricorso ad altri modelli retorici, in particolare a quello antistatalista della burocrazia che è d’ostacolo alla libera iniziativa.

Tale cambio di registro è da addebitarsi senza dubbio a circostanze individuali che riguardano il dottor Marchionne: la sua immagine pubblica, la sua exit strategy dall’Italia e non ultimo il fatto che abbia commentato la sentenza mentre si trovava in Cina; ritengo, tuttavia, che esso sia anche un riflesso di un cambiamento della sensibilità dominante. L’immagine di un potere arcaico, burocratico e conservatore richiama per connotazione anche la speranza di un domani prosperoso e felice, quando esso cesserà di ordire regole che imbriglino le forze della libera iniziativa umana; l’immagine del folklore locale richiama semplicemente una nicchia attardata che non si è ancora accorta che, per citare le parole del Poeta, il mondo non si è fermato mai un istante, senza peraltro promettere niente a nessuno.

Vi è tuttavia un’altra differenza cospicua tra le due linee retoriche: l’immagine del folklore è un’immagine derisoria che rende ridicolo il suo oggetto, l’altra è un’immagine che instilla paura evocando un potere ostinato e terribile. Sociologicamente la prima appartiene al repertorio del gran signore certo più abituato a fare le leggi che a subirle, la seconda a quello dell’alacre lavoratore che teme che un arbitrio vanifichi una vita di sforzi. Se dovessimo trovare delle parentele letterarie quella del folklore locale è un’espressione che starebbe bene in bocca al re de Li soprani der monno vecchio del Belli, l’immagine della burocrazia troverebbe una sua collocazione ottimale nel racconto kafkiano Davanti alla legge.

Infondo definire folklore locale una sentenza del tribunale, da un punto di vista retorico, è una semplice perifrasi, benché irridente. La giurisdizione di un tribunale è sempre locale e per quanto esso aspiri a produrre una giurisprudenza universale, l’universalità della sua giurisprudenza coincide con l’estensione della sua giurisdizione, come potrà testimoniare qualsiasi fuggiasco a cui è bastato varcare una linea di frontiera, godere di un’immunità o fare un balzo sul sagrato di una chiesa per evitare l’esecuzione della condanna. Al di fuori dei suoi confini una sentenza può non solo essere inosservata, ma sembrare anche risibile: ritenerla folcloristica, cioè relitto di ciò che è trascorso, significa porre i confini della giurisdizione non su un piano spaziale o formale, ma su un piano temporale.

Significa affermare che c’è stato un tempo in cui ci si poteva anche rivolgere a un tribunale per far rispettare i propri diritti, ma ora questo tempo è finito. Naturalmente una simile affermazione non è da tutti, chiunque tra i comuni mortali si troverà di fronte a una sentenza sfavorevole non potrà che accettarla o darsi alla macchia, come è sempre stato. Ma per chi come gli dei ha il dono dell’ubiquità, ossia il potere di passare con facilità e in molti modi da un luogo all’altro, anzi da un non luogo all’altro, allora ciò diventa possibile. In definitiva senza saperlo il dottor Marchionne con la sua battuta ci informa che gli dei sono tornati sulla terra, dopo un periodo di sonno che qualcuno aveva chiamato modernità.

La nuova alleanza

Intervista a Maurizio Landini a cura di Francesco Raparelli

Sergio Marchionne viene presentato dall’informazione mainstream e dalla politica quasi al completo come un grande innovatore. Di converso la Fiom – seguendo la litania – risulta una forza ideologica e conservatrice incapace di fare i conti con le trasformazioni del mondo presente e con la crisi. Ci aiuta a demistificare questa retorica e a comprendere più nel dettaglio il carattere distruttivo del «modello Marchionne»?

Basta ricordare la Fiat con questo accordo… Se la Confindustria non applica il contratto di lavoro nazionale impedisce ai lavoratori e alle lavoratrici di votare per potere eleggere i propri delegati, in più toglie la possibilità alle persone di poter contrattare la propria condizione di lavoro limitando il diritto di sciopero fino al licenziamento, non pagando i primi giorni di malattia, aumentando lo straordinario obbligatorio e rendendo l’orario di lavoro uno strumento totalmente in mano alle imprese, totalmente discrezionale nel suo uso. Leggi tutto "La nuova alleanza"

La generazione precaria

Sergio Bologna

Sul numero 2 di «alfabeta2» (settembre 2010) avevo raccontato la storia di un giovane neolaureato che a Milano stava facendo un tirocinio gratuito di sei mesi presso una multinazionale. La storia è finita bene, potremmo dire, il giovane nel 2011 è stato assunto con contratto annuale, rinnovabile, a 800 euro mensili netti. Va in ufficio alle 9:00 e dice, «la sera prima delle 20/20:30 non sono a casa». Lavora in centro e abita in Bovisa. Vuol dire che la sua giornata normale di lavoro è di 10 ore, qualche giorno più lunga, qualche giorno meno. Leggi tutto "La generazione precaria"

Piazza maggiore, all’inizio del secondo decennio

Franco Berardi Bifo

Fin dal tredicesimo secolo la piazza di Bologna è un posto politicamente significativo, quindi bene ha fatto la FIOM a sceglierla per iniziare una nuova fase e per anticipare lo sciopero nazionale dei metalmeccanici che avrà luogo domani. Si comincia con uno sciopero pienamente riuscito in tutte le fabbriche metal meccaniche della regione (percentuali che stanno intorno all’85%) un corteo di cinquantamila e forse più, una partecipazione studentesca imponente. Vedremo domani cosa accade in tutto il paese, ma un paio di cose ormai possiamo dirle.

La prima è che i metalmeccanici, come altre volte nei decenni passati, sono avanguardia culturale di un paese senza democrazia. La seconda è che ora la questione del lavoro diventa quella centrale sulla scena italiana, e l’era dei governi di mafia si avvia alla conclusione. Leggi tutto "Piazza maggiore, all’inizio del secondo decennio"

Il che fare di Pomigliano

Mario Tronti

[apparso su "il manifesto" del 25 giugno 2010; l'articolo è stato poi postato su http://www.federazionedellasinistra.com/federazione/?p=2193]

Lo slogan «da Pomigliano non si tocca a Pomigliano non si piega» è emerso dall’interno di una conricerca che un gruppo di giovani ricercatori del Crs sta conducendo da tempo in quella fabbrica insieme agli operai. Descrive l’arco di sviluppo della vicenda, fino all’esito a sorpresa del referendum: dalla difesa del posto di lavoro alla rivendicazione della dignità e della libertà del lavoratore. La posta in gioco infatti si è alzata. E chi l’ha alzata imprudentemente è stato l’intelligentissimo ed efficientissimo management Fiat, con una ben orchestrata manovra politica su una delicata situazione economica. Hanno commesso un errore. E una volta tanto hanno perso.
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Il diktat di Pomigliano

Mario Tronti

Celebrano un loro trentennale. Vogliono festeggiare l’anniversario della riscossa Fiat del 1980: la madre delle sconfitte operaie, almeno in Italia. Allora si trattava di chiudere un ciclo di lotte che dagli anni Sessanta ai Settanta aveva strappato conquiste, messo in subalternità il padronato, espresso egemonia del lavoro, non solo in fabbrica, ma nella società e nel sistema politico. Missione compiuta. Da quel momento, in progresso, la centralità dell’impresa è diventata sempre più democraticamente assoluta. Leggi tutto "Il diktat di Pomigliano"