Beatrice, arzdora un passo avanti

Cetta Petrollo

Si sa che le scolaresche rumoreggiano e tanto più lo fanno quando è sabato, si è in trasferta fuori dalla scuola, è una bella giornata di sole e si va in un’aula magna ad ascoltare un professore, dantista assai conosciuto, che parla delle donne nella Divina Commedia. La generazione, quella dei quindici-diciottenni di oggi, dovrebbe promettere bene e quindi non rumoreggiare più che tanto: infatti parole ed espressioni come pari opportunità, quote rose, femminicidio, violenza sulle donne ed altro sono entrate nel bagaglio linguistico comune.

Invece lo scorso 30 novembre, a Forlì, nell’aula magna le ondate di rumore, segno certo di attenzione e curiosità, si sono succedute alternandosi a pause di grande silenzio e non solo perché Federico Sanguineti si interrompeva cercando la pen drive e conducendo l’uditorio nel contesto fuori dal testo, per esempio nel sito A celebration of woman writers.

Cosa è dunque accaduto nel corso della conferenza? È accaduto un rovesciamento di prospettiva, la lettura della Divina Commedia è stata fatta da un punto di vista inedito in Italia (ma non alla Columbia University, dove ha insegnato Joan Ferrante, autrice di un libro intitolato The Political Vision in the «Divine Comedy»): un attraversamento dell’inferno politico della società patriarcale, quale poteva essere quella fiorentina del XIV secolo, fatto dall’emigrato Dante che, ritenendosi fallito, mette in discussione tutti i suoi errori sapienziali, la sua lettura aristotelica e il suo percorso di intellettuale – insomma tutto ciò che ha studiato, vissuto e conosciuto – per rinascere e salire verso una nuova sistemazione simbolica.

La guida verso la nuova società ideale è quella di Beatrice: Beatrice, spiega Federico Sanguineti, esercita come donna un ruolo autonomo e attivo, ben diverso da quello del personaggio Francesca che legge libri alla moda in ciò soggiacendo alla retorica amorosa e alla sua vocazione di distruzione e «infernale» perdita del sé. Beatrice ci introduce dentro all’ipotesi di una nuova società dove i canoni fallocentrici della proprietà borghese e del possesso possano essere, in virtù di un’impostazione al femminile, finalmente superati (non senza qualche imbarazzo per chi, «fuori dal coro», si trova nella situazione così ben descritta da Carol Gilligan: «un uomo e anche un padre, quando si mette dalla parte delle donne, viene a trovarsi nella posizione in cui si trovano le donne; ossia isolato» – cioè fa parte per se stesso).

Con grande distanza dall’accogliente dolcezza che aveva educato un’intera generazione di donne all’ascolto e alla riflessione e all’approfondimento, le critiche alla conferenza sono state immediate, angosciose ed angoscianti, tutte proiettate sull’uso e la gestione del tempo aziendale nella didattica. La conferenza, meritoriamente organizzata dall’Assessore alla Cultura Bruna Baravelli grazie anche al sostegno di Mara Mori e di Raffaella Baccolini, è servita soprattutto a misurare, a far toccare con mano la distanza generazionale fra le donne italiane nate intorno agli anni Cinquanta, protagoniste del femminismo e della rivoluzione culturale del Sessantotto, e le donne nate vent’anni dopo. Una distanza che corrisponde al complessivo arretramento di tutta la nostra società civile e intellettuale.

Tornare a vedere le donne come soggetto di cultura – riconquistando per loro il posto, ora dimenticato, che avevano avuto prima dell’affermarsi della logica borghese (come ricorda Federico Sanguineti, per la storia della letteratura Tiraboschi insegna) – consente di dar voce alle aspettative di tutta una generazione.

I gruppi come «Se non ora quando» avrebbero molto ancora da dire, da elaborare e da realizzare ridando forza e necessità al discorso politico così tristemente occupato dalle dinamiche partitiche- elettorali; ma con la crisi economica, il fallimento delle ambizioni dei padri e del loro modello culturale, il testimone – di fronte alle sconfitte del movimento operaio e alla vittoria del neoliberismo – non può che passare alle giovani generazioni. Speriamo che siano consapevoli che quanto con coraggio (e dopo battaglie durissime) è stato conquistato dalle donne negli anni Sessanta e Settanta (nuovo diritto di famiglia del 1975, ad esempio). Non è un «dato di natura», ma solo un inizio: continuiamo la lotta.

L’avvenire di una rivolta

Paolo B. Vernaglione

Psicoanalista, semiologa, scrittrice, femminista. Nella sua densa e acuminata opera critica Julia Kristeva pensa la totalitaria paura infusa nei corpi e nelle anime da un capitalismo in cui gli esseri umani producono da sé stessi la propria miseria, le condizioni di un singolare assoggettamento.

L’avvenire di una rivolta, raccolta di interventi e conferenze della seconda metà degli scorsi anni Novanta scandisce il percorso di pensiero dell’autrice della trilogia dedicata al “genio femminile” (Hannah Arendt, lo splendido Melanie Klein, e Colette), mostrando come questa tarda modernità al lavoro sui corpi per negarne la potenza genera disagio nell’omologazione, nella distanza da sé, nell’invocare un’ “interiorità” politicamente corretta ed eticamente riprovevole.

Rivoltarsi dunque è giusto, a partire dal piano di consistenza in cui al soggetto è negata la qualità peculiare della finitezza, del limite nella diversità, della malinconìa nell’aver perso un mondo della nascita di cui si può recuperare il tempo, a patto di ribellarsi. Chi si rivolta, cioè risale il legame che lo lega al mondo, che lo manca a sé stesso, che lo rovescia, lo fa nella relazione psicoanalitica, di cui Kristeva enuncia la censura da parte di una terapeutica cognitivista (ego terapy) che ha sciolto la relazione all’altro nel potere illimitato dell’”io”, che ha depotenziato Freud e normato la sovversione del soggetto.

Chi si rivolta è lo straniero, di lingua, di sangue, di stato-nazione, il cui verbo estraneo (per Kristeva il bulgaro-francese-inglese) contesta la “langue”, il patrimonio nazionale, la discorsività ufficiale in cui si insedia il contagio della comunicazione, la volontà di sapere, la soggezione ad un potere. Chi si rivolta è colei e colui che scrive, dal fondo dello strato extralinguistico ove, come in Proust, emerge il cristallo raro di verità che alcuna verbalizzazione può rinchiudere.

Le tre figure naturalmente politiche della ribellione assumono il profilo della negazione, teorizzata da Freud nel saggio omonimo del 1925 e sottesa al tracciato analitico, che comporta il doloroso distacco dagli oggetti “piccoli” del consumo in direzione dell’ “oggetto materno”, per Klein “sufficientemente buono” da scatenare la pulsione “sans phrase” che la lingua convoglierà nel desiderio.

Contrastando il capitale, in cui i viventi mandano in cortocircuito biologia e linguaggio, pulsione e discorso, sensibilità e sapere, l’impresa del rapporto analitico consiste nel risalire il desiderio dell’altro attraverso la corporeità, fino al limite extralinguistico in cui la realtà dei segni slitta su quella dei significati. La rivolta fa del soggetto il luogo di distinzione, di negazione e di estraneità, spazio di un terzo genere di conoscenza che Kristeva chiama semiotica (i segni della pulsione, ancora non desiderio), diverso dalla significazione, dall’attribuzione di senso, dalla discorsività.

Mallarmè, Ruskin, Artaud, Bataille lavorano la realtà “sensuale” del linguaggio da stranieri, da nomadi, da sovversivi, da in-fanti. Il ribelle, lo straniero, lo scrittore, celebrati dalla filosofia nei sacri luoghi della teoria politica, della sociologia radicale e della critica letteraria, sono per Kristeva gli odierni profili dell’attività di soggettivazione, in cui si stendono, più che nell’estensione della tecnica o nell’interiorità celebrata dalle religioni, i campi di tensione tra saperi, poteri e individui. La rivolta fa fare un giro completo al “discorso del capitalista”(Lacan), rovesciando i rapporti tra linguaggio e realtà, convertendo il consumo mercantile in produzione consumatrice (Marx), in animalità libera, l’ “in principio era il Verbo” in principio della carne, situazione di piacere, trasformazione di potere, radicamento di un sapere.

L’uomo in rivolta (oggi la donna, principio rivoluzionario), lungi dal voler riacquistare come in Camus una modernità perduta, rischia l’ identità, scopre l’inganno dell’“intimità”, distrugge il mito brutale dell’umanesimo, delle regole del mercato divenute legge morale, tenuta democratica, rispetto delle norme in cui si perpetuano gerarchie e discriminazione.

Il rivoltoso verifica la tenuta dell’essere soggetto in rapporto ad un potere, nella gestione di un sapere, nell’esercizio di una volontà. Se la psicoanalisi è scontro con l’esteriorità, se l’esodo costituisce la rivolta permanente contro lo stato e il lavoro salariato, se il testo e la scrittura (Barthes) animano la sovversione del soggetto, il campo di sperimentazione della propria corporeità è campo politico, luogo in cui la rivoluzione si fa carne, in cui la ribellione costruisce alternative di vita, in cui cioè la rivolta è negazione permanente, insistente, corroborante.

Bisogna dunque essere giusti con Freud, che scopre nel “fort-da” del traumatico movimento di presenza e di assenza la zona di traduzione della pulsione in desiderio, della sensibilità in linguaggio, della mancanza in negazione linguistica. Il ribelle analizzante, lo straniero traduttore di una lingua, cioè di un ethos in un altro “non materno”, lo scrittore che perviene al non essere del linguaggio a partire dalla propria testuale corporeità, divengono in ogni istante risorsa non catturata dall’impresa capitalistica, dalla logica del senso, dalla morale di un “democratico” assoggettamento.

Julia Kristeva
L’avvenire di una rivolta
Il melangolo (2013), pp. 84
€ 12,00

Il conflitto tra generazioni

Letizia Paolozzi

Riuscirà il figlio a prendere il posto del padre? Se i protagonisti più noti del sanguinoso «romanzo famigliare» sono Laio ed Edipo, padre e figlio, per metonimia, finiranno per indicare un patto mancato, un ricambio impossibile tra la generazione dei giovani e quella dei vecchi.

La questione di chi ha il potere e di chi vuole prenderselo sembra messa a tacere da «una società senza padre» (dello psicoanalista Alexander Mitscherlich). Oppure, recentemente, dall’ «evaporazione del padre» (dello psicoanalista Massimo Recalcati). Il parricidio (perlomeno simbolico) scompare.

D’altronde, molto è cambiato proprio sulla scena del potere. Preso a spallate il Muro, destra e sinistra annaspano. Un concetto come quello di popolo passa dalla sinistra alla destra e viene ribattezzato populismo. Scomparse le grandi narrazioni, la crescita si arresta mentre la politica non sa rispondere alla crisi. Dipende dal crollo dell’autorità maschile? Da un lato scompaiono il senso di responsabilità, il Super Io, le regole e la disciplina. Frantumati i codici tradizionali, ecco s’avanza «una società orizzontale». Senza età, senza differenza di sesso e d’età, la madre imita le figlie (vedi la genitrice addetta al Karma in Bling Ring).

Dall’altro, nei partiti, è assalto all’establishment. Espugnato (nel Pd) dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che scommette sulla «rottamazione» ovvero sul rinnovamento per via anagrafica. Certo, il tema del ricambio generazionale esiste. Peccato che tra maschi venga affrontato in modo così sguaiato. Attraverso conflitti portati avanti senza cura. Per non parlare del Pdl e di Silvio Berlusconi che, da padre immobile e onnipotente, si era immaginato una successione finta, addomesticata. Successione che gli si è rivoltata contro.

Cosa accade invece nel passaggio tra generazioni di donne? Per essere più precisa, c’è un modo di restituire l’eredità (simbolica) ricevuta dal femminismo, modificandola perché non si irrigidisca nelle Tavole della Legge ma senza perdere i guadagni ottenuti dalla pratica politica (il partire da sé, dal quotidiano, le relazioni, l’importanza del corpo)?

A Paestum, nell’incontro Libera ergo sum è andato in scena questo interrogativo. Alcune hanno cercato di tenere insieme soggettività femminile e condizioni materiali di vita; altre (le F9, le femministe nove) hanno risposto srotolando sul palco (vuoto) lo striscione «Stato di eccitazione permanente» e leggendo un testo collettivo. Con sprezzo del pericolo giacché il muoversi insieme corale, comunitario riduce a unità la varietà di voci e di esperienze.

D’altronde, si può capire. Le F9 vogliono essere figlie di se stesse. Senza gratitudine e senza dipendenza dalle femministe «storiche». A costo di passare sopra alla cura delle relazioni e all’intensità degli scambi. In questo modo però sarà difficile trovare nuove definizioni del lavoro, del salario, della cittadinanza sociale e della vita precaria capaci di trasformare una realtà che non ci piace. Che non piace alle donne venute prima e a quelle più giovani. Anzi, a guardare bene, non solo alle donne, ma nemmeno agli uomini.

Exotic Tour alla Biennale

Stella Succi

Farsi pubblico di una grande rassegna internazionale, d’arte ma non solo, può divenire indubbiamente più digesto calandosi nell’atteggiamento dell’antropologo, ossia severo giudice dei comportamenti di casa propria, ed al contrario aperto, fertile e condiscendente ai limiti dell’arroganza nei confronti dei folklorismi ed esotismi d’altrove.

Si dovrebbe quindi sospendere il giudizio davanti ad alcune opere del padiglione del Regno dell’Arabia Saudita. Nouf Alhimiary nella serie fotografica What She Wore emula gli outfit of the day delle fashion blogger di tutto il mondo, con il risultato di un lungo dispiegarsi di donne in abaya, “l’immodificabile outfit delle donne saudite”. Come la stessa artista sottolinea, è una schiera di donne che viste da lontano potrebbero sembrare la stessa persona; ed è, questo, l’unico tentativo abbozzato nella mostra di affrontare la questione dell’individualità in senso realmente critico.

Di fronte, le opere di Eiman Elgibreen raccontano un’altra storia. O meglio, la stessa storia letta con occhiali diversi. Una serie di dipinti di piccolo formato mostra donne in abaya presentare alle ballerine di Degas, e ai giudici di x-factor della versione Banksy di Prove di balletto, il proprio dipinto, in attesa di un commento. Fin qui, una meritata sferzata nei confronti dell’attitudine da talent show del sistema dell’arte occidentale. Se non fosse per il titolo dell’opera: Don’t look at me look at my art.

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Waheeda Malullah, A Villager’s Day Out, Padiglione del Bahrain - Biennale di Venezia 2013

Un anelito alla interiorità ed al riconoscimento spirituale che risulterebbe una provocazione indignata ed efficace, da Saatchi o da Gagosian. Ma in un paese dove il corpo della donna sia demonizzato, coperto, segregato, punito, e nel quale il cammino per i diritti politici e civili cominci ora a compiere piccoli ma significativi progressi, un’opera del genere risulta non solo polemica, ma del tutto impopolare.

L’Arabia Saudita è un paese che solo di recente è divenuto visibile agli occhi del sistema dell’arte contemporanea internazionale, ed è un paese nel quale la decisione di intraprendere un percorso artistico, a maggior ragione per un giovane di talento, (come ce ne sono in questa mostra) resta una scelta complicata, una sfida sociale. Le opere esposte sono fortemente connotate in senso nazionalistico, e di orgoglio nei confronti del proprio habitat culturale. L’impressione è che nell’intersezione di queste differenti e comuni lotte per affiorare, la questione femminile sia rimasta praticamente strangolata. Invece di rifiutare la propria realtà, Eiman Elgibreen ne fa uno stendardo di fierezza ed appartenenza.

Al contrario nel padiglione del Bahrain, alla sua prima partecipazione ufficiale alla Biennale, nella foto dalla serie A Villager’s Day Out, Waheeda Malullah, si mostra nel suo abaya nero nell’atto di vagare ed esplorare luoghi desolati ma attraenti, in un dualismo delicato tra curiosità fanciullesca ed isolamento che esprime senza strilli, ma in maniera del tutto efficace, la propria condizione esistenziale. Sempre dal Bahrein, il dipinto di grande formato The Victory, dove la giovanissima Mariam Haji, in una furiosa corsa di cavalli berberi, si dipinge alla guida di un attacco a dorso di un asino: il rifiuto dell’egemonia maschile è anche rifiuto dei suoi simboli, e dei suoi strumenti.

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Vadim Zakharov, Danaë, Padiglione Russo - Biennale di Venezia 2013
foto di Daniel Zakharov

Agli antipodi concettuali, il tema del padiglione russo è il mito di Danae, fecondata dalla pioggia dorata di Zeus, un mito che già di per sé si presta ad innumerevoli interpretazioni. All’entrata si viene accolti dal motto “… the time has come to confess our Rudeness, Lust Narcissism, Demagoguery, Falsehood, Banality, and Greed, Cynicism. Robbery, Speculation, Wastefulness, Gluttony, Seduction, Envy and Stupidity”, e da un uomo a cavallo di una trave intento a mangiare delle noccioline, come una scimmia. Al piano inferiore, alle donne è concesso di entrare in uno spazio dove cade la mitica pioggia dorata, e dove queste possono chinarsi a raccogliere l’oro.

Se ad un primo sguardo la tematica possa apparire vagamente filofemminista (e le donne, soddisfatte dell’esclusione dei compagni, per una volta! si guardano, ammiccano, entrano) d’altra parte l’oro è costituito non da grani, o polvere, ma da monete: una connotazione difficile da ignorare, e da non accompagnare ad un sentimento, sempre vago, di prostituzione. Ancora una volta, inoltre, prendendo in considerazione il contesto nazionale, l’effetto è duramente straniante, se si volge il pensiero alla pussy riot Maria Alekhina, che mentre si raccolgono le monete a Venezia è in carcere e si autoinfligge lo sciopero della fame. Una persona alla quale veramente confessare i propri peccati.

Tuttavia la Russia si riscatta, a pochi metri dal padiglione saudita, con la mostra collaterale Katya di Bart Dorsa, dove il corpo della donna diventa terreno mistico, di ricerca spirituale, in un paesaggio simbolico dove il volto (sempre mutato, ma sempre lo stesso, come nelle icone), le scapole, le braccia di Katya agiscono da fonti di luce in un buio artificiale, come in un bosco di Friedrich. Sono a pochi metri l’uno dall’altro, i due padiglioni.
Speriamo che dialoghino.

Sulla Biennale di Venezia leggi anche:

Manuela Gandini, I gamberi di Gioni alla Biennale
La 55° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è a passo di gambero, come Umberto Eco definì il pensiero unico nel 2006... [leggi]

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Nel segno di Carla Lonzi

Giacomo Pisani

Il femminismo come squarcio nella realtà, come modo di stare nel mondo, che riempie i vuoti aprendo infiniti mondi. È questo il senso della riflessione di Carla Lonzi, emerso dalla prima giornata del Festival dei saperi e delle pratiche delle donne in corso dal 26 gennaio al 22 febbraio a Bari, organizzato dal cittadino Centro Documentazione e Cultura delle Donne.

Secondo Antonella Masi, il femminismo è appunto un modo di stare nella realtà impostato sull’autenticità, in cui il soggetto si pone all’origine del proprio rapporto col mondo. Come afferma Francesca R. Recchia Luciani, Carla Lonzi, sputando su Hegel, ha finito per essere cancellata dalla filosofia, con un’operazione di rimozione che ha obliterato l‘idea stessa di differenza sessuale. Tema ripreso da Ida Dominijanni, che ha sottolineato come Carla Lonzi abbia indicato quella tra uomo e donna come la differenza di base dell’umanità, ponendola a fondamento di una nuova storia. La differenza sessuale costituisce dunque l’atto iniziale di una rottura che sposta radicalmente il piano del riconoscimento e delle definizioni categoriali, tradizionalmente costruite sulla dialettica servo-padrone, amico-nemico ecc.

Ma sputare su Hegel significa al contempo sputare su Marx. In un periodo di grande effervescenza marxista, Carla Lonzi vedeva nell’annullamento della differenza sessuale il sintomo di un riduzionismo che finisce con l’impiantarsi in una prospettiva teorica ingenua e ipostatizzata. L’assolutizzazione dell’impianto teorico marxista impediva di accogliere la differenza ontologica essenziale, quella tra uomo e donna, come il nocciolo costitutivo di qualsiasi visione comprensiva. Così, nella tradizione filosofica che va da Hegel a Marx, la donna viene obliata, calata fuori dal piano storico e interpretativo del reale, per essere consegnata ad una dimensione ipostatizzata, fondata sulla naturalità delle relazioni. Il gesto di Carla Lonzi irrompe nella storia del pensiero per farvi penetrale il desiderio di riconoscimento, in cui anche la dimensione sessuale è implicata.

Per questo, come afferma Ida Dominijanni, il femminismo è una festosa scoperta, che dà voce al desiderio di una chiave di lettura della differenza. Il pensiero di Carla Lonzi è impostato sull’apertura, segnato dalla frequentazione dell’altro, del maschile. È un pensiero radicale, che risalendo all’origine genera nuovo pensiero. Il piacere, da questo punto di vista, è fonte di sapere e di verità. Eppure è stato ignorato ed escluso dalla comprensione del reale. È un aspetto profondo, essenziale, e in tale accezione è stato colto ad esempio da Lacan. Quest’ultimo riconobbe che lì c’è la chiave per la scoperta di una differenza ontologica, che non ammette riduzioni. Il godimento fallico è identitario, mentre quello femminile non è mai uno, è un eccesso.

Il femminismo, come emerge dalle parole di Federica Giardini, diventa allora un interpretare politico, la ricerca di un linguaggio che restituisca la vita. Prendere parola in modo creativo significa consentire il farsi della vita nel rapporto con l’altro, fuoriuscendo dalla categorizzazione rigida che, nel linguaggio, ci induce a prevalere sull’alterità, annichilendo la differenza. Quella di Carla Lonzi è stata un’operazione di verità attraverso la propria vita.

Il femminismo di Carla Lonzi, ripercorso nel convegno, emerge come un modo di irrompere della vita nell’ordine piatto che la sottomette a categorie normative, isterilendola fino ad annullarla. Ma c’è un elemento irriducibile al pensiero, un pulsare della differenza che evade la parola per farsi creazione di senso, aprendo spiragli di riconoscimento, di ricomposizione. A condizione di lasciar vivere la diversità, di farla respirare, riconoscendola come il nocciolo della rimodulazione del possibile.

Le parole non bastano

Letizia Paolozzi

Un incontro a Milano a Palazzo Reale. Titolo: Le parole non bastano. Donne e uomini contro la violenza maschile sulle donne. Ci hanno lavorato la Casa delle Donne Maltrattate e Maschile Plurale. Con l’obiettivo di interrogare la società su questa specifica violenza nelle relazioni quotidiane, cercando una nuova strada da percorrere con uno scopo comune: fermare quella violenza. Appunto, due associazioni che si fermano a guardare il cammino compiuto e decidono di procedere insieme perché: “Fare del male alle donne è usanza degli uomini, ma non di tutti. La relazione è possibile”. Bisogna uscire dal cerchio degli “addetti ai lavori” facendo diventare discorso pubblico pratiche dell’antiviolenza che alcuni uomini e alcune donne hanno sperimentato in questi anni.

Una scommessa forte giacché è la violenza degli uomini sulle donne la principale causa di morte femminile nel mondo: in Italia ogni due giorni una donna muore per mano maschile. Il femminismo dalle origini ha lavorato sul corpo e la sessualità, nella convinzione che la natura della violenza su e contro le donne è sessuata. Una guerra a bassa intensità. Frutto di un ordine simbolico (quello del patriarcato) che per rappresentare i due sessi si serve di un solo simbolo: il fallo. Questo ordine interagisce con altri sistemi di oppressione violenta (il neocolonialismo, il razzismo, le guerre). Si è strutturato intorno al maschile; ha messo radici, convincendo anche le donne per secoli ad accettarlo. Ora non è più così. Il femminismo ha cambiato tutto questo. Ha rotto il silenzio sulle relazioni di potere e oppressione maschile. La soggettività delle donne si è sottratta a una relazione troppo sbilanciata e proprietaria. Questo però non ha cancellato la violenza. La libertà femminile cresce, ma oggi la stretta della crisi, il peso dei media, il consumo, si insinuano nei rapporti tra i due sessi con esiti imprevedibili.

Nel film “La sposa promessa” la regista, che ha abbracciato da adulta l’ebraismo ortodosso, racconta dall’interno della comunità le vicende di una famiglia a Tel Aviv. Se nell’industria cinematografica che provvede ai bisogni degli Hassidim, è buona regola non parlare “né d’amore né di delitti” (e c’è la proposta di far chiudere i cinematografi di sabato), nella “Sposa promessa” la regista infrange molte regole. Racconta di una diciottenne che, alla maniera della protagonista di un romanzo inglese della letteratura romantica, soffre e sogna il promesso sposo intravisto al reparto dei latticini al supermercato. La morte della sorella manderà a monte il matrimonio (combinato dalle famiglie). C’è un vedovo, il cognato, che deve risposarsi. La madre della ragazza, che vuole tenersi il nipote appena nato dalla figlia che è morta, pensa al matrimonio dell’altra giovanissima figlia con il vedovo, nonostante la ritrosia del marito rabbino. Ma lei non ne vuole sapere. Il genero piange per l’umiliazione di essere respinto dalla ragazza e quando lei cambia idea accettando di sposarlo continua a chiederle perché abbia cambiato idea. Ha paura della soggettività femminile e orrore per il rifiuto di una donna. Anche questo film, dall’interno di una rigida ortodossia religiosa, mette in crisi un ordine simbolico.

Come l’ha fatto lo slogan scandito nel 2007 in una manifestazione romana da giovanissime ragazze: L’assassino ha le chiavi di casa. Ormai sappiamo che l’assassino può essere il padre, l’amante, il marito, il parente. Lo slogan è stato raccolto dai media? Certo, i giornali che dedicavano dieci righe di una “breve” agli episodi di violenza sulle donne, adesso sono più solleciti. E le giornaliste si mobilitano in prima persona. L’opinione pubblica è più attenta, anche se i giudizi sono spesso generici, ripetitivi. Si assestano sulla medietà. Posare lo sguardo su una donna che è stata violentata equivale, spesso, a negarne la soggettività, a ridurre il suo corpo a carne vittimizzata. Questo non fa giustizia al sesso femminile e impedisce uno spostamento dello sguardo sulla sessualità maschile da parte degli uomini stessi.

E se gli uomini (a parte alcune eccezioni) non si muovono dentro una relazione di conoscenza, di curiosità, il linguaggio si blocca, il giudizio resta di pura indignazione: No, io non sono come quelli che offendono le donne, gli uomini maltrattanti. In fondo, uno dei risultati della violenza sta proprio nel suo imporre relazioni molto semplici che implicano uno sforzo nullo di immaginazione, di trasformazione della soggettività maschile. Invece, occorre un altro linguaggio, un’altra scrittura, parole diverse per prevenire, raccontare, guardare alla violenza. Questa è una delle forme che prende o può prendere la cura delle relazioni. Nella scuola, nei media, nelle istituzioni, tra gli operatori, nelle unità operative che si trovano a contatto con donne ferite nella loro dignità.

Di qui una relazione capace di uscire dall’usura del linguaggio, degli stereotipi, dei tecnicismi. Naturalmente gli uomini camminano su un crinale stretto: da un lato vedono la sponda del cambiamento possibile, abbandonando l’armatura in cui si sono rinchiusi; dall’altro, rischiano di assumere un tono predicatorio, da rimorso dell’uomo bianco occidentale. Come se uscire da quella armatura equivalesse a rinunciare alla propria mascolinità. Al contrario, donne e uomini in relazione possono operare uno spostamento che non significhi solo indignazione ma un moto di ripulsa sociale, un movimento di rispetto della differenza.

Primum vivere anche nella crisi

Letizia Paolozzi

Succede a Paestum. Per la seconda volta, dopo 36 anni, compaiono inaspettatamente tantissime donne. Ottocento, per la precisione. Età media, 45 anni, arrivate da cinquanta città. Da sole oppure impegnate nei collettivi, librerie, gruppi, associazioni. Un piccolo mondo, ma un mondo che (accolto senza sbavature dalle promotrici locali del gruppo Artemide) deve cercarsi una sala più grande. L’auditorium costa molto. Però la cifra viene raccolta in una mattinata. Pure il blog (www.paestum2012.wordpress.com) continuerà a funzionare. Con i materiali, testi, riflessioni, progetti, proposte. Siamo di fronte a un agire femminista. Esempio di quel pensare in azione che tiene insieme teoria e pratica politica.

Fuori da lì, vige la delega, la strumentalità dei rapporti, l’organizzazione piramidale. Non solo. Le donne hanno cinque minuti a disposizione. Esempio raro di tolleranza, si ascoltano reciprocamente. Niente preiscrizioni o relazioni. Non ci sarà il documento conclusivo. La presidenza è vuota. Invece di applaudire, le mani sfarfallano in aria. L’ispirazione è tratta dagli indignados di Puerta del Sol. Tra cuore e mente, tra voci e sguardi le parole volano dal microfono: come il famoso manico di scopa della strega? Una scelta di metodo importante. Nonostante il peso del vivere, è fatta in leggerezza. Per non restare schiacciate dalla crisi, dai piani di austerità, dal precariato, prima di tutto bisogna cambiare prospettiva. Spostare i confini, cercare pratiche del conflitto capaci di evitare la ripetizione. In effetti il femminismo ha detto che il suo, il nostro confine, è quello con l’altra/l’altro. Significa puntare su una politica delle relazioni. Averne cura.

Peccato che gli uomini non la registrino. Il valore simbolico di quello scambio non lo vedono. E il risultato è squadernato davanti ai nostri occhi. A Paestum di uomini ce ne sono pochi, silenziosi. Non erano invitati, non sono respinti. Nel ’76 si tenne in questo luogo il primo incontro femminista. Allora, si scandiva “L’utero è mio e lo gestisco io”. Adesso, per il logo, la disegnatrice Pat Carra ha sostituito la figura maschile del reperto conservato al museo con la figura femminile della tuffatrice che si slancia nel mondo. Anche e soprattutto per rovesciare i film catastrofici ai quali assistiamo ogni giorno. Vicende di cupidigia, competizione, egoismo. Sceneggiature che separano produzione e riproduzione, lavoro e cura, individuo e comunità. Niente “happy end” in questi film. La morale? O la borsa o la vita.

Paestum all’opposto dice: “Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”. Bisogna rimettere al centro la vita. Per tutti, donne e uomini. Puntando su tempi, modi e sul cosa si produce. La strada c’è, tracciata dalla soggettività femminile, dal sapere accumulato. Il femminismo non ha mai dedicato il suo tempo a scrivere “ricette per l’osteria dell’avvenire”. In effetti, accade “non per caso” che i fantasmi di contrapposizione tra femministe giovani e antiche si rivelino, appunto, una invenzione. D’altronde, pur appartenendo a diverse generazioni, le donne qui compongono una rete. “Siamo tutte femministe storiche”. Anche se, per le più giovani l’ansia del precariato è tartassante.

Tuttavia, la forza per modificare la realtà dipende, di nuovo, dall’essere in relazione. Piuttosto, se in passato le donne sono state attrici invisibili del cambiamento, oggi sono le attrici visibili di un progetto che consiste nell’introdurre la differenza femminile nella trama della storia. Giacché la crisi approfondisce le gerarchie verticali. E la radice della gerarchia del maschile sul femminile non è scomparsa. Però, non esiste un solo modo di affrontare l’eredità del patriarcato. Le modeste strategie, i conteggi sul numero pari di donne e uomini nei luoghi del potere e delle istituzioni, non tengono conto che la differenza delle donne dagli uomini rappresenta un vantaggio e una ricchezza per la società.

Piuttosto, dovrebbero essere gli uomini a liberarsi da un modello virile ancora pesante. Qualcuno, forse, comincia a provarci. Ormai il rispetto degli equilibri vitali è diventata una rivendicazione di tutte/tutti. Quanto al femminismo, la sua radicalità e vitalità ha dimostrato (ancora una volta) di essere in movimento. Non solo a Paestum, non solo nelle giornate dell’incontro.