Roba da matti

Piero Del Giudice

Ora che al mattino si stenta ad uscire da casa e – se si esce – in pigiama è meglio (lo prescrivono anche D&G), e, se qualcuno telefona – non sei uscito di casa e sei di Milano – «sono molto occupato con l’Expo», esce questo libro di John Foot sul processo di riforma che, scritto poi nella legge 180, chiude i manicomi in Italia, liberando decine di migliaia di persone internate per legge.

La rivoluzione di Franco Basaglia, della moglie Franca Ongaro, degli psichiatri che con loro lavorano, inizia nel 1961 a Gorizia. Basaglia accetta la direzione di quell’«autentico lager» e, con cadenze di progressive aperture (aprire porte, eliminare la divisione di genere, permessi di uscita, cooperazione anche di lavoro, nomi e cognomi delle persone secondo anagrafe, continue assemblee a-gerarchiche), fonda una «comunità terapeutica», intrecciandosi con le coeve esperienze europee (Maxwel Jones, David Cooper, Ronald Laing). Luoghi che «qui dentro vige un regime di terrore» (Bonelli, per Colorno-Parma; sulla piazza di Colorno in manifestazione, sfilano gli infermieri in camice bianco agitando gli strumenti del mestiere: i lunghi bastoni di quercia, levigati e leggermente curvi, i legnador).

John Foot che è puntuale nel suo esercizio filologico di ricostruzione e resa d’atti – verbali, processi, leggi, stampa quotidiana – del lungo e titanico percorso della riforma, lo inizia in quei territori di confine: Gorizia prima e poi Trieste. Trieste, la città giuliana dove il movimento si svilupperà da interno ad esterno sino alla chiusura del manicomio (Basaglia 1977, l’amministrazione provinciale da cui gli ospedali psichiatrici – opp – dipendono; il 21 aprile 1980, presidente Michele Zanetti: «l’opp può cessare le sue funzioni e quindi essere soppresso»). Gorizia, Trieste, non più buchi neri a più strati: la Risiera e le foibe, la resistenza e il Comando nazifascista dell’Adriatico, l’occupazione titina e l’opzione internazionalista del Partito Comunista regionale, i profughi istriani e il trattato di Osimo, gli sloveni e un MSI tanto forte che, anche nell’ultima guerra balcanica, predica la restituzione d’Istria e Dalmazia. Due città sulla Cortina di ferro territori di Gladio, teatro della strage di Peteano, la questura diretta da Marcello Guida dopo la rimozione da Milano per la strage di Piazza Fontana.

È per questo che si guarda ancora con stupore alla capacità di mediazione, alla coerenza e al coraggio di Trieste, esperienza-leader del movimento di liberazione dei matti. In nome di diritti umani primari ai quali si oppone, in una battaglia anche simbolica, il Paese nero. Vettore della battaglia del movimento di liberazione è il folle stesso, il testimone innocente liberato, il fragile-perplesso che si inoltra nel territorio dei luoghi comuni. Mettendoli fuori, ne viene modificato il contesto umano, a cominciare dalla famiglia. Il portatore della diversità è un semplice («giocano a carte nei reparti!», non danaro ma sigarette e mozziconi di candela: allarmato un medico dell’ospedale, Basaglia che presiede risponde «il gioco è alla base della convivenza»). Non circola il danaro («abbiamo accolto oggi una signora anziana che girava in città con un secchio con stracci e detersivi e dentro 75 milioni di lire», Mario Reali del centro di via Gambini), la festa è semplice.

È «scuola di libertà» dice François Tosquelles. Tosquelles affidava alle cure di vecchie prostitute i matti, perché «loro se ne intendono di uomini»; negli anni Quaranta diresse Saint Alban, ai piedi dei Pirenei: «…i paesani per andare alla fiera passavano attraverso l’ospedale con le loro vacche. I malati si mettevano ad aspettarli e vendevano ai contadini i loro manufatti, le loro opere d’arte. I guardiani, a loro volta, vendevano ai malati il vino: mettevano in mezzo alle sale dei diversi padiglioni una botte di vino e lo distribuivano. Questo sembra inverosimile, ma in seguito non ho soppresso questa pratica: l’ho trasformata in una cosa positiva approfittandone per fare un bar, che è diventato un luogo di psicoterapia. Ma a quel punto il bar non era più fra i letti dei malati, voi capite. Inoltre da anni i guardiani di St. Alban si erano organizzati in maniera da aumentare il loro salario facendo evadere dei malati. C’era infatti una legge, all’epoca, secondo la quale si assegnavano 50 franchi a tutti coloro che ritrovavano un matto evaso. Che cosa avreste fatto voi se foste stati dei contadini? Avreste fatto evadere i malati, dicendo loro: vai a casa mia. Così accadeva infatti, e intanto il malato si faceva qualche giorno fuori, in famiglia! Dunque, in una maniera paradossale, al tempo stesso grottesca e comica, una collaborazione tra l’interno e l’esterno dell’ospedale era già inscritta in queste pratiche» (Libertà per fare cosa?, in «Per la salute mentale», trimestrale a cura di Giovanna Gallio, 1989/2).

Ora, qui da noi, si è tornati a legare, a sedare, ad azzerare servizi, a chiudere porte, a fare dei reparti di diagnosi e cura voluti dalla riforma come spazi di pronto soccorso, antri di ricoveri stanziali. «Il 22 giugno 2006, nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale SS. Trinità di Cagliari, un uomo di 60 anni, ricoverato il 15 giugno in Trattamento sanitario obbligatorio, muore per tromboembolia polmonare, dopo essere stato legato al letto, mani e piedi, per sette giorni di seguito, senza interruzione. L’uomo, Giuseppe Casu, è un venditore ambulante di frutta e verdura nella città di Quartu Sant’Elena. È un abusivo: non ha il diploma di licenza elementare, necessario per accedere alla licenza…» (Giovanna Del Giudice, e tu slegalo subito, Alpha Beta Verlag, 2014).

John Foot
La «Repubblica dei Matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978
Feltrinelli (2014), pp. 375
€ 22

La morte del padre

Angelo Guglielmi

Leggo e recensisco per la prima volta uno scrittore nato in una Europa lontana, la Norvegia. Io, invero, in Norvegia una volta ci ero capitato per visitare i fiordi. Ma non ricordo quasi nulla se non il mare allo stesso livello dei monti coperti di neve, e a Oslo in una piazza, il pomeriggio che arrivai, il gioco pubblico di lanciarsi da altezze sempre più alte (a partire dai dieci metri) nel vuoto, legati a una corda. E ora questo romanzo (La morte del padre) di Karl Ove Knausgard, nato a Oslo nel 1968.

Certo i paesaggi e la natura sono diversi da quelli che qui (nell'Europa del centro sud) ci sono familiare – lì (nel romanzo) hai la sensazione come di un Paese che si arrampica dovendo superare ostacoli continui di montagne (più alte e meno alte), di boschi, di neve, di mari a picco, di laghi e stagni, ma l’umanità, e anche la società sono (come è ovvio) le stesse alle quali qui apparteniamo. Gli stessi giovani, la scuola, le ragazze, gli amori, il cinema, le discoteche, la chitarra, i dischi (con band e star di origine anglosassone) e, caratteristica nazionale, tanta musica classica. In più maggiore silenzio, rotto (all’improvviso) da rumorosissimi boati.

Protagonista del romanzo è l’autore Karl Ove, ma come accade nei romanzi autobiografici, i protagonisti sono più di uno, in aggiunta, il padre, il fratello Yngve, la nonna paterna... Al centro del romanzo il padre morto e la preparazione dei funerali. Ovviamente (o non ovviamente) le informazioni sul protagonista-autore ci vengono fornite da lui stesso a cominciare da quando aveva solo otto anni. Ma è già lì che si manifestano i tratti che decidono della sua vita di adulto. Karl Ove, appunto appena ottenne, davanti alla televisione che riferisce l’inabissamento di un peschereccio e la morte del pescatore, vede, nel punto in cui il peschereccio è affondato, tremolare la forma di un volto: sgomento corre dal padre, che in quel momento sta con una mazza frantumando l’angolo roccioso del giardino, e gli racconta quel che ha visto; il padre di rimando con ironia: forse era il volt di Cristo (implicitamente sfottendolo di avere scelto a scuola di stare tra i cristiani).

Dunque Karl Ove fin da piccolo è ossessionato dalle apparizioni, dalla forma in cui si manifestano. E anche dalla morte. L’avvertimento di qualcosa di imprendibile è già presente in lui. E sempre in questa direzione in Karl Ove vi é un altro tratto - che con gli anni e la crescita diventa sempre più evidente - la facilità alle lacrime. All’improvviso le lacrime gli salgono a rigare le guance. Senza un motivo razionale o tale da giustificarle, si spalanca nel sistema della sua gola come una sacca in cui irrompono onde non controllate di sensazioni (e sentimenti) che gli sollecitano il pianto e i singhiozzi. E l’inconveniente – così scomodo perché non riesce a nasconderlo a chi in quel momento gli è vicino - gli è qualche volta d’aiuto “come quando vomitare serve per combattere la nausea”. Certo piange al ricordo del padre morto “ma non solo a causa del padre”.

Scoppia in lacrime davanti a un quadro di Constable, dove quel ricciolo di nuvole più scure e più bianche, lassù in alto, che rotolano a perdersi, attiva in lui una commozione incontenibile (cui non sa resistere). Una commozione non legata alla qualità del dipinto. “Potevo rimanere freddo davanti a quindici dipinti di Monet e percepire un calore improvviso diffondersi nel corpo davanti a un impressionista finlandese che poche persone al di fuori della Fimlandia hanno sentito nominare”. Più in generale quel calore – confessa - lo afferrava davanti a dipinti in cui fossero presenti riferimenti alla realtà quotidiana, tuttavia avvolti in una atmosfere trascinante verso “l’inesauribile” e “l’inesprimibile”.

Così Karl Ove, che da grande scrive romanzi, sa che la coerenza non è la regola che governa la realtà, che piuttosto è una presenza caotica ed è per altre strade che acquista identità. “Scrivere significa portare alla luce l’inesistente facendolo emergere dalle ombre di quel che sappiamo. La scrittura è questo. Non quello che vi succede, non gli avvenimenti che vi si svolgono, ma , in se stessa. Lì risiede il luogo e l’obbiettivo delle scrivere..”. E dopo qualche pagina: “...più volte avevo cercato di scrivere di mio padre, ma senza riuscirci, sicuramente perché tutto questo era troppo vicino alla mia vita e quindi non era facile costringerlo in un’altra forma che invece costituisce il presupposto base della letteratura. È la sua unica legge: tutto deve piegarsi alla forma. Se qualcuno degli altri elementi letterari è più forte della forma, per esempio lo stile, l’intreccio o il tema, scavalca l’importanza della forma, il risultato sarà debole”.

Ora Karl Ove sa cosa significa scrivere e può affrontare il romanzo sul padre. In verità già ne aveva già scritto uno (che era stato il suo esordio di scrittore) e questo (di cui stiamo parlando) forse è addirittura il terzo. Si compone di due parti, della prima abbiamo appena detto, questa seconda che inizia a pag 221 riguarda la morte del padre. In realtà il padre è già morto , così questa parte del romanzo sarà l’occasione per ricordare.

E i ricordi sono immateriali, abitano nella mente distendendo una trama di immagini sfuggenti, un intreccio di dettagli contraddittori tra sentimento e giudizio. E questa è “la forma” in cui l’autore (utilizzando le sue stesse parole) “ha piegato” il padre, cancellandolo dal romanzo e trasferendolo in una presenza lontana. E al suo posto ha installano quasi trecento pagine di parole che certo raccontano storie che più che per le informazioni che forniscono sono colte dal lettore per il loro diffuso risuono. Una sonorità bassa e quieta.

Karl Ove ha convissuto con il padre per tutti gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza Vivere tete à tete con il padre è sommamente ingombrante tanto più se è malinconico e silenzioso. Karl Ove non lo amava e aspettava con ansia di liberarsene. Aveva un rapporto di grande amicizia con il fratello Ymgve che viveva in un altra città nella quale, un po’ più grande, lo raggiunge per frequentare l’università. Qui i due fratelli si distinguono per l’intelligenza e l’intraprendenza. Collaborano al giornalino degli studenti con recensioni di libri (in particolare Karl), di film, di dischi e di rassegne d’arte, e organizzan incontri e interviste in particolare (i due fratelli insieme) con i due maggiori scrittori del Paese. Il successo li esalta e forse lì decidono, Karl di fare lo scrittore, e Yngve di aprire uno studio di grafica. Del padre non parlano mai se non per ricordarne la solitudine e l’infelicità alla quale, nel tentativo di sfuggire, aveva aggiunto nuova disperazione e dolore. Sanno che ha una nuova moglie umiliandosi per esserle a pari. Cosi accelera la corsa verso il disfacimento. L’ultima informazione è di un amico di Yngve che passando in macchina, lo vede sbracato ed evidentemente ubriaco seduto su una panchina del parco.

Quando ricevono, tra desiderio e attesa, la notizia della sua morte, non si sorprendono. Si mettono in viaggio per seppellirlo... Di qui il romanzo si tende in una sonorità sempre più concitata. Karl Ove viene ripreso, ma con intensità e frequenza ravvicinata, dal suo inconveniente di sempre. Pianto e singhiozzi invadono la macchina che li sta portando dal padre morto. Yngve al suo fianco finge di non accorgersi delle rumorose lacrime. Finalmente raggiungono la casa della nonna dove il padre negli ultimi anni si è ritirato a vivere con la madre. E qui il lettore assiste alla più straordinaria messa in scena della morte intesa come distruzione e annullamento.

La casa è arrampicata su un terreno in salita Appena ne arrivano in vista, i due fratelli rimangono sgomenti: i muri della facciata anneriti e screpolati, le grondaie penzolanti, i vetri delle finestre opachi di sporco, il giardino, una volta ridente di fiori, ora invaso da erbe alte l’altezza di un bambino; entrano per la porta che trovano aperta (quasi divelta) e vengono assaliti da un terribile puzzo di marcio e di escrementi, biancheria lercia sparsa dappertutto e dappertutto bottiglie vuote o per metà piene... in cucina, ingombra di pile di piatti sporchi e resti di cibo andati a male, trovano la nonna attonita, il capo chino seduta davanti alla finestra, scarmigliata e con indosso un vestitino sdrucito che odora di piscio. La puzza nauseante e l’accumulo di immagini di sporcizia e di rovine concorrono a innalzare come un monumento alla morte.

A questo punto Karl Ove si ribella e decide, con l’aiuto del fratello, di lavorare con scope, saponi, detersivi, acidi, smacchiatori ecc. per strappare da ogni parete, scala, angolo e mobile, la lordura, e restituire la casa al suo precedente naturale stato di decenza. E che i funerali saranno celebrati in chiesa (nonostante la miscredenza del padre), e la successiva “festa” con i partecipanti proprio in casa, sì, finalmente profumato e linda. Karl Ove vuole uccidere la morte, abbatterne il monumento e al suo posto reintegrare la presenza della vita. E certo riesce nell’impresa, ma non trova (o evita?) il tempo per rendersi conto che quando dopo l’immane fatica di oltre tre giorni (raccogliendo centinaia e centinaia di bottiglie di birra molte ancora mezze piene e asciugando pavimenti divani tende e poltrone del contenuto versato), la sera del terzo giorno si rinfrancano bevendo qualche bicchiere di birra e chiamano a partecipare anche la nonna… qui di colpo la povera vecchia rinsecchita e stordita (inaspettatamente) riacquista vivacità e vita… sì, torna viva ma come qualche giorno prima quando si ubriacava insieme al figlio fino a morirne.

Karl Ove Knausgard
La morte del padre
Feltrinelli (2015), pp. 505
€ 20.00

L’onda del corpo

Alessandra Sarchi

Per Omero e i suoi contemporanei l’uomo non era unità ma aggregazione di organi tenuti insieme dal respiro. Ogni organo era sede di determinati sentimenti, pulsioni, forze che s’irradiavano agli arti. Quando Ulisse parla al proprio cuore e gli dice «sopporta, che hai sopportato cose ancora più da cani», sta facendo appello alla sede del coraggio e della tenacia, perché sa che è da lì che gli verrà la forza, non certo dall’intelletto, pur finissimo e pieno di risorse, o dalle gambe forti e veloci.

In Riparare i viventi Maylis de Kerangal racconta il trapianto del cuore di un diciannovenne, ferito a morte in un incidente stradale, nel corpo di una cinquantenne affetta da miocardite: una visione non lontana da quella omerica, ma affinata dalla conoscenza fisiologica e biomedica che descrive nel dettaglio l’anatomia con un linguaggio tecnico elaborato in secoli e secoli di dissezioni dalla medicina occidentale (una disciplina basata sui cadaveri). Dopo essere stato catapultato contro il parabrezza del van su cui rientrava, di mattina prestissimo, da un’uscita in mare col surf insieme ai suoi amici, Simon Limbres è principalmente il proprio cuore, l’organo del quale si legge che solo un elettrocardiogramma lungo quanto i suoi anni avrebbe potuto registrare la storia.

Ma neppure questo ipotetico tracciato restituirebbe l’essenza di Simon. Dal momento in cui la sua morte encefalica viene comunicata ai genitori, Marianne e Sean, e saggiata la loro disponibilità a donare i suoi organi, è proprio l’essenza del figlio a svanire. Se il padre è riluttante ad accettare che il corpo del figlio sia solo un involucro vuoto e disponibile di materia organica, Marianne comprende quanto è accaduto: «quel che la inchioda è la solitudine che emana da Simon, ormai solo come un oggetto, come se si fosse alleggerito della sua parte umana, come se non fosse più collegato a una comunità, inserito in una rete di obiettivi e di emozioni ma vagasse, trasformato in qualcosa di assoluto, Simon è morto, si dice quelle parole per la prima volta».

Romanzo senza trama, se per trama s’intende il concatenarsi di eventi significativi legati gli uni agli altri, Riparare i viventi è piuttosto l’allestimento tragico – e, contrariamente a quanto è stato detto, di grande pathos – di una serie di scene racchiusa nell’arco esatto di ventiquattro ore. Se l’incipit è una sorta di flash-forward sul cuore, il resto della narrazione procede attraverso nicchie temporali nelle quali si dilatano micro-eventi legati ai personaggi che via via entrano in contatto col corpo tenuto in vita di Simon. Qui i movimenti temporali sono di necessità all’indietro, nel passato recente o remoto che lo lega ai genitori, alla fidanzata, e poi all’anestesista, agli infermieri, infine ai due chirurghi dell’espianto e del trapianto, inquietanti esecutori materiali del rito che conclude il romanzo con la ripresa della vita: il cuor e di Simon batte di nuovo nel corpo di Claire.

Come già in Nascita di un ponte (prix Médicis 2010, pubblicato dalla stessa Feltrinelli nel 2013) Maylis de Kerangal costruisce una narrazione corale in cui di ogni personaggio si delinea non tanto la psicologia, quanto la reazione emotiva e percettiva agli eventi: in una costruzione che ricorda quella del film 21 grammi di Alejandro González Iñarritu, uscito nel 2003. L’abolizione dei diacritici per i dialoghi rende il fluire di azioni e pensieri mimetico rispetto al ritmo interno-esterno del racconto, e consente l’espansione delle coscienze individuali in riflessioni che s’allargano al cosmo e all’inanimato; la più bella si trova al culmine del romanzo, nel momento in cui l’infermiere Thomas ferma i medici prima che venga chiusa l’aorta e quindi tecnicamente staccato il cuore di Simon, per sussurrargli all’orecchio l’amore dei suoi cari e fargli ascoltare, tramite un paio di auricolari lasciatigli dal padre, il rumore di una grande onda oceanica: una di quelle che il ragazzo cavalcava sulla tavola da surf confondendo la sua forza fisica con quella degli elementi.

De Kerengal si muove come un equilibrista nell’alternanza del linguaggio medico-tecnico e di una lingua sensibile all’auscultazione emotiva, cucendo l’uno all’altra in una vasta rete di metafore legate all’acqua, al sangue e alle onde; il canto non è solo quello di un cardellino acquistato ad Algeri, né quello dell’infermiere Thomas che canta mentre lava il corpo svuotato di organi di Simon, ma soprattutto il canto della scrittura – l’unico spazio che la morte non può usurpare.

«Sotterrare i morti e riparare i viventi» non è solo il compito che Čecov attribuisce al suo Platonov, e che a de Kerangal regala il titolo. È anche il monito degli antichi, di quel mondo omerico al quale così spesso il suo romanzo si riferisce: dalle sirene-arpie che folleggiano sui corpi dei tre ragazzi subito dopo l’urto del van, al rituale della restituzione del corpo di Simon, svuotato e massacrato come quello di un guerriero vinto ma trasfigurato di gloria. Non si tratta solo di richiami letterari per innalzare la temperatura delle pagine. Gli uomini e le donne di Omero affrontano in ogni istante la possibilità della morte, e la stessa consapevolezza s’impone a Claire proprio mentre sta per ricevere una nuova vita, obbligandola a interrogarsi sul senso di quel dono. Il corpo smembrato di Simon rivivrà in altre persone, la solitudine della madre davanti al figlio diventa rigenerazione per altre vite.

De Kerengal sa che alla mortalità si àncora il senso dell’agire umano e fa di tutto per ricordarlo a noi, figli della cultura della rimozione e dell’irrilevanza: perché la riparazione dal dolore e dalla morte, come lei stessa ha ricordato in numerose occasioni, è un fatto collettivo.

Maylis de Kerangal
Riparare i viventi
traduzione di Maria Baiocchi con Alessia Piovanello
Feltrinelli (2015), 218 pp.
€ 16

Spirito mercuriale, amore di parola

Monica Centanni

Va in scena stasera a Milano, in prima nazionale al Teatro Out Off, L’ultimo viaggio. La verità di Enrico Filippini, una drammaturgia di Giuliano Compagno e Concita Filippini che tratteggia sulla scena la figura in qualche modo «segreta», ma non meno che straordinaria, di questo infaticabile passeur che – prima alla redazione Feltrinelli negli anni Sessanta, poi in quella di «Repubblica» nei Settanta e Ottanta – incarnò meglio di ogni altro, lui svizzero di Cluvo, lo spirito della «gita a Chiasso» a suo tempo predicato dal Gruppo 63: prima traducendo a rotta di collo classici della letteratura e della filosofia (da Ludwig Binswanger a Walter Benjamin, da Günter Grass a Uwe Johnson, da Max Frisch a Friedrich Dürrenmatt) all’epoca da noi ancora in gran parte incònditi; poi, dalle pagine del giornale, proseguendo l’opera in qualità giornalista culturale di proverbiale sagacia e puntiglio, nonché come strepitoso intervistatore (si è già avuto modo di segnalare, qui, la bellissima silloge curata da Alessandro Bosco, Frammenti di una conversazione interrotta. Interviste 1976-1987, pubblicata da Castelvecchi alla fine del 2013). Così fra l’altro sacrificando un talento di narratore in proprio che, tanto nelle prove sperimentali dei Sessanta (come i racconti Settembre e il bellissimo In negativo) che nell’atto di congedo L’ultimo viaggio (che dà il titolo al volume prezioso, curato dallo stesso Bosco per Feltrinelli, che raccoglie appunto la sua produzione narrativa e teatrale), si mostra di grandissimo interesse. Ma, si era avvisato fra le righe di Settembre, «il vero fare giusto è la voglia di non dire».

Anche parlare di suo padre, per Concita Filippini, non dev’essere stata la cosa più semplice. Così che la scena teatrale, con la mediazione sensibile di Giuliano Compagno, finisce per essere qualcosa di simile a un set analitico – più che a uno scrigno di memorie private. Partendo dagli ultimi giorni del padre, nei quali forse per la prima volta ha avuto modo di conoscerlo davvero, si ripercorrono le sue vicende pubbliche e private, intellettuali e affettive. Sino alla malattia che lo colpisce e, il 21 luglio 1988, lo porta via: sino a quell’ultimo viaggio in cui si evoca un «tempo indeterminato, come un punto vuoto e senza nome nell’eternità». Nel «vuoto di questa luce» (queste le ultime parole del racconto, accompagnate da un punto interrogativo) dileguava un’esistenza tanto eccezionale quanto, insieme, segretamente emblematica.

Per ricordare Enrico Filippini in occasione di questo appuntamento teatrale, pubblichiamo l’intervento tenuto da Monica Centanni all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 28 febbraio 2014, alla giornata dal titolo La verità del gatto, che vedeva altresì la partecipazione di Nanni Balestrini, Irene Bignardi, Alessandro Bosco, Umberto Eco, Marino Fuchs, Giacomo Marramao, Paolo Mauri, Claudio Nembrini e Annemarie Sauzeau Boetti. (Andrea Cortellessa)

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Enrico e Concita Filippini, anni Sessanta

Enrico Filippini era una delle prove viventi, anzi una delle prove umane, della – per altro assai discussa – esistenza dell’anima. Di corpo era leggero. Anzi, il suo corpo, il suo viso, il suo occhio, altro non erano che una increspatura in cui prendeva spessore e visibilità lo spirito sfavillante che animava la sua vita: era tutto espressione – piega, declinazione dell’espressione, «filosofia dell’espressione» si potrebbe dire parafrasando il nostro amato Giorgio Colli – non materia. E anche in questo era leggero, imprendibile, furtivo.

Danzava Nani con la sua intelligenza; con Giordano Bruno nel De Vinculis: Nihil vincitur nisi aptissime praeparatum, quia fulgor ille non eodem omnibus communicatur modo. Uno sfavillio di intelligenza raro, non per tutti (non eodem omnibus…), che si trasmette incantando, seducendo, vincolando. Vincolando anche e soprattutto se stessi: lo spirito più leggero e più libero che abbia mai incontrato – più profondamente leggero, più coraggiosamente libero – era però vincolato da legami ironicamente religiosi, ma insolubili, con le proprie passioni. Il dettaglio di un corpo, la piega di un pensiero, il profilo di una riflessione che nessuno aveva prima guardato scoperto desiderato con quello stesso suo amore. Ebbrezza – esperimento davvero rovinoso, e insieme inevitabile – dell’abbassamento in Dioniso di qualunque rigore dell’identità.

E poi il gioco – su questo fronte l’ho incontrato. A Enrico Filippini piaceva moltissimo giocare con le parole. E specie al gioco più difficile di tutti: la traduzione. L’esercizio che da una lingua all’altra prevede il passaggio per una alchemica evaporazione dei fonemi – la necessaria dissoluzione che sola consente il passaggio pervio, l’approdo incerto al nuovo suono nella nuova lingua – si scontra, o almeno fa i conti, con il nocciolo duro, sempre incatturabile, del significato. Questo era il gioco.

Imprendibile Nani: c’era non c’era. Imbrogliava, mentiva – si nascondeva dietro cristalline, leggere, barriere di parole. Appariva e scompariva, Nani. Epifanie e apofanie di quelle prospettive diverse sul mondo a cui gli antichi davano nomi divini. Dionisiaco sì, per la accattivante, scura, vertigine dell’ebbrezza, e per il desiderio di trovare una ninfa che fosse una saggia Arianna, possibilmente addormentata. Ma anche ermetico, e forse più propriamente mercuriale, e insieme amante del logos e della sua «grande potenza nel minuscolo corpo della parola». Se la bella allegoria composta sul morire del mondo antico fosse stata una fabula vera, se Mercurio e Filologia avessero procreato un figlio, sarebbe stato in tutto e per tutto simile a Nani Filippini. La sua vita, la sua anima inquieta ma lucida e chiara fin nel profondo, consisteva, stava tutta incarnata, nel corpo delle parole. Non poteva farne a meno.

L’ultima volta che ho sentito la voce di Enrico Filippini, un giorno di luglio del 1988, dai due capi del filo di un telefono tra Venezia e Roma: «Sai – mi disse – ogni giorno perdo qualcosa, qualche pezzo delle parole. Un giorno non so più articolare una vocale, il giorno dopo è la volta di una consonante. Ma non quelle che di solito la gente non sa dire: non la R, la Z, ma la P, la T ... Oggi ho perso la B. Pezzo per pezzo perdo le parole». Era proprio così, e quando le perse tutte – tutte le vocali e tutte le consonanti – non ha avuto più corpo. Né anima - perché per lui (per noi) era la stessa cosa. Non aveva più un corpo, neppure minuscolo, in cui incarnarsi. E non è stato più.

Per questo, perché amava i nomi e le parole, siamo qui a chiamarlo per nome. A tenere viva l’unica gloria che gli sarebbe stata grata: kleos – il suono fragilissimo, che dopo tanti anni siamo qui a ripetere, del suo nome.

Che cos’è il tempo?

Lelio Demichelis

Tutti crediamo di sapere cosa sia il tempo. E di avere un tempo nostro, tutto nostro. In realtà, come per tutte le cose in cui siamo immersi, in cui siamo dentro non sappiamo esattamente cosa sia il tempo. Perché è immateriale. Perché è una costruzione forse solo filosofica, letteraria, metafisica, religiosa e oggi economica (il tempo è denaro) e tecnico (quel tempo reale che più irreale e dis-umano non potrebbe essere).

E c’è il tempo degli altri e con gli altri (sempre meno, in verità). C’è il tempo della vita e della morte. Il tempo della felicità e dell’infelicità, della gioia e della speranza, della noia e del tedio; e del lavoro. Il tempo degli orologi e dell’industria e oggi della rete: un tempo che non scegliamo ma che ci viene im-posto da qualcuno o da qualcosa (da un apparato di cui abbiamo perso il controllo ma che incessantemente governa e organizza la nostra vita riempiendola di fare e di avere impedendoci però di essere).

Gli antichi greci avevano un tempo ciclico, in cui tutto sembrava sempre ri-tornare, il che non escludeva tempi progettuali, come quello di Ulisse che - anche sfidando gli dei - vuole tornare a Itaca e alla fine ci riesce. Le religioni monoteistiche hanno poi cambiato l’idea e il senso di tempo, che ha acquisito linearità e direzione e si è fatto storia, con un inizio/passato (la Creazione), un presente e poi un futuro (è tempo escatologico).

Escatologia religiosa che diventa poi escatologia da religione secolare con le ideologie politiche di Otto e Novecento, per un tempo che diventa poi, oggi, un tempo compresso sempre più nell’istantaneità e nell’immediatezza, tutti noi soggetti ad un principio di piacere che non deve confrontarsi più con il principio di realtà, confondendosi sempre più con il principio di prestazione, fino al suo annullamento in semplici momenti senza senso, quasi facendoci ritornare ad un tempo nuovamente ciclico, in cui tutto ritorna, o meglio ad un tempo immobile, senza futuro perché non va più da nessuna parte.

E ancora: c’è il tempo di chi ha paura del tempo e sogna di cancellarne i segni dal suo corpo. C’è il tempo dell’Universo e della fisica. Il tempo della memoria (sempre meno, messa su un hard disk o in una nuvola/cloud) e il tempo della speranza (uccisa dall’ultima crisi, dalle troike e da Angela Merkel).

E c’è il tempo magistralmente descritto e analizzato da Eugenio Borgna - primario emerito di Psichiatria all’ospedale di Novara e libero docente all’Università di Milano - in questo suo nuovo libro, Il tempo e la vita. Un libro particolare, come tutti i libri di Borgna. Che si legge d’un fiato – per stile di scrittura quasi poetica, per costruzione dell’analisi, per coinvolgimento emotivo, facendoci emozionare così come Borgna si emoziona leggendo le pagine di scrittori, filosofi, poeti, teologi che hanno scritto di tempo e del tempo. Ma è un libro che poi e conseguentemente invita a fermarsi, a prendere tempo, un tempo lungo perché la fretta uccide il pensiero e insieme uccide la riflessione e lo sguardo su di sé e dentro di sé. Un prendere tempo per rileggere, ma soprattutto per un ri-prendersi il tempo per stare con se stessi (in quella solitudine che è cosa virtuosa e diversa dall’isolamento cui invece ci obbliga il sistema), riflettendo sulle cose lette.

Un tempo – e la narrazione e insieme la riflessione sul tempo di Borgna - che si snoda, pagina dopo pagina, tra la ricerca del tempo perduto e il tempo della grazia, tra nostalgia e rimpianto e sguardo sull’infinito, tra tempo della malattia e tempo della cura, chiudendosi poi con un invito ad ascoltare il silenzio e ad ascoltare nel silenzio. Un tempo (in verità, molti tempi diversi e combinati tra loro) fatto di emozioni, cioè “di esperienze psicologiche e umane che il linguaggio del cuore sa cogliere in modo molto più rapido e concreto che non il linguaggio della ragione calcolante”.

Perché appunto, oggi viviamo nel tempo degli orologi – ovvero, aggiungiamo, in un tempo meccanico sempre più suddiviso e frammentato (oltre che velocizzato e intensificato senza sosta nell’imperativo capitalistico della produttività) - ma il tempo non è solo questo o non dovrebbe essere solo questo, perché nel tempo accadono (dovrebbero accadere) emozioni e nel tempo si prova paura nostalgia rimorso ma anche gioia, nel tempo e grazie al tempo avvengono cose e si producono relazioni, c’è il tempo dell’amore così come c’è il tempo dell’adolescenza e il tempo della vecchiaia, costruendo ciascuno di noi una molteplicità di tempi che producono io diversi, così come per Borgna c’è il tempo dell’ospedale psichiatrico e quello fuori dall’ospedale.

Moltissime le citazioni. Con un prezioso e articolato lavoro di scelta tipico anche di altri libri di Borgna, che deliberatamente accoglie e fa proprio ciò che diceva Benjamin, le citazioni dilatano cioè la voce di un libro, lo sottraggono al soliloquio e aprono il lettore ad un dialogo incessante e sempre rinnovato con gli altri, con i loro pensieri, le loro idee, le loro opinioni ed emozioni. Uscire dal soliloquio, perché le citazioni “sono una porta aperta ad uscire dai confini del proprio io, e a vivere la vita, il tempo della vita, nella sua dimensione interpersonale”.

Il tempo, dunque. Se nessuno mi interroga, scriveva già Agostino nelle Confessioni, so cos’è il tempo. Ma se volessi o dovessi spiegarlo a chi mi pone la domanda, allora non lo so più. “Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente”. Per poi domandarsi: ma come esistono il passato e il futuro, se il primo non è più e il secondo non è ancora? E il presente, se fosse sempre, non sarebbe forse eternità? In realtà “non possiamo parlare di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere”.

Presente, passato e futuro sono allora solo dimensioni dell’anima e incessantemente sconfinano e si confondono tra loro (e forse esistono solo “il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro”). Mentre Seneca non si stancava di ripetere che la maggior parte degli uomini dissipa se stesso per la sua propria follia di riempire la vita di vane occupazioni e di insensata agitazione, senza produrre nulla di veramente nuovo. Forse perché, come ricordava Eraclito, “per quanto tu possa camminare, i confini della tua anima non li troverai mai”? Eppure, aggiunge Borgna “non si può non andarne alla ricerca”. Cercando l’anima. E l’infinito, quello di Leopardi, quello dentro di sé, ascoltandolo perché si nasconde in ogni cosa e in ogni altra persona.

E ancora il tempo della gioia, quell’emozione che nasce solo quando il cuore si sottrae alla quotidianità, emozione bellissima ma fragilissima e forse, aggiungiamo, fragilissima perché bellissima. E il tempo della malattia e del dolore – come quando mio padre è morto tra le mie braccia, io guardando il suo tempo che si fermava lentamente mentre il mio continuava per piangere e per domandare perché, perché il tempo deve finire negando la stessa idea di futuro riempiendosi invece di rimpianto e di ricordo che però non bastano a ridare la vita e il tempo della vita insieme. Perché si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, scriveva Ungaretti e a volte l’autunno sembra non finire mai, sommersi dalle foglie di noi stessi. Ma Borgna, con ragione e passione ci ricorda che la memoria vissuta, quella delle emozioni “resiste molto di più, infinitamente di più che non la memoria calcolante e geometrica”.

E infine e appunto, il bisogno di silenzio, di un tempo di silenzio, per ascoltare il silenzio e ascoltare nel silenzio. Difficile, perché abbiamo paura del silenzio e per questo lo sfuggiamo o lo soffochiamo sotto rumori continui, in una compulsione al fare che sconfina nella coazione. Conclude invece Borgna, “silenzio e solitudine sono luoghi dell’anima dai quali possono rinascere parole che dicano qualcosa, almeno qualcosa, sul senso del tempo della vita nelle diverse età e nelle diverse situazioni della vita, ma nella consapevolezza che le ombre del mistero non sono eliminabili dalla esperienza del tempo che è in noi, e negli altri da noi”.

Eugenio Borgna
Il tempo e la vita
Feltrinelli (2015), pp. 217
€ 18.00

Generativi di tutto il mondo, unitevi!

Alessandra Corbetta

Sarà che sono quattro mani unite anche nella vita; sarà che sono due menti profonde e pragmatiche allo stesso tempo; sarà che di speranza concreta ce n’è davvero bisogno; ma con questo manifesto per la società dei liberi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi invogliano davvero a cambiare le cose. E lo fanno già partendo dal titolo: perché a Generativi di tutto il mondo unitevi! non sarebbe necessario aggiungere altro.

Una riesamina attenta, lucida, puntale del concetto di libertà per comprenderne il senso e allontanare dal non-senso con cui, invece, il più delle volte il termine viene evocato; un non accontentarsi delle cose così come sono e prendere coscienza del fatto che può esistere un modo migliore e meno superficiale di essere liberi, un modo che non si deve per nessuna ragione al mondo smettere di cercare.

La libertà, da sempre scopo e fine di ogni azione umana e grande amore di ogni popolo, richiede vigilanza perché è impegnativa e necessita di essere valutata come progetto sociale tout-court, considerando l’insita natura relazionale che possiede. La libertà non può più venire ridotta a mero consumo: essa deve necessariamente essere condotta fuori dal circuito potenza-volontà di potenza in cui l’abbiamo intrappolata e in cui noi siamo finiti preda di quello che Bateson definisce “doppio legame”, ovvero un meccanismo in cui l’individuo deve essere se stesso e allo stesso tempo aperto a tutte le possibilità, dove deve scegliere e contestualmente non credere a niente, in cui deve godere ma anche performare.

Ciò perché una libertà del tutto privata di qualsiasi punto di riferimento finirebbe per autocondannarsi all’annichilimento, come ben evidenziano Benasayag e Schmit quando asseriscono che “là dove è tutto possibile, nulla esiste”; una libertà di questo tipo altro non farebbe se non infilarsi e infilarci ancora di più in quel dannoso circolo di differenziazione che non fa differenza, in quel regime delle equivalenze dove ogni cosa viene ridotta a essere banale punto di vista, dove niente conta davvero se non per un istante talmente breve da non essere nemmeno degno di nota, dove – affermano con forza Magatti e Giaccardi - “siamo pieni di cose, di esperienze, di relazioni, ma perfettamente vuoti e soli”.

Una libertà mancante di senso del futuro, ripiegata su se stessa, che risucchia e annulla l’altro non può essere vera libertà; da qui la sfida di liberarla, di renderla libera in modo autentico; di più: di farla essere generativa. La generatività allora come soluzione, forse impegnativa, probabilmente ardua ma rigogliosa, dal profumo utopistico, dal sapore denso. Generatività che al contrario del consumo non incorpora ma escorpora, che non prende ma dà; generatività come ciò che è in grado di mettere al mondo, di dar vita, di far essere.

Generatività che ci crede, che si impegna, che sa sperare, che esce dalla logica del “tutto subito”, che intraprende e attende, che eccede senza eccesso, cha dà valore e crea valore, che fa crescere, che aiuta, che tende la mano, che costruisce, che ci ricorda che la persona “viene sempre e comunque prima e dopo” e che la singolarità e l’unicità sono ben altro di una sommatoria di scelte tra opzioni precostituite all’interno di gamme già date.

Non a caso il generare opera in una prospettiva deponente e transitiva, facendo proprie le attività del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del partorire; per ognuna di queste declinazioni, attraverso cui la generatività si esplica e si concretizza, Magatti e Giaccardi forniscono una spiegazione che, partendo dall’etimologia dei termini presi in considerazione, ne scava il significato profondo unendo all’assunto teorico e concettuale, quello pragmatico e fattuale, cosicché niente possa rimanere solo una bella parola o un discorso accattivante ma tutto prenda la forma di un’iniziativa possibile, pronta a partire, desiderosa di prendere piede.

La straordinarietà del manifesto, che non solo dovrebbe essere letto da tutti ma su cui soprattutto tutti dovremmo riflettere, sta nella contemplazione della concatenazione della miriade di elementi che entrano in gioco quando si tenta di proporre una soluzione a un problema che, per inciso, non è la conquista del Parco delle Vittorie del Monopoli, bensì quello della nostra libertà, degli altri, della società, dell’anima, del cosmo che abitiamo.

Magatti e Giaccardi l’hanno fatto con studio, indagine, perizia, passione e fede; con loro quindi possiamo – anzi dobbiamo - dire, "attorno a un nuovo immaginario della libertà: generativi di tutto il mondo, unitevi!”

Mauro Magatti - Chiara Giaccardi
Generativi di tutto il mondo, unitevi! Manifesto per la società dei liberi
Feltrinelli (2014), pp. 148
11,00

 

Tecno-laici e tecno-dissidenti

Lelio Demichelis

Basta distinzioni manichee tra tecno-entusiati e tecno-fobici. Basta considerarci dinosauri tecnologici e conservatori e magari anche reazionari solo perché osiamo cercare di far cadere il muro dell’ideologia della rete con un poco di sano pensiero critico. Basta con le retoriche ormai stucchevoli su come è bella la rete, su come è innovativa la rete e magari anche un poco anarchica e molto libertaria, quando è sempre più autoritaria e peggio del Grande Fratello (Big Data&Datagate).

Basta con le presunte rivoluzioni dei social network, fantasia dei tecno-entusiasti e dei tecno-feticisti occidentali per i quali basta cingettare per cambiare il mondo. E basta con le paginate ossequiose sull’internet delle cose e su come sono buoni e bravi gli oligopolisti della rete quando fanno un po’ di filantropia in giro per il mondo. E basta anche continuare a credere che la rete ci liberi dal lavoro e dalla fatica, visto che è accaduto esattamente l’opposto.

È ora di dire - laicamente e illuministicamente: basta! Dobbiamo essere orgogliosamente laici anche verso la nuova religione e la nuova chiesa della rete. Dobbiamo essere dissidenti contro il cyber-totalitarismo e chiedere e pretendere che la rete sia davvero democratica, davvero libera, davvero controllabile da adeguati contropoteri democratici. Perché se un tempo si diceva che la democrazia non doveva fermarsi ai cancelli delle fabbriche ma entrarci dentro, bene allora la democrazia deve entrare anche nella rete, passarne i cancelli e poi lasciarli aperti, perché non basta dire social per farne qualcosa di davvero sociale e democratico e non basta dire condivisione per far pensare a una libera società di umani.

Oggi però e finalmente - dopo anni di retorica, di sfacciata propaganda a favore della rete, dopo anni di si deve essere connessi come nuovo imperativo categorico e come dovere sociale e politico (tecno-politico) - si può gridare, come il bambino della favola, che la rete è nuda, che non è libera né democratica (come il titolo dell’ultimo splendido Idòla di Laterza del Gruppo Ippolita), né libertaria e che anzi è proprio il contrario di ciò che dice/promette/manipola di essere.

(In verità non è proprio così: le resistenze della chiesa-rete, dei suoi teologi, dei suoi missionari in giro per il mondo, dei suoi retori sui mass-media e dei suoi intellettuali organici in servizio permanente effettivo, dei suoi pedagoghi a tempo pieno e delle sue inquisizioni tecnologiche sono ancora fortissime. Essere laici poi è sempre stata una pratica da minoranze e i dissidenti che fanno pensiero critico danno sempre fastidio. Ma qualcosa sta forse cambiando davvero).

Fino a qualche tempo fa eravamo pochi, eravamo solitari ed emarginati. Quando nel 2008 e poi nel 2010 scrivevamo che l’organizzazione del lavoro in rete era del tutto simile alla vecchia catena di montaggio e che la rete era un totalitarismo, anche se tecnologico e non politico come i precedenti, lo facevamo sapendo di dire qualcosa di scomodo. E quando Carlo Formenti parlava di felici e sfruttati per dimostrare che internet non aveva ammorbidito e democratizzato il capitalismo, esaltandone piuttosto le capacità di sfruttamento, allevando una generazione di individui superconnessi e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili accettando felicemente di essere sfruttati ancora di più, faceva qualcosa di analogo.

Ma oggi (dopo Carr, Metitieri, Bauman, Turkle, Simone e altri ancora), il pensiero critico, laico e democratico sulla rete si sta ampliando, è sempre non amato e però…. Due ultimi libri lo dimostrano. Quello di Evgeny Morozov - Internet non salverà il mondo - parla di internet-centrismo e di soluzionismo come drammatici paradigmi ormai immodificabili: dove il soluzionismo è l’idea (forse meglio: la fede, il dogma) secondo la quale per qualsiasi problema esiste una risposta digitale (e il nostro pensiero torma ad Anders o a Ellul che dicevano cose simili molto prima di Morozov); mentre l’internet-centrismo è l’imperativo per cui tutti gli ambiti dell’esistenza, individuale e sociale, politica ed economica, per diventare migliori devono adattarsi alle caratteristiche e alle forme della stessa rete (e si torna ancora ad Anders e alla sua analisi di cinquant’anni fa su come le forme tecniche siano diventate, senza che ce ne accorgessimo, le forme sociali dominanti).

Rete che sarebbe ormai un ecosistema (e notare l’abuso insistito di questo concetto legato al mondo naturale per definire/normalizzare qualcosa di invece assolutamente artificiale), capace di autoregolarsi. Contro questa idolatria della rete, Morozov - uno dei migliori scettici della rete – propone di ritrovare alcuni valori umani che la rete ci sta facendo perdere e soprattutto ci ricorda che l’imperfezione, il disordine, la possibilità di sbagliare e soprattutto la capacità di essere soggetti e non nodi di una rete “sono elementi costitutivi della libertà e qualunque sforzo miri a sradicarli”, affidandoci appunto al soluzionismo e all’internet-centrismo - finirà per sradicare anche la libertà”. Dominati come siamo, per di più da quegli aggregatori di informazione e di conoscenza che somigliano tanto ai poteri eteronomi contro cui si scagliava a ragione il buon Immanuel Kant. Occorre passare allora ad un approccio post-internet, che valuti criticamente i modi in cui le nuove tecnologie vengono prodotte e la propaganda che le sostiene “per farle sembrare inevitabili”. Occorre ‘secolarizzare’ il dibattito sulla rete. Per non scivolare felici e connessi nel nuovo totalitarismo.

E Federico Rampini e questo suo ultimo Rete padrona. Con l’obiettivo di smontare il potere di questa rete che ormai domina e governa le nostre vite. Secondo Rampini, oggi questa rete ha gettato la maschera, facendoci vedere che il suo apparente e retorico libertarismo delle origini nasconde i nuovi padroni del mondo: Apple, Google, Amazon – ma poi la Nsa, il Big Data, il controllo capillare e incessante, la vita dominata dagli algoritmi. Rete padrona, inattaccabile, inafferrabile perché globale e virtuale, capace di aggirare le leggi e le regole del fisco e quei basilari principi che rendono vera una democrazia (con Amazon che vieta il sindacato in fabbrica). Dove la mitica (mitizzata) Silicon Valley sembra essere luogo di scontro tra l’anima anarchico-libertaria e quella monopolistica della rete, dove però per i padroni “l’evoluzione è quasi sempre unidirezionale, idealisti da giovani, avidi di potere da vecchi”.

Tutti avevano promesso di inventare un capitalismo nuovo, ma poi hanno creato una sistema più diseguale. Perché la rete e la sua razza padrona si è presto alleata con la vecchia razza padrona di Wall Street. Perché la rete è neoliberista e soprattutto è strutturalmente capitalista e l’idea della condivisione, del wiki, del prosumer – aggiungiamo – è solo l’evoluzione del vecchio ordoliberalismo tedesco e della sua idea di addestrare ciascuno alla logica della competizione. E dell’essere imprenditori di se stessi.

Anche Rampini parla di tecno-totalitarismo. E come Morozov, di rete come forma religiosa. Ma non risolve (analogamente a Morozov) due questioni invece fondamentali: come conciliare rete e democrazia; e come sapere se la rete è neutra e neutrale oppure se ne siamo dominati e quindi non è neutrale (nella seconda di copertina Rampini scrive che il tecno-totalitarismo non è neutro né innocente, ma altrove scrive che le tecnologie sono neutre e non hanno colore politico).

Chiarire questi aspetti, in particolare il secondo diventa decisivo, perché se la rete è neutra (come i più credono), allora possiamo tornare ad esserne padroni, basta volerlo; mentre se non lo è (come noi crediamo) ma persegue gli obiettivi propri dell’apparato/organizzazione (è cioè un meccanismo autoreferenziale e autopoietico), allora dobbiamo cambiare strategia.

Federico Rampini
Rete padrona
Il volto oscuro della rivoluzione digitale
Feltrinelli (2014), pp. 278
€ 18,00

Evgeny Morozov
Internet non salverà il mondo
Mondadori (2014), pp. 453
€ 19,00