5×5. Poesia italiana dal nuovo millennio / Alcune tendenze, alcune tensioni

Stefano Colangelo

Molti esempi della poesia uscita in Italia nelle ultime due decadi appaiono come progetti «ad aprire», testualità quasi sempre destinate a propagarsi su un’architettura definita, ma anche non far tornare i conti: organizzate capillarmente per disperdere qualcosa di sé, per prendere in carico il problema della propria origine - come direbbe un poeta nordamericano dei nostri giorni, Ben Lerner - e poi lasciarlo cadere. Sono movimenti di processo, chiamiamoli così, che chiamano a un’osservazione del loro camminare, del loro assorbire e interrompere la visuale, del loro occupare quei campi di senso e quelle attese che, più o meno consapevolmente, il lettore costruisce nell’osservarli. E il nostro compito è, appunto, guardarli in cammino, interrogarne la gestualità, più che sezionarli in parti o, peggio, «mapparli»: un’intenzione, quest’ultima, che significherebbe poi dover inventare per loro uno spazio bidimensionale e fermo, inabitabile e destinato comunque a non accogliere, nemmeno in prospettiva futura, la loro complessità.

Si tratta dunque di individuare in quei movimenti alcune tensioni – e forse più avanti, in prospettiva storico-letteraria, declinarle in tendenze, in gruppi, in nomi e titoli riconoscibili – che delineano la poesia nei suoi rapporti, spesso più conflittuali che conciliativi, con la ricezione e i linguaggi della comunicazione di oggi. Il primo di questi rapporti interessa proprio quell’habitat nel quale la maggior parte della poesia degli ultimi due decenni è stata letta ed elaborata, cioè la rete.

Non si tratta più, oggi, di fare ipotesi su che fine farà la scrittura nel tempo definitivo della colonizzazione digitale. Si tratta invece di cogliere, intorno a questi procedimenti, la coscienza che il mondo interconnesso è una casa in cui piove dentro da tutte le parti, poggiata su una struttura obsoleta, precaria, e su una gerarchia di conoscenze sotterraneamente malsicura. Può essere, anzi, che molte scelte costruttive dipendano dalla constatazione, più o meno diretta, di avere a che fare con un insieme di informazioni tutt’altro che trasparente, e solo illusoriamente ramificabile all’infinito. Dall’idea di trovarsi a operare, insomma, dentro un’architettura arrendevole e angosciosa, che nasconde sentori di vecchio, di precario e di vulnerabile in ogni trionfante aggiornamento del proprio sistema. Ed è chiaro che il motivo stesso di esistenza di un lettore critico, in queste due decadi, non sarà semplicemente constatare in che cosa la poesia risenta di questo habitat; bensì, piuttosto, con che forze vi si opponga: e vi si opponga non tanto in dichiarazioni esplicite (le poetiche e le loro situazioni), ma proprio - se è possibile estendere qui, ancora, l’immagine che abbiamo usato all’inizio – nel modo di progettarsi, di muoversi, di agire, di occupare lo spazio della testualità, e di trovare voce, alla fine.

Proprio come prima tensione oppositiva fondamentale della poesia di oggi vedrei, a questo proposito, un doppio processo, che tende a cercare un certo equilibrio tra la testualità e le relazioni che essa implica e accoglie: corporizzazione del testo, testificazione del corpo. Non è certamente una novità del nuovo millennio, come ricordava giustamente Giancarlo Alfano nelle sue riflessioni a margine di ex.it 2014, il workshop di Albinea promosso da Mariangela Guatteri e dedicato alle scritture di ricerca. Forse si può immaginare qualcosa di simile a ciò che Peter Brooks, all’inizio degli anni Novanta, aveva rintracciato come elemento distintivo nella narrativa moderna: il desiderio di un corpo che governa il dinamismo di un racconto, il costituirsi della sua significanza, l’economia dei suoi simboli. Questo movimento metaforico di andata e ritorno, testo-corpo-testo, può sfiorare l’organicismo, è vero; ma proprio perché interagisce con il tempo intellettuale di oggi, così ottusamente saturo di informazioni pilotate e finalizzate, sembra riuscire, finalmente, a non cedervi. Proprio perché appare, in molti casi, un processo opaco, quasi straniero a sé stesso, e non privo della facoltà di dissipare, di lasciare molti suoi punti irrisolti. E proprio perché restituisce, grazie a questa opacità continuamente rivendicata, una lingua reattiva, in certo modo rivitalizzata.

Poesia, insomma, come processo e come azione. Come direbbe Édouard Glissant, «è il pensiero sismico del mondo che trema dentro e fuori di noi»: al di là di qualsiasi riducibilità del ritmo a semplice tecnicismo, a repertorio normativo univoco e lineare; e anche al di là del discorso dell’informazione, così preso dalle proprie logiche di dominio. La poesia, intesa come ricerca e realizzazione progettuale di potenziali risorse ritmiche, diventa una sorta di teoria della conoscenza, riconoscibile in forma addirittura strategica: il suo modo di organizzare, di accumulare, di distribuire nello spazio, di vocalizzare la realtà intorno a sé, ha un potenziale di superamento e di rinascita che può mettere in crisi qualsiasi falsa coscienza fondata sul dominio dei dati, specie se i dati stessi restano custoditi e ricombinati in un involucro fragile come la rete di oggi. Probabilmente i poeti che hanno cominciato a pubblicare dopo il 2000, in Italia, hanno avuto a disposizione i modelli - diversissimi tra loro, ma forse in qualche modo partecipi di questa svolta antropologica, di una certa potenzialità tellurica del ritmo - di Pagliarani, dell’ultimo Zanzotto e di Emilio Villa, soprattutto quello di E ma dopo e delle Diciassette variazioni. Ed è rileggendo Pagliarani (ma anche richiamandosi giustamente a Glissant) che un recente libro di saggi di Vincenzo Frungillo, Il luogo delle forze, ha attribuito alla scrittura poetica un movimento di «trazione, di relazione» tra tensioni opposte, proprio tra ciò che si conserva e ciò che si disperde. Per Frungillo le soluzioni metriche, progettuali e più in generale costruttive di un lavoro poetico rappresentano e, insieme, amministrano una sorta di equilibrio tra queste tensioni. La scelta del poemetto, così, diventa centrale proprio in Frungillo, con i suoi vettori formali calibratissimi e, insieme, irrisolti o sottoposti a derive e deviazioni. Ma se ci si pone attenzione, l’idea di una struttura poematica aperta, anche se disciplinata, che accoglie in sé un certo grado di rielaborazione di istituti formali consolidati in altri generi, è un carattere distintivo di molta poesia uscita negli anni Duemila. Forse qui ha più gioco l’eredità di Giuliano Mesa, oltre che a quella, come si è detto, di Pagliarani (ma il caso qui antologizzato di Gabriele Belletti, e soprattutto del suo Krill, con la sua versificazione insieme rimata e precipitata, fa pensare a un modello solo apparentemente più lontano: quello dell’ultimo Caproni).

Parlando di procedimenti, e di come questi si presentano al lettore contemporaneo di poesia, si può notare poi il rilievo che è venuta prendendo, più di recente, l’interazione con l’immagine ( Anatomie della luce di Mariasole Ariot è, ad esempio, il desiderio di forare con l’occhio l’interno del dettaglio, e di un tentare di salvarsi, così, dall’annichilimento, disposto in forma di calendario lunare). Anche qui, forse per l’influsso di idee già efficaci nella videoarte degli anni Ottanta e Novanta, l’immagine lavora più che altro come mutazione, come transizione: in essa viene superato un valore analogico, di sintesi, condensativo rispetto a un ipotetico «girare intorno» della parola. E in questa funzione transitiva dell’immagine la poesia tenta un procedimento che definirei di en-phrasis: l’immagine dice prima di tutto qualcosa sull’occhio, sulla funzione e sull’attitudine che l’ha prodotta. L’occhio è il contemplato, il fotografato, così come il soggetto poetico è ciò che viene parlato, e non più il dispositivo che parla. A me sembra che molte scritture di oggi riescano a muovere da questo dato di situazione, e a costruire su di esso una teoria dell’immagine che non si risolve semplicemente in un uso accessorio degli elementi figurativi o intermediali.

Sarebbe opportuno capire se esistano analogie tra questo accadere transitorio dell’immagine e le possibili declinazioni attuali di due pratiche diametralmente opposte in questi anni. La prima è il genere lirico. Si può dire che in Italia la lirica è una pratica particolarmente «pesante», nel senso che la piena istituzionalità dei suoi strumenti riconduce a una tradizione lontanissima e formalmente, diciamo così, securitaria. Esiste peraltro una deriva neolirica ben alloggiata nella rete: quella degli instapoets e di altri facilitatori dell’atto poetico, con la loro pratica di scrittura editorialmente florida, facile, spontanea e conveniente. Ma il fenomeno non sembra, in fin dei conti, più di tanto incisivo. Se mai, è più lungimirante cogliere la necessità di riprogrammare le istituzioni della lirica, prima di tutto a partire dalle riflessioni teoriche di Jonathan Culler, come genere ritualistico, formulare (dove ogni scelta tecnica ha un preciso valore intersoggettivo), e poi come prassi compositiva che include elementi di racconto (senza però costruire un mondo finzionale necessariamente chiuso e autonomo). Alcuni poeti di questi anni (penso per esempio a Franca Mancinelli e a Carmen Gallo) sono in condizione di condurre il discorso lirico su questi nuovi piani, e di lavorare proficuamente su di essi.

La seconda pratica alla quale ci si riferiva nell’antitesi precedente è l’insieme di esperienze legate all’asemic writing, alla scrittura «non-assertiva» teorizzata e indagata in Italia soprattutto dall’opera di Marco Giovenale, e più in generale all’influenza del conceptual writing, oggi analizzato nel suo orizzonte angloamericano in un libro di Andrea Pitozzi, appena pubblicato delle Edizioni del verri. Qui l’idea del procedimento – ciò che fa «muovere» la testualità nel suo spazio - attraversa forme di lucida aggressività formale, di neutralizzazione del testo per sottrazioni, decontestualizzazioni e cancellature. Si tratta di una verifica-limite, a un passo dal silenzio: «piuttosto l’asemia che l’afasia», scriveva quasi profeticamente Amelia Rosselli nel Diario in tre lingue. Ma il richiamo è in particolare alla poesia concreta, e più in generale a tutti quei momenti di apertura teorica dell’avanguardia novecentesca, nei quali si è scommesso più forte sulla tenuta della metafora fondativa del «materiale verbale». Un aspetto rilevante di questa prassi di composizione (l’esempio è qui verificabile nella scrittura di Gherardo Bortolotti, ma anche in quella di Andrea Raos) è la tendenza, a distanziarsi dalla pratica aperta dell’asemia, e a spingersi verso una sorta, potremmo dire, di «microsemia»: il testo come relazione di passaggio, come microconduttore in grado di far agire personaggi e relazioni situabili contemporaneamente nel mondo dell’esperienza visibile, nel circuito mediale e virtuale, fino alle reti neurali e alla fisiologia dell’atomo (Bortolotti, in questo senso, è l’esempio più significativo: il suo spazio letterario, così sottilmente distopico, è dichiaratamente uno spazio mediale, e al tempo stesso uno spazio dell’attenzione).

Sia in Europa che in Italia, questa tensione alla microscopia, spinta a forme quasi di neutralizzazione della testualità, ha proposto una pratica di poesia fuori del dominio del verso, così come fuori dell’uso della metafora, dell’esercizio dei traslati e del discorso metapoetico. Lo ha scritto molto bene Paolo Zublena, nella sua postfazione a Quasi tutti di Marco Giovenale. E d’altro canto esiste, in questi anni, un notevole lavoro di ridefinizione della semiosi del verso, con tratti sempre più marcati di complessità e di progettualità: una prassi che si potrebbe definire «modale», per come associa il lavoro di ridefinizione e di ricombinazione del sapere metrico a una tensione etica, a una necessità di dare voce, di provocare, di invocare una permanenza di ritmo partendo dalla pagina (la scrittura di Federico Scaramuccia, qui riportata in antologia, è l’esempio di un’assunzione del dominio metrico a rendering pronunciato, sillabato ad alta voce, di un «tempo in lotta»). Nello studio sul verso torna ad attuarsi, così, il processo cui si accennava all’inizio di questi appunti: quella dialettica tra l’accumulare e il disperdere, tra il prendere in carico e il lasciar cadere, che è poi la posta fondamentale di coloro che oggi continuano a scommettere forte, con una voce ancora riconoscibile, sulla necessità della scrittura.

***

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato le raccolte Simmetrie degli spazi vuoti (Arcipelago, Milano 2013) eAnatomie della luce (Aragno, Milano 2017). Inoltre, La Bella e la Bestia (Di là dal bosco, Le voci della luna, Milano 2012), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo («Yellow cab» Artecom, Trieste 2012), Nel bosco degli Apus Apus (I Muscoli del Capitano, Nove modi di gridare terra, Scuola del Libro 2016), Il fantasma dell’altro (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016), prose e poesie per «Nazione Indiana», «Il Primo Amore», «Poetarum Silva», «Alfabeta2», il brano Passato Presente nel numero 18 di «Ulisse».

RESOCONTI SENZA CORPO: UN PRINCIPIO DI FRATELLANZA

Rovistiamo da secoli nei secoli degli altri. So che anche anche tu lo fai, e chiami il mio nome, lo ripeti a voce alta per rendere visibile l’osceno. Ma l’oscenità non si scenifica, i nostri fili rossi che agganciamo alle porte ci portano alla notte, nei sottosuoli dove loro non sono, e troviamo tracce, e mentre io perdo in rossore, tu recuperi la minaccia che ti ha marchiato. Le mie braccia resteranno incise e ruvide, la tua pelle ancora salva, ma il tuo interno è più cieco del mio.

Quanti bambini hanno giocato nudi, e quante madri, e quanti padri.
Quante madri, e quanti padri.

RESOCONTI SENZA CORPO: RIDERE SULLE PAROLE

D’inverno ci sappiamo urtare. A distanza di tre metri la tua tana confinava con la mia: se poggiavo l’orecchio sulla parete potevo sentirti, e tu mi sentivi. I principi di fratellanza si perdono nell’architettura. Puoi sentirmi urlare, fratello? Posso sentirti piangere? Poi hai riempito il tuo corpo dei miei quadri, e questo parlare sottovoce che ci appartiene è un brusio di fondo che ci annoda. Ridiamo con la voce di altri, rubiamo i toni e i semitoni dei malati e li facciamo nostri: ciò che è deforme ci protegge.

La mia malattia, tu lo sai, è un’invenzione.

RESOCONTI SENZA CORPO: LETTERE CANCELLATE

I diari comportano segreti, i segreti non comportano silenzi. Sventro le pance molli di tutte le morti di famiglia – e non ci sono morti, e non c’è più famiglia. Lei aggiungeva parole dove noi lasciavamo buchi, Lui aggiungeva mani, dove noi non avevamo più buchi. Hai letto le nostre lettere d’agosto? Ricordi quel buio e quella stanza? Io cado e mi rimuovo e mi rinnovo e non c’è guscio che protegga, e non c’è sete e non c’è cielo, né giorni né preghiere né collassi né rumori. Le rondini che ho visto non erano di carta, i visi che vediamo non hanno che stagione. Pochi sordi ci stanno fermando, restano per pochi minuti, io mi arresto e tu non dici resta.

RESOCONTI SENZA CORPO: RIPETERE GLI INFINITI PER PUDORE

La vergogna che ci accomuna apre la strada in differita: partecipo ad eventi retroattivi, rimango a testa in giù sui tetti e sulle alture. Il vuoto angolare prepara le strade ai raccolti: accolgo le superstizioni, gli aneddoti e gli addetti al mio controllo, ci specchiamo e vagheggiamo come fossimo una danza.

Ma questa terra ferma è il mio pudore, lo scorrere contrario del nostro allucinare, la carrozza immobile, il vento che recupera il suo vento, crollano gli alberi come fossero frutti, io accendo tre scintille tra i frammenti.

RESOCONTI SENZA CORPO: PATRIE SENZA PATRIMONIO

A caldo stendiamo i corpi sulla sfera come paesi disposti ad incastro – investire sul mattone è la loro posizione. Incantati dalla superficie terrestre ci apriamo come giovani fessure, siamo ancora le nostre ferite, le ferite degli altri che non siamo.

Tu, dove sei, prendi il tuo tempo.
Io, dove sono, non c’è più tempo.

da Simmetrie degli spazi vuoti, 2012

Venticinquesimo giorno

Il visibile trasforma il lutto in percezione: ti parlo, riannodo la mia voce, così vedo: ti guardo: risento il tuo sentire, non senti.

Ancora entrano arti d’uomo nei gusci chiari, un fenicottero migrato sulla testa porta a corpo rosa l’inganno più nero. È notte, riassestiamo il letto, ci spingiamo oscurati nelle tane degli occhi.

Calpestare nell’immobile la notte, la folla, e la croce degli anni, avere al posto dell’occhio un gancio che muove dondolando e sottile riesce a divaricare l’ombra della nostra calma per andare a riva, derivare un nome dal suo verbo, mangiarsi dall’interno, ruminare. Parlare ha l’indocile del giorno, quando ci tuffiamo a riva dopo essere già annegati. Ma ancora ci anneghiamo, ci accaldiamo gridando, struggendo ogni forma di spazio. La pioggia cranica è questo ritornarci sapendoci già fine.

ditele che vedo, ditele che l’uomo ha creato bocche ovunque, ditele che sono
una buca, ditele che non ho un fondo

da Anatomie della luce, 2017

Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. Dopo aver portato a termine gli studi in filosofia all’Università di Bologna e di Firenze, ha proseguito le sue ricerche dottorali e post-dottorali in Francia (Nantes, Nizza). Ha pubblicato articoli sulla poesia italiana del XX e XXI secolo («Chroniques italiennes», «Rivista di letteratura italiana») e due plaquette (Condominio, 2010 e Beaujoire, 2013). Nel 2015 è uscita per Marcos y Marcos la sua prima raccolta, Krill, incentrata sul disastro ambientale provocato dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Dopo aver trascorso diversi anni in Francia e in Belgio, ora vive negli Stati Uniti.

12:27

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pa-vimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, om-bra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, 2010

[22 aprile 2010]

CORO

La piattaforma Deepwater Horizon

esplode dall’altra parte del mondo.

Nel Golfo del Messico

una colonna di fiamme

informe sostiene “la paura

che il petrolio possa provocare

un disastro ambientale”

dice e ridice il telegiornale.

Il liquido nero fugge

dal tubo che se ne cibava,

veloce si espande

nello spazio che gli si negava.

[2 maggio 2010]

Si scorge un panorama
sotto il corpo mongolfiera,
piccole persone, ombre
colorate:

gridano senza oltrepassare

i silenzi densi

del mare.

Gli alberi anemoni allungano
i tentacoli per richiamarla
nel paesaggio infantile.

Non si sa dove,
cancellati sono il nome
del paese e i volti
nel cortile.

[2 giugno 2010]

CORO

Il greggio è già arrivato

sulle isole-barriera.

Di quasi duecento chilometri

della Louisiana

ha già imbrattato

la costiera.

*

La notte raccoglie grovigli
di sogni per renderli uguali,
il nero non ha sfumature,
non distingue
e non si distingue.

Ha facile corsa la nera marea
in questo momento del giorno,
dove le acque non lascian nel fondo
la luce passare
e non esiste più nessun contorno,
solo il sapore del sangue e del sale.

da Krill, 2015

Gherardo Bortolotti (Brescia, 1972) ha pubblicato nel 2009 Tecniche di basso livello (Lavieri) e ha partecipato all’antologia Prosa in prosa («fuoriformato» Le Lettere). Nel 2011 è stato incluso da Vincenzo Ostuni nell’antologia Poeti degli anni Zero (Ponte Sisto). Con Michele Zaffarano cura la collana Chapbooks per Arcipelago Edizioni, che pubblica letteratura sperimentale dalla Francia, dall’Italia e dagli USA. Ha pubblicato testi e traduzioni in rete e su rivista. È stato tra i fondatori e curatori del blog di traduzioni e letteratura sperimentale GAMMM e redattore del blog letterario Nazione Indiana.

[5]

01. diverso dai giorni della settimana, dalla loro successione che cancella il futuro, la profondità degli oggetti, gli interstizi temporali in cui riesci a salvare piccoli patrimoni in percezioni, ricordi di gite in bicicletta, frammenti di intenzioni riguardanti la vita, l’impiego delle ore serali, lungo le quali ti trovi, spesso, a sondare il silenzio, le prime propaggini del sonno, le cui regioni vorresti esplorare più a fondo, e visitarne i centri lontani, i monumenti, le steppe brulle e minerali con cui confina, oltre

02. diverso dal putiferio del traffico, dall’ipocrisia dei comportamenti, dalla coscienza della dissipazione, dalle morti che punteggiano, come pozzi gravitazionali, i paraggi immediati dello spazio-tempo in cui ti trovi a passare, mentre segui con lo sguardo la deformazione del reale, la curva ripida in cui il decesso sprofonda, come un grave, nel fluido delle cose che sono, che mantengono strutture d’ordine nelle correnti sfibranti del tempo che passa, dell’entropia, della costante insensatezza delle prove continue, del successi, dei piani ben riusciti

03. diverso dai rumori degli appartamenti vicini, dai silenzi che li seguono, dalle frane microscopiche di polvere che trovi ai piedi del comodino

04. come gli indizi in cui ti imbatti al mattino, di una vita precedente, di sere lontane alcune ore, dalle quali ti separa la notte, il sonno ed un processo di dissipazione della materia in calore, del senso delle cose in nulla, che ti permette di ricavare, comunque, il presupposto di essere in vita, di aver visto qualcosa, di avere avuto ragione, a volte

da Senza paragone, 2013

234 Quando arrivarono gli alieni, ci trovarono privi di un progetto, pronti ad accedere a un ulteriore salto di coscienza, verso lo stadio più avanzato della nostra ignavia. Mentre le rivolte attraversavano l’Europa, uscivamo in massa il sabato sera. Il nostro abbigliamento era ciò che restava di un’epoca più grande, in quieta sintonia con l’arredamento dei locali, con i sottintesi commerciali di chi ci rivolgeva la parola.

235 Di tutto quello che potevamo fare, il futuro non era nemmeno una smentita, ma qualcosa di cui ci accorgevamo all’angolo di una strada, sotto l’insegna di un franchising fallito, che avevamo per un attimo scordato, persi nelle storie confuse delle nuove tecnologie, della palingenesi, dell’estinzione. Di tutti i sogni che avremmo potuto sognare, a noi era toccato un sogno meschino, da campagna promozionale, da televisore acceso. L’educazione di massa, l’accesso al benessere, la diffusione dei contenuti ci avevano spinto in un angolo, in fantasmagorie di concerti estivi, quartieri suburbani notturni, ricordi diafani di ricordi altrui, di sommosse, autonomia, liberazione sessuale.

236 In rete, i gruppi di discussione ritornavano sugli stessi due, tre punti, nonostante alcuni citassero rapporti del Ministero dell’economia di Singapore, il prezzo dell’olio di colza, la crisi congolese. Dopo parecchi mesi, al momento delle campagne di intervento lungo le coste brasiliane, si iniziò a credere che la questione fosse in qualche modo superata. Ci trovammo a guardare per aria, in attesa di una possibile via d’uscita, mentre lungo le strade, tra le prime rovine, rimanevano incerti i segni del nostro malcontento.

244 Nel corso della giornata, quando l’attenzione aveva quasi raggiunto la perfetta ottusità che solo la fruizione massiva dei contenuti on line poteva assicurare, il flusso dei feed aveva dei cali improvvisi, quasi rivelatori, e bgmole alzava lo sguardo dal monitor, per fissare qualcosa negli angoli meno frequentati delle sue stanze, mentre la luce filtrata dalla finestra modificava lentamente la sua brillantezza, la corposità, la tessitura del suo chiarore, e la polvere, seguendo inclinazioni calcolabili ma invisibili, si stratificava sulle superfici dei mobili, sul pavimento.

245 Degli alieni il silenzio era profondissimo e lo sguardo non ci abbandonava per lunghissimi minuti, come se fossimo noi l’evento inaspettato, il dato incongruente in un quadro, fino a quel momento, sinistramente normale.

da Quando arrivarono gli alieni, 2016.

Vincenzo Frungillo (Napoli, 1973). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (Le Lettere, 2009), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (edizioni d’If 2013), Le pause della serie evolutiva (Oedipus, 2016).

Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Editoria & Spettacolo, 2013) e Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione (con tavole di Davide Racca, Zona editore, 2016). Ha pubblicato inoltre il saggio Il luogo delle forze. Lo spazio della poesia nel tempo della dispersione (con disegni di Francesco Balsamo, Carteggi Letterari le edizioni, 2017).

[Canto IV – Sequenza II – Un organismo mondiale]

“ho lasciato la pretesa d’immortalità
ad una Germania faustiana e decadente,
ho legato la mia aspirazione alla flessibilità
d’un muscolo, al centimetro più giusto, stringente;
come in una frazione algebrica, la priorità
dei liquidi assorbiti dai tessuti è stata la mente
che ha guidato la mia mano sul loro busto:
così ho operato la distinzione di ciò che è giusto.

Il secolo l’ho costretto in una provetta di vetro.
Chi può biasimarmi, se il mio gesto
è stato lo slancio di chi resta al centro,
immobile a fissare il corpo trasformato dall’epo.
So del tempo, del suo infallibile metro,
e, in fondo, mi vanto di questo;
di un’effimera vittoria sulla Storia,
della soluzione chimica della memoria.

Perché il bacino tirato fino all’osso
è l’unico calco che resta della tradizione,
questa è l’unica certezza che posso
offrire come nuovo mito di fondazione,
Oral Turinabol, nandrolone, così ingrosso
il progresso con la loro azione,
seleziono la razza con il testosterone,
sostituisco la purezza del sangue con la sua pressione.

Non ho ragione e non voglio averne,
voglio solo sentire il futuro che preme,
insiste più del passato e non voglio saperne
del loro parto, dove finisce il loro seme,
se avranno una stirpe, una progenie,
io lo rende unico, più che unico, a-gene,
proiezione d’un idea materiale,
pura potenza senz’atto, perché agisce ciò che vale.

Basta con la voglia di restare,
basta con la nostra tradizione,
basta con la letteratura nazionale,
con Goethe e l’immaginazione!
Costruiamo in laboratorio il nuovo corpo morale.
Che al resto ci pensino i politici, diano la loro adesione,
si confrontino con l’occidente che langue
tanto avremo tutti lo stesso sangue.
da Ogni cinque bracciate, 2013

3.

Bisognerebbe scrivere un galateo dei silenzi,
sottolineare che ce ne sono di diversi,
dai più bassi e volgari ai più alti e religiosi,
che i due estremi si toccano, si tengono insieme,
che in questa tangenza rientra ogni nostra forma.
Eppure la nostra natura è fatta di parole,
la nostra natura è tradire, spostare l'ombra,
risanare ogni volta l'assenza che ci forma.

In questo meccanismo, se una parte eccede sull'altra,
ci sarà un rumore di fondo come di cinghia
che esce dalla sua puleggia, ci sarà un'eco
per tutta la specie. Capisco allora la sfida
di chi accetta la distonia, perché nel corpo,
ma anche in cielo, nello spazio universo,
all'azione risponde sempre una reazione
contraria e inversa, e si può far finta di non sentire,

dissimulare, che non è tradire,
ma il cordone ombelicale della regola prima
non si stacca mai del tutto,
riprende la frustrazione, la malattia,
il fruscio di fondo della macchina,
il suo motore che continua ad andare,
ci unisce gli uni agli altri, anche se con gli anni
ci sentiamo sempre più soli e distanti.

Ma tentare, bisogna tentare,
perché il vuoto valga per ciò che vale,
resti una variante, sia lo sguardo pulsante,
ci distragga per un solo istante, ci porti a fondo,
ci porti a trasformare il tempo in spazio,
in camere e strofe, ci ricordi le parole,
la nostra scommessa finale. Una volta Celan
chiese al maestro l'ultima parola.

Heidegger rimase scosso da tanta innocenza.
Ripeto la formula, una semplice equazione:
non si afferra ciò che ci precede.
E allora si pone sulla bilancia la propria vita,
e la propria morte, chi tenga in equilibrio il tutto
non si conosce. La chiamo meccanica pesante
questo stare fermi a guardare il sistema di leve
in cui siamo entrati senza far rumore.

da Le pause della serie evolutiva, 2016

Federico Scaramuccia (La Spezia, 1973) ha vissuto per lo più a Chiavari. Si è laureato in Lettere all’Università di Genova con una tesi sulla sestina novecentesca italiana e ha conseguito il dottorato di ricerca internazionale in Italianistica presso l’Università di Firenze, presentando e discutendo l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa. Dopo essersi formato professionalmente nelle scuole medie dell’hinterland milanese si è infine trasferito a Roma, dove attualmente vive e ancora lavora come insegnante. Oltre ad aver sperimentato più volte il “plurale” (ad esempio, con Trilorgìa, Zona, 2006 e Sconcerto triplo , Polìmata, 2009), in versi ha pubblicato Ninfuga (Ogopogo, 2008),Incanto (Onyx, 2010), Come una lacrima (d’If, 2011) e Canto del rivolgimento (Oèdipus, 2016).

Guarda posa il volo eccolo ecco atterra

posa il volo ma non abbassa le ali
si posa prima di toccare terra

ancora in volo prima che si incagli
si posa solo quando il cielo splende
quando con rabbia ne brilla la carica

Coro

abbraccia la morte piegando le ali
si avvinghia alla vita mentre si arrende
con rabbia che avvolge ma non si scarica

(Un’eco che deforma in sottofondo)

(le braccia storpie piegano sui tagli)
(blindano la vita che si distende)
(una gabbia che contorce che invalida)

Congedo

come una lacrima rimane un velo

un tonfo le fiamme un incenso

immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono

da Come una lacrima (duemila uno), 2011

[Il fiore inverso]

d’autunno le foglie per terra ridono

a cumuli soccombono in delitti di serra e tumuli remote stragi

di numeri più o meno che nascondono in roghi e tundre le vittime e il crimine

ombre a commando mute al peso anonime in marcia funebre verso la fine

un esodo che toglie lordo il freno quando a stento come fiaccole fragili

al vento cadono profughi a grappoli in trappola del proprio ingordo grido

a forbice

v. 4 mute al peso: non rispondono alla gravità.

[Mire]

in combutta col popolo il monarca

ricalca il solco tra le cime e gli ossi

così lunga la schiera degli appesi

delirano infissi

tra la ruggine e l’ossido

sotto al dirupo la calca

[Treppiedi]

se sento che il tempo non passa

per quanto ormai scorre veloce

vuol dire che come uno schermo

non penso non sono confermo

la resa alla piena che ammassa

che a spire mi avvolge la voce

se contro corrente alla foce

ci penso dissento ma il fermo

volere che oppongo collassa

vv. 7-9 «a nulla valse l’impeto / gli empi risorgeranno».

nel fosso che pare di merda

si attuffano come in un’orgia

puttane e papponi a merenda

si leccano il culo a vicenda

mettendosi a turno in offerta

che l’uno nell’altro si scorcia

con lingua che ruvida forgia

ne marca la parte che ostenta

curandosi che non si perda

il boia un po’ troppo agitato

lamenta che è già da parecchio

che aspetta dall’alto il comando

un altro qualunque allo sbando

che spreca anche l’ultimo fiato

gridandogli dentro l’orecchio

di colpo poi piega sul secchio

perdendo la testa allorquando

capisce che è lui il condannato

vv. 1-9 Il rompicapo del boia.

v. 1 agitato] animato

v. 3 che attende dal capo il comando

v. 8 «perde la testa chi non cambia il capo / non cambia il capo chi perde la testa» (Adespoto).

[Il tempo in lotta]

mantengono lo sguardo in alto fisso

stringono i denti rimangono muti

e nel silenzio degli occhi i minuti

scavano dentro scoprendo l’abisso

da Canto del rivolgimento, 2016

Una poesia / 5 Federico Scaramuccia

Federico Scaramuccia è nato a La Spezia nel 1973. Attualmente vive e lavora a Roma. Ha pubblicato alcuni libri di versi, tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”.

sulla piazza divelta nessun cristo
disserra appena le labbra l’ottone
l’esile falce di luce che miete

riduce alla quiete
il candelabro insonne
che disacerba ogni resto

*

tutto fermo in un crampo ormai assente
il centro anchilosato nell’assedio
tenuto in piedi dal silenzio il vuoto

intenso e remoto
da dentro un fiato stridulo
accanto alle orme lo scempio