Perché insegnare filosofia a scuola: piccola lezione sul buonismo e sul grillo-leghismo

Federico Campagna

Da anni si discute se valga la pena di insegnare la filosofia nelle scuole. Di certo non aiuta a fare soldi, spesso fa passare la voglia di lavorare, quasi sempre produce soggetti difficili da integrare in società. Grazie al cielo, il Movimento 5 Stelle e i suoi alleati leghisti sono arrivati a sbilanciare decisamente il dibattito in favore degli umanisti filo-filosofi.

La questione, come tutti sanno, è quella del ‘buonismo’. La definizione stessa di ‘buonismo’ è la prova che vale sempre la pena insegnare la filosofia nelle scuole – perché per saper agire, bisogna saper parlare, e per saper parlare bisogna saper pensare.

Ma andiamo con ordine: cos’è il buonismo? Cerchiamo di analizzare filosoficamente questa strana parola che contiene un ancor più strano concetto. Per definizione, il buonismo è l’attitudine di quelli che vogliono essere buoni a tutti i costi. Di quelli che pensano che essere buoni sia il valore più grande, tale da sorpassare ogni altro interesse particolare. Ma chi sono i buoni? I buoni sono quelli che perseguono il bene. È nella parola stessa, come si dice. Quindi i buonisti sono quelli che pensano che la cosa più importante nel proprio agire sia perseguire il bene (a prescindere dalla definizione specifica di cosa sia il bene). Ma che cosa è il bene, in senso fondamentale? Il bene è la finalità dell’azione, o più esattamente è la finalità ultima di ogni agire. Insomma, il bene è la direzione generale che viene perseguita dall’agire razionale dell’uomo – ed è l’angolo specifico che consente di mettere in prospettiva tutti i diversi modi possibili di agire.

Proviamo a ricapitolare. I buonisti sono quelli buoni ad ogni costo. I buoni sono quelli che perseguono il bene. Il bene è il fine dell’agire razionale dell’uomo. Dunque i buonisti sono quelli che credono che l’azione debba seguire una direzione razionale. E quindi che cosa vuol dire il ‘basta-buonismo’ di gente alla Grillo o alla Salvini? Logicamente, e senza alcun dubbio, significa che bisogna abbandonare l’agire razionale. Che bisogna agire alla cazzo di cane, come direbbe un filosofo un po’ ubriaco. Ecco perché è importante studiare filosofia a scuola: perché ti consente di smascherare in quattro mosse le stupidaggini che abbondano sulla bocca degli sciocchi (o, più spesso, degli stronzi).

Ma facciamo un passo più in là e cerchiamo di dare una definizione filosofica anche alla posizione di chi si oppone al buonismo. La domanda è: cosa sono, fondamentalmente, Grillo, Salvini, i loro seguaci italiani e i loro epigoni internazionali?

Sant’Agostino ha dimostrato in maniera convincente che l’unica possibile definizione di male, è quella di ‘assenza o privazione di bene’. Il male non può avere una sua consistenza ontologica autonoma, ma può prendere piede solo come un buco all’interno dell’esistenza – poiché l’esistenza stessa, per definizione, è buona. Se quindi immaginiamo un’ideologia del buonismo, a cui si oppongono i ‘cattivisti’ Grillo-Leghisti, eccoci subito in mano una definizione solida e inoppugnabile. I ‘cattivisti’ non sono niente: letteralmente, incarnano il Niente, l’orifizio dell’esistenza da cui emergono gli ‘skata’, i ‘kaka’. La merda. Insomma, ecco spiegato perché bisogna studiare filosofia a scuola: per poter dimostrare in un minuto con calma e discernimento, che dire a un Grillo o a un Salvini che sono una merda (anzi, LA merda) non è un insulto ma un definizione ontologica.

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The Great British Bake Off

Federico Campagna

The Great British Bake Off è uno dei programmi televisivi più seguiti nel Regno Unito. In un giardino immacolato, un enorme gazebo bianco ospita dei concorrenti impegnati a preparare torte su torte, sotto l’occhio vigile di una giuria di ‘esperti’ mangioni. Le telecamere si muovono a ritmo da thriller tra i volti sudati dei partecipanti e le loro creazioni, spesso mediocri, talvolta immangiabili, raramente sopraffine. Ma a prescindere dalla loro qualità, le opere degli aspiranti pasticcieri seguono tutte un medesimo destino: prodotte nel vuoto pneumatico di un gazebo, a fine puntata finiscono tutte insieme nei rifiuti poco fuori la porta. Le pantomime da giardino restano affari da giardino, così come il cavallo degli scacchi smette di muoversi appena fuori dal suo mosaico di tessere.

Gli spettacoli, si sa, sono da sempre lo specchio della società che li produce. Nomina sunt consequentia rerum, e ilGreat British Bake Off è il nome segreto dell’isola in cui spopola. Non c'è da stupirsi se il suo modello si estende ben al di là delle sfide culinarie in TV, fino al midollo della cultura isolana. Queste ultime elezioni, per esempio, hanno riproposto su scala grandiosa il format del gazebo pasticciere. Sotto gli occhi di una giuria di votanti più o meno ‘esperti’, due concorrenti si sono sfidati a colpi di manicaretti: Theresa May, la figlia spietata di un vicario, e Jeremy Corbyn, un vecchio lupo di mare della flotta socialista. May, data inizialmente per favorita, è riuscita ad autosabotarsi in maniera spettacolare, sfornando una sfilza ininterrotta di portate rancide: rigurgiti bellicosi da inverno nucleare, amicizie losche con Trump e i Sauditi, bizzosità gratuite verso gli ex-alleati Europei, inasprimento dell’annosa persecuzione contro i poveri, grida contro i diritti umani, e così via. Colpo dopo colpo, quella che si poneva come l’alternativa della ragionevolezza ‘strong and stable ’, si è rivelata invece un’opzione tanto livorosa quanto inaffidabile. Dall’altro lato del gazebo, il concorrente underdog (un classico delle competizioni in TV) Jeremy Corbyn, ha invece stupito tutti con una sola, grande portata finale: il manifesto Labour, un capolavoro di socialismo novecentesco bello quasi quanto un cesto di frutta di marzapane. La sfida si è conclusa in maniera agrodolce: Theresa May vincitrice sconfitta, Jeremy Corbyn perdente trionfatore. A fine puntata, come sempre, la festa è continuata nel gazebo, mentre il ricordo delle grandi torte elettorali riverberava ancora un poco sugli schermi televisivi connessi, prima di finire nella spazzatura del giardino.

Vi chiederete: che c’entrano i programmi di pasticceria nei giardini inglesi con le General Elections del 2017? Domanda comprensibilissima, per chi non viva al di qua delle bianche scogliere di Dover (o più esattamente, dei ruderi dei campi profughi di Calais). Il fatto è che l’Inghilterra soffre da sempre di una particolarissima forma di autismo, in cui la difficoltà di entrare in relazione col mondo esterno si mescola spesso e volentieri a scatti di narcisismo violento. Solo in rari momenti della sua storia, e solo grazie a personalità eccezionali, è riuscita a uscire dalla dicotomia imperialismo/isolazionismo. Da quando si è spenta la fiammata dell’Empire, poi, alla Grande Bretagna non è rimasto altro che la brace tiepida di una mentalità sempre più provinciale. Anche il modello del ‘multiculturalismo’ britannico segue questa direzione, restando incapace di trovare la strada del sincretismo culturale al di fuori della falsa alternativa tra ghettizzazione e integrazione. Personaggi come Theresa May e i suoi nuovi alleati di governo del DUP Nord-Irlandese (partito di ex-paramilitari protestanti che mescolano superstizioni medioevali a turgidezze fasciste) incarnano l’anima più becera e crudele del provincialismo britannico. Altri, pochi, come il caparbio Jeremy Corbyn incarnano invece lo spirito più gentile della vecchia patria del Welfare. Ma tanto in un caso quanto nell’altro, le prospettive del discorso politico iniziano e finiscono sul limitare del giardino di Albione, lungo la linea di un muro che pare aver smarrito la porta sul mondo.

Se la destra della May propone una Brexit truculenta a base di deportazioni di massa, ad esempio, il Labour di Corbyn replica con una versione ‘soft’ in cui le frontiere si chiudono lo stesso ma piano piano, come la porta di una camera da letto. Da entrambi i lati, comunque, non si pensa nemmeno lontanamente di poter immaginare un mondo in cui le frontiere vadano svanendo, e in cui il concetto stesso di ‘nazione’ venga messo in discussione. Persino l’internazionalismo di Corbyn, pregevole come un vino d’annata, rivela i suoi sentori d’aceto nell'incapacità di pensare al di fuori del ‘nazionalismo’ – per quanto replicato tante volte quante sono le combinazioni di bandiere del mondo. Non si tratterebbe che di un’adorabile stranezza, magari perdonabile, non fosse che il nostro pianeta si trova ad affrontare sfide che ci impongono di trascendere le linee immaginarie dei confini nazionali. In cosa davvero può consistere l’alternativa socialista, se non acquista il ritmo di un respiro planetario piuttosto che l’affannare asmatico di una nazione chiusa in se stessa? Se mai Jeremy Corbyn dovesse andare al potere in UK (come è probabile che avvenga alle prossime, inevitabili elezioni anticipate), in che modo il suo socialismo patriottico potrebbe affrontare questioni autenticamente planetarie come il global warming o le stragi nel Mediterraneo?

La proposta politica di Corbyn appare in fin dei conti come la migliore torta mai sfornata nel Great British Bake Off: deliziosa da guardare per chi si immagini di vivere in un bianco gazebo, ma poco più di un insipido sogno digitale alla prova della lingua. Come una bella rappresentazione a teatro, in cui le lotte del mondo si riproducono con spade di cartone e per un attimo ci si dimentica che la finzione regge solo nei pochi metri quadrati del palco. E dunque evviva la disfatta di Theresa May e la rivincita di Jeremy Corbyn! Evviva le torte che non sfamano nessuno, anche se sono belle, e le grandi pantomime eroiche che scaldano i cuori! Ma adesso che è finita la puntata e i commessi hanno spazzato la farina da terra, è l’ora di uscire dal giardino e di cercare di capire come portare davvero l’emancipazione, la pace, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale nel mondo vero. Quel mondo senza confini che le tende dei gazebo e i giardini all’inglese cercano sempre di cancellare – ma che è da sempre, per tutti noi, l’unico mondo reale.

Alfadomenica #2 – giugno 2017

Un commento di Federico Campagna sulle elezioni nel Regno Unito apre un alfadomenica molto ricco (trovate sotto il sommario). Soltanto due parole quindi per ricordare a tutti i lettori che nel Cantiere, lo spazio riservato ai soci dell'associazione Alfabeta, sta per prendere avvio il gruppo di lettura dedicato al libro di Marco d'Eramo Il selfie del mondo, su un tema, la pervasività globale del turismo, che approfondiremo nei prossimi mesi. Se non vi siete ancora iscritti, è il momento per farlo. Vi aspettiamo! 

  • Federico Campagna, The Great British Bake Off:  The Great British Bake Off è uno dei programmi televisivi più seguiti nel Regno Unito. In un giardino immacolato, un enorme gazebo bianco ospita dei concorrenti impegnati a preparare torte su torte, sotto l’occhio vigile di una giuria di ‘esperti’ mangioni. Le telecamere si muovono a ritmo da thriller tra i volti sudati dei partecipanti e le loro creazioni, spesso mediocri, talvolta immangiabili, raramente sopraffine. Ma a prescindere dalla loro qualità, le opere degli aspiranti pasticcieri seguono tutte un medesimo destino: prodotte nel vuoto pneumatico di un gazebo, a fine puntata finiscono tutte insieme nei rifiuti poco fuori la porta. Le pantomime da giardino restano affari da giardino, così come il cavallo degli scacchi smette di muoversi appena fuori dal suo mosaico di tessere.- Leggi:>
  • Tiziana Migliore, Venezia, rammendi e lampade per l'arte a parlamento: Alcuni artisti della Biennale di Christine Macel hanno accolto l’invito a mostrare l’arte in fieri – appunto Viva Arte Viva – battendo in sordina una strada precisa. Quest’anno l’esposizione dell’artefatto cede estesamente il passo all’esposizione delle pratiche di ideazione, dentro cui intervengono i visitatori, da esecutori materiali o cooperanti. Ma l’arte “partecipata”, come realizzazione in comune dell’opera, esiste da decenni. In tema di Biennale, chi non ricorda Photomatic, l’esperimento di produzione collettiva di un murales di tessere fotografiche diretto da Franco Vaccari alla Biennale del 1972? O, di recente,Untitled 2015 (14.086 unfired) di Rirkrit Tiravanija, 14.086 mattoni cotti in situ con l’ideogramma cinese del motto di Guy Debord “Ne travaillez jamais”, acquistabili a 10 euro per finanziare l’ISCOS e così distinguere l’homo faber dall’animal laborans? - Leggi:>
  • Paolo Carradori, Nuovamente Berio. Trenta anni di Tempo Reale: In un paese dove la cultura è un problema non una ricchezza, trenta anni di vita, di attività sono molti, traguardo significativo per una qualunque istituzione. Se poi l’istituzione è musicale come Tempo Reale – Centro di ricerca produzione e didattica musicale fondata a Firenze da Luciano Berio nel 1987 – progettato per indagare gli sviluppi creativi dei linguaggi legati alle nuove tecnologie, l’obiettivo risulta ancora più prestigioso. Luciano Berio nel 1952, negli Stati Uniti con una borsa di studio, rimane colpito al Museum of Modern Art di New York dall’ascolto di Sonic Contours per “tape recorder” di Vladimir Ussachevsky.  - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Biennale alla lettera: Nella prima puntata della rubrica dedicata alla Biennale alla lettera, due settimane fa, abbiamo proposto di anagrammare i nomi degli artisti della LVII Biennale in corso a Venezia, a cui Alfabeta2 ha dedicato uno speciale con gli interventi di Manuela Gandini, Francesca Pasini e Andrea Cortellessa. L’anagramma che introduceva il gioco era questo: “Coraggio era l antidoto” e ricombinava le lettere del nome dell’artista Giorgio Andreotta Calò. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, La ricetta smemorata: 70-80 gr di spaghetti - Pomodori freschi grandi o passata di pomodoro o pelati in scatola - Olio - Sale - Parmigiano. Con questi ingredienti mi sono preparato cento volte la pasta al punto di non rammentare più la ricetta, e di ritenerla superflua. Facendo uno sforzo di erudizione potrei citare gli spaghetti al pomodoro di Vincenzo Buonassisi (Il nuovo codice della pasta, Rizzoli, 1985, pp 105-106) ma non aggiunge nulla se non una riflessione sui pomodori e la loro cottura. Il web invece gioca oggi al rialzo, complicando tutto, captando l’attenzione con fotografie, o mettendomi in lizza persino tre chef.  - Leggi:>
  • Una poesia 31 / Vincenzo Frungillo: “Ah, il tempo delle prove, / non ne verremo mai fuori, / non avremo un cortile, / un sottoscala, una cantina.- Leggi:>
  • Semaforo: Binari - Lotteria - Musei - Leggi:>

Hypnerotomachia Europae

oniroFederico Campagna

Le previsioni del futuro, si sa, sono affare da ciarlatani. La storia si snoda lungo una parabola irregolare e mai il futuro degli eventi si trova iscritto nei fatti correnti. Ma il tempo della storia non è l’unico lungo cui scivola la vita del mondo e degli esseri che lo popolano. Altri tempi agitano la realtà, ciascuno secondo ritmi propri. I tempi emotivi, per esempio, con i loro archetipi e simboli, hanno ben poco a che fare con quelli storici. A differenza di questi, seguono traiettorie spiraliformi, a volte circolari. È quindi forse rispetto a questa storia parallela, la storia emotiva del mondo, che è possibile immaginare quale genere di futuro ci aspetti: che cosa, nel presente, già narri il racconto del tempo a venire, con la regolarità delle favole o dei miti ricorrenti.

Come nelle favole e nei miti, non sono tanto gli eventi o gli individui singoli a succedersi, quanto piuttosto le loro forme archetipe, quelle che Karoly Kerenyi chiamava i ‘mitologemi’. Una di queste, sin dai tempi più arcani, è la guerra. Personificata nelle spoglie di un dio o astratta in quanto principio cosmico, la guerra è un personaggio costante di quel tempo di sogno che è la storia emotiva del mondo. Come il mostro Tifone, la guerra si agita sempre sotto la montagna. Anche nei contesti più pacificati, anche quando il potere ‘legittimo’ tiene in pugno la sua testa di serpente, la guerra rimane sempre in grado di liberarsi dalla morsa e di fuggire. Così sta capitando in Europa in questi ultimi anni. Nel settimo decennio di pace del continente, la guerra riappare nel cuore sconvolto della gente. Dapprima vissuta col senso di colpa di chi esporta bombe, poi con il terrore di chi teme di vedersela strisciare dentro casa da sotto la porta, la guerra è, in questo momento, l’oggetto di un desiderio spasmodico. Che il fantasma si presenti, che prenda forma! Pur di scacciarla dai propri sogni, pur di togliersi dalle orecchie il suo continuo sussurrare, la gente preferisce vedere la guerra in faccia. Eventi come quello di Nizza, in cui un uomo chiaramente disturbato e non affiliato ad alcun gruppo terroristico semina strage tra la folla, vengono immediatamente interpretati come atti di guerra. Tutto diventa guerra, anche ciò che, di per se stesso, forse non lo sarebbe. I cuori sono tormentati dalla fame di azione, e chiedono a gran voce di essere mobilitati. Pur di sfuggire al terrore di non avere più alcun controllo sulle proprie vite – economicamente, politicamente e culturalmente – gli Europei smaniano per una forma liberatoria di acting out di massa. Che si dichiari, finalmente, lo stato di guerra civile – questo chiede la maggioranza, nella lingua segreta che scorre sotto le parole. Quantomeno, in guerra, ciascuno è utile e può fare qualcosa. Nessuno più è disoccupato o emarginato o strutturalmente escluso: purché sia un buon patriota in armi, ogni uomo o donna è nobilitato dalla guerra al rango di eguale. Non è cosa nuova che il sangue sia la valuta più equamente distribuita – che sia il proprio o quello altrui a scorrere, questo non conta.

Quasi fosse bloccato in una lunga paralisi del sonno, il corpo sociale cosciente è da tempo incapace di muovere se stesso. Qualunque cosa faccia, nulla sembra avere effetto. Da qui, forse, la recente passione per i referendum, in quanto simulazione realistica dell’azione politica. Non più in grado di esercitare efficacemente alcuna volontà su se stesso, il corpo sociale sogna ormai di essere raccolto da mani più forti. Se non può essere soggetto della propria storia, che sia almeno strumento. Il desiderio di mobilitazione totale che ha sedotto il cuore popolare europeo è un desiderio amoroso per chi sarà in grado di soddisfare la sua voglia di sentirsi di nuovo utile e attivo, seppure solo come strumento. Uomini e donne di potere, col cipiglio di chi sa prendere la storia in pugno, nuovi eroi o eroine civilizzatrici capaci di ridare un senso agli eventi e di scacciare i fantasmi – questi sono i personaggi che già oscuramente popolano i sogni romantici del nostro tempo. Sta giungendo al tramonto l’epoca breve degli uomini di potere ‘normali’, dei buffoni deboli nello stile di Berlusconi e Boris Johnson: il cuore occidentale brucia già per nuovi personaggi eccezionali, onniscienti piuttosto che esperti, onnipotenti piuttosto che carismatici. Non più Kennedy, ma Re Artù. Questi nuovi capi, che verranno come sposi legittimi a risvegliare il corpo sociale dalla sua paralisi, avranno la voce tonante di chi non ha paura di mozzare la lingua ai dubbi e alla critica. Il loro compito sarà quello di dare nuove leggi e una nuova identità al tempo a venire. Non porteranno altri sogni o speranze, ma nuove regole e dogmi, nuovi nomi per le cose, e il fuoco che estirpa i vocabolari del passato. Soprattutto, il loro compito sarà di condurre il popolo nella vera guerra che esso desidera più di ogni altra: la guerra contro il proprio passato recente. Venendo a mancare i ‘padri’ da assassinare, agli occidentali non resta che scagliarsi contro il secolo che ha ucciso i padri. Ai nuovi capi verrà richiesto di impugnare il popolo come un martello, e di scagliarlo con tutta la violenza di cui sono capaci contro i residui del Novecento e della tradizione da cui esso è nato. A prima vista, il Cristianesimo nazionalista delle campagne Est Europee sembrerebbe l’atmosfera ideale a cui i nuovi capi potrebbero rifarsi. Ma non sarebbe assurdo se fosse proprio nell’islam radicale, con la sua carica antimoderna, che il popolo europeo finisse per cercare la mano in grado di impugnarlo. Non un primo ministro moderato, come nelle fantasie di Houellebecq, ma un vero teocrate, orgogliosamente antioccidentale, alla guida dell’occidente. Del resto, nellaccogliere ogni evento come atto di guerra, e nellattribuirlo allestremismo musulmano, già segretamente lo sta facendo. Se non si può più vivere nel mondo in cui ci è capitato di nascere, occorre morire – e per fare questo, il nemico può rivelarsi il più grande alleato.

Che cosa ci attenda, dall’altro lato del suicidio sociale verso cui stiamo correndo come verso un innamorato, questo non è dato saperlo. I cicli mitici si chiudono su se stessi come un cerchio, ma a ogni loro catastrofe tutto rinasce da capo. Tutto così diverso e così nuovo, da non essere più nemmeno spaventoso. Così che il sogno della storia emotiva del mondo possa ricominciare di nuovo tranquillo, fintanto che la guerra continuerà a riposare, finalmente esausta e soddisfatta, sotto la montagna.

Lilliburlero

Federico Campagna

Vorrei cominciare con un’immagine. Una scena del film Barry Lyndon, diretto da Stanley Kubrick. Sullo sfondo nebbioso di una campagna Europea del diciottesimo secolo, la voce fuori campo introduce l’avanzata delle giacche rosse inglesi contro la retroguardia francese, asserragliata in un frutteto. Secondo lo stile militare dell’epoca, la fanteria marcia lungo il prato, in file orizzontali e parallele. I Francesi sono disposti anch’essi in file, le prime inginocchiate, le seconde in piedi, le terze pronte a ricaricare i fucili. L’avanzata è lenta, estenuante, al suono dei flauti che intonano il Lilliburlero. Come direbbe il personaggio di Vincent Cassel in una banlieue di vari secoli dopo, ‘il problema non è la caduta, ma l’atterraggio’. Leggi tutto "Lilliburlero"

Al di sopra o al di sotto della legge. I movimenti e lo Stato civile di eccezione

Federico Campagna

 «Tout le pouvoir aux communes!»

Comité invisible

Via via che il Mediterraneo sprofonda nell’ennesima epoca di declino, i governi dell’area fanno sempre più spesso ricorso all’istituto dello stato di eccezione. In seguito ai fatti del 15 ottobre a Roma, il ministro dell’Interno si è affrettato a richiedere «misure straordinarie di emergenza», prontamente seguito a ruota dal partito di Di Pietro. In Grecia, all’alba dello sciopero generale del 15 e del 16 ottobre, il governo socialista di Papandreou non ha esitato a consentire l’intervento della neonata Eurogendfor, la polizia militare europea creata ad hoc nel 2007 per affrontare situazioni di emergenza civile. Sinistramente, l’Eurogendfor non è sottoposta ad alcuna legislazione nazionale e risponde delle proprie azioni solo a un comitato disciplinare interno. Ma un trend simile si è diffuso anche a settentrione del circo delle atrocità mediterranee. Nello scorso agosto, per esempio, il governo britannico ha deliberato il dispiegamento di una forza militare straordinaria per reprimere l’ondata di rivolte e, in seguito, l’attuazione di una vendetta sociale e giudiziaria inaudita nei confronti di chiunque fosse stato coinvolto negli scontri. Leggi tutto "Al di sopra o al di sotto della legge. I movimenti e lo Stato civile di eccezione"

Convegno: A.A.A. Sinistra Cercasi Disperatamente (Torino)

SEMINARIO SULLA GIOVENTÙ

Officine Corsare - via Pallavicino, 35 - Torino
sabato 10 dicembre e domenica 11 dicembre 2011

Giovani ma già esperti in fatto di democrazia e barbarie, pace e guerra, flessibilità e disoccupazione, happy hour e angoscia, cercano compagni di generazione sulle tracce, come loro, di una nuova cultura politica.

Spesso i giovani hanno fatto parlare di sé, vedendosi assegnati tutti i ruoli disponibili sulla scena: da bamboccioni incapaci di tagliare il cordone ombelicale con la famiglia, a teppisti semi-borghesi disadattati che si sfogano sulle camionette della polizia in occasione delle manifestazioni. Queste e altre le definizioni con cui media ed esperti hanno interpretato la condizione giovanile nel nostro paese. Le occasioni di dibattito pubblico in cui si è discusso dei giovani in Italia sono state numerose; esigui invece gli spazi in cui i giovani potessero finalmente prendere la parola e parlare di sé. Questa l'intenzione del Seminario sulla gioventù, un percorso (auto)formativo e di dibattito organizzato dal Centro Studi Corsaro. I suoi appuntamenti mensili vogliono mettere in luce le contraddizioni, i conflitti e il potenziale emancipativo di una generazione che fatica a confrontarsi con chi l'ha preceduta.

Momento di apertura del Seminario sarà il convegno A.A.A. Sinistra cercasi disperatamente. Sono stati invitati giovani studenti, laureandi e laureati, dottorandi e ricercatori di tutta Italia a mettere in comune la loro passione intellettuale all’insegna di un tema: l’analisi critica del presente e la condizione giovanile. Questa chiamata alla armi della critica vuole rispondere a una doppia esigenza: reinventare una cultura politica dell’emancipazione che faccia i conti con le sfide di questo secolo, senza tacere la necessità di dare parola a chi si trova a vivere e agire nel panorama sociale contemporaneo. Leggi tutto "Convegno: A.A.A. Sinistra Cercasi Disperatamente (Torino)"