Up down!

Augusto Illuminati

Non si credessero, ‘sti ragazzini, di aver inventato tutto. La logica sottosopra al servizio del potere è roba vecchia. Lasciamo perdere Orwell, cominciamo dal 1969, Questura di Milano, un caldo bestia, «ma che caldo, che caldo faceva. Brigadiere apra un po' la finestra. E ad un tratto Pinelli cascò...».

Malore attivo, si disse o meglio lo scrisse il procuratore D’Ambrosio, poi deputato Pd. Cioè, come benissimo mimò Dario Fo, il ferroviere anarchico illegalmente detenuto e sotto torchio (tutti amnistiati o santificati i suoi carcerieri) fu colto dal malore attivo, insomma si sturbò, vacillò e scavalcò con un balzo da tigre il parapetto gridando: è la fine dell’anarchia!

Passarono quei tempi travagliati, finì con una mezza guerra civile l’utopia di mettere il mondo upside down, anzi quel malore attivo su il primo sintomo lessicale dell’uso controrivoluzionario dei termini rovesciati. Venne la Milano da bere e, dopo la sbornia, l’enfatizzazione della giustizia giusta e delle Mani pulite, con cui incominciò la stagione della seconda guerra civile in forma di farsa, quella per cui Berlusconi pretende non solo la pace delle larghe intese ma anche una specifica amnistia, ancor oggi peraltro negata agli anni di piombo. E, nel deserto della pace sociale, imposta da partiti e sindacati, rifiorisce l’armamentario sintattico-lessicale di una lingua chiamata al soccorso del potere.

Quando gli operai licenziati, anzi «messi in libertà» scendono in piazza a Terni, la polizia carica e manganella di santa ragione ma a spaccare la testa del sindaco, con grande sollievo del ministro Alfano, è l’ombrello di un manifestante. Complice un video taroccato, come le trasferibili molotov della scuola Diaz o (per i più attempati) il tassista Cornelio Rolandi che trasportò il ballerino anarchico Valpreda a piazza Fontana quel 12 dicembre 1969, e, oplà!, il tonfa si fa fuscello e l’ombrello diventa arma di distruzione di massa. Malore attivo, ombrello d'assalto.

Stefano Cucchi era ridotto davvero male, la corte d’Assise concede che sia stato curato con una qualche trascuratezza (niente acqua, zuccheri, catetere intasato, ecc.), ma aveva avuto sfortuna, probabilmente si era procurato lesioni cadendo dalle scale, come dichiarano spesso al pronto soccorso le donne maltrattate (qualcuna la seconda volta muore perfino). Secondo Giovanardi, per cui le vittime della polizia sono spregevoli tossici aggressivi (Aldovrandi a Ferrara) o autolesionisti (Cucchi a Roma) con madri e sorelle rompicoglioni al seguito, quelle ecchimosi risultanti dalle foto derivano dalla mancanza di nutrizione: «tutti i segni, comprese le orbite negli occhi, sono il risultato della situazione in cui è stato lasciato».

Le lesioni attestate in autopsia non vengono certo da ipotetiche botte degli agenti di custodia, risalgono piuttosto a incidenti capitatigli «nel mondo che frequentava». Lesioni attive, insomma. Le foto, poi, basta un panno rosso a simulare il sangue (pestaggio a Ferrara). Figuriamoci un paio d’occhi tumefatti. Se fosse più aggiornato, insinuerebbe il ricorso a Photoshop. Malore attivo, ombrello d'assalto, caduta dalle scale.

Non ci meravigliamo troppo. Già adusi alle bugie del Cav (le grandi opere, L’Aquila rinascerà nelle new towns, le cene eleganti con plurilaureate), francamente più sorpresi dalle memorie di Nicole Minetti («un rapporto esclusivo» con il monogamo utilizzatore finale), abbiamo scavallato la neo-lingua montiana del Salva-Italia, Salva-Ilva, Cresci-Italia (e ci mancava solo il boccaccesco «santo Cresci-in-man che Iddio ci diè») per arrivare dritti dritti al reincollo messianico dei vasi infranti con le larghe intese, dove ahinoi ritroviamo tutti i vecchi cocci dei mattinali sbirreschi e delle veline per gazzette.

Vogliamo citare – per non fare solo esempi negativi – gli sperticati elogi alla saggezza di Napolitano e alla saggezza dei saggi, estendibile pro quota alle sagge? Non esageriamo con la virgo e i saturnia regna, però verrà un fanciullo, puer, anzi verrà un vegliardo e i lupi pascoleranno con gli agnelli e una grande pace si stenderà sul mondo e tutti si addormiranno sazi e contenti. Soprattutto sparirà ogni maligna resistenza e dissenso: Occidet et serpens, et fallax herba veneni /occidet... Altrimenti a cosa servirebbero malori attivi, ombrelli e scale?

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Paolo B. Vernaglione
, Per Stefano Cucchi
Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi... [leggi]

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Per Stefano Cucchi

Paolo B. Vernaglione

Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi. Sono uomini di questo Stato, la cui appartenenza è garantita dall'omertà e il cui giudizio d’altra parte non emerge da un processo ma dalla realtà che la sentenza enuncia: che un essere umano è deceduto di fame e di sete e non per le torture a cui è stato sottoposto. Che unici responsabili di questa morte sono i sanitari dell'ospedale Pertini, ove Stefano è stato trasportato in condizioni già gravi e che la sua detenzione tutto sommato era giusta, visto il suo profilo di tossicodipendente.

Può un potere dello Stato, peraltro già screditato per aver giocato con le vite di più generazioni di giovani e non, da ultimo con le sentenze sul G8 di Genova, emettere una sentenza così ridicola e improbabile? Può, in un paese in cui l’ipocrisia e il silenzio colpevole di una società civile coccolata dalla cadaverica politica delle larghe intese è rimasta muta negli anni Settanta dello scorso ‘900 di fronte alle stragi di Stato, alle morti sul lavoro e agli omicidi politici che dal 1977 al 2011 hanno distrutto il dissenso e i conflitti sociali.

Mentre un uomo che si è dato fuoco ha dato luogo alle rivolte arabe e l’uccisione di un ragazzo nella periferia di Londra ha prodotto i riots con cui un intera generazione rifiutava di pagare la crisi che l’attuale infame sistema del debito ha generato, qui in Italia una classe politica corrotta e degenerata ha riprodotto sé stessa, calpestando le vite di chi è già pesantemente sanzionato dalla crisi. Di più: giocando sulla supina ipocrisia dei poteri dello Stato il paese è stato anestetizzato e reso inerme di fronte al saccheggio della sfera pubblica sistematicamente attuata dalla rendita con la speculazione finanziaria.

Ecco il risultato di questa politica: l’arroganza indifferente dei pubblici poteri, supportati da enormi interessi privati, verso qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza, qualsiasi parola di libertà che revochi in dubbio la legittimità di questa forma spettrale di Stato. Perché una diversa sentenza avrebbe, almeno in questo primo grado di giudizio, dimostrato come la libertà di parola, di espressione e di organizzazione, sbandierata nella retorica costituzionale, venga declinata in maniera sistematica come problema di ordine pubblico, mezzo di gestione della precarietà.

Il copione è sempre uguale: in questo paese si muore di resistenza a pubblico ufficiale e di devastazione e saccheggio. Di tonfa, cariche scellerate, omicidi compiuti dalle forze dell’ordine vivono quei poteri che portano morte. Carlo Giuliani, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Manuel Eliantonio, Carmelo Castro, Stefano Frapporti, Franco Mastrogiovanni e chissà quanti altri sono morti per mano dello Stato, che non esita a proporre il carcere, - e che carceri! - come strumento di riabilitazione; boccia qualsiasi provvedimento di clemenza e archivia le responsabilità dei mandanti degli omicidi.

Ma è bene ricordare che queste responsabilità non si scontano chiudendo in cella guardie e sottotenenti, generali e colonnelli, con buona pace dei manettari ferventi e dei movimenti giustizialisti. Si scontano facendo giustizia, proponendo la giustizia come rivendicazione sostanziale di pubblico bene, come terreno di lotta in cui può aver luogo la riappropriazione generale della vita, la sua naturale valorizzazione, in questo caso dentro e contro il potere di violazione dello Stato. Ecco perché c’è da chiedersi quale senso può ancora avere il diritto come difesa dei singoli nel tempo dello stato permanente d’eccezione, e chiederselo forse prima di “vestire” con esso i beni comuni.

Perché se ancora c’è speranza di realizzare istituzioni del comune, una res publica dei singoli in cui la giustizia sociale sia il fondamento della legittimità e della libertà, è forse tempo di abbandonare qualsiasi forma del diritto, perché inadeguata ormai nel mediare i conflitti per la vita che i poteri pubblico e privato innescano, sicuri di vincere. Varrebbe invece la pena, come lucidamente affermava Michel Foucault, “anziché pensare alla lotta sociale in termini di giustizia, mettere l'accento sulla giustizia in termini di lotta sociale”.

Io, Ratko Mladic’ e i camerieri ciechi

Manuela Gandini

Sono in una pensione. Tra gli ospiti dell’albergo scorgo una coppia. L’uomo ha un volto noto, ancora piuttosto giovane, è Ratko Mladic’. La donna è una signora elegante, d’età. Mladic’, del tutto indifferente alla propria posizione di ricercato internazionale, è tronfio e orgoglioso, ha la stessa faccia dei tempi della guerra di Bosnia. Tiene un orsacchiotto nero dal quale non si separa mai. Io e mio marito siamo sgomenti. Uno tra i più efferati assassini balcanici, ricercato da tutti, può girare libero e godersi una vacanza in santa pace. Né i camerieri, né i clienti e neppure i proprietari dell’albergo sembrano accorgersi dell’identità dell’uomo. Sono come ciechi. Attorno a me tutti sono tranquilli, per loro Mladic’ non è Mladic’, è un ospite qualsiasi. A un certo punto, mio marito riesce a rubare l’orso nero dell’ex colonnello dell’esercito serbo. Il peluche costituisce la prova certa della sua identità, ho paura. Mi torna in mente la sua ferocia, le fosse comuni viste in tv con i cadaveri magri, gli arti senza corpo e corpi senza nome. Dobbiamo portare l’orso alla polizia. Intanto siamo al ristorante e aspettiamo di poter ordinare. I camerieri si affollano premurosi attorno al tavolo della coppia servendo cibi raffinati innaffiati da buon vino. Il nostro tavolo invece viene ignorato, nessuno dei camerieri passa a prender l’ordinazione. La donna e Mladic’ si accorgono del furto dell’orso e sospettano di noi. Mi sveglio di soprassalto.

Era solo un sogno, non ho mai incontrato Mladic’ e neppure Karazic’. Per fortuna - penso ancora turbata - i due sono nelle mani del Tribunale dell’Aja. Mladic’ non è quell’uomo ancor giovane del mio sogno, è vecchio e malato ma è ancora orrendamente feroce. Durante una delle udienze, a maggio, al pubblico delle madri di Srebrenica ha fatto segno, col pollice, che avrebbe tagliato loro la gola. La notte del mio incubo coincideva quasi con la diciassettesima ricorrenza della strage di Srebrenica, l’11 luglio 1995. In quei giorni lavoravo attorno all’opera di Fabio Mauri sul fascismo, il nazismo e ogni forma di prevaricazione. Rivedevo performance, installazioni, video, il muro del pianto fatto di vecchie valige, la specchiera nera dell’ebreo, le saponette con la fascetta che riporta ciascuna il nome di un campo di concentramento, oggetti in pelle ebrea e le fotografie dei giochi della gioventù fascista e nazista. Parate così ben organizzate, capelli impomatati, muscoli, simmetria, armonie. Ritornava l’estetica perfetta dell’organizzazione di regime, uomini e donne tutti uguali nell’unificante divisa che nega qualsiasi individualità. L’estetica sopra l’etica.

Come nel sogno, in un surreale gioco di specchi sociali, Mladic’ ha potuto vivere per sedici anni libero in Vojvodina, nella Repubblica Serba. Ha vissuto come ha vissuto Radovan Karazic’, latitante per tredici anni. Karazic’, travestito da santone, noto come il dottor Dragan David Dabic’, curava persone affette da infertilità alle cliniche “Fertilità” e “Nova Vita”(!). Doveva far rinascere i morti di Bosnia? Una nuova genia serba? O partorire i bambini uccisi dai cecchini a Sarajevo sotto gli occhi delle madri, per infliggere loro dolore eterno, prima della loro immediata morte?

Karazic’ veniva spesso in Italia a seguire il campionato di calcio italiano di Lazio e Inter, dove giocavano i due calciatori serbi Sinisa Mihajlovic’ e Dejan Stankovic’. Quando lo hanno arrestato, nel luglio 2008, viveva a Novi Beograd in un modesto appartamento, trascorreva le serate al bar “Luda kuca”, casa pazza, un ritrovo di patrioti non proprio ignari della sua identità. Dietro il bancone, al quale si appoggiava per il caffè, erano appesi i ritratti dei due eroi serbi, il suo e quello di Mladic’. Mentre era ricercato in tutto il mondo, appariva spesso alla televisione nazionale, con la sua barba bianca, per parlare di medicina alternativa.

L’impunità dei criminali di guerra è vecchia storia e si ripete sempre uguale. Due giorni dopo aver sognato Mladic’, vedo sul giornale la foto di un innocuo vecchietto magro con due borse della spesa. E’ Laszlo Csizsik-Csatary, criminale nazista ungherese responsabile dell’eccidio di quindicimila ebrei, latitante da 67 anni, scovato da due reporter del Sun su richiesta del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. Csatary, durante il Terzo Reich è un alto ufficiale della Magyar Kiralyi Rendorség, la polizia di Miklos Horthy il quale, alleato di Hitler, fece deportare centinaia di migliaia di ebrei. “A Kosice – scrive Andrea Tarquini su La Repubblica del 17 luglio – dove lui comandava appunto la polizia, l’ordine arrivò dall’alto, dalla Budapest occupata dalla Wehrmacht, ma con Horty ancora al potere: rastrellate la città, arrestateli tutti. Csatary e i suoi passarono subito all’azione: la gloria della purezza etnica magiara non ammetteva dubbi. Nel campo di raccolta lui era il Terrore.

Frustava a sangue donne e bambini, picchiava i vecchi indifesi, li spaventava con la roulette russa. (…) Dei 725mila ebrei ungheresi, 564.500 non sopravvissero alla Shoah”. Laszlo Csizsik-Csatary, sfuggito all’arresto in Canada nel 1997, dove aveva preso la cittadinanza e faceva il mercante d’arte con successo, viveva in un elegante quartiere di Budapest, dove tutti lo chiamavano “Papà Csatary”. Sul campanello di casa compariva il nome: Smith Csatary. Come se niente fosse, come un onesto cittadino, il buon vecchio criminale era rispettato da tutti. Ora, l’astuto novantasettenne, condannato a morte in contumacia nel 1948, è ai domiciliari, ma sarà impossibile perseguirlo con pene adeguate.

Insomma, i confini tra sogno e realtà, tra istituzioni di giustizia e corruzione politica, tra aspirazione alla vita e soppressione programmata della vita, tra bene e male, sono crollati, confondendo le parti, sotto l’indifferenza e la passività dei popoli e dei servitori ciechi. “ L’eroe Mladic’ ” carezza un bambino terrorizzato di Srebrenica per mostrare al mondo la bontà dei serbi. Dopo la carezza, un brindisi con gli ufficiali olandesi dell’Onu e si dà inizio alla deportazione e al massacro di 8000 uomini, sottraendo tutta la popolazione maschile alla città bosniaca. “L’ideologia totalitaria – scrive Fabio Mauri – pensa il mondo per te, obbligatoriamente. L’uomo apprende tutto per cartolina, cambia il suo vestito con la divisa, prende il moschetto invece che l’ombrello. L’ideologia gli insegna come dare la mano, come salutare. Io mi sono messo a pensare cos’era l’ideologia e in che cosa l’ideologia tendeva a fare a meno o a diversificarsi dall’esperienza, proprio sul versante della critica della coscienza: la ‘coscienza critica’ per me è il salvacondotto di ogni attività, anche artistica”.

I tre uomini, sono – come avrebbe detto Hannah Harendt – uomini comuni, modesti, superficiali e mediocri. Affetti dall’incapacità di pensare non sentono il male procurato. Agiscono entro i limiti ristretti e ottusi degli ordini e non danno segni di pentimento. Sono ingranaggi di una rete estesa, un’organizzazione minuta, un esercito del male nel quale ciascuno, dall’autista al cuoco di Auschwitz, compie il proprio pezzo di male, senza coscienza. Ma ciò che toglie veramente ogni speranza è lo sterminio della verità, l’oblio, è il vivere come se niente fosse in mezzo a uomini senza occhi. Non è solo Odessa, l’organizzazione che sottrasse alla giustizia migliaia di criminali nazisti facendoli passare per la “Via dei Monasteri” e imbarcandoli a Genova per il Sudamerica, è l’insignificante quotidiano di chi, convinto della giustezza delle proprie azioni, convive tranquillo con i propri cadaveri. Denaro, lusso, aeroporti e champagne… ce n’è ancora, ce n’è in abbondanza anche per i responsabili di tutte le stragi italiane rimaste ancora in cerca di autore...

Sempre il 17 luglio, cercando di risvegliarmi dall’incubo di due giorni prima, ricevo questa mail da Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldovrandi: “I poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C'è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura. La morte di mio figlio non è un'eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle forze dell'ordine rimangono impuniti. Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare subito una legge contro la tortura che punirebbe i poliziotti che si macchiano di questi crimini. Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi.

Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell'ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta. Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie! Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l'impunità di Stato in Italia e di dirlo a tutti - la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell'Interno non appena avremo raggiunto le 100.000 firme: http://www.avaaz.org/it/italy_against_torture_patrizia/?bvzMndb&v=16106”.