Annunci del nuovo

Giorgio Mascitelli

Josephine, la cantante del popolo dei topi nell’omonimo racconto di Franz Kafka, canta in una maniera sublime e la sua arte, benché non sia capita, serve al suo popolo di aiuto e di salvezza nei momenti difficili. O meglio Josephine è convinta che sia così, perché, ad un’analisi distaccata, il suo canto non è diverso dal fischio di un qualsiasi topo, forse un po’ più debole, e la convocazione ad assistere ai suoi concerti quando la minaccia incombe ha spesso esposto molti topi a gravi pericoli. La cosa curiosa è che il suo popolo, pur avendo presenti questi dati di fatto, si comporta con Josephine come se le sue convinzioni fossero fondate e così facendo finisce col darle la funzione che lei crede di avere.

Un ruolo simile a quello di Josephine mi sembra occupato da tutti quegli annunci del nuovo o di cambiamento che costellano la nostra società. Non si tratta dell’annuncio del nuovo solo nell’ambito dei grandi giochi politici o economici, ma è qualcosa di più sistematico che tocca i gangli quotidiani della nostra esistenza: non sono solo le grandi riforme a essere annunciate, ma nuovi modelli, nuove uscite, nuovi viaggi, nuove relazioni. E noi, come i membri del popolo dei topi, ci comportiamo come se Josephine fosse veramente la sublime cantante che dice di essere e così accettiamo con entusiasmo o con acquiescenza, per esempio, l’uscita di un nuova versione del programma di scrittura per i nostri calcolatori, che avrà come risultato principale quello di rendere illeggibili i nostri documenti di cinque anni fa. Leggi tutto "Annunci del nuovo"

L’identità sacra del neoliberismo

Augusto Illuminati

Sentimus, experimurque, nos aeternos esse.
Spinoza, Ethica V, prop. 23, sch.

La filosofia, a volte, sperimenta l’eterno; le religioni traggono forza dall’aspirazione atterrita a una durata indefinita. Figura, la prima, della pienezza di vita nel comune del noi; figura, la seconda, del timore della morte che isola ognuno e lo sottomette all’Altro, alla sovranità di un Dio o dello Stato. Sospiri di creature oppresse e grida di odio e servitù volontaria (che sono la stessa cosa) escono a fiotti dalle porte di chiese, moschee, sinagoghe, perfino Charlie è diventato la nuova divinità vudu dello spirito laico, il Baron Samedi del carnevale repubblicano. L’orrore sussurrato da Kurtz è quest’orgia di sangue, fanatismo, identità belluine e folle omologate che sfilano inalberando cartelli in cui ognuno dice sono questo o quell’altro, tutti testimoniando in serie di essere unici, come in un film dei Monty Python.

Il lato buffo della situazione è che in Occidente la teologia politica sta tramontando, mentre resta rilevante nel Medio Oriente sunnita e sciita, con l’appendice del fondamentalismo ebraico, matrice storica di ogni confusione fra legge positiva e divina. Il coinvolgimento del sacro nello scontro di civiltà cade nella luce crepuscolare di una morte di Dio ormai secolare, rivelandosi maschera del nudo potere, praticamente esente da ogni aura devozionale nel suo mix sordido di sovranità e governamentalità.

Orbene, il fatto che i conflitti si addobbino di stracci religiosi, che – tanto per intenderci – lo strapotere dell’1% si presenti come arroganza giudaico-cristiana e la protesta del 99% come indignazione per le offese al Profeta, non è solo una banalizzazione mediatica ma un grave regresso culturale e politico, che diminuisce le possibilità di dare a quel conflitto una risoluzione, cioè di diminuire la diseguaglianza e spostare i pesi del potere.

Imam e ayatollah hanno preso la guida nei paesi islamici dopo la repressione imperialista dei nazionalismo di Mossadeq e il crollo (endogeno ed esogeno) del nazionalismo laico del Baath e di Nasser, i partiti religiosi sono dilagati in Israele dopo il fallimento laburista nel trattare la questione palestinese (con conseguente crescita dell’integralismo di Hamas rispetto ad al-Fatah). La sconfitta ha resuscitato l’egemonia confessionale e le differenze politiche hanno indossato una veste teologica: la vicenda più esemplare è quella degli Hezbollah, ma anche il Tudeh insegna. Dove la deriva fondamentalista è stata arginata, la diga è stata costruita da dittature militari ben poco raccomandabili, come in Egitto e in Algeria. La lotta di classe battuta e rimossa ha generato mostri.

Sono paesi “barbari” – si sa. Noi invece siamo civili e illuministi. Il nostro cristianesimo è liberale e il nostro ebraismo riformato. Oscilliamo benevolmente fra cattolicesimo compromissorio, puritanesimo intransigente e culto della laïcité. I sacerdoti repubblicani assorbono quella cultura teologica, sostituiscono più o meno integralmente il Dio svanito con la sovranità e annacquano quest’ultima con un buona dose di pragmatismo governamentale e di concorrenza neoliberista, approfittandone per abolire fastidiosi ostacoli deliberativi ed eccessi di autonomia popolare e garanzie lavorative. Il declino delle ideologie, anche da noi, ha riaperto lo spazio del fideismo trascendente, della sottomissione al destino. Se non è Allah, sarà il mercato. #JeSuisCharlie, precarizzazione e legislazione emergenziale. Evvai!

Torniamo ai filosofi, alla differenza fra condivisione dell’eterno e prolungamento immaginario della durata, fra esperienza della singolarità e ossessione dell’individualità oltre la morte. Il posticino in paradiso promesso, uno per uno, a chi sgozza cristiani ed ebrei, a chi difende la famiglia naturale contro abortisti e gay, a chi paga il debito colpevole e via contrattando, ha ben poco a che fare con il progetto di trascendimento dell’individualità nel tutto che ha ispirato filosofi, panteisti e mistici, da Plotino ad Averroè, da ibn ‘Arabî e a Meister Eckhart. Che credevano nos (le singolarità che vivono una trama comune) aeternos esse, e non nell’individualismo insulare, prono a fondersi sotto il comando del trascendente.

I fanatici religiosi si sono equamente dedicati in nome del loro Dio a scatenare crociate e pogrom, caccia a sufi e infedeli, massacri di eretici e roghi di streghe, hanno crocefisso al-Hallâj, bruciato le beghine renane e Giordano Bruno, ma anche giustificato la colonizzazione abusiva in Cisgiordania o il saccheggio di chi capita in ogni epoca sotto le loro grinfie. Che si stia tornando a questo – aggiungendo alle mefitiche confessioni monoteiste la nuova religione del dollaro e dell’euro, la teologia della potestas absoluta neoliberale – è una barbarie affatto funzionale al liberismo selvaggio condiviso da califfi e governanti democratici, da emiri petrolieri e banchieri di Wall Street. L’identità (ultima scoperta del ritardatario Renzi) cancella non solo destra e sinistra ma soprattutto l’alto e il basso, assimila chi comanda a chi è costretto a obbedire: dal totem alla divinità, dalla nazione al denaro. Indovinate chi ci rimane fregato?

Non si tratta di un complotto malvagio, ma di una logica tutta terrena, cui il cielo fa da cappello. $ ed € hanno un gran bisogno di Dio, ma noi, we, the People, forse è meglio che diffidiamo: IN GOD WE DON’T TRUST