Trump #1 – Il fascismo americano

frogFabrizio Tonello

Philip Roth aveva correttamente previsto che il fascismo sarebbe arrivato negli Stati Uniti attraverso regolari elezioni. Il complotto contro l’America è ambientato nel 1940 e il candidato repubblicano è l’eroe dell’aviazione Charles Lindbergh, che a sorpresa sconfigge il presidente Franklin Roosevelt, nomina vicepresidente un senatore isolazionista e Henry Ford come ministro degli interni. Lindbergh firma un patto di non aggressione con Germania e Giappone, poi iniziano le persecuzioni antisemite, annunciate nelle primissime righe del romanzo: «La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica».

Fear, paura: questa è stata la nota dominante della campagna elettorale di Donald Trump. Paura dei terroristi islamici, paura degli immigrati messicani, paura della concorrenza cinese. Paura del governo federale, paura dei media, paura delle donne e delle loro mestruazioni (citate in una pubblica aggressione verbale contro una giornalista «ostile»). Paura di un mondo incomprensibile e avverso, paura di città invase dai criminali, paura di poteri occulti che nell’ombra dominano le nostre vite.

Ovviamente, Donald Trump come milionario protetto dalle decine di buttafuori che presidiano l’ingresso della Trump Tower non ha alcuna di queste paure. Ma i suoi sostenitori sì, invece. E il Donald Trump candidato le ha sfruttate tutte, con l’istintivo senso della folla che hanno i grandi demagoghi: Hitler entrava in una comunione quasi mistica con il popolo tedesco, Trump è il suo erede americano, un leader che i politici e i giornalisti tradizionali non capiscono, ostinandosi a rimproverargli proprio gli ingredienti chiave del suo successo: la violenza del linguaggio e la vaghezza dei programmi.

Il New York Times ha pazientemente messo insieme tutti gli insulti rivolti da Trump agli avversari, ai giornalisti, alle donne, ai messicani, ai disabili, ai musulmani, palesemente ignaro del fatto che il linguaggio «macho» è una virtù e non un difetto fuori delle sale ovattate delle redazioni. Un veloce ripasso di storia delle elezioni americane avrebbe permesso ai redattori di scoprire che non tutti i candidati fanno il baciamano alle signore: basta risalire al segregazionista George Wallace nel 1968, al senatore del Wisconsin Joe McCarthy nel 1948, o al giovane Richard Nixon nel 1950, quando accusò la candidata democratica Helen Douglas, sua avversaria per un seggio alla Camera, di essere «pink down to her underwear», rosa (cioè «rossa», filocomunista) anche nella biancheria intima.

Nel 2016, per la prima volta dal 1787, c’era una donna come candidata alla presidenza e questo faceva pensare agli esperti che il gender gap, cioè la tendenza delle donne a votare per i democratici in misura maggiore degli uomini si sarebbe ulteriormente ampliato. E, in effetti, l’elettorato femminile ha scelto la Clinton per il 54%, contro il 42% a Trump. Questo margine di dodici punti percentuali non era però molto diverso da quelli ottenuti da Obama nel 2012 (11 punti a suo favore) e nel 2008 (13 punti). Hillary non ha affatto capitalizzato la questione di genere.

Questo è interessante perché nel giornalismo e nella politica l’establishment aveva dato Trump per finito dopo la rivelazione di un nastro registrato in cui si vantava delle sue conquiste femminili, assicurate dalla sua celebrità. Il linguaggio volgare aveva scioccato i benpensanti ma, a quanto ci dicono gli exit polls, le donne americane sono meno vittoriane, o meno interessate alla questione, di quanto si pensi a Washington: gli elettori di razza bianca e sesso femminile hanno votato al 53% per Trump. La misoginia del candidato repubblicano non è stata punita.

La celebre studiosa di gorilla e scimpanzé Jane Goodall ha paragonato Trump alle grandi scimmie: «In molti modi le performance di Donald Trump mi ricordano quelle degli scimpanzè maschi e dei loro rituali di dominio. Per impressionare i rivali, i maschi cercano di salire nella gerarchia esibendosi in azioni spettacolari: battendosi il petto, battendo le zampe sul terreno, impugnando rami, tirando sassi. Più è vigorosa e fantasiosa l’esibizione e più veloce sarà l’ascesa del maschio nella gerarchia». Non bisogna dimenticare che l’homo sapiens potrà anche aver inventato Facebook e altre meraviglie della modernità ma biologicamente resta un cugino degli scimpanzè.

In realtà, la sopravvalutazione della «questione femminile» durante la campagna elettorale derivava da una incomprensione culturale e politica del gender gap. In una società dove la misoginia ha radici profonde, la «femminilizzazione» di un partito provoca necessariamente la «maschilizzazione» dell’altro. Ogni discorso dei democratici rivolto alle donne fa aumentare i consensi dei repubblicani tra gli uomini. È una reazione quasi meccanica quella che sposta una maggioranza di maschi americani non laureati verso il candidato con cui si sentono maggiormente a loro agio: qualcuno con cui si potrebbe bere una birra, fare un barbecue e, magari, parlare dei propri successi con le donne, veri o presunti. Ne consegue che il 53% degli uomini ha votato per Trump, ma la percentuale fra quelli non laureati sale al 72%.

Fascismo e nazismo erano, e non potevano che essere, movimenti che crescevano per l’ansia e le paure di una società economicamente e socialmente traumatizzata. A quanto pare, l’establishment democratico ha completamente perso il contatto con la realtà dell’America rurale. Domenica 6 novembre la prima pagina del New York Times aveva un’enorme foto di Hillary sorridente a fianco del titolo: «La disoccupazione al livello più basso dal 2008; salgono i salari, 161.000 nuovi posti di lavoro». Con notizie di questo tipo a 72 ore dall’apertura dei seggi (ma i molti stati si stava già votando) e con un presidente popolare come Obama la vittoria del candidato democratico avrebbe dovuto essere una passeggiata. E invece è andata com’è andata.

Forse i consiglieri della Clinton avrebbero dovuto leggere un articolo dello stesso giornale del 16 ottobre in cui si citava uno studio dell’economista di Princeton Alan Krueger: sette milioni di americani maschi fra i 25 e i 54 anni sono fuori dal mercato del lavoro, cioè hanno semplicemente rinunciato a cercare un impiego. Non sono i disoccupati: sono persone con difficoltà fisiche, problemi di alcol o di droga, che vivono dei miseri assegni della Social Security, di lavoretti occasionali, dell’aiuto di parenti e amici. Sono stati espulsi da un capitalismo che non ha bisogno di loro perché vive di manipolazioni finanziarie e, se proprio c’è bisogno di fabbricare qualcosa, lo si fa fare in Cina. A loro, Donald Trump ha promesso di riportare la prosperità nelle zone rurali, nella Rust Belt, nei centri industriali dell’Ohio e del Michigan che un tempo avevano fatto grande l’America e ha ottenuto i loro voti.

Come le fantasie di Hitler di restituire alla Germania il suo Lebensraum, il suo spazio vitale, sono promesse ovviamente impossibili da mantenere, ma molte lacrime dovranno scorrere prima che gli americani se ne accorgano.

Giorgio Pisanò, la memoria fascista

194x_piazza_duomo_propagandaDavide Orecchio

Io fascista, memoria iniziatica di quel fascista per sempre che fu Giorgio Pisanò (1924-1997), è tornato in libreria. Il Saggiatore ha ripubblicato il volume nel 2015, a quasi vent’anni dalla prima edizione (1997). Eppure, con un altro titolo (La generazione che non si è arresa), il memoriale di Pisanò è andato attraversando i boschi e sottoboschi dell’editoria italiana sin dal 1964. Ma il testo ebbe la sua emersione pubblica nazionale solo nella seconda metà degli anni Novanta, in una stagione di revisioni della storia italiana, del crollo del fascismo, della Resistenza, dove trovarono spazio e per la prima volta risonanza anche le voci di chi aveva vissuto gli anni della guerra civile dalla parte repubblichina (i Vivarelli, i Mazzantini, solo per citare i casi editoriali più noti).

Quella stagione, con le sue polemiche e i suoi elementi di novità memorialistica, coi suoi dibattiti su storia e memoria condivisa, non condivisa, eccetera, è ormai alle spalle, eppure l’autobiografia fascista di Pisanò si fa leggere ancora come fosse una creatura appena nata, rabbiosa, feroce, vitale. Una creatura nata dal torto, ma convinta di avere ragione, e abile e lucida e manichea nel ricordo, nella testimonianza, e dotata di una scrittura capace di narrare, anzi di vivere e far vivere quanto racconta in una sincronia non comune tra verbo e gesto. Una fortuna non da poco, per il lettore di oggi che ha anche la sorte benigna di arrivare a fine dibattito, senza più l’obbligo di interrogarsi sulla liceità delle memorie fasciste, sullo «sdoganamento» dei vinti e via elencando.

Pisanò – per usare le sue stesse parole – scrive per «fornire agli italiani testimonianze dirette e documenti che non siano di esclusiva provenienza antifascista e partigiana». Offre l’altra versione dei fatti. Racconta le proprie ragioni e peripezie di giovane repubblichino: dall’adesione, dopo l’8 settembre 1943 e appena diciottenne, alla Rsi di Mussolini e Hitler, alle varie imprese militari e di spionaggio su e giù per l’Italia, fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945, lui ancora risolutamente soldato fascista, arruolato nella «colonna Vanna» insieme a poche centinaia di combattenti, intrappolato nel ridotto della Valtellina in attesa di un Mussolini che non arriverà mai. I fatti accelerano negli ultimi scontri coi partigiani, infine nella resa, nella cattura, nelle aggressioni, nelle ingiurie, nella ferocia dei tribunali del popolo. Da questo de profundis di camerati giustiziati in esecuzioni sommarie dopo verdetti sommari e forse evitabili, Pisanò si salva grazie agli inglesi che l’imprigionano in un campo POW di Rimini: ne uscirà libero nel 1946, in tempo per partecipare alla fondazione del Movimento sociale italiano e darsi a una carriera neofascista mai abiurata fino alla morte.

La bravura di Pisanò sta nella costruzione di un candore: ogni fatto o aneddoto, ogni personaggio o commilitone è raccontato dalla parte di un’innocenza e giusta causa che se, com’è ovvio, sul piano storico non esistono né sono accettabili, sul piano letterario crescono e si insediano nell’atto della lettura, nel corso di una credulità sospesa. Dalle pagine sulla prigionia, sui mesi trascorsi tra la vita e la morte, Pisanò trasmette poi il ragionamento sulla scelta neofascista nell’Italia repubblicana: «Quando ripenso a quei giorni – scrive –, mi domando se gli antifascisti abbiano mai compreso l’enorme errore commesso nel volerci perseguitare in quella maniera. […] Ci vollero considerare tutti in blocco una banda di criminali, di pazzi furiosi, di avventurieri prezzolati. […] E ci blindarono in galera, ci chiusero nei campi di concentramento, ci processarono, ci lasciarono accoppare». Se ci avessero trattato umanamente, senza infierire – questo il rimprovero –, forse la storia, dopo, sarebbe stata diversa. Invece «fu proprio lì, tra le mura del carcere e il filo spinato dei campi di concentramento, che nacque la “generazione che non si è arresa”».

Quali che fossero le sue motivazioni, la lotta dalla parte del torto di Pisanò proseguì senza requie. E se, per citare Ágnes Heller, la storia è su quanto accade visto da fuori, mentre la memoria è su quanto accade visto da dentro, nel caso di Pisanò storia e memoria sembrano essere la stessa cosa, paiono davvero nient’altro che la prosecuzione del conflitto con altri mezzi. La sua produzione saggistica e storiografica nei decenni successivi alla guerra, tutta intenta a «smascherare» antifascisti e partigiani, sta lì a dimostrarlo: un’operavita di fascista irriducibile, mai attraversata da dubbi o revisioni, che ha il suo innesco negli ostinati ultimi giorni di Salò raccontati in queste pagine.

(Per chi voglia approfondire la biografia di Pisanò, ecco due articoli dall’archivio di «Repubblica»: Pisanò, l’irriducibile cacciatore di scoop in camicia nera, 1997; Li hanno strumentalizzati ora i testimoni tacciono, 2000).

Giorgio Pisanò

Io fascista. 1945-1946, La testimonianza di un superstite

il Saggiatore, 2015, 308 pp., € 19

Fabio Mauri e la malattia dell’Europa

Manuela Gandini

Un interno borghese anni trenta. Sera. Fumo di sigarette. Uomini e donne eleganti dialogano in tedesco. Martin Heidegger legge in italiano frammenti del suo saggio «Che cos’è la filosofia?». Una donna suona Mozart, Bach e brani di musica dodecafonica. Dalla radio proviene un estratto del processo Eichmann sul conteggio economico relativo alle parti del corpo di una vittima di un campo di concentramento. Le danze trascinano il filosofo e altri intellettuali in un valzer con il nazismo e la borghesia. Atto d’accusa? Nella performance di Fabio Mauri del 1989 - intitolata Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo - c’è un’aria malaticcia, supponente, grave: è l’immagine distorta che un paese ha di sé.

Più che di attualità è oggi di estrema necessità l’analisi di Mauri sull’ideologia, il fascismo, l’Europa e la Germania. «Non riesco ad essere del mio tempo» diceva a ragione. Oggi, a tre anni dalla scomparsa, il suo lavoro, rivolto all’epoca del regime, sta parlando del presente. Come una legione di zombie è tornata la minaccia tedesca in divisa da banchiere, con la volontà di imporre la propria disumanizzante dittatura economica sulla Grecia e l’Europa. Si chiedeva Mauri trent’anni fa: «Che cos’è la Germania? E l’Europa? Che significa essere Europa? Non è stata Europa la Germania del ’30 e del ’40? Io credo lo sia stata. Credo che la natura (la cultura della natura) della Germania riguardi strettamente l’identità europea».

Allora ci chiediamo, a cosa attiene la scena sopra descritta? È un film sul nazismo, una seduta psicanalitica di gruppo o un déjà vu che è già tragicamente tornato? «È un teatro che non è un teatro» affermava Mauri. È un monito, un’analisi, è un allarme sulla pervasiva presenza del male e sulla passività dei popoli. Secondo l’artista: «L’ideologia è la vera merce europea». A Palazzo Reale a Milano, la retrospettiva dell’artista, curata da Francesca Alfano Miglietti, intitolata The End, ripropone un viaggio nella drammaturgia politica moderna e contemporanea. Mentre nei video scorrono le performance storiche che arrivano al presente come ferite ancora purulente; gli oggetti, le ambientazioni, i disegni inediti, ridanno vita a un universo di feticci, di morboso attaccamento, di violenza estrema, di tristezza ma anche di uscita.

Lo specchio con sopra incollata una Stella di Davide fatta di capelli, gli oggetti fintamente realizzati in pelle umana ebrea e le saponette prodotte con il grasso degli israeliti - con le etichette: Treblinka, Dachau, Mauthausen, Belzec - sono tutti frammenti di Ebrea, la performance messa in scena per la prima volta nel 1971. «In Ebrea l’operazione è fredda. E indelicatamente culturale. Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini», scrive l’autore. Siamo poi così lontani dalla realtà dello sfruttamento estremo e mortale della vita umana?

Già nel 1974, Pier Paolo Pasolini, compagno di studi di Mauri dichiarava: «Ora invece succede il contrario, il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società dei consumi riesce a ottenere perfettamente distruggendo le varie realtà particolari. Togliendo realtà ai vari modi di essere uomini». Entrambi, artista e scrittore, lavorano sul concetto di ideologia e sulle radici del fascismo. Entrambi sono coscienti del fatto che non sia storia chiusa e che si ripresenti con innumerevoli facce.

L’artista fu l’unico che riuscì a coinvolgere personalmente Pasolini, avverso ad ogni forma di avanguardia, in una performance dal carattere premonitore e dalle radici antiche. Il 31 maggio 1975, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, mise in scena Intellettuale (il Vangelo di/su Pasolini). Pasolini, seduto, indossa una camicia bianca e ha un giubbotto di jeans posto sullo schienale della sedia. E’ buio. Sul torace gli vengono proiettate le immagini del suo film Il Vangelo secondo Matteo (1964). Lui vede solo un fascio di luce che lo investe. La Passione è qui letteralmente incarnata in un solo uomo che è tutti gli uomini. Un uomo già condannato, come Cristo, a una morte violenta che avverrà cinque mesi dopo. Mauri coglie l’intensità della poetica, i sintomi della tragedia, la violenza del percorso terreno, e dichiara: «La proiezione provoca un effetto singolare: rivela fisicamente la nascita del ‘segno intellettuale’, ‘dentro’ il corpo dell’autore. Possiede la precisione tecnica di una radiografia dello spirito». In mostra è ricostruito il set. C’è la sedia, il proiettore, la sua camicia e il suo giubbotto di allora e il film che scorre in assenza del corpo.

Il rapporto tra realtà e rappresentazione è approfondito da Mauri nell’analisi dell’estetica del nazismo e del fascismo (come falsificazione del reale), sulla quale ha incentrato numerose opere. La performance Che cos’è il fascismo (1971), nella quale venivano riproposti i Ludi Juveniles, i rituali dei giochi ginnici e le competizioni verbali e sportive su un grande tappeto che riproduce una svastica, è un caposaldo della sua opera. Ma i fascismi sono ovunque, non solo negli occhi gelidi di Goebbels che visita la mostra sull’Arte Degenerata. Nel 1993, Mauri costruì un muro di valige vecchie oltre un secolo che puzzavano di Olocausto, definendolo «muro occidentale o del pianto»; nel 1996 ne costruisce uno con valigie hi-tech, tutte uguali, con al centro l’immagine di un ragazzo cinese condannato a morte. «L’Asia – afferma – si affaccia gradualmente sull’economia del mondo a basso costo umano, con volto adolescente, disseminato di atti crudeli».

Secondo Mauri, il nazismo è estetica, lo spettacolo è estetica, i modelli capitalistici sono estetica, mentre l’etica è altrove, nell’arte, nella cultura e nell’umanità profonda. Tra le sue opere storiche ricorrono gli schermi vuoti o con la scritta The End. Sono tele monocrome, contengono tutte le storie e nessuna storia, rivelano la porzione di vita che ci è concessa o il limite di ciò che possiamo percepire. L’ultima sua opera è la scritta «The End» incisa sul muro.

Fabio Mauri
The End

Palazzo Reale Milano, sino al 23 settembre.

Fabio Mauri
Ideologia e Memoria
, a cura dello Studio Fabio Mauri
Bollati Boringhieri, 2012.

Che cos’è il Totalitarismo?

Enzo Traverso

Anticipiamo il Post Scriptum di Enzo Traverso alla nuova edizione del suo importante saggio dedicato al dibattito sul Totalitarismo. In libreria a partire dal 22 aprile per le edizioni ombre corte.

La prima edizione di questo saggio risale a una quindicina di anni fa, un intervallo durante il quale il concetto di totalitarismo ha attraversato una nuova tappa, prestandosi a usi inediti. Il dibattito ricostruito in queste pagine non si è esaurito e nuovi contributi si sono aggiunti agli studi anteriori.

Un utile lavoro “archeologico” ha permesso di riscoprire alcuni testi dimenticati, ma le posizioni già note sono state sostanzialmente riaffermate. Per una sorta di inerzia intellettuale, i Cold Warriors hanno continuato a scrivere libelli anticomunisti, sia rivisitando la storia del Novecento sia tentando incursioni nel presente, alla ricerca di nuovi epigoni dei demoni antichi. Da un lato, alcuni storici collaudati a corto di idee ci hanno spiegato per l’ennesima volta che la chiave di lettura degli orrori del XX secolo risiede nelle ideologie malefiche di fascismo e comunismo; dall’altro, giovani studiosi sensibili alle sfumature sono giunti, dopo un esame approfondito, alla conclusione che “Mugabe e Ben Laden sono più vicini a Mussolini e Lenin di quanto appaia a prima vista”.

È davvero difficile far prova di maggiore sottigliezza analitica. Come un sito musicale online che offre ai consumatori varie rubriche – classica, opera, jazz, rock, world, ecc. –, il “totalitarismo” è diventato una specie di grande magazzino fornito di dipartimenti nei quali catalogare gli innumerevoli nemici della democrazia liberale e della società di mercato, dai classici intramontabili (fascismo, comunismo) ai più esotici dittatori postcoloniali, includendo una sezione di “novità”: Bin Laden, Mahmud Ahmadinejad, Hugo Chavez e, perché no, Evo Morales, ecc.

Non è il caso di ritornare su una politologia militante alla quale questo saggio ha dedicato ampio spazio, cercando di analizzarne criticamente i presupposti e le motivazioni. Con arguto senso dell’umorismo, Slavoj Žižek ha definito il concetto di totalitarismo un “antiossidante ideologico” simile a quello vantato dalla pubblicità del tè Celestial Seasonings che mantiene il corpo in buona salute neutralizzando le “molecole nocive” (in inglese free radicals). Il concetto di totalitarismo ha svolto storicamente questa funzione di antibiotico generico della democrazia liberale.

In campo storiografico, le interpretazioni in chiave totalitaria di fascismo e comunismo non hanno percorso molta strada. Gli studi più interessanti sulla violenza nazista e stalinista hanno fatto ricorso ad altre categorie analitiche – soprattutto alla nozione foucaultiana di biopotere – e le ricerche comparative hanno ancora una volta sottolineato i limiti del modello “totalitarista” classico. Timothy Snyder, autore di un’opera fondamentale come Bloodlands, ha messo al bando la nozione di totalitarismo. Ai suoi occhi, Hitler e Stalin non sono essenze o metafore del male ma attori della storia di cui vanno studiate le azioni cercando di comprenderne i motivi e le attese, andando oltre la loro crudeltà. Le loro ideologie non avevano nulla in comune e anche le loro politiche criminali erano molto diverse: il nazismo ha ucciso quasi esclusivamente durante la guerra, soprattutto dei non-tedeschi; lo stalinismo ha eliminato soprattutto dei cittadini sovietici, in gran parte prima della guerra.

Le omologie totalitarie tra un “bolscevismo bruno” e un “fascismo rosso” nutrono la propaganda ma non servono alla storia. Il tratto comune che Snyder coglie fra i due dittatori degli anni Trenta risiede nella loro ispirazione “darwinista”: entrambi vedevano la storia come un movimento sottoposto a ferree leggi (razziali o sociali) e il progresso (che concepivano in termini del tutto antinomici) come il risultato di una selezione violenta, impietosa. Entrambi condividevano la “capacità di privare interi gruppi umani del diritto a essere considerati come vite umane”. In fondo, è questa la sola definizione pertinente dell’idea di totalitarismo.

Nel loro contributo a un volume collettaneo significativamente intitolato Beyond Totalitarianism, Sheila Fitzpatrick e Alf Lüdtke indicano le premesse di questo paradigma che sono state smentite dalla storia del XX secolo: la visione del totalitarismo come sistema con un accesso ma senza via d’uscita, capace di autoperpetuarsi e rafforzarsi ma sostanzialmente incapace di autoriforma. Forse, precisano i due studiosi, questo “tipo ideale” totalitario riesce a cogliere alcuni tratti del nazismo, la cui storia si riassume in un processo di radicalizzazione progressiva fino all’autodistruzione nel corso della guerra (supponendo che la sua sconfitta fosse ineluttabile). Non spiega tuttavia le svolte conosciute dal sistema sovietico, il quale ha abbandonato una dinamica totalitaria dopo la morte di Stalin.

Queste considerazioni riguardano gli usi tradizionali del concetto di totalitarismo. Si tratta ora di prenderne in esame altri, del tutto nuovi, sorti nel corso dell’ultimo quindicennio. Dopo l’11 settembre, è iniziata una nuova fase in cui questa nozione polemica ha conosciuto un repentino cambiamento di bersaglio. La fine del socialismo reale aveva privato la democrazia liberale del suo indispensabile nemico totalitario, contro il quale mettere in luce le proprie virtù etiche (la libertà) e politiche (il pluralismo democratico). Gli attentati terroristici dell’11 settembre hanno riattivato il vecchio arsenale ideologico antitotalitario, adesso rivolto contro la nuova, terribile minaccia che incombe sulla civiltà occidentale: il fondamentalismo islamico.

Alcuni dati statistici bastano a rivelare l’ampiezza di quest’ultima metamorfosi alla quale hanno potentemente contribuito i media europei e americani. Il sito della biblioteca di Cornell University contabilizza, fra il 2000 e il 2014, 53.257 titoli dedicati al totalitarismo, tra cui oltre 9.000 libri e quasi 15.500 articoli di riviste specializzate. Scomponendo ulteriormente i dati, si scopre che 11.000 titoli riguardano il “totalitarismo islamico”, tra cui oltre 5.200 libri, circa 2.500 articoli di riviste accademiche e quasi 3.000 articoli di giornali. Questi dati si riferiscono soprattutto – almeno per i giornali – a pubblicazioni di lingua inglese; se dovessimo contabilizzare la produzione della stampa europea, le cifre sarebbero molto più grandi. Nell’immaginario propagandistico occidentale, la barba di Ben Laden ha sostituito quelle di Lenin e Fidel Castro. Al Qaeda, il Jihad islamico e Daesh, lo Stato Islamico apparso nel 2014 in Siria e Iraq, sono stigmatizzati con la stessa veemenza con la quale in passato erano stati combattuti il nazismo e il comunismo sovietico.

Tra le tante voci che hanno alimentato questa campagna, alcune si sono distinte per la loro veemenza. Come negli anni del maccartismo, anche le guerre dell’inizio del XXI secolo hanno arruolato un buon numero di convertiti. Nel 2003, Paul Berman, studioso più ispirato in altri tempi, si univa alla nuova crociata a sostegno dell’occupazione americana dell’Iraq, mettendo nello stesso sacco il Baath di Saddam Hussein e Al Qaeda come espressioni distinte di uno stesso “totalitarismo islamico”, ispirate a uno stesso “culto totalitario della morte”. L’ex dissidente polacco Adam Michnik, direttore del quotidiano “Gazeta Wyborcza”, gli faceva eco invocando a sua volta le lezioni della storia: “Così come l’assassinio di Giacomo Matteotti ha rivelato la natura del fascismo di Mussolini; così come la Notte di Cristallo ha messo in luce la verità nascosta del nazismo hitleriano, lo spettacolo del crollo dei grattacieli del World Trade Center mi ha fatto capire che il mondo si trova di fronte a una nuova minaccia totalitaria. La violenza, il fanatismo e la menzogna mettono alla prova i valori democratici”.

Berman e Michnik sono soltanto due esempi di un ampio riciclaggio del vecchio arsenale ideologico antitotalitario in una sfera pubblica traumatizzata dagli attacchi dell’11 settembre, in un XXI secolo nato all’insegna del clash delle civiltà. Nel campo della ricerca, numerosi studiosi hanno cercato di applicare alla storia del mondo musulmano le categorie ideologiche del Novecento europeo. Grazie a questo transfert assai discutibile sul piano epistemologico, un movimento come quello dei Fratelli Musulmani è diventato un partito d’avanguardia di tipo leninista, nutrito di “attrezzi organizzativi e ideologici” presi in prestito al “totalitarismo europeo”. Uno dei suoi padri spirituali, l’intellettuale egiziano Sayyid Qutub, è così diventato l’ideatore di “uno Stato monolitico dominato da un partito unico”, ispirato a una forma di “leninismo in veste islamica”. Nato dall’esigenza di definire le nuove forme di potere nate nel Novecento, il concetto di totalitarismo è ormai diventato uno schermo sul quale le ombre sinistre del passato si sovrappongono ai fenomeni nuovi del XXI secolo.

È curioso osservare che il regime che più si avvicina a questo “tipo ideale” di totalitarismo islamico, l’Arabia Saudita, non è mai preso in considerazione dai nuovi teorici antitotalitari. La ragione è semplice: si tratta di un alleato cruciale delle potenze occidentali. La Repubblica islamica degli Ayatollah di Teheran sembra una democrazia vigorosa, un modello di pluralismo e di tolleranza al confronto della monarchia saudita, monolitica, oppressiva, persecutoria e radicalmente antidemocratica, ma tutto ciò svanisce miracolosamente grazie alla presenza di basi militari americane sul suo territorio e ai petrodollari depositati dagli emiri del Golfo nelle banche londinesi.

L’interpretazione in chiave totalitaria del terrorismo islamico è discutibile per almeno quattro ragioni fondamentali. In primo luogo, non va dimenticata una differenza genetica. A differenza dei fascismi europei, il terrorismo islamico non è nato in reazione alla democrazia o dalla sua crisi ma piuttosto dalla mancanza di democrazia. Esso è sorto, nel mondo musulmano, per opporsi a dittature reazionarie e regimi autoritari sostenuti dagli Stati Uniti e dalle antiche potenze coloniali europee. Dire che il terrorismo islamico insorge contro le democrazie occidentali significa descrivere la realtà in modo alquanto incompleto, poiché queste stesse democrazie occidentali si presentano da oltre un secolo nel mondo arabo-musulmano con un volto tutt’altro che democratico. Come ha ricordato Robert O. Paxton, i movimenti fondamentalisti come i Talebani o Al Quaeda “non sono reazioni contro una democrazia che funziona male” poiché sono nati in seno a “società gerarchiche tradizionali”.

In secondo luogo, la violenza totalitaria e quella terrorista islamica hanno matrici e forme molto diverse. La prima si è manifestata, nel corso del XX secolo, attraverso i campi di concentramento e di sterminio. Essa implica il monopolio statale dei mezzi di coercizione – uno Stato moderno in senso weberiano – e plasma la società intera. Tutte le definizioni del concetto di totalitarismo tendono a identificarlo a uno Stato forte, un Moloch moderno. La violenza terrorista, al contrario, nasce in seno a Stati deboli, dalla loro crisi, dalla loro frammentazione e dal carattere incompiuto della loro edificazione in un’era postcoloniale. Storicamente, la violenza terrorista è sempre stata agli antipodi di quella statale e Al Qaeda non fa eccezione. Se in tempi recentissimi il terrorismo islamico di Daesh ha assunto una forma parastatale, dotandosi di un esercito, ciò dipende, ben più che dalla sua logica intrinseca, dalle conseguenze devastanti di dieci anni di guerre e interventi militari occidentali che hanno completamente destabilizzato il Medio Oriente, favorendo la moltiplicazione di focolai terroristi prima inesistenti.

In terzo luogo, la dinamica ideologica dei totalitarismi del Novecento e quella del terrorismo islamico sono radicalmente divergenti. Certo, non è difficile riconoscere nel fondamentalismo islamico una vocazione “totalitaria” – il tentativo di permeare completamente la vita degli individui – condivisa da molte altre forme d’integralismo religioso, sia cristiano che ebraico. Ma i totalitarismi novecenteschi erano ideologie rivolte al futuro, miravano all’edificazione di una forma nuova di società, coltivavano il mito di un “uomo nuovo” e la loro visione della storia aveva una forte impronta millenarista, spesso tradotta in slogan: il “Reich millenario”, la società senza classi, ecc. Il terrorismo islamico si batte invece per riorganizzare la società secondo un modello che appartiene al passato.

Mussolini aveva esplicitamente preso le distanze da Joseph de Maistre, spiegando che la sua “rivoluzione” non aveva nulla a che vedere con il legittimismo. Né il fascismo né il nazismo volevano restaurare uno Stato assoluto di tipo premoderno. Il loro modernismo reazionario consisteva piuttosto nella riconciliazione dei valori ereditati dalla tradizione conservatrice con la modernità tecnica e scientifica. Il modernismo reazionario dei jihadisti si serve di razzi, armi moderne, telefoni cellulari e propaganda in rete, ma vuole riportare il mondo arabo alla purezza mitica di un islam originario. Non vi è nessuna affinità tra questo progetto e il bolscevismo, vale a dire la versione militare di una visione del mondo ereditata dai Lumi. Ma i paladini delle attuali crociate antitotalitarie sono convinti che le “ideocrazie” siano tutte uguali, anche se basate su ideologie antipodali.

Infine, è assai difficile applicare al terrorismo islamico la nozione di “religione politica” generalmente usata per definire il totalitarismo classico. Le religioni politiche sono ideologie laiche che sostituiscono le fedi tradizionali, adottandone i meccanismi e le forme, chiedendo ai loro discepoli un atto di fede anziché un’adesione razionale, facendo ricorso a seducenti liturgie e promuovendo un misticismo collettivo di tipo religioso. In altre parole, le religioni politiche prendono il posto di quelle tradizionali e la loro nascita è il risultato di un lungo processo di secolarizzazione che ha attraversato le società occidentali a partire dalla Riforma. Il terrorismo islamico insorge invece contro la modernizzazione e la secolarizzazione delle società musulmane. Postulare l’esistenza di un totalitarismo “teocratico” significa quindi introdurre una nuova variante che rende questa categoria a tal punto elastica da perdere ogni forma identificabile. Ma questo nuovo uso della nozione di totalitarismo non fa che confermarne, in fondo, la funzione essenziale: non tanto uno strumento analitico con il quale interpretare il mondo e la storia; piuttosto un’arma con la quale combattere un nemico.

Enzo Traverso
Totalitarsimo. Storia di un dibattito
ombre corte (2015), pp. 139
€ 13,00