Matrimoni e libertà

Bia Sarasini

Il matrimonio gay è al centro della scena. A Londra, a Parigi, nonostante il diverso orientamento politico dei governi. Il premier conservatore Cameron ha ottenuto l’approvazione della legge del matrimonio gay nella House of Parliament, ora tocca alla House of Lords. In Francia il socialista François Hollande ha visto votare dall’Assemblea nazionale la legge che prevede matrimoni e adozioni gay, che deve passare al Senato. In Europa già Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Spagna, Portogallo, Islanda hanno legalizzato il matrimonio omosessuale, come Canada, Sudafrica e nove stati Usa.

Grande eccezione, la Russia di Putin, dove l’assemblea della Duma ha approvato in prima battuta una legge che dell’omosessualità proibisce addirittura di parlare e scrivere. Ci sono discussioni e divisioni: in Francia per il 24 marzo si prepara una nuova grande manifestazione contro la legge, e David Cameron incontra l’opposizione del suo stesso partito, ma l’iter procede e tutto fa pensare a una conclusione positiva.

E in Italia? La situazione è decisamente diversa, come si è visto benissimo nella campagna elettorale, dove diritti civili in generale e in particolare il matrimonio gay sono stati tenuti fuori dalla scena. La coalizione di centrosinistra (Pd, Sel) si è accordata sulla legge sulle unioni civili, anche se Sel sostiene il matrimonio, che è nel programma di Rivoluzione civile. Mentre M5S parla di matrimonio per tutti. Una situazione difficile, confusa, in cui i movimenti Lgbt, duramente provati dalle sconfitte subite negli anni passati – si ricorderà il balletto ai tempi del governo Prodi intorno ai Dico –, propongono un unico obiettivo che supera tutte le divisioni: il matrimonio, appunto.

Più che i politici, sembra che solo il Vaticano abbia prontamente registrato un cambiamento di clima, con le parole di monsignor Paglia, che ha parlato di diritti degli omosessuali, persone che «come tutti devono essere amate».

E non c’è dubbio che i diritti dei gay, nei mille intrecci tra famiglia, educazione, sacerdozio, sono tra le questioni aperte che si troverà ad affrontare il nuovo papa. Benedetto XVI, dal canto suo, ha ripercorso sempre e solo la tradizione: il matrimonio gay, aveva detto solennemente lo scorso dicembre in occasione della Giornata della pace, è «un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace». Ecco, la tradizione. Il matrimonio gay la cambia, o ne ribadisce la forza? Illuminante la posizione di David Cameron: «Io sono a favore di tutto ciò che rafforza la famiglia, dunque anche del matrimonio gay», mentre alcuni deputati conservatori hanno scritto: «Noi dobbiamo sostenere i matrimoni gay non nonostante, ma perché siamo conservatori. Il matrimonio si è evoluto nel tempo, noi crediamo che aprirlo alle coppie dello stesso sesso rafforzerà, non indebolirà l’istituzione».

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? L’istituzione include nella norma il disordine per allontanare l’instabilità sociale? Non penso che la curvatura simbolica sia così univoca, soprattutto non penso che tutto sia già chiuso, definito, stabilito. Mi pare piuttosto che sia in corso una lotta, poco visibile ma vera e aspra, perché ha a che fare con la vita, per orientare il mutamento in corso. Perché il cambiamento – della famiglia, delle relazioni di affetto, della stessa filiazione – porta in direzioni diverse, chissà se tutte compatibili tra loro. Per esempio, vorrei ricordare che per tante, troppe donne nel mondo il matrimonio è stato ed è tuttora una prigione. Che essere un marito era/è esercitare un potere, che essere una moglie era/è un destino, un servizio, un abbrutimento, una schiavitù, a volte.

Che il vincolo si stringa tra persone dello stesso sesso ne cambia le molto concrete relazioni che nel matrimonio trovano una forma, oltre che il senso simbolico? In che modo? Coppie omosessuali che nel matrimonio per sé trovano il senso della propria libertà, dei propri diritti. Donne, e anche uomini, in fuga dal matrimonio. In cerca della libertà. Dei propri diritti. Paradossi del contemporaneo? Il gioco è aperto.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Chi se ne va che male fa

Enrico Donaggio

Dall’antichità al Settecento si abbandonava il proprio luogo di origine, ci si metteva in strada o peggio ancora in mare, solo se costretti da guerra, persecuzione o fame. Le poche eccezioni alla regola – Ulisse o altri curiosi e vagabondi in cerca di gloria – fanno scandalo e leggenda. Con i Romantici inizia invece a prendere piede la fede che da un’altra parte si stia meglio che qui, per definizione. Alle prime legioni di anime in pena che si affollano a chiederle dove si trovi la felicità, la sfinge senza mistero della voce interiore fornisce sempre la stessa risposta: «Dove non sei tu». Un incitamento all’evasione e una nuova saggezza: muoversi da un punto all’altro del globo, disertare il destino, per fare un’esperienza di sé e del mondo più autentica e profonda. Una smania di altrove dapprima elitaria che, col tempo, diventa desiderio di moltitudini.

La fenomenologia della fuga si arricchisce così di un nuovo movente; al pane, alla galera, all’uniforme e alla vanità curiosa, si aggiunge il disgusto per l’aria di casa e la speranza che il senso della vita maturi davvero sotto altri cieli. Il risultato è che inizia a partire anche chi si immaginava designato a restare. Lo si chiami, per comodità, ceto medio riflessivo, figura dello spirito più che della sociologia economica; il destinatario non elettivo del regime di vita dominante, indispensabile però al suo successo e alla sua tenuta: quello che può aderire o defezionare, determinandone in modo non irrilevante la fisionomia.

Il capitalismo ha sempre trovato nella deportazione di massa e nella fuga coatta una fonte inesauribile di profitto. Migranti, apolidi e clandestini sono una risorsa energetica ambita, perché facile da sfruttare. Ma anche il suo materiale umano e ideologico privilegiato – il self made man – nasce da una precisa risposta al dilemma: «restare o partire?». Robinson Crusoe, matrice narrativa e mito dell’origine dell’individuo proprietario di se stesso e del mondo, si apre su una situazione familiare. Un padre, benestante sostenitore della «Classe Media» (le maiuscole sono di Defoe), che dà fondo a tutta la sua «gravità e saggezza» per convincere il figlio a fermarsi in eterno lì accanto. Un vecchio con le migliori intenzioni, pronto a tutto pur di imbalsamare e tutelare – a proprie spese, oltre che a sua immagine e somiglianza - il futuro di un giovane; a tramutare soldi ed esperienza in ansiolitico per sé e per quel ragazzo, affinché si sistemi, smettendola una buona volta di agitarsi: il presente italiano, e un singolarissimo modo di amare i figli, racchiusi nella scena madre che ha tenuto a battesimo, tre secoli orsono, la forma di vita oggi dominante.

Robinson, lo sappiamo, non ascolta quei consigli e si dà per mare. Lo possiede l’utopia capitalistica: salvarsi da solo; cambiare in meglio la propria vita, senza sovvertire la società e il mondo. Una fede allora rivoluzionaria, oggi tanto ovvia da risultare invisibile. Soprattutto a quelli convinti del fatto che, morta l’unica Utopia possibile (Berlino, 9.11.1989), ora si vegeti tutti in un deserto del reale che attende solo l’ennesima riproposizione della vecchia novella per tornare a fiorire. Incarnazione del capitalismo in un uomo solo, Crusoe prende il largo e realizza il suo sogno: consuma, tradisce, vende, uccide, accumula. E si realizza. Naufraga, e ricomincia da capo il ciclo di sfruttamento dell’altro e valorizzazione di se stesso. La ragione per cui parte - la fuga dal benessere senza desideri prospettato dal padre - e quel che compie quando naviga e approda stanno tra loro, e con il corso delle cose, in un rapporto di coerente armonia. Bisogna immaginare Robinson felice.

La sua fuga sprigiona una potente carica eversiva in due direzioni: rifiuta il destino che la tradizione di casa aveva da offrirgli e codifica in nuova ideologia un modo alternativo di stare al mondo. Disertando, il giovane Crusoe diventa, al contempo, se stesso e ciò di cui il sistema ha bisogno. Soggettivazione e assoggettamento, per scomodare il gergo di Foucault, procedono di conserva lungo le rotte della sua vita. Imperativi della coscienza morale e imperativi economici stringono nei suoi piani un patto di affinità elettiva.

Per gli emuli di Robinson, oggi, il problema nasce quando tentano di conferire alla loro replica di quel gesto un significato e un effetto antitetici a quelli di Crusoe. Attribuendole cioè una ricaduta politica - critica, nociva o destabilizzante - per i valori del capitalismo egemone e per gli assetti di potere del paese d’origine a cui voltano le spalle. Tutta la retorica, davvero insostenibile, intorno a bamboccioni, cervelli in fuga e civismo resistenziale obbligatorio, s’ingolfa in questa strettoia. Chi parte dice infatti giustamente di no - tra le molte cose che disgustano o costringono all’abbandono - anche alla felicità predisposta dall’associazione a delinquere, in salsa capitalistica, di genitori premurosi e figli consenzienti. La loro diserzione - che sempre più va assumendo le misure di una migrazione di massa del ceto medio riflessivo – costituisce un atto di accusa senza appello verso chi ha allestito in questi decenni un paese che riserva ai giovani soltanto il ruolo di comparse da ingozzare di ansia e amore parimenti malati.

Ma l’approdo della fuga, lo stile di vita inseguito e adottato una volta raggiunta la terra d’esilio, non mostra né insegue, almeno per ora, sovversione alcuna. A Barcellona, Londra, Berlino o Parigi si va per tentare di vivere un’esistenza decente, riconosciuta e rispettata. E in molti casi ci si riesce. Non basterà forse a mitigare il male inferto e patito nello strappo, né a migliorare il mondo, ma è già qualcosa che merita enorme rispetto: la sensata speranza di poter diventare almeno degli adulti. Poi si vedrà.