Postverità e postpolitica

Giorgio Mascitelli

post-truthAbbiamo appreso di recente, da pochi mesi, forse addirittura dall’inizio dell’anno nuovo o tutt’al più dall’estate scorsa, di vivere in un’epoca caratterizzata dalla postverità. Il che implica che in precedenza, fino alla scorsa primavera direi, vivessimo in un’epoca di verità. Naturalmente si può retrodatare la fine dell’epoca fondata sulla verità fino all’introduzione di facebook, se si propende per l’opinione che gli scienziati siano riusciti a isolare e descrivere il ceppo della postverità solo di recente, ma che in realtà esso fosse già attivo da parecchio. Ovviamente l’era della postverità non nasce dal nulla, ma ha i suoi precursori: leggo sul Venerdì di Repubblica che in una biografia di Lenin uno storico inglese afferma che egli ne sarebbe stato il creatore ante litteram.

Qui, però, lo storico inglese deve stare attento perché finché si tratta di Lenin, che era un tipaccio, va bene, ma se si risale troppo a ritroso (in fondo si potrebbe arrivare fino a Catilina) si rischia di perdere il vantaggio specifico dell’uso di questo termine che è, come scritto sopra, quello di suggerire che sia esistita un’epoca della verità. Infatti, se si retrodata troppo l’epoca della verità trionfante, essa acquista un alone mitico e perciò inefficace rispetto agli usi pragmatici a cui il lemma può servire nel presente. Tutto infatti lascia pensare che il tempo della verità per coloro che paventano la postverità coincida con il periodo, immediatamente precedente all’attuale, in cui il monopolio delle notizie e delle voci era in mano all’apparato mediatico tradizionale secondo le modalità e la logica che Debord chiamava “spettacolare integrato”. Essendo l’epoca in cui il flusso di notizie era lavorato da personale professionale concentrato in poche strutture molto organizzate, si potrebbe dire che i social sono per i lavoratori del settore mediatico ciò che è Uber per i taxisti. In questo caso si sbagliano, però, coloro che se la prendono con facebook: il fattore principale che ha favorito la diffusione delle notizie falsificate a effetto, ossia la loro credibilità anche quando non prevengono da fonti professionali certificate, non risiede tanto nelle possibilità offerte dalle nuove tecnologie quanto nella crisi, in tutto l’Occidente, di quel ceto medio che, negli ultimi decenni del secolo scorso, incarnava nella sua vita quotidiana il sistema di attese su cui prosperava lo spettacolo integrato. Viviamo una fase storica in cui le cosiddette fake news circolerebbero abbondantemente anche se fossero divulgate in volantini ciclostilati distribuiti al mercato o incollati ai muri, perché quando si vive un presente così avaro di futuro si è più propensi a rivolgersi alle mitologie o a credere alle balle.

Il vantaggio che offre il concetto di postverità a chi lo voglia usare sistematicamente è allora quello di dividere implicitamente in due il mondo della comunicazione contemporanea: quella affidabile e veritiera, che è da collocarsi nei media tradizionali, e quella inaffidabile che viene dalla rete o dai social, con l’annesso corollario che i secondi per diventare affidabili dovranno attenersi ai criteri dei primi. Naturalmente, se ci si domanda quanto sia attendibile una suddivisione del genere, basterà ricordare che il termine postverità fu usato e verosimilmente coniato in inglese per la prima volta nel 1992, in piena era CNN, da Steve Tesich per descrivere il modo in cui i media americani parlavano della prima guerra in Iraq.

Il concetto di postverità, per come viene perlopiù usato nel dibattito attuale, si regge su una sorta di equivoco mcluhaniano in base al quale è la nascita della rete e dei social a creare la possibilità di una circolazione di notizie falsificate che vanno a infestare un’informazione tradizionale corretta e professionale. Ora non solo è facilissimo, per restare sul piano concreto, citare esempi di ottima informazione e soprattutto controinformazione provenienti dalla rete e, viceversa, esempi di postverità provenienti dal mondo dei media ufficiali, ma è soprattutto una cultura diffusa nel nostro tempo a essere spontaneamente postveritiera. Spettacolarizzazione ed estetizzazione della politica, che sono l’habitat entro cui è possibile la massiccia diffusione della postverità, non sono certo prodotti della nascita della rete, ma sono fenomeni che rispondono in maniera profonda ai processi storici e alle logiche culturali del capitalismo. In particolare veniamo da decenni di docufiction, infotainment e trattamento delle notizie secondo logiche di marketing attente alla loro appetibilità commerciale.

I nuovi media social sono semplicemente gli amplificatori di pratiche preesistenti, esattamente come i movimenti di destra razzisti e populisti hanno utilizzato un certo tipo d’immaginario che l’apparato mediatico tradizionale aveva messo in circolazione con altre finalità. Di fronte a una situazione del genere urge una pratica di controinformazione non solo sui singoli fatti, ma come spinta generale alla ripoliticizzazione; se oggi la postverità ha così grande impatto, non è perché nel passato non fossero frequenti o sistematici l’uso pubblico delle menzogne e le verità di comodo, ma perché la postverità non incontra resistenze nel vuoto della postpolitica e della depoliticizzazione di massa. Non saranno certo un algoritmo preposto al controllo della veridicità delle notizie circolanti sui social, e nemmeno una controinformazione capillare, a bloccare questo andazzo. La postverità comincerà a trovare meno terreno fertile quando rinascerà una partecipazione politica collettiva nella società e si cesserà di credersi disinibiti cittadini globali passibili di libertà che sembrano infinite, per citare le parole di una vecchia canzone punk. Altrimenti bisognerà arrendersi a una delle verità collaterali del nostro tempo, ossia che l’assenza di messaggio fa il medium onnipotente.

Verità e simulazione

Franco Berardi Bifo

The front page of a newspaper with the headline "Fake News" which illustrates the current phenomena. Front section of newspaper is on top of loosely stacked remainder of newspaper. All visible text is authored by the photographer. Photographed in a studio setting on a white background with a slight wide angle lens.

“Informazioni false producono eventi veri”
(A/traverso, 1977)
“there is nothing more fictitious than reality.
(Umberto Eco: Here I am, not a fiction, interview with Alex Coles, in
Design fiction, Sternberg Press, Berlin, 2016)

La Germania è sempre all’avanguardia quando si tratta di ristabilire il bene contro il male, il giusto contro l’ingiusto e il vero contro il falso. Infatti il Parlamento di quel paese ha legiferato contro la falsità.

“Vasto programma” disse il generale De Gaulle a chi si proponeva di abolire l’imbecillità dalle vicende umane. Ma la mente semplice del popolo gotico non si ferma davanti alle quisquilie filosofiche, e legifera. Chi dice bugie verrà multato. Era ora. Purtroppo è pericoloso che lo stato si attribuisca il diritto di distinguere tra ciò che si può pubblicare perché vero, e ciò che non si può pubblicare perché falso. Chi decide la differenza tra falso e vero? E per essere più radicali: esiste da qualche parte la verità?

Poco dopo le elezioni che hanno portato Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, in un’intervista al Washington Post un fabbricatore professionale di falsi di nome Paul Horner si attribuì il merito della vittoria di Trump.

“I miei siti sono stati ripresi continuamente dai sostenitori di Trump. Penso che abbia vinto le elezioni grazie a me. I suoi sostenitori non controllano niente, postano qualsiasi cosa, credono in qualsisia cosa.”

Horner è quello che ha inventato titoli che sono divenuti virali come “Gli amish si impegnano a votare per Trump”, e “il presidente Obama firma un ordine esecutivo che vieta l’inno nazionale a tutti gli eventi sportivi nel paese.”

Nessuno dei due era vero.

Alcuni se la sono presa con Zuckerberg per il ruolo svolto dai social media nella gara elettorale. Ma non è chiaro cosa dovrebbe fare Facebook: censurare notizie e commenti che non corrispondono alla verità? E come si può decidere la differenza tra notizie vere e false, o tra commenti legittimi e illegittimi?

Sul New York Times del 5 dicembre Kenan Malik scriveva: “Il panico sulle notizie false ha dato forza all’idea che viviamo in un’era post-verità. L’Oxford English Dictionary ha perfino fatto di “post-truth” la parola dell’anno, definendola come quei casi in cui i fatti obbiettivi sono meno rilevanti nel formare la pubblica opinione che gli appelli alle emozioni e le convinzioni personali. Ma la verità, ammesso che si possa usare questa parola, è cosa molto più complessa di quanto si pensi.” (Gatekeepers and the rise of fake news).

Quando in Europa qualcuno cominciò a pensare che occorre ristabilire la verità per legge, zerohedge.com, la rivista degli intellettuali trumpisti ridicolizzò questa campagna.

“Un gruppo di burocrati non eletti, di cui nessuno si fida dovrebbero sedersi e decidere fra loro quali notizie siano false e quindi rimuoverle dalla circolazione…….Presto sarà Bruxelles a decidere quali contenuti siano appropriati per il consumo europeo…”

L’estinzione della mente critica

Sia ben chiaro: non intendo negare che l’informazione falsa sia in crescita esponenziale né che questo sia dannoso per la democrazia e utile per i tipi malintenzionati. Ma il falso non è una novità nel discorso pubblico. Quel che è nuovo è la velocità, l’intensità e quindi l’enorme quantità di informazione (falsa o vera) che sia cui è esposta la mente sociale.

L’accelerazione dell’infosfera e l’estrema intensificazione del ritmo delle stimolazioni info-nervose hanno saturato l’attenzione e di conseguenza hanno disattivato le capacità critiche della società. Qui sta il punto: la capacità critica non è un dato naturale, ma il prodotto di un’evoluzione della mente nella storia. La facoltà cognitiva che chiamiamo “critica” si sviluppa soltanto in condizioni particolari. La critica è la capacità di distinguere tra enunciazioni false ed enunciazioni vere, e anche di distinguere tra atti moralmente buoni e cattivi.

Per poter decidere criticamente la mente deve elaborare l’informazione per poter soppesare e decidere, ma la capacità critica implica una relazione ritmica tra stimolo informativo e tempo di elaborazione.

Quando la stimolazione informativa supera un certo livello di intensità, lo stimolo non è più ricevuto e interpretato come enunciazione giudicabile, ma è piuttosto percepito come un flusso indifferenziato di stimolazione nervosa: assalto emozionale sul cervello.

La facoltà critica, essenziale per lo sviluppo dell’opinione pubblica nell’epoca borghese, fu l’effetto di una speciale relazione tra mente individuale e info-sfera, particolarmente la sfera di circolazione dei testi stampati.

La mente alfabetica elaborava un flusso lento di parole disposte sequenzialmente sulla pagina. Il discorso pubblico si fondava allora su valutazioni coscienti e discriminazioni critiche, e la scelta politica era fondata sul giudizio critico e il discernimento ideologico. Era l’epoca della razionalità borghese. Ma da quando l’accelerazione del flusso ha saturato l’attenzione collettiva, la distinzione tra vero e falso è divenuta pressoché impossibile, la tempesta di stimoli info-neurali confonde la visione e la gente tende a rinchiudersi in reti di auto-conferma: echo-chambers. Il rumore bianco ha preso il posto del silenzio delle folle su cui si fondava la sovranità della Ragione.

Il problema del mediascape contemporaneo non è la diffusione delle false notizie, ma la decomposizione della mente critica, e quindi la tendenza delle folle mediatizzate a cercare auto-conferme identitarie.

La regressione culturale del nostro tempo non è dovuta all’eccesso di bugie che circolano nell’infosfera, ma è un effetto dell’incapacità della mente collettiva di elaborare distinzioni critiche, di valutare in modo autonomo la propria esperienza, e di creare percorsi comuni di soggettivazione.

Per questo la gente vota per manipolatori mediatici che sfruttano la stupidità in espansione. Nella citata intervista al Washington Post, Horner diceva: “Onestamente debbo dire che la gente è sempre più stupida. Si limitano a far circolare quel che gli arriva. Nessuno controlla la verità dei fatti. Voglio dire questo è il modo in cui è stato eletto Trump.”

La verità è fondata sui fatti. Ecco una frase che non significa niente

Maurizio Ferraris, che nei decenni passati scrisse importanti libri su Nietzsche ora promuove un movimento di “nuovo realismo” fondato sull’asserzione che i fatti sono la fonte della verità. Secondo lui gran parte della decadenza politica attuale, particolarmente l’ascesa di ciarlatani e media moghul come Berlusconi in Italia e Trump in America, si dovrebbe ricondurre al pensiero post-fattuale il cui nucleo è la convinzione che nella sfera del dialogo sociale ci sono solo interpretazioni ed interpretazioni di interpretazioni e non autentici fatti.

Il nuovo realismo proposto da Ferraris vuole ristabilire i diritti della verità contro il regime post-fattuale e contro la relativizzazione postmoderna, ma per quanto si possa capire la disperazione di intellettuali e giornalisti per il flusso di falsità e di odio e violenza verbale, questo non significa che qualche autorità politica o filosofica possa stabilire la verità.

Cosa intendiamo quando diciamo realtà, quando usiamo la parola “fatti”?

Il fatto è ciò che è stato fatto nella sfera delle convenzioni umane. Fatto è il prodotto della semiosi fattuale. E con la parola “realtà” possiamo intendere il punto di intersezione psicodinamica di innumerevoli flussi di simulazione che procedono da organismi umani e da macchine semiotiche.

“Non c’è nulla di più fittizio della realtà” dice Umberto Eco in un’intervista con Alex Coles (Here I am, not a fiction, Sternberg Press,Berlin, 2016).

La realtà non pre-esiste all’atto di semiosi e di comunicazione.

Sarebbe bello se le cose stessero come le immagina il Bundestag cui Dio non rivelò mai la sua scomparsa. Ma purtroppo, anche se nessuno gliel’ha detto, le prove della morte di dio sono dappertutto. E se Dio è morto allora tutto è possibile, come dice Dostoevskij. La successione delle cause e degli effetti è sconvolta, il fondamento della verità è cancellato. Ciò significa che la scelta etica non può fondarsi su qualche certezza teologica o su qualche fondamento ontologico. La scelta etica si fonda sul conflitto delle sensibilità, e sulla coscienza ironica della relatività della simulazione (o progetto di realtà).

L’etica non si fonda sul vero ma sulla solidarietà

La fede nella verità non può motivare la scelta etica. Solo l’empatia e la solidarietà possono farlo: la condivisione del dolore e del piacere sono il solo fondamento di un’etica (scettica) che non vuole trasformarsi in dogmatismo conformismo o violenza.

Il problema di oggi non è, come credono gli spiriti semplici, che la verità viene violata dai malintenzionati: il problema è che è venuto meno il principio empatico della solidarietà, per cui non vi è più alcun terreno comune della scelta conoscitiva e della scelta etica.

Nel tempo moderno che sta alle nostre spalle, abbiamo potuto fondare l’azione etica sulla solidarietà: sulla base della percezione empatica dell’altro era possibile distinguere e scegliere tra bene e male perché la solidarietà sociale era fondamento di attese condivise (valori comuni se volete chiamarli così).

Quel tempo è finito, sembra.

La solidarietà sociale è stata distrutta dalla diffusa precarizzazione e dal culto della competizione. Così l’azione politica è impotente e inefficace. La politica era fondata sulla possibilità di scegliere decidere e governare, ma se la scelta è sostituita dalla previsione statistica, se la decisione è sostituita dagli automatismi tecnolinguistici, se il governo politico è sostituito dalla governance automatizzata, allora il fondamento del giudizio etico viene meno, e siamo precipitati nella fogna del comportamento. Solo la violenza può decidere, nonostante le buone intenzioni della legge.

aprile 2017

Per una sociologia della bufala

mussino-pinocchioFabrizio Tonello

Se si cerca in rete alla voce “Hillary Clinton arrested” compaiono 439.000 occorrenze, per la maggior parte legate a un video dell’ottobre scorso presente su YouTube nel quale una voce molto professionale scandisce quello che si presenta come un comunicato della polizia di New York che avrebbe annunciato l’imminente fermo della candidata democratica perché coinvolta in un giro di pedofilia e tratta di esseri umani. Una rete di criminali la cui esistenza sarebbe stata rivelata dalle famose email di Hillary scambiate con i suoi collaboratori usando un indirizzo privato e non quello ufficiale assegnatole dal Dipartimento di Stato.

Naturalmente questa è solo una delle mille storie fantastiche circolate nei mesi precedenti alle elezioni dell’8 novembre, tra cui la bufala che Papa Francesco aveva dato il suo sostegno a Trump (un milione di condivisioni su Facebook) o quella che Obama voleva vietare il giuramento di fedeltà alla bandiera americana (due milioni tra commenti e condivisioni). Da questo a trarre la conclusione che i russi avevano influenzato le elezioni presidenziali americane a vantaggio di Donald Trump non c’era che un passo, allegramente varcato dai grandi media americani ed europei. Scandalo e orrore, seguiti da editoriali a valanga sulla “democrazia inghiottita dalle fake news”.

Il problema di questo storytelling è che assomiglia un po’ troppo a un caso di panico morale, come definito a suo tempo dal sociologo Stanley Cohen, per essere credibile. La caratteristica delle ondate di panico morale, infatti, è un’esagerazione della gravità della questione portata all’attenzione dell’opinione pubblica, come quando nel 1964 i giornali inglesi crearono il mito dei giovani come nemico pubblico sfruttando le risse di poche decine di motociclisti annoiati e turbolenti nelle fredde stazioni balneari del sud dell’Inghilterra.

I rockers e i mods ovviamente non stavano minacciando di dare l’assalto al Parlamento di Westminster, ma Cohen comprese che l’isteria giornalistica era un fenomeno più profondo di quanto non potesse sembrare a prima vista. Il panico morale si scatena quando “una condizione, episodio, persona o gruppo di persone viene definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società; la loro natura viene presentata in modo stilizzato e stereotipato dai mass media; il pulpito morale viene affollato da direttori di giornali, vescovi, politici e altri benpensanti; esperti socialmente riconosciuti pronunciano le loro diagnosi e le loro soluzioni; si ricorre a vari modi di affrontare la situazione; la condizione poi scompare, o degenera e diviene più visibile. Talvolta l’oggetto del panico è assai nuovo mentre in altri momenti si tratta di qualcosa che esisteva da tempo, ma improvvisamente sale alla ribalta”.

In altre parole, la percezione della minaccia si trasforma nella scelta di capri espiatori che vengono resi responsabili di problemi ben più grandi di loro, com’è il caso oggi con le bufale in rete, rese responsabili della vittoria di Donald Trump. Che le fake news siano una spiegazione assai comoda lo si capisce leggendo il rapporto ufficiale delle varie agenzie di intelligence americane, dove sostanzialmente si ammette che non c’è stata alcuna interferenza materiale dei russi nelle operazioni elettorali e quindi tutto si riduce alla propaganda anti-Clinton di media e politici legati al Cremlino.

Soprattutto, ciò che il rapporto non spiega (e gli editoriali dei giornali liberal ignorano) è per quale meccanismo la confusione creata dalle menzogne in rete avrebbe danneggiato Clinton più di Trump. Certo, quest’ultimo era a sua volta un produttore instancabile di frottole cosmiche ma allora sarebbe più esatto dire che le false notizie erano propaganda dei repubblicani (spesso ripresa da media “seri” come Fox News e Wall Street Journal) e non complotti di Putin. Com’è ovvio, tutte le presunte notizie legate alle email di Clinton, ai suoi scandali, crimini e misfatti, venivano da siti o individui legati all’area dei suprematisti bianchi, in particolare a quello Steve Bannon che Trump si è affrettato ad assumere prima come direttore della campagna elettorale e ora come consigliere speciale della presidenza.

I difensori più sofisticati della teoria che le fake news sono una minaccia per la democrazia puntano il dito sulla confusione e sull’impossibilità, per il cittadino, di formarsi un’opinione corretta dei candidati e delle politiche se tutto viene ridotto al livello di pettegolezzi scandalistici. In questa forma la tesi ha una sua plausibilità ma si dimentica che il problema è tutt’altro che nuovo: come scriveva 50 anni fa Hannah Arendt, “nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”. E la Arendt continuava speigando che, per sua natura, la facoltà umana del linguaggio consente di comunicare infiniti “stati del mondo” che possono essere o no corrispondere alla realtà (non entriamo qui nell’antico dibattito filosofico su cosa sia la “verità”, discussione che – da Platone a Gianni Vattimo e Richard Rorty – ci porterebbe lontano).

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, le false notizie sui politici e le celebrità difficilmente possono essere considerate un fenomeno del 2016 visto che, per fare un solo esempio, da decenni esistono, e fanno lauti profitti, i cosiddetti supermarket tabloids, che si chiamano così appunto perché vengono venduti alle casse dei supermercati e non nelle edicole. Esiste addirittura un vecchio, esilarante, romanzo di Donald Westlake intitolato Fidati di me (nell’originale Trust me on this) ambientato nella redazione di uno di questi settimanali.

I “giornali seri” hanno sempre fatto finta di ignorarli ma della loro influenza si parla almeno da vent’anni: il famoso caso Lewinsky, che condusse al procedimento di impeachment in cui alla fine Bill Clinton fu assolto nacque da un sito di gossip, il Matt Drudge Report, e poi invase l’intero sistema dei media. Già allora gli stessi grandi giornali avevano scelto di competere sul mercato dei pettegolezzi e la velocità con cui comparivano le notizie on line aveva rimodellato l’ecosistema, unificando di colpo il mercato dell’informazione/intrattenimento e precipitando siti web, quotidiani nazionali, quotidiani locali, settimanali, radio e televisione in un unico calderone informativo. Tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri per rivelare di che colore era il vestito indossato dalla stagista nell’ufficio ovale e se davvero conservava una macchia con materiale biologico dell’imprudente Bill.

Se internet ha cambiato le regole del gioco, questo non è certo avvenuto di colpo: la comunicazione diretta sotto forma di blog e siti improvvisati era in grado di saltare la mediazione dei giornalisti già vent’anni fa. La novità del 2016 è ovviamente il fatto che con Facebook e Twitter tutto è più facile e più rapido. Ma perché le notizie diventano “virali”? Forse converrebbe chiedersi perché molti credano a una notizia come quella dell’imminente arresto di Hillary, invece di precipitarsi a cercare lo zampino di Putin, o degli hacker rumeni.

Un vecchio signore tedesco con la barba che scriveva cose noiosissime nell’Ottocento affermò tra l’altro che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Si potrebbe obiettare che le conclusioni a cui portava questa impostazione non sempre si sono rivelate corrette, ma limitiamoci al caso americano: i maschi bianchi senza educazione universitaria che vivono nelle zone rurali che hanno votato per Trump sono quelli lasciati indietro dalla ripresa economica negli anni di Obama. Sopravvivono di lavoro precario, o dei magri sussidi della Social Security.

Secondo un recente studio dell’economista Alan Krueger sono oltre 7 milioni gli americani maschi tra i 25 e i 54 anni che non hanno lavoro e non lo cercano perché scoraggiati, quindi non sono contati fra i disoccupati. Il tasso ufficiale di disoccupazione, attorno al 5%, maschera un forte calo del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che nel 2007 era il 66,4% e adesso è il 62,9%, tre punti e mezzo in meno, dieci milioni di persone. C’è da stupirsi che il loro risentimento verso Washington e verso la coppia Clinton che aprì le porte alla globalizzazione sia legato all’insicurezza economica? È il risentimento che apre la porta alle fake news, non le cospirazioni di Putin.

L’antropologa Katharine Cramer, autrice di un lungo lavoro sul campo con la working class del Wisconsin, aveva registrato un forte grado di ostilità verso Hillary Clinton molto prima della campagna elettorale del 2016. Le notizie sui suoi discorsi superpagati a Wall Street, o sulle attività all’estero della fondazione Clinton non hanno fatto che rafforzare l’impressione di una “crooked Hillary”, qualcuno che aveva mille cose da nascondere.

Le conseguenze politiche del risentimento verso le élites sono state amplificate dalle debolezze strutturali del giornalismo americano. La prima è la sua ossessione per le dichiarazioni dei politici, tanto più pubblicizzate, analizzate, commentate, quanto più sono clamorose. “Trump è dannatamente buono per gli indici di ascolto” diceva nel febbraio scorso Leslie Moonves, il presidente della rete televisiva CBS. Da uomo di spettacolo, Trump aveva capito perfettamente che ogni giorno occorreva dare alle televisioni ciò che chiedevano, e rincarava la dose. Quelle che ai giornalisti apparivano proposte insensate (far pagare al Messico il muro da costruire sul confine) erano in realtà abili provocazioni per mantenere alta l’attenzione e catturare anche lo spettatore distratto o marginale.

Internet, da almeno due decenni, ha unificato il mercato giornalistico precipitando prestigiosi quotidiani nazionali e modesti quotidiani locali, storici settimanali e oscuri blog, insieme a radio, televisioni e quant’altro in un unico calderone informativo; tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri, a caccia di clic. Il cosiddetto giornalismo di qualità ha modificato i suoi parametri di riferimento e i suoi criteri di scelta delle notizie cercando di mantenersi a galla e di sopravvivere al calo delle vendite o degli indici di ascolto.

Secondo uno specialista di monitoraggio dei programmi televisivi, Andrew Tyndall, citato da Nicholas Kristof sul New York Times del primo gennaio, nei telegiornali della sera del 2016 il tempo dedicato alla povertà, al cambiamento climatico o alla dipendenza da stupefacenti è stato esattamente di zero minuti. I grandi media sono stati letteralmente ipnotizzati da Trump, dalle sue accuse, dalle sue buffonate, dalle sue minacce; mentre l’approfondimento, o anche il solo discutere di issues, le questioni di fondo, veniva dimenticato.

Il secondo problema è che il modello economico dell’industria editoriale da tempo è in crisi. I media sono imprese private che, in una società capitalistica, esistono in quanto fanno profitti e i giornalisti, prima di essere paladini dell’informazione, sono umili salariati che si occupano di ciò che l’editore e il direttore decidono. Se la proprietà vuole dare credito alle bugie di George W. Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti e per il mondo, non saranno né il giovane cronista né il prestigioso editorialista a rovesciare la situazione. Il giornalismo mainstream – in America come in Italia – vive in un rapporto incestuoso con il potere politico per ragioni di efficienza industriale, non per servilismo o cattiveria: semplicemente non si possono fare giornali come Washington Post e New York Times (e nemmeno Repubblica o Corriere) se le fonti governative non collaborano. Lo ha ben capito l’Huffington Post che, dopo aver attaccato Trump per mesi e mesi, dopo la sua elezione ha cambiato bruscamente rotta.

Questa situazione è all’origine della terza debolezza del giornalismo americano: l’impopolarità di giornali e giornalisti. Quando Trump twitta contro i “media disonesti” va a toccare una corda sensibile dell’opinione pubblica, che già vent’anni fa si diceva convinta che i quotidiani “drammatizzano alcune storie solo per vendere di più” (85% degli intervistati) e che “i giornalisti inventano in tutto o in parte ciò che scrivono” (66%). La diffidenza verso la grande stampa ha radici antiche nell’America rurale, quella ignorata dai cronisti, e il successo dei siti alternativi, compresi quelli che sfornano bugie a raffica, è la conseguenza di un risentimento verso i giornalisti, percepiti (non del tutto a torto) come parte dell’establishment.

Ora tutti si chiedono cosa fare, come impedire che le campagne elettorali diventino di nuovo un festival di esagerazioni e menzogne. Purtroppo non ci sono soluzioni semplici, tanto più in una società politicamente divisa e antagonista come quella americana: non saranno i ritocchi agli algoritmi di Facebook o la chiusura di una manciata di account Twitter a risolvere il problema. Chi vuole credere che Obama è nato in Kenya o che Hillary Clinton protegge un’organizzazione di pedofili continuerà a crederci, soprattutto se i rispettabili Fox News e Wall Street Journal di Rupert Murdoch continueranno a lanciare il sasso e nascondere la mano. Forse è la sinistra che dovrebbe smettere di alimentare il panico morale attorno alle fake news e reimparare a comunicare. Una difficoltà che nasce non dalla scarsità di piattaforme ma dalla povertà della sua visione del mondo.

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Si apre oggi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma una mostra, Sensibile comune. Le opere vive, che precede e si affianca alla conferenza sul comunismo C17, in programma dal 18 al 22 gennaio 2017 all'Esc-Atelier Autogestito.  Cinque giorni di incontri durante i quali si rifletterà sulla storia dei comunismi realizzati e immaginati, sulle loro vittorie e le loro sconfitte, sul Capitale contemporaneo, sui comunisti di oggi e sulle loro pratiche. Tra i partecipanti, Étienne Balibar, Franco Berardi “Bifo”, Maria Luisa Boccia, Manuela Bojadžijev, Luciana Castellina, Pierre Dardot, Jodi Dean, Terry Eagleton, Claire Fontaine, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Christian Laval, Christian Marazzi, Giacomo Marramao, Morgane Merteuil, Sandro Mezzadra, Antonio Negri, Jacques Rancière, Saskia Sassen, Peter Thomas, Enzo Traverso, Mario Tronti, Manuel Borja-Villel, Paolo Virno, Slavoj Zizek.

Semaforo # 2 – gennaio 2017

woman_traffic-300x202Passato (fake news)

Immaginate per un momento che la tecnologia del 2017 esistesse già l’11 gennaio 1964, il giorno in cui Luther Terry, medico capo degli Stati Uniti, diffuse il rapporto Smoking and Health. Quale sarebbe stato lo scenario? La rumorosa macchina dei social media esplode; i siti web conservatori immediatamente dipingono il rapporto come un attentato alla libertà personale e alla virilità da parte del governo-balia; i dati dello studio vengono presi d’attacco da una valanga di tormentoni satirici, di post oltraggiati su Facebook, di video aggressivi e di storie false; le grandi industrie del tabacco cominciano a pompare disinformazione attraverso i social media o riviste pseudoscientifiche pronte a tutto per un compenso; il candidato presidenziale repubblicano Barry Goldwater definisce Smoking and Health come una bufala ispirata dai comunisti.

Donald Barclay, The challenge facing libraries in an era of fake news, The Conversation, 4 gennaio 2017

Presente (intelligenza artificiale)

Un futuro in cui i lavoratori umani sono sostituiti dalle macchine sta per diventare realtà in una ditta di assicurazione in Giappone, dove più di trenta impiegati saranno licenziati e sostituiti con un sistema di intelligenza artificiale che può calcolare i premi per i detentori di polizze. La Fukoku Mutual Life Insurance è convinta che questo aumenterà la produttività del 30% e coprirà gli investimenti effettuati in meno di 2 anni. Secondo la ditta l'installazione del sistema di intelligenza artificiale del costo di 200 milioni di yen consentirà un risparmio di circa 140 milioni di yen all'anno. La manutenzione del sistema costerà circa 15 milioni di yen l'anno.

Justin Mccurry, Japanese company replaces office workers with artificial intelligence, Guardian, 5 gennaio 2017

Futuro (cannabis)
“La traiettoria di crescita degli alcolici nel mondo occidentale ha raggiunto i suoi limiti e sta declinando ormai da qualche tempo” dice Spiros Malandrakis, capo analista delle bevande alcoliche presso Euromonitor. “In termini di volume, se si guarda ai margini possibili nell'Occidente la cannabis potrebbe fornire una via d'uscita per le multinazionali”.

Lauren Sherman. I s marijuana the luxury industry’ s next big opportunity? Business of Fashion, 5 gennaio 2017

Il Semaforo di Alfabeta2 è a cura di Maria Teresa Carbone