LIVE WORKS: Performance art o performing arts?

Intervista di Elvira Vannini

La costruzione delle soggettività come atto performativo ci ricorda quanto il significato politico della performance risieda anche nella possibilità di sovvertire corpi, ruoli e saperi imposti dal sistema sociale, seppur nello spazio della rappresentazione.

Lo scorso luglio si è svolto a Dro il festival LIVE WORKS performance art award, in collaborazione con Viafarini DOCVA, a cura di Denis Isaia e Simone Frangi, con l’esigenza di riconfigurare nuove categorie interpretative capaci di comprendere quello sconfinamento che il teatro aveva già radicalmente praticato, al centro del controverso regime di visibilità con cui si mostrano le pratiche performative attuali, tra ricerca e spettacolo.

Elvira Vannini: Live Works ha individuato un campo d’enunciazione che riflette l’affrancamento disciplinare dai linguaggi, tra arti visive, teatro e danza. A partire dai suoi elementi fondanti - spazio scenico/temporalità/performer/pubblico - che cos’è oggi la performance e quale scenario di produzione è emerso dal premio?

LIVE WORKS performance art award, Tourion - Moynot
foto: Alessandro Sala - Cesuralab per Centrale Fies

Simone Frangi, Denis Isaia: L’unicità della prima edizione di Live Works consisteva nell’attenzione a ricerche artistiche “dal vivo” afferenti alle arti visive, alle quali è stato proposto di concretizzarsi in un territorio che ha incrociato il desiderio dei linguaggi contemporanei di muoversi verso le pratiche live e le strategie della produzione teatrale di ricerca. L’intento era quello di agire dal basso, confrontando prassi produttive considerate tradizionalmente agli antipodi, ovvero quelle proprie alla performance art e quelle della performing arts. Abbiamo concepito subito il premio come lo squadernamento di un campo d’indagine che potesse tener conto delle problematiche storico-artistiche sulla genealogia della performance, evitando però di renderle normative.

Dalle condizioni di apertura sullo statuto del live nelle arti visive emerge un possibile sguardo inedito sul performativo contemporaneo: la nostra reale esigenza era quella di verificare una serie di categorie analitiche che non sentivamo più attuali nel misurare la performance. Come ad esempio, il solco segnato da Griselda Pollock, che incoraggiava un allontanamento dalle soglie sceniche e teatrali, ci appariva in tutta la sua totale inadeguatezza.

La sfida che anima la costruzione della seconda edizione del premio è il rifocalizzarsi su pratiche live che contribuiscono all’ampliamento della nozione di performance art. Non ci siamo confrontati con uno scenario produttivo univoco; è piuttosto emersa l’esigenza di riappropriarsi del performativo come strategia di posizionamento efficace.

LIVE WORKS performance art award, Giuria del Premio
foto: Alessandro Sala - Cesuralab per Centrale Fies

EV: Lucy Lippard ha definito la performance un medium socialmente assorbito in svariate attività politiche, come il lavoro, l’azione comunitaria e il teatro di strada, diventando una nuova forma di protesta. È ancora così o questa vitalità si è spenta ed è stata soppiantata dalla sua storia?

SF, DI: Dal punto di vista operativo, Live Works intende la performance come “spazio di lavoro” e insieme zona speculativa, dove diverse istanze entrano in una sinergia di intenti. E allo stesso tempo esprime la volontà di sottolineare la natura di indeterminatezza e fluidità del performativo, la sua implicazione sociale e la sua intelligibilità pubblica.

Rispetto a questo contesto politico, all’intrusione del progetto performativo in un sistema di forze ed equilibri, il premio ha fornito l’occasione per misurare la concretezza della performance art nel reale indagando l’idea di live nella sua duplice natura -“dal vivo” e “il vivo” - dando spazio ai momenti in cui la performance si integra alle dinamiche di vita. Non è un caso che una delle preoccupazioni principali dal punto di vista curatoriale fosse – ed è ancora - la ricezione della performance e la responsabilizzazione rispetto a un pubblico: lavorando in una zona negoziata tra le dinamiche di fronteggiamento teatrale e la retorica del contatto diretto con la vita alimentata da progetti eccessivamente open, la posta in gioco di Live Works si è tradotta in una cautela rispetto all’essere in vita e alla sua emersione.

LIVE WORKS performance art award, Curandi Katz
foto: alessandro sala - Cesuralab per Centrale Fies

EV: Il linguaggio è azione: così Paolo Virno nell’indicare il concetto di “performativismo assoluto” definisce il linguaggio “uno spazio costitutivamente pubblico e dunque politico”. Qual è il suo ruolo nelle pratiche performative oggi?

SF, DI: Già la Arendt, in Vita activa, propone in estrema sintesi che “l’azione, a differenza della fabbricazione, non è mai possibile nell’isolamento”. Una citazione che la dice lunga sulle logiche binarie della teoria contemporanea e riesce ad illuminare e al tempo stesso a sbaragliare una serie di automatismi filosofici che sorreggono anche l’interpretazione dell’arte; è sicuramente vero che il pubblico è immediatamente politico, ma perché l’azione - compresa l’intenzione linguistica e ogni altra generica utterance performativa - è costitutivamente esposizione, implica un “essere in comune” e una conseguente presa di posizione.

Il fallimento delle storicizzazioni e delle genealogie della performance ha a che fare proprio con questa complessità interpretativa: recludere il performativo a un discorso prettamente artistico, senza considerarne l’isomorfismo con il resto delle espressioni vitali significa isolarlo, sterilizzarlo e renderlo un mero “oggetto” estetico.

Nello Stato dei suicidi

Paolo B. Vernaglione

Il 9 a Macomer un falegname si toglie la vita nella sua segheria e a Siracusa un commerciante si impicca con un filo di nylon. Il 10 a Ortelli un imprenditore edile si spara un colpo di fucile. Il 15 a Santa Croce sull’Arno il titolare di un’azienda di prodotti chimici è stato trovato morto nella sua ditta. Il 17 a Torino, un muratore si è impiccato con un cavo elettrico in cantina. Il 22 a Bologna un uomo è stato trovato senza vita nella sua casa: aspettava l’ufficiale giudiziario. A Milano due amici, uno facoltoso, l’altro disoccupato, si sono uccisi con un sacchetto di plastica in testa e una bombola di gas aperta. L’elenco dei suicidi di aprile si è aperto con la morte dei coniugi di Civitanova Marche, a cui, in clima di pre-elezione del Presidente della Repubblica, i media hanno dato un certo risalto.

Puntuale, scontata e accattivante la notizia dei suicidi per debiti si accompagna all’inevitabile commento: “Non capirete mai perché è successo, così come non lo capiamo noi”. Ciò che si comprende è il dato di fatto in cui si colloca il suicidio: per debiti. Ma l’apparenza inganna e l’atto estremo che la natura compie nel rivendicare sé alla vita, scarta la sociologia industriale e la psicologia individuale. Gli è che l’inspiegabile, in questo torno di tempo si è fatto evidente, al punto da torcersi nella molteplicità di ragioni che lo dettano: l’insolvenza, lo Stato debitore, la precarietà, l’ingiustizia sociale a livelli di guardia, il putrescente profilo della politica… lo dettano ma appunto, non spiegano alcunché dello Stato dei suicidi che ha sostituito i “suicidi” di Stato che avevano punteggiato la Prima Repubblica, da Pinelli a Tangentopoli.

Perché il grumo di possibili cause del togliersi la vita, la cui ragione rimane comunque incausata è probabile che non risiedano nell’espressione ambientale in cui matura il proposito, più che nella devastazione esistenziale in cui versa un’interiorità rivelata.
È probabile invece che l’uscita d’emergenza dalla stretta del patto di stabilità delle vite testimoni una resistenza in cui la negazione di sé diviene un’affermazione. L’incomprensibile accade infatti nella zona di neutralizzazione in cui si costituisce la nuda vita – nella variante indicata tempo fa da Giorgio Agamben, cioè come vita non sacrificabile ma uccidibile. Infatti il suicida non è il capro espiatorio che allude ad una passività mitologica dell’essere umano, bensì il soggetto di un’estremistica attività in cui si mobilita l’intera natura umana.

Ciò dipende forse dalla stratificazione generazionale di un dispositivo di mercificazione dell’esistenza, che, dagli anni della sig.ra Tatcher, si innesta nella nuda vita, realizzando un mutamento antropologico di cui oggi apprezziamo, per effetto della crisi, la moltiplicazione. Freud aveva tematizzato l’abolizione della facoltà di linguaggio e dell’orizzonte simbolico laddove si verifica un disimpasto delle pulsioni, cioè quando la pulsione eros si allontana in maniera asintotica dalla morte quotidiana chiamata reale.

In quel punto la potenzialità dell’animale umano, che ne caratterizza il profilo specie specifico, la facoltà di linguaggio, si scioglie dalla prassi dei concreti atti di parola e diviene astratta legge di formazione, sovrumana e inaccessibile; un modello inarrivabile di “umanità”, una divinità a cui non si resiste. Effetto di ciò è la caduta di un orizzonte di relazione, un’incapacità a pronunciarsi, a raccontarsi. D’altra parte il suicidio per debiti non si aggiunge ad una clinica dell’autodistruzione (anoressia, bulimia, dipendenze, soggetti panicati), in cui un soggetto porta inscritta nel corpo la facoltà propriamente umana di linguaggio. Il suicida vive infatti per natura, cioè la sua storia, nell’assenza di autonarrazione.

Ciò paradossalmente carica il suicidio di una rivendicazione radicale di esistenza, da rovesciare, quale ultima chance di contrasto, sul dispositivo di mutazione della vita costituito dal debito. Nell’indifferenza di esteriorità e interiorità, in cui non è più questione di consapevolezza, riflessione, cooperazione, che divengono ingiunzioni da tutori dell’ordine morale e del “rispetto delle regole”, il suicida scopre il vero senso della vita, che gli si para davanti senza veli – come autoproduzione di mercificazione, come apparato della “cura di sé”, come prassi di soggettivazione. Non si tratta allora di un istante irrazionale in cui si distrugge una intera vita, bensì dell’evento più razionale possibile, che accade però nel buco nero di un’individualità intemporale e senza luogo.

In quello spazio senza dimensioni, divenuto quotidiano, si dispone un ferreo rigore esistenziale da cui non c’è scampo. Se il reale è il luogo in cui si torna, qui esso è il buco nero in cui non è questione di articolare parola, dislocare un immaginario; bensì di vivere in un vortice in cui si riconosce un destino, in cui come scrisse Walter Benjamin, il tuo carattere è compreso. Non puoi che farla finita. Nello Stato presidenziale dei suicidi.