Ho perso le parole, ma restano le emoji

emoji_sentenceAlessandra Corbetta

Dalla comparsa della faccina che ride del 1963, alle icone create nel 1990 dal giapponese Shigetaka Kurita per portare chiarezza emozionale ai messaggi di testo; così potrebbe essere sintetizzata la storia delle Emoji, zattere di salvataggio di molte conversazioni online, colorato ornamento e ridondante specifica delle stesse. Le Emoji sono definibili, infatti, come immagini semplici e sgargianti, rappresentanti stati d’animo, persone, animali o cose, che coadiuvano i soggetti nella realizzazione di messaggi di testo (che di testo, in realtà, deficiono sempre più) nelle moderne applicazioni comunicative aventi una componente messaggistica (sono quindi ovunque).

Facebook, per esempio, nella primavera del 2013, ha introdotto la possibilità di aggiungere Emoji-post agli stati espressi in forma testuale e Zuckerberg sta ora testando in Spagna e Irlanda sei nuove Reactions da aggiungersi all’ormai celeberrimo pollice alzato: oltre al mi piace, saranno presenti l’amore, le risate, la felicità, lo stupore, la tristezza e la rabbia. Whatsapp, nella sua versione beta 2.12.161, ha introdotto addirittura la possibilità di colorare, con sei diverse sfumature, la carnagione di individui e di parti del loro corpo, in un’ottica di formale lungimiranza multietnica (con plauso del pubblico, che ha però riservato la sua standing ovation all’inserimento del dito medio alzato).

Due annotazioni di superficie prima di procedere a una valutazione critica del fenomeno in oggetto. Innanzitutto le Emoji si conformano perfettamente a quel processo di visualizzazione in cui la società odierna tende a incanalare ogni lembo della sua struttura culturale, sociale e umana insieme: le rappresentazioni visive a cui le Emoji danno vita combaciano, meglio delle bocche dei due innamorati di Hayez, con le aspettative e le richieste dei suoi utilizzatori. In seconda battuta, la semplificazione insita palesemente in queste icone del riduttivismo moderno rimanda a quella forma di pensiero e di modalità comunicativa promossa dagli strumenti tecnologici in cui le Emoji dimorano; trovare, magari su Instagram, un disegnino con gli Archeologi di De Chirico, per indicare il viaggio verso la sfera metafisica dell’uomo, farebbe quasi sorridere (quantomeno per l’effetto straniante che produrrebbero di fianco ad hashtag come #soleneabbiamo?).

Al di là di casi isolati di sperimentazione culturale tramite Emoji, come la riscrittura mediante le faccine del capolavoro di Melville re-intitolato Emoji Dick, le icone di cui sovrabbondano le nostre conversazioni scritte quotidiane parlano molto del sostrato intellettivo e umano della nostra società. Traspare, infatti, in maniera cristallina l’attitudine a propendere/far propendere verso la bella vita, ricca di cocktails, smalto per unghie e costumi da bagno e la volontà di conversare/far conversare relativamente ad argomenti neutri come le condizioni metereologiche, le festività designate dal calendario o, tema dei temi, il cibo (il causativo a indicare l’esistenza di un pilota esterno che detta, bisbigliando, il contenuto dei messaggi).

Le emozioni esprimibili sono codificate e stigmatizzate e, per di più, le icone che le rappresentano vengono utilizzate in maniera spropositata: accompagnano frasi in cui il solo testo basterebbe a filtrare il senso del messaggio oppure sostituiscono il messaggio stesso, con brachilogica frettolosità. Addirittura vengono usate come risposta ipersintetica a messaggi testuali più complessi, per aggirare il dovere di “dire qualcosa” di profondo o articolato e l’offesa di molti è grande quando non trovano un’Emoji al termine o all’interno di vocali e consonanti.

Le Emoji sono accattivanti nella loro semplicità, il loro text-appeal è innegabile, come anche la capacità di umanizzare gli scambi comunicativi: prendersela troppo con loro sarebbe fuori luogo; se non altro perché le icone in questione sono uno spaccato edotto di quella anatomo-politica tanto cara a Foucault, ovvero di quel processo in cui la socialità collettiva è costruita attraverso le pratiche e le abitudini individuali che vengono così prima costruite e poi perpetrate, per il mantenimento dello status quo voluto dal capitalismo trasparente (il pilota di cui sopra) che, alternando uno smile (finto) a un bacio (di Giuda), continua a dirigere le nostre esistenze, al fine di mantenerci in quello stato di quiescenza tanto dannoso per noi, quanto produttivo per lui.

Ma, appunto, l’Emoji con il dito medio alzato è stata introdotta. E rappresenta proprio quel dito medio che, senza bisogno di digitare nulla, potremmo alzare, dobbiamo alzare, contro chi ci vuole ridurre a una faccina che piange o che ride.

 

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Giovedi 5 novembre, alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston.

Facebook? Non mi piace!

Luca Sforza

È una promessa, non è ancora una certezza. Mark Zuckerberg aggiungerà a Facebook, il social network di cui è padrone (e questo dovrebbe bastarci per smetterla di definire Facebook come qualcosa di veramente social) nuovi pulsanti per esprimere non solo il classico e fortunatissimo mi piace, ma anche altre emozioni. Non dunque un dislike, Zuckerberg pare non lo ami (e un «non mi piace» cliccato sotto prodotti e inserzioni sarebbe davvero fastidioso per i profitti di Zuckerberg, che vive di pubblicità e vendita di dati e profili personali). Pulsanti per altre emozioni. Ma quali? Come umani abbiamo una infinità di emozioni, e di modi per esprimerle. Quali emozioni Zuckerberg ci permetterà di esprimere? Quelle davvero nostre, umane, diverse, molteplici, che sono diverse da quelle che ama lui, appunto il solo mi piace? Sono anni che il popolo del social glielo chiede; ora finalmente, per gentile concessione del sovrano, forse il popolo avrà una maggiore libertà di scegliere.

Libertà? Democrazia? In realtà, in rete e nei social questi sono concetti sconosciuti. Il sovrano di Facebook, come quelli dei motori di ricerca, è sovrano assoluto; al massimo, come sembra possa finalmente accadere per la pressione e le implorazioni del popolo, il sovrano Zuckerberg si mostrerà magnanimo, sensibile e accondiscendente. Mostrerà il suo volto umano ma non sarà certo un social dal volto umano; Mark sarà sempre Mark, il popolo gli darà del tu e crederà così di essere alla pari col sovrano, di condividere con lui; ma è un’illusione. Così come social è solo un’allusione alla società umana; in realtà social è una parola magica, come amicizia, quelle parole-chiave che si usano e abusano nel marketing e in pubblicità, e che nascondono abilmente i caratteri classici del capitalismo.

Certo, dire non mi piace è qualcosa di negativo, come dice Zuckerberg non crea empatia, ma è anche qualcosa di positivamente anticonformista. Significa andare controcorrente, uscire dall’effetto rete e dal conformismo digitale. Per questo Zuckerberg ha sempre resistito alle richieste del demos-che-non-è-demos di Facebook. Lui ama il consenso, ama le porte degli ossequi (che rivolgono a lui, ovviamente) e a cui molti devono bussare; non ama che qualcuno bussi alle porte delle richieste. E infatti, nei giorni scorsi e con abile retorica ha detto: «sono anni che le persone ci chiedono del pulsante dislike e oggi è un giorno speciale perché possiamo finalmente dire che ci stiamo lavorando e siamo vicinissimi a realizzare un concetto alternativo al like. Ma ci è voluto molto tempo per arrivare fin qui, non volevamo costruire semplicemente un tasto “non mi piace”: non vogliamo trasformare Facebook in un forum dove ci si scatena a criticare e “degradare” il post di un altro, dove i post vengono votati in una sorta di up e down. Non è il tipo di community che abbiamo in mente». Il suo sembra davvero un bellissimo discorso pedagogico in nome della democrazia, della discussione pacata e razionale, della convivenza nella community. Ma per mettere il pulsante mi piace c’è voluto poco tempo, molto poco, quasi zero; invece inserire altri pulsanti è complicato e richiede tanto tempo, molto tempo. Troppo, in verità.

Non è questa la community che abbiamo in mente , ha detto Zuckerberg. Facendo credere che abbia in mente una comunità virtuosa, di amici educati, ai quali servono certi pulsanti (che decide lui) e non altri (che decide sempre lui). Un social molto pedagogico, quindi; educativo, totalizzante e religioso, con una propria etica e una propria morale (che decide sempre Zuckerberg). Un tempo esistevano gli stati etici, oggi esistono i social etici, ma quegli stati erano totalitari e anche Facebook lo è. Dunque: ecco l’ulteriore dimostrazione che la community-Facebook non è qualcosa che nasce dal basso (uomini che insieme decidono di condividere e di collaborare tra loro), non è veramente democratica (per cui il demos del social è davvero sovrano e decide democraticamente quali emozioni esprimere e come), ma è una community eteroprodotta ed eteronormata a scopi di profitto, consenso e produzione di conformismo digitale. Dove il demos appunto non decide, al più richiede. Aspettando la parola, il gesto del sovrano.

Da un sistema siffatto – totalitario, antidemocratico, antisociale – bisognerebbe fuggire dopo avere gridato: Facebook non mi piace! Un po’ come il bambino della favola che grida che il re è nudo! Da un sistema siffatto bisognerebbe fuggire, oppure contestarlo, democratizzarlo davvero e così come un tempo si voleva portare la democrazia in fabbrica, oltre i cancelli, così bisognerebbe fare per la rete e per i social network: portare la democrazia dentro Facebook (e non solo), ridare la sovranità al popolo/demos, perché Facebook – più che una community – sia una vera società: aperta, con dentro dialogo e conflitto di idee, differenze e diversità, mi piace ma anche non mi piace (perché pure quando votiamo, in un sistema democratico, col nostro voto esprimiamo un mi piace ma anche un non mi piace).

Certo, ogni democrazia è tale se ha delle regole, ma queste regole (una Costituzione, una giustizia, un parlamento, delle leggi) sono decise democraticamente, salgono dal basso, non discendono dall’alto. Zuckerberg, sovrano assoluto e pedagogico, le fa discendere da sé-sovrano. Se Facebook non è democratico, e non è neppure una società, ma purtroppo sta diventando un modello. Che troppi stanno cercando di imitare nella realtà.

Su Umberto Eco e gli imbecilli

Alberto Abruzzese

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico.

Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell'indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all'esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse.

I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell'appello contro la "barbarie che monta", buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all'autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del "frammento" di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).

Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.

In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l'esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall'esterno all’interno della propria identità.

Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso del 2 luglio, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via queste ultime considerazioni per avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terzietà che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace).

E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’“inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

Che cos’è l’Eco di Facebook?

Franco Berardi Bifo

Cosa abbia detto Umberto Eco non lo so. Un po’ perché ha detto cose diverse, come capita a tutti legittimamente. Un po’ perché qualche giornalista gli ha attribuito frasi che non avrebbe detto, un po’ perché forse ha detto qualcosa così tanto per dire, mentre usciva dall’aula e qualcuno lo inseguiva col taccuino in mano. Un po’ perché poi ha scritto una bustina di minerva in cui smentiva di aver detto quel che forse aveva detto e forse no.

Insomma non lo so, ma posso immaginarlo, perché ricordo un articolo che forse è stato ripubblicato in Sette anni di desiderio, ma non lo ricordo con esattezza, e non lo trovo in Internet, e il libro adesso non ce l’ho mica qui con me. Però ricordo un articolo che si chiamava Il terzo occhio uscito pressappoco nel 1976 o forse 1977, in cui diceva le cose più intelligenti che si potessero leggere all’epoca a proposito del fenomeno delle radio libere.

Naturalmente io dissentivo da lui perché non avrei potuto fare altrimenti. Lui era il professore per eccellenza, diciamo pure l’arci-professore e io ero l’arci-studente, anche se non studiavo più. Mi ero già laureato ma gli studenti mi stavano ad ascoltare proprio perché me la prendevo con il professore. Altrimenti che ci stavo a fare.

Veniamo al terzo occhio. Eco diceva più o meno che le radio libere andavano considerate come un’estensione del sensorio umano, mica per quello che le radio dicono. Le radio permettono di estendere la comunicazione fra individui più o meno liberi e dotati di pochissimo potere, perfino di quelli che non hanno alcun potere.

Aveva letto McLuhan e siccome lo avevo letto anch’io, su questo punto ci capivamo, anche se dissentivo programmaticamente. McLuhan ci aveva insegnato che i media non sono il libro della verità, ma sono modificatori dell’ambiente perché trasformano prima di tutto la nostra capacità di elaborazione e le modalità della comunicazione.

Ecco allora che quando ho letto da qualche parte (su Facebook? su La Repubblica? e chi se ne ricorda?) che Eco aveva detto che Facebook fa male alla salute perché permette a legioni di imbecilli di predicare al mondo, ho pensato: non può aver detto questo. Oppure magari l’ha detto ma gli è scappato, o l’ha detto forse per scherzo.

Intendiamoci, non sto insinuando che l’argomento sia irrilevante, è rilevante eccome. Ma occorre un po’ di flessibilità quando ci si occupa di queste cose. La memoria vacilla, talvolta faccio confusione, e anche Eco probabilmente talvolta si contraddice, talvolta ci ripensa.

Facebook permette a legioni di imbecilli di prendere la parola? E allora? Non la prendevano anche prima? Sul pianerottolo di casa, al bar, sulla piazza del paese. Che ci piaccia o no Facebook è un salto evolutivo nella storia della comunicazione umana, perché estende all’intero pianeta le dimensioni del bar di quartiere. Ma non dovremmo esagerare l’importanza di quello che si scrive in Facebook. Talvolta una voce che circola in Facebook può scatenare un pogrom, o una rivoluzione? Sì, ma anche nella piazza del villaggio poteva capitare di riferire voci giunte chissà da dove e chissà come, e quelle voci potevano scatenare un pogrom o una rivoluzione.

Per farla breve: non è la verità il criterio con cui giudicare i media. I media non si giudicano punto e basta, ma ciò che essi fanno non è dire la verità o la menzogna. Essi creano il mondo come proiezione del nostro intenderci. Essi spostano i corpi, mettono in contatto soggetti che prima non si conoscevano, perché permettono di vedere e di sentire quel che l’occhio e l’orecchio non potevano vedere né sentire.

Internet rese possibile la comunicazione senza prossimità e senza corpo. Poi venne Facebook, e per molti ragazzi dell’ultima generazione di internauti Facebook è Internet. Spesso neppure sanno che fuori da quella cornice blu e oltre quella “effe” c’è una rete infinita. Facebook ha fissato le modalità di navigazione che in Internet avevano carattere libero ed aleatorio. Per questo Facebook mi fa rabbia, perché ha ossificato le potenzialità della rete, e formalizzato l’amicizia e la condivisione in procedure tecniche uniformate.

Mi fa rabbia perché sono vecchio e obsoleto (quasi quanto il professor Eco, ohibò). Ma chi se ne frega della mia rabbia? Facebook ha creato condizioni di comunicazione e di socialità incorporea che non esistevano e non scompariranno. Perciò è inutile che io gli tenga il broncio. È meglio che io capisca quali abissi di immiserimento psichico Facebook ha spalancato, come un tempo Jerry Mander e Derrick de Kerckhove ci permisero di comprendere quali abissi di immiserimento cognitivo spalancava la televisione. Ma dovremmo avere imparato che ogni media-mutazione dell’ambiente spalanca abissi. La politica, la psicoanalisi, la letteratura sono esercizi per abitare gli abissi, e magari anche per uscirne fuori, a rivedere talvolta la luce del sole.

La nuova cultura della tribù

Furio Colombo

Un giorno dovremo riconoscere ai " forconi " un tratto antropologico rimasto del tutto minoritario: scendono in strada. Tutti gli altri sono impegnati con l'iPad o il computer. Guardano lo strumento elettronico. Che non è "guardarsi l'ombelico" come si diceva anni fa con disprezzo di chi potrebbe agire e non agisce, potrebbe intervenire e non lo fa.

Un cartoon americano (International New York Times, 10 novembre 2013) ha rappresentato bene la nuova Atene: il disegno mostra la cabina di un aereo dove tutte le figure umane che si vedono sono alle prese con computer, iPad o smartphone. La didascalia è quella del comandante che dice: "L'aereo è fermo e resterà fermo alcune ore per un guasto tecnico. Siamo spiacenti di non poter servire cibi e bevande e di non poter attivare l'aria condizionata. Ma siete liberi di usare i vostri apparecchi elettronici." L'immagine mostra la felicità assorta e diffusa di chi non vuole sapere altro.

È questa, e non la rivolta, lo stato animo di un mondo a cui è stato sottratto il lavoro, il risparmio, la sicurezza, il futuro, ma non il computer. Oltre alla personale constatazione quotidiana, abbiamo certe notizie dalla cronaca, certi documenti letterari, alcune certificazioni sociologiche, e vale la pena di prestare attenzione. Perché se questa è la fine del mondo (o almeno di un mondo) è bene sapere che questa fine avviene con modalità del tutto nuove e, probabilmente, meno sanguinose.

Cronaca. Ci avverte La Repubblica (13 dicembre) che, a partire da Bologna, i contatti virtuali stanno diventando la nervatura umana, fisica, nervosa, affettiva, di un intero quartiere (e, attenzione, ho detto quartiere, non universo, come la rete aveva promesso, ma su questo ritorneremo ). Ci raccontano di una mitica via Fondazza (zona Prodi) in cui, dal settembre scorso, è nata la Social Street. Funziona così: un padre cerca su Facebook bambini, vicini di casa (possibilmente stessa strada) che possano giocare col figlio. Casalinghe cercano su Facebook casalinghe per unire le forze tra scuola, piscina, danza e palestra, nonni cercano cinema che siano aperti presto nel pomeriggio per portare con il passeggino i più piccoli.

"Tutto nasce dal concetto di conoscere chi ti sta attorno" dice l'inventore della Social Street, Federico Bastiani. Ricordiamo la stessa frase pronunciata in un animatissimo dibattito sulla nuova comunicazione, dall'indiscusso guru del mondo virtuale prossimo venturo, il prof. Negroponte dello MIT e della rivista Wired (allora estrema avanguardia). Ma a quel tempo Negroponte intendeva "sapere sempre e tutto del mondo per che ti sta attorno".

I ragazzini virtuali e poi fisici (ma solo se di quartiere) di via Lavazza ci danno le nuove dimensioni del mondo. In questo mondo vivono Gli Sdraiati, ci racconta, con la consueta bravura il giusto senso dell'umorismo e la comprensibile preoccupazione, di autore e di padre, Michele Serra. Sono ragazzi che non si muovono perché non si devono muovere, in quanto non vivono sul divano, come sembra, ma abitano nella tablet, nel telefonino di quinta generazione o nell' iPad, possibilmente Air.

C'è un che di magico e un che di spirituale in questo nuovo tipo di esistenza, perché i ragazzi ne escono mal volentieri e quando ne escono sono un po’ frastornati, in una sorta di intervallo o "jet lag" non ancora definito o misurato, ma che certo li rende vagamente spiacevoli e certamente disinteressati a ciò che di non virtuale sta accadendo intorno. Qui troviamo una conferma dell'universo di Via Fondazza, nel senso che il mondo anche se animato da un fitto e continuo scambio di materiali virtuali, dalla collaborazione all'invettiva, dalla presa di posizione politica (sportiva) alla dichiarazione del "mi piace" o "non mi piace", è sempre intorno e vicino, è sempre un "quartiere" non tanto più vasto da quello definito dal padre in cerca di compagni di gioco per i figli. Allo stesso modo, Gradatamente, niente coincide più con niente di ciò che sperimentiamo nell'esistenza che una volta definivamo "normale" (starei per dire: da vivi).

In questa seconda fase dell'esperimento accade che il cittadino virtuale acquisti (o conquisti) la persuasione di sapere di più di ogni cosa, di vedere lontano e di anticipare gli eventi che "la rete racconta prima". Tutto ciò svaluta in modo radicale sia i poveri genitori sia la scuola, e spiega il costante senso di noia che contraddistingue i rapporti "da sveglio", i brevi intervalli di vita fisica, con noiose persone fisiche fuori dalla rete.

Ma eccoci alla terza verifica del nuovo mondo, quella sociologica. Ci viene detto che, in Giappone, i nuovi giovani immersi nella nuova esperienza mistica vengono chiamati "erbivori" come modo di distinguerli dai normali consumatori dell'universo. Come gli erbivori che hanno rinunciato alla carne (o la rifiutano per istinto) i nuovi abitanti della rete si sottraggono alla caccia e vogliono nutrirsi solo di ciò che è compatibile con il nuovo stato di sospensione nel virtuale. Qui nasce la constatazione che cambiano i sentimenti e tutte le funzioni ed esercizi della emotività, nel senso che "consumi" emozione in rete e, del fuori rete, ti interessa ben poco, compresi amori sentimentali e amori carnali. Qui siamo a confini estremi. Come si dice per certe cure mediche discusse e contestate, ci vorranno più esperimenti da discutere e da pubblicare.

Certo, alcune evidenze si accumulano a mano a mano che scrittori giovani ti fanno leggere le prime cose. Vengono sempre da quello strano al di là che è la vita in rete. Ma c'è un legame tra tutte queste esperienze: l'al di là mentale, intellettuale e sentimentale della rete è sempre fisicamente molto vicino. Puoi rovinare con cattiveria la reputazione di una compagna un po' ardita o di un ragazzo gay su Facebook, provocando (a volte accade) una tragedia. Ma basterà cambiare scuola, e il dramma finisce. Il mondo (il mondo nuovo) è piccolo, va da via Fondazza alla scuola. E la politica, con il suo rischio di crollo del mondo, esplode non più lontano di due strade del centro. Marco Polo e Cristoforo Colombo non la finivano più di viaggiare perché erano privi di iPad, una condizione che oggi sarebbe inconcepibile.

 

L’affaire Ostuni

Appello in difesa della libertà di espressione

«Rivendico il diritto costituzionale di scrivere e pronunciare impunemente in pubblico la frase “Il silenzio dell’onda è un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes”». Questa è la frase pronunciata pubblicamente da scrittori, critici letterari, poeti e semplici cittadini che ieri mattina si sono dati appuntamento davanti al commissariato di Piazza del Collegio Romano - il commissariato di don Ciccio Ingravallo in "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda - per rivendicare il diritto alla libertà di parola e di critica e protestare contro la causa civile da 50 mila euro intentata da Gianrico Carofiglio ai danni di Vincenzo Ostuni. Quello che segue è il comunicato sottoscritto da numerosi intellettuali. Tra i primi firmatari Nanni Balestrini, Marco Belpoliti, Rossana Campo, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Valerio Magrelli, Tommaso Ottonieri, Gabriele Pedullà, Francesco Raparelli, Sara Ventroni, Paolo Virno

Nei giorni scorsi Gianrico Carofiglio ha citato in giudizio Vincenzo Ostuni, poeta ed editor della casa editrice Ponte alle Grazie, per aver affermato sulla propria pagina facebook all’indomani del Premio Strega dello scorso luglio che il suo ultimo romanzo, Il silenzio dell’onda, sarebbe «un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes».

Le storie letterarie sono piene di stroncature assai più feroci, eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole. Non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – sulla produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome.

La decisione di Carofiglio è grave perché, anche a prescindere dalle possibilità di successo della causa, la sua azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica. Per questi motivi offriamo la nostra solidarietà a Vincenzo Ostuni.

Per adesioni, informazioni e aggiornamenti: http://libertadespressione.wordpress.com/

L’utopia? Non è in rete

Lelio Demichelis

«Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca». Inizia così questo breve ma delizioso testo di José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, del 1997. Che qui rileggiamo (Saramago ci perdonerà) per confrontare l’affascinante idea di navigazione da lui narrata (meglio: il voler cercare un’isola sconosciuta) - un navigare metaforico, ma molto reale - con l’altro navigare fatto oggi in rete, virtuale ma molto falso.

Falso perché in rete l’esplorazione è illusoria, le rotte sono già tracciate dalla rete stessa, non si va alla ricerca di isole reali davvero sconosciute. Tutto ciò che oggi facciamo lo facciamo tramite la rete e la rete è (ahimè) l’unica mappa che utilizziamo e che riconosciamo come vera. Per navigare davvero dovremmo avere mappe nostre, diverse da quelle che hanno tutti. Navighiamo invece grazie ai navigatori satellitari e ai motori di ricerca (che fanno la ricerca per noi), ma con la rete abbiamo perduto la capacità e il desiderio di andarenoi alla ricerca di isole sconosciute (un’utopia; un pro-getto; noi stessi; un amore che sia un’avventura-insieme; gli altri-diversi-da-noi).

Dunque, racconta Saramago, un giorno un uomo andò a bussare alla porta di un re. «E voi, a che scopo volete una barca», «Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato», isole sconosciute non ne esistono più, «sono tutte sulle carte». Sulle carte «ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca», disse ancora il re; al che l’uomo, «Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta» – ma è comunque «impossibile che non esista un’isola sconosciuta».

Alla fine il re concede la barca, «ma l’equipaggio dovete trovarlo voi». D’accordo, dice l’uomo avviandosi al porto, ora seguito dalla donna delle pulizie del palazzo del re che si era messa a seguirlo «uscendo per la porta delle decisioni» convinta «che non ne poteva più di quella vita» a palazzo. Avuta la barca dal capitano del porto («una ancora del tempo in cui tutti andavano alla ricerca di isole sconosciute»; con l’ulteriore domanda: «Sapete navigare, avete la patente nautica», e la risposta: «Imparerò in mare»), l’uomo va dunque in cerca dell’equipaggio, ma torna a mani vuote e alla donna confessa: «non è venuto nessuno. Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più e che, anche se ci fossero, non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case e la bella vita delle navi da crociera per imbarcarsi in avventure oceaniche, alla ricerca dell’impossibile». E tuttavia, pur deluso da tanto conformismo e dubbioso sul da farsi – ma subito sostenuto dalla donna - l’uomo non rinuncia a cercare la sua isola sconosciuta perché «voglio sapere chi sono quando ci sarò»; perché «se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei».

Ma se questo è il vero navigare, allora navigare in rete ne è l’esatto contrario:la rete ci offre l’illusione di molte rotte ma ci chiude in un autismo tecnologico e ci offre un chi siamo compensativo (il nostro avatar, il nostro profilo), di cui ci accontentiamo ma che non ci fa smuovere dalla mappa e dai saperi della stessa rete. L’uomo che voleva una barca per cercare l’isola sconosciuta aveva ancora un pensiero pro-gettuale e lungi-mirante («queste cose non si fanno da un giorno all’altro, occorre tempo»). In rete invece abbiamo un pensiero simultaneo e istantaneo, breve e compulsivo, senza tempo e senza futuro; e tante comunità/navi da crociera, comode sì ma che ci impediscono (la rete in sé ci impedisce) di navigare alla ricerca di realtà diverse da quelle offerte dal potere (Google, Facebook, Apple) e delle sue mappe di senso, di scopo, di conformismo di rete.

Alla fine della prima notte passata a bordo, l’uomo si svegliò «abbracciato alla donna delle pulizie, mentre lei lo abbracciava, confusi i corpi, confuse le cabine. Poco dopo, al sorgere del sole, l’uomo e la donna andarono a dipingere sulla prua dell’imbarcazione, da un lato e dall’altro, a lettere bianche, il nome che ancora bisognava dare alla caravella. Verso mezzogiorno, con la marea, L’isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa».