Behemoth, ascesa (e trionfo) della grande fabbrica

Fabrizio Tonello

Tutto ciò che ci circonda viene da una fabbrica: la tazza che teniamo in mano, la caffettiera in cui abbiamo fatto il caffè, il pacchetto della nostra miscela preferita. Siamo seduti su una sedia di fabbrica, a un tavolo di fabbrica, mangiamo lo yogurt proveniente da una fabbrica di Vipiteno, con un cucchiaino prodotto in una fabbrica polacca, mentre guardiamo il nostro iPhone, ovviamente prodotto da una fabbrica della Foxconn, in Cina. È quindi lievemente paradossale il fatto che si parli di economia “digitale”, o “virtuale” o della “conoscenza” quando anche il souvenir artigianale che abbiamo comprato a Murano viene, in realtà, da una fabbrica, magari di Hong Kong.

Oggi, solo l'8% dei lavoratori americani lavora nell’industria, un terzo rispetto al 24% nel 1960, ma a livello mondiale siamo nel momento di massima espansione della produzione industriale, come ci ricorda Joshua Freeman nel suo massiccio Behemoth: A History of the Factory and the Making of the Modern World. Secondo i dati compilati dalla International Labor Organization, nel mondo quasi un terzo della forza lavoro globale lavora nell’industria, in Cina il 43%. I lavoratori americani hanno visto scomparire i loro posti di lavoro in Ohio, Pennsylvania e Michigan ma in compenso possono andare da Wal-Mart a comprare sedie da giardino per 1 dollaro, prodotte in Cina o Vietnam.

Naturalmente, né gli americani quando vanno da Wal-Mart né noi quando andiamo all’Ikea abbiamo una percezione, sia pure vaga di come funzionino le fabbriche, di cosa significhi lavorarci: anzi dove sono le fabbriche? Chi le ha mai viste, al di fuori degli operai e dei tecnici che ci lavorano? C’è un’ottima ragione a questa domanda: sono state spostate, via via sempre più lontano.

Un tempo la FIAT stava alle porte di Torino: chiunque prendesse un tram negli orari di cambio turno incontrava gli operai che ci stavano andando con la loro gamella per il pasto. Adesso la FIAT non esiste più: si chiama FCA, ha sede in parte in Olanda, in parte a Detroit, e lo stabilimento principale in Italia si trova a Melfi, a 532 metri d’altezza nelle montagne della Basilicata, 941 chilometri da Torino.

Pare difficile da credere, ma Venezia era un tempo una città di fabbriche: l’arsenale era la più grande struttura protoindustriale d’Europa già ai tempi di Dante; nella prima metà del Novecento l’isola della Giudecca, ai margini del centro storico, era costellata di fabbriche: il grande mulino Stucky, la Junghans (munizioni), la Dreher (birra) e altre. Poco a poco vennero sostituite da appartamenti o alberghi, mentre cresceva Marghera, con i suoi giganti della chimica e dell’alluminio. Adesso, Marghera è una specie di città-giardino e l’ALCOA (alluminio) è prima transitata dalla Sardegna, poi ha chiuso definitivamente (pochi mesi fa l’ha recuperata un gruppo svizzero, per la sola sede di Portovesme).

Ma di queste delocalizzazioni italiane ovviamente Freeman non si occupa: il suo libro è affascinante perché ci fa vedere quanto breve ed effimero sia stato il trionfo della fabbrica-monstre, come River Rouge della Ford, con le sue centinaia di migliaia di operai alle porte di Detroit o Magnitogorsk, in Unione Sovietica. La grande fabbrica, spiega l’autore, nasce già nella sua forma definitiva, “come Minerva dalla testa di Giove”: edifici di quattro o cinque piani, lunghi e stretti, con molte finestre e un migliaio di operai. Così era il primo stabilimento tessile inglese, a Derby, nel 1721, molto prima che la macchina a vapore e poi l’elettricità arrivassero ad aprire l’epoca eroica della manifattura.

Freeman mette a fuoco alcune questioni interessanti nella storia dell’industrializzazione: in primo luogo, sia nei paesi capitalisti che in quelli del socialismo reale, la gigantesca fabbrica è stata a suo tempo vista come strumento per ottenere un nuovo e migliore livello di vita per tutta la società, raggiungendo una maggiore efficienza grazie a tecnologie avanzate ed economie di scala. I grandi stabilimenti attirarono l’ammirazione di politici, artisti e scrittori: la fotografa Margaret Bourke-White disse: “Adoro le fabbriche”.

Nello stesso tempo, il gigantismo ha sempre avuto ragioni più disciplinari che tecniche: la concentrazione della produzione in grandi siti permetteva di controllare meglio la qualità del prodotto, di evitare furti, di garantire la continuità del processo produttivo ma, soprattutto, di assicurare la disciplina di fabbrica grazie a una gerarchia autoritaria e spietata. Gli operai inglesi avevano l’abitudine di festeggiare “Saint Monday” dopo le bevute del fine settimana e l’organizzazione “razionale” del lavoro serviva prima di tutto a costringerli a presentarsi in fabbrica, più o meno sobri.

Gli stabilimenti di migliaia, o decine di migliaia, di operai erano certo produttivi, capaci di sfornare milioni di auto, di trattori e di carri armati o di aerei durante le guerre, ma i problemi che creavano divennero evidenti abbastanza presto. Uno era l’inquinamento provocato da quelli che il poeta inglese William Blake definì dark Satanic Mills ma l’altro, e più importante, scrive Freeman, fu la scoperta che “grandi gruppi di operai che lavorano insieme, vivono insieme, pregano insieme, bevono insieme e muoiono insieme possono trasformare le più grandi e importanti fabbriche da modelli di efficienza in strumenti di potere dei lavoratori”.

Le grandi fabbriche furono le levatrici della sindacalizzazione e, con la sindacalizzazione, nel secondo dopoguerra arrivarono “mobilità ascendente, sicurezza e benessere della classe operaia”. In questo Freeman è piuttosto sbrigativo: per settori consistenti della classe operaia americana, in particolare le minoranze etniche, “sicurezza e benessere” rimasero sempre dei miraggi, basta rileggere l’opuscolo The American Worker scritto dall’operaio di una fabbrica automobilistica Phil Singer con lo pseudonimo Paul Romano e pubblicato nel 1947 dalla piccola organizzazione marxista americana nota come "Johnson-Forest Tendency". Johnson e Forest erano gli pseudonimi dello studioso di Trinidad C.L.R. James e della filosofa di origine russa Raya Dunayevskaya.

Tuttavia, è innegabile che la gigantesca fabbrica sindacalizzata abbia contribuito a creare “ciò a cui molti americani guardano come un'epoca d'oro di prosperità condivisa, quando i figli salivano più in alto dei loro genitori nella scala sociale e si aspettavano che i figli a loro volta facessero ancora meglio”. È stato questo il miracolo 1945-75, o piuttosto il compromesso storico durato una trentina d’anni, a cui è seguita la brutale reazione delle oligarchie inglesi e americane di cui abbiamo conosciuto le conseguenze negli ultimi 40 anni.

La controrivoluzione neoliberista ha origini lontane nel tempo: Behemoth illustra benissimo il fatto che l’arma principale degli imprenditori per smantellare le roccaforti della classe operaia, la delocalizzazione, iniziò a essere usata già durante la seconda guerra mondiale: le fabbriche del Michigan vennero riconvertite alla produzione bellica, mentre nuove fabbriche pagate dal governo federale spuntavano come funghi in località remote del Sud degli Stati Uniti: in Alabama, in Tennessee, in Arizona. Tutti posti dove il sindacato non si sapeva neppure cosa fosse e dove compiacenti politici locali facevano leggi su misura per difendere la “libertà di lavoro”.

A questa prima fase di delocalizzazione ne è seguita un’altra, verso il Messico (con le famose maquiladoras al confine) e poi un’altra ancora, verso la Cina, quando il costo dei trasporti e delle telecomunicazioni ha consentito di gestire processi produttivi molto complessi a distanza. Il boom industriale cinese non è frutto delle “politiche scorrette” di Pechino ma della possibilità di trasportare milioni di iPhone o di iPad su di un’unica nave portacontainer, da Shangai alla California.

Freeman mette giustamente in rilievo il paradosso attuale: se sono scomparse le grandi fabbriche americane, per la delocalizzazione, e quelle sovietiche, per le privatizzazioni seguite alla dissoluzione dell’URSS, sono in compenso nate fabbriche-monstre come quelle della Foxconn a Guanlan nello Shenzhen. L’azienda di Taiwan produce la quasi totalità dei gadget Apple nei suoi stabilimenti della Cina continentale mentre altre multinazionali del consumo di massa, come la Nike, hanno ugualmente trasferito in Asia la totalità della loro produzione.

Il gigantismo si è semplicemente spostato, e continua a spostarsi: quando gli operai cinesi hanno costretto i nuovi padroni ad aumentare i salari è iniziata un’altra ondata di delocalizzazioni: stavolta verso paesi asiatici meno industrializzati e combattivi, come il Vietnam, oppure verso l’Africa: l’Etiopia sembra oggi essere la destinazione preferita dei cinesi, che non solo hanno ricostruito la storica ferrovia coloniale Gibuti-Addis Abeba ma hanno anche installato la loro prima base militare all’estero proprio a Gibuti, a fianco di quelle francesi e americane.

Joshua Freeman

Behemoth: A History of the Factory and the Making of the Modern World

W.W. Norton, 2018,

$ 27,95

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it.

In montagna, 10 settembre 2025

Fabrizio Tonello

Antonella stava guardando i prati verdissimi sotto di lei, cesellati in eleganti mezzelune da invisibili giganti meccanici. Benché fosse settembre faceva molto caldo, ma ormai tutti ci erano abituati.

Zzzz.
Zzzzzzz.
ZZZZZZZ.
Sul prato cosparso di piccoli fiori blu, migliaia di farfalle celebravano il trionfo di un'estate senza fine.

ZZZZZZZZZZZZZZZ.
L'iPhone vibrava senza sosta.

ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ!!!!!!!!
“Buongiorno sindaco… Certo, capisco… No, la riunione sarà martedì … Porterò una prima ipotesi di lavoro… Mi scusi un attimo... Pronto?… Buongiorno, sono sull'altra linea, richiamo io tra qualche minuto … Mi scusi sindaco, un'altra chiamata … Sì, Valeria dovrebbe esserci … Certo facciamo come si era detto… A martedì, allora”.

ZZZZZZZ.
“No, ragioniere, adesso non posso parlare, la richiamo io”.

ZZZZZZZ.
“No, caro, la giacca a vento è nell'armadio in corridoio. Sì, qui è bel tempo. No, in frigo c'è della salsa di pomodoro, ti puoi fare una pasta. Sì, ti aspettiamo domani sera”.

ZZZZZZZ.
“Sì, mamma, torno martedì. No, qui non piove. Sì, devi prendere le gocce. No, il tuo medico è in ferie ma possiamo andare insieme dal farmacista. Scusa, mamma, ho un'altra chiamata...”
Il ronzio cessò. Antonella guardò lo schermo dell'iPhone e premette l'icona delle chiamate rapide ma non successe nulla. Eppure c'era campo. Controllò la batteria, che apparentemente era al 72%. Aprì l'icona delle impostazioni ma tutto era come al solito.
“Scusate, funzionano i vostri telefoni?”

“Non lo so, forse ho la batteria scarica”, rispose qualcuno.

Nessuno dei 15 telefoni del gruppo funzionava.

L'annunciatrice del telegiornale era un po' pallida, senza rossetto, come se nella fretta si fossero dimenticati di truccarla prima di mandarla in onda.

“Un attacco informatico di dimensioni inconsuete ha colpito ieri le centrali dei principali operatori telefonici, provocando estesi disservizi in molte zone del paese. Il sottosegretario alle Comunicazioni ha assicurato che la situazione è sotto controllo, entro 48 ore tutto dovrebbe tornare alla normalità”.

Tutti si precipitarono in camera per verificare se gli iPad funzionavano ma la rete era lentissima, le pagine ci mettevano un eternità a caricarsi, impensabile usare Skype. Dopo cena si discusse molto se partire il giorno dopo abbandonando la vacanza: sicuramente in città la situazione sarebbe stata migliore.

Una coppia frettolosa pagò il conto, riempì le valige alla rinfusa e mise la sveglia alle 6. Gli altri decisero di restare. La mattina dopo a colazione tutti scesero con i rispettivi iPhone,
controllando a ogni sorsata di caffè se la connessione era ritornata.

"Guten Morgen! Volete panini per la gita, oggi?" Nel suo grembiule ben stirato Katharina sembrava allegra come al solito, cheerful avrebbero detto gli inglesi. Nessuno aveva pensato alla gita. Tutti dovevano avvisare qualcuno di qualcosa. Finalmente, il più giovane del gruppo notò che alla reception c'era una fila di abitanti del luogo, anzi che la fila attraversava il bar, usciva sulla terrazza, arrivava fino all'angolo della strada. La proprietaria della pensione sembrava indaffaratissima ad annotare qualcosa su un registro, incassare banconote e dare qualche spicciolo di resto.

"Per favore! Bitte! Aspettare vostro turno!"

La nipote della padrona, che non poteva avere più di otto anni, sembrava divertirsi moltissimo a distribuire bigliettini a chi stava in fila. Nei loro abiti da lavoro i locali, pazienti, bevevano caffè corretto e scambiavano opinioni sul tempo, che tutti speravano rinfrescasse.

“Il telefono fisso funziona!”

Di colpo, tutti capirono che il guasto delle rete di telefonia cellulare non impediva alla vecchia e quasi dimenticata rete via cavo di funzionare. Il gruppo diede l'assalto alla reception ma la signora Greta fu irremovibile: "Prendete vostro numero e aspettare". Nel frattempo, la fila di chi voleva telefonare era arrivata fino alla chiesa.
Il turno di Antonella e degli altri arrivò alle 13,30, dopo cinque ore di attesa.
"Dieci euro, grazie. No, signora, una sola telefonata, per favore. Vede, molti, molti ancora aspettare".
Tutti avvisarono che sarebbero partiti il pomeriggio stesso. La tanto attesa vacanza settembrina era rovinata.

In città la situazione era apparentemente normale, gli uffici erano aperti, gli autobus facevano servizio. Le 48 ore passarono ma gli iPhone, i Samsung, i Nokia non funzionavano. A Bologna, il pakistano di via Centotrecento, quello che prima delle vacanze offriva soltanto verdura a € 0,99 al chilo, misteriosamente proponeva l'uso di un telefonino Motorola che funzionava, sia pure con molti fischi, singhiozzi e cadute della connessione.

Il lunedì i cellulari tornarono a funzionare, ma l’illusione fu di breve durata: 24 ore dopo la rete era di nuovo inaccessibile. “Nessuno si deve preoccupare, i nostri tecnici stanno lavorando per ripristinare il servizio entro brevissimo tempo”, dichiarò il Presidente del consiglio.

Nell’attesa, molti indaffarati professionisti furono toccati da ondate di amore filiale e iniziarono ad andare ogni giorno a pranzo dagli anziani genitori.

“No mamma, grazie, non voglio un'altra cotoletta”.

“Su, prendi un’altra fetta di torta. Ti preparo un caffè? Vuoi una merenda per le quattro?”
“Non importa, lascia stare. Il telefono è libero?”

“Aspetta un momento, c'è tuo padre che sta chiamando i suoi ex colleghi per
il torneo di briscola, domenica”.

Gli amici del gruppo si tenevano in contatto attraverso le mail, quando internet funzionava, benché la qualità delle connessioni fosse visibilmente peggiorata. I due professori universitari ancora in servizio difendevano strenuamente i loro apparecchi Telecom modello 1990 dai tentativi dei rettori di concentrare tutti i servizi di comunicazione nella sede centrale dell'ateneo. Entrambi avevano fatto cambiare le chiavi della porta dello studio.

La vita continuava.

Erano passati due mesi dalla scomparsa del servizio di telefonia mobile. Euronics, Trony e Mediaworld avevano sgombrato gli scaffali un tempo riservati ai cellulari, avevano confinato i televisori a schermo piatto in un angolo e avevano messo ben in evidenza gli ultimi ritrovati della tecnologia: dei telefoni grigi, con disco rotante, che i bambini guardavano con curiosità, e perfino degli strani modelli, a forma di scatola nera con sopra una cornetta, che il commesso spiegò essere degli eccellenti esemplari di apparecchi “da appendere al muro”.

In un apposito spazio vicino alle casse erano comparsi dei cartelli arancione fluorescente:

"SOLO PER OGGI! Telefono satellitare portoghese, garantito quattro settimane, € 9.990 + Iva".
Per qualche oscuro motivo i satellitari funzionavano, forse inserendosi abusivamente sulla rete militare della Nato, salvo il rischio di venire scoperti ed espulsi dal network dopo qualche tempo. A Lecce, un usciere del Comune sembrava aver scoperto il sistema per avere sempre un satellitare funzionante e lo affittava a € 30 euro al minuto, ma
naturalmente c'erano ben pochi numeri da chiamare perché anche la rete fissa, malgrado le rassicurazioni del governo, declinava lentamente. Antonella chiamava il numero della sua padrona di casa, che mandava la nipote della donna delle pulizie filippina ad avvisare marito e figlio adolescente delle cose più urgenti, oppure di un appuntamento telefonico per la mattina dopo, alle 8,30 precise.

Chi non si poteva permettere l'acquisto o l'affitto di un satellitare poteva solo recarsi alle Poste, prendere il numero del proprio turno e aspettare fra le quattro e le sei ore per parlare con una centralinista. Uno degli anziani del gruppo, un professore in pensione, di tanto in tanto accompagnava il nipote di otto anni a telefonare alla madre lontana, spiegandogli che occorreva chiedere alla centralinista di contattare il numero e chiedere della persona.

- Cosa sono le centraliniste, nonno?

- Sono signore importanti, molto gentili, mi raccomando sii educato.

Il professore ricordava i tempi remoti in cui non esistevano lecomunicazioni dirette fra un telefono e l'altro, misteriosamente definite “teleselezione”, ma occorreva rivolgersi a un'operatrice chesi trovava da qualche parte, forse in Sardegna, o in Abruzzo, o in provincia di Cuneo (comunque aree remote, probabilmente irraggiungibili) e dalla sua caverna, capannone o bunker antiatomico ti metteva in comunicazione con Perugia, Pesaro o Pescasseroli ovunque tu fossi. Questo miracolo della tecnologia però dipendeva in qualche modo dal loro benvolere, quindi era meglio mostrarsi timidi e
rispettosi se si volevano evitare attese bibliche o addirittura la temuta e inappellabile risposta: “L'abbonato non risponde”. Nessuna blandizia, nessuna implorazione, nessuna preghiera potevano smuovere le centraliniste, che ignoravano sprezzantemente l'ovvia richiesta:
“Signorina, la prego, tenti ancora, faccia squillare un altro po’, forse non hanno sentito”.

“Riprovi domani” era il triste verdetto, mentre gli altri aspiranti a una preziosa telefonata si avvicinavano minacciosamente alla cabina pubblica per reclamare il loro buon diritto.

Il drone di Amazon matricola AZ3484IT si avvicinava lentamente a via della Rimaggina, comune di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze. Seguiva i filari di cipressi a 75 metri d’altezza, come previsto dai regolamenti dell’aviazione civile. Era partito da Barberino del Mugello, dove anni prima c’era stato un gigantesco centro commerciale, poi acquisito da Amazon Italia e trasformato nel centro di smistamento di tutte le spedizioni per l’Italia centrale.

Le quattro eliche ronzavano, il pacchetto era saldamente inserito nelle ganasce, le coordinate del destinatario erano inserite in memoria e il sole di dicembre aveva fatto salire la temperatura a 15 gradi benché fossero soltanto le nove del mattino.

La porta dell’antica stalla ristrutturata dove doveva posarsi era già in vista quando il piccolo velivolo precipitò nel campo vicino. Una gattina grigia si avvicinò prudentemente per annusare la scatola di colore marrone che conteneva l’ultimo libro di Judith Butler poi, delusa, tornò alla casa da dove proveniva.

Per quasi trent’anni, la disponibilità di internet e dei cellulari era sembrata un dato di fatto, come il sole che sorge al mattino e tramonta la sera. Una parte della natura, come gli alberi, le rocce, i torrenti. Quel 4 dicembre, invece, internet cessò di operare, paralizzando non soltanto il drone di Amazon ma anche tutte le funzioni di informazione e commercio affidate alla Rete.

Solo i circuiti autonomi, come quello bancario o quello della polizia, apparentemente ben difesi dalle incursioni degli hacker e dai problemi dei server a suo tempo trasferiti in Azerbaigian per ragioni di economia, rimanevano in funzione, permettendo ai cittadini di usare i loro bancomat e ai poliziotti di fare il loro lavoro.

Il collasso del commercio elettronico portò con sé un crollo della fiducia nelle tecnologie in generale, ormai tutte percepite come fragili e provvisorie: con il passare delle settimane riaprirono molte piccole botteghe di quartiere, che negli anni precedenti erano state cancellate dall’avanzata dei giganti della distribuzione on line. Il 31 dicembre il presidente della Repubblica, nel suo tradizionale messaggio, dichiarò solennemente: “Questi inammissibili attacchi informatici contro l’economia e la democrazia italiana saranno affrontati con fermezza e i responsabili puniti in modo esemplare”.

Con l’anno nuovo si risvegliò lo spirito imprenditoriale: a Bologna, per esempio, nacque un servizio di messaggeria post-telefonica.

Consegna a domicilio messaggi vocali

garantita entro 24 ore fino a 100 km.

50 euro, soddisfatti o rimborsati

Ciro, il giovane napoletano fondatore dell'impresa, stazionava in piazza Minghetti fra le 7 e le 11 del mattino, raccoglieva i messaggi vocali sul suo vecchio iPhone (che non serviva più per telefonare ma aveva ancora il registratore funzionante), poi studiava rapidamente un itinerario sull'atlante Zanichelli che aveva sostituito Google Maps come indispensabile strumento di lavoro, e partiva sulla Vespa di suo cugino, la cui capacità di superare qualsiasi ingorgo del traffico era leggendaria.

Sarà forse utile ricordare che la paralisi delle comunicazioni aveva fatto esplodere il numero di veicoli sulle strade: finita l’era in cui si poteva fare la spesa, organizzare riunioni o addirittura lavorare a distanza, ormai occorreva andare di persona ovunque, anche semplicemente per portare una comunicazione importante. Entro le 19 Ciro considerava finita la sua giornata e rientrava in città con le preziosissime risposte vocali dei destinatari delle audiolettere, che un altro cugino la sera avrebbe riorganizzato di tanti piccoli file audio separati, scaricati su chiavette, per non fare confusione al momento della consegna il giorno dopo. Il customer service prima di tutto. Non erano passati sette giorni che Ciro era travolto dalle richieste, nonostante i molti imitatori, talvolta arruffoni e in buona fede, talvolta volgari imbroglioni, che si erano installati a dieci metri di distanza l’uno dall'altro lungo tutta via Farini e via Santo Stefano, fino ai viali. Di fronte all’improvviso successo, Ciro non sapeva bene come far fronte alle richieste di trasmettere messaggi oltre il raggio dei 100 km., a Parma, Milano, Trieste o addirittura Roma e Napoli. Certo, aveva dei bravi guaglioni che si sarebbero prestati ma il lavoro era delicato, la fiducia del cliente preziosa, non si poteva rischiare la reputazione della ditta alla leggera. A risolvere il problema ci pensò Johannes, che era tedesco, pensava da tedesco e aveva il senso dell'organizzazione tedesco ma era nero di pelle perché arrivato dal Benin quando aveva 18 mesi di vita. Prontamente adottato da una coppia di giovani medici di Amburgo in servizio sulla nave di Save the Children che lo aveva ripescato nei pressi di Lampedusa, aveva passato i 18 anni successivi nel freddo nord della Germania ma a 20 anni aveva deciso che preferiva l'Italia e il suo clima mediterraneo. Johannes escogitò una soluzione semplice: i Tir, preferibilmente di grandi corrieri internazionali, veloci e affidabili. Un piccolo compenso all'autista permetteva di far viaggiare una grande busta gialla imbottita con 30 o 40 minicassette audio su linee prestabilite, per esempio la Milano-Torino o la Firenze-Roma-Napoli-Palermo. All'arrivo, se il destinatario possedeva uno dei piccoli registratori d’epoca poteva ritirare la cassetta. Se non lo possedeva (la Sony stava facendo fare gli straordinari alla sua fabbrica in Zimbabwe per rimetterli sul mercato ma le cose andavano a rilento) l'agente di zona gliene affittavauno per 10 euro, per il tempo necessario ad ascoltare il messaggio e dettare una breve risposta.

Johannes aveva organizzato un'efficiente network in cui anche i clienti fuori dalle rotte principali erano serviti: gli abitanti di Lodi, Como o Varese, per esempio, potevano recarsi a Milano presso l'uomo di fiducia di Johannes, un compatriota a nome Said, e
ascoltare i messaggi in un ristorante senegalese di via Cesare da Sesto, oppure potevano aspettare che un camion da Milano facesse tappa nelle rispettive città (il martedì a Lodi, il mercoledì a Como e il giovedì a Varese).

In breve tempo, la ditta di Ciro e Johannes, la “Thurn, Taxis und Esposito”, fece fortuna: il loro servizio era prezioso, la loro clientela soddisfatta, e l'ufficio delle imposte non aveva ancora inquadrato bene il problema di come tassare la loro lucrosa start-up.

La richiesta di comunicazione era tale che i quotidiani riscoprirono la miniera d'oro dei piccoli annunci e dei messaggi personali. Chi portava il proprio testo entro le sei del pomeriggio alla redazione poteva comunicare con i colleghi di lavoro, gli amici e i parenti
lontani attraverso un'inserzione che sarebbe comparsa puntualmente la mattina dopo:
“Michele, per favore compra i croccantini per Lilly, passa a pagare la bolletta della luce e ricordati lo zucchero. Ti aspettiamo 20,30. Firmato: Luisa”.

Oppure: “Ragioniere, le mando con il pony le fatture del dentista e le altre pezze giustificative per la dichiarazione dei redditi. Firmato: Mario Rossi”.

O ancora: “Direttore, un'influenza intestinale mi terrà a casa per qualche
giorno. Mi scuso moltissimo, provvederò quanto prima a inoltrarLe il certificato medico. Firmato: Bernardi”.

La tariffa, fino a 20 parole esclusa la firma, era di appena 7 euro, quindi i giornali
si impadronirono rapidamente della fascia low cost del mercato della
comunicazione. Ciro e Johannes videro restringersi la loro clientela a nonni che volevano fare “Ciao, ciao” ai nipotini, ai fidanzati che volevano sentire la voce dell'amata, ai genitori
in pensiero per i figli lontani e agli imprenditori che non volevano mettere in piazza le trattative in corso, o i prezzi che praticavano ai clienti migliori.

Anche grazie a questi nuovi servizi i quotidiani ebbero un boom di vendite, benché la foliazione fosse molto ridotta rispetto a cinque anni prima: 12, 16, al più 24 pagine al posto delle 56 o 64 di un tempo. Molte nuove testate comparvero nelle edicole, salvo sparire piuttosto rapidamente perché si assomigliavano tutte, dipendendo per le notizie dalla sola agenzia Ansa e da avare fonti ufficiali.

I telegiornali tornarono ad essere le principali fonti di informazione, benché la crisi delle comunicazioni non figurasse mai fra i temi trattati.

Le notizie dall'estero diventarono rare, sempre accompagnate da immagini di repertorio che in breve tempo tutti impararono a riconoscere come tali. Questo rendeva dubbia anche la credibilità delle cronache di giornata, che nessuno poteva verificare di persona attraverso i siti web un tempo alla portata di tutti e ora inaccessibili.

Molto spazio veniva dedicato agli interventi di ministri e sottosegretari per inaugurare un viadotto, un premio letterario, una mostra di pittori naïf, una fiera delle mucche valtellinesi. Il concorso di Miss Italia divenne nuovamente la porta stretta da cui dovevano passare le ragazze belle, ma di famiglia modesta, per raggiungere fama e fortuna.

La vita continuava.

Alfadomenica # 2 – settembre 2017

Insieme al corposo alfadomenica di oggi, un aggiornamento dal Cantiere di Alfabeta: ai nostri soci abbiamo appena proposto un questionario per valutare il lavoro di questi mesi e attrezzarci per i prossimi. Almeno a un paio di domande, però, ci piacerebbe rispondesse (con una email all'indirizzo redazione@alfabeta2.it) anche chi non ha ancora aderito all'associazione: Quali sono gli aspetti più interessanti di Alfabeta2? e cosa invece si potrebbe migliorare?

Ed ecco cosa trovate oggi su alfadomenica:

  • Raffaele Alberto Ventura, La cultura come privilegio e come condanna: Che cosa hanno in comune i millennial precarizzati e i dottori della legge coranica nell’Egitto del quattordicesimo secolo, i personaggi di Čechov e quelli di Goldoni? Appartengono tutti a quella che definisco “classe disagiata”, facendo un calco dalla Teoria della classe agiata pubblicata da Thorstein Veblen nel 1899. La ragione di questo calco è presto detta: nell’osservare il malessere della classe a cui appartengo — sono nato nel 1983 e lavoro nell’industria culturale — ho avuto l’impressione che fosse più proficuo insistere sulle sue analogie con la borghesia, dalla quale prende molte abitudini, aspirazioni e spesso anche il patrimonio, invece che con le classi meno abbienti impegnate nei settori primario e secondario. -  Leggi:>
  • Massimo Filippi, Félix Guattari, il desiderio ai tempi del Capitale: Il 21 gennaio 1993, pochi mesi dopo la morte di Guattari e dopo aver ricevuto copia del suo inclassificabile Ritournelles, un emozionato Deleuze scrive a Jean Baptiste Thierée: «Che testo toccante, strano, in cui si mescolano infanzia, arte, pensiero. È come se Félix fosse tornato. Anzi è come se fosse sempre rimasto qui». Oggi, grazie alla ristampa per i tipi di PGreco, si prova un’emozione simile, un misto di felicità e nostalgia, alla rilettura di Rivoluzione molecolare, raccolta di testi eterogenei di Guattari – saggi, interviste, appunti, alcuni più militanti e altri più teorici – uscita da Einaudi nel 1977, cinque anni dopo la pubblicazione in Francia dell’Anti-Edipo. - Leggi:>
  • Fabrizio Tonello, In montagna, 10 settembre 2025: Antonella stava guardando i prati verdissimi sotto di lei, cesellati in eleganti mezzelune da invisibili giganti meccanici. Benché fosse settembre faceva molto caldo, ma ormai tutti ci erano abituati. Zzzz. Zzzzzzz. ZZZZZZZ. Sul prato cosparso di piccoli fiori blu, migliaia di farfalle celebravano il trionfo di un'estate senza fine. ZZZZZZZZZZZZZZZ. L'iPhone vibrava senza sosta. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / I ceci: Si ritrovano nelle cucine di molte regioni italiane, e Marco Guarnaschelli Gotti nella Grande enciclopedia illustrata della gastronomia (1990) elencava: Piemonte, Liguria, Marche, Toscana, Abruzzo, Campania, Basilicata, Sicilia e la Sardegna con la sua ennesima zuppa di ceci. Le terre ignorate avrebbero dovuto fare le loro rimostranze, e pertanto li andiamo a ricercare in Romagna, utilizzando Le cucine romagnole di Graziano Pozzetto (Lit edizioni, 2013). - Leggi:>
  • Semaforo: Algoritmi - Bianchi - Donne - Leggi:>

Per una sociologia della bufala

mussino-pinocchioFabrizio Tonello

Se si cerca in rete alla voce “Hillary Clinton arrested” compaiono 439.000 occorrenze, per la maggior parte legate a un video dell’ottobre scorso presente su YouTube nel quale una voce molto professionale scandisce quello che si presenta come un comunicato della polizia di New York che avrebbe annunciato l’imminente fermo della candidata democratica perché coinvolta in un giro di pedofilia e tratta di esseri umani. Una rete di criminali la cui esistenza sarebbe stata rivelata dalle famose email di Hillary scambiate con i suoi collaboratori usando un indirizzo privato e non quello ufficiale assegnatole dal Dipartimento di Stato.

Naturalmente questa è solo una delle mille storie fantastiche circolate nei mesi precedenti alle elezioni dell’8 novembre, tra cui la bufala che Papa Francesco aveva dato il suo sostegno a Trump (un milione di condivisioni su Facebook) o quella che Obama voleva vietare il giuramento di fedeltà alla bandiera americana (due milioni tra commenti e condivisioni). Da questo a trarre la conclusione che i russi avevano influenzato le elezioni presidenziali americane a vantaggio di Donald Trump non c’era che un passo, allegramente varcato dai grandi media americani ed europei. Scandalo e orrore, seguiti da editoriali a valanga sulla “democrazia inghiottita dalle fake news”.

Il problema di questo storytelling è che assomiglia un po’ troppo a un caso di panico morale, come definito a suo tempo dal sociologo Stanley Cohen, per essere credibile. La caratteristica delle ondate di panico morale, infatti, è un’esagerazione della gravità della questione portata all’attenzione dell’opinione pubblica, come quando nel 1964 i giornali inglesi crearono il mito dei giovani come nemico pubblico sfruttando le risse di poche decine di motociclisti annoiati e turbolenti nelle fredde stazioni balneari del sud dell’Inghilterra.

I rockers e i mods ovviamente non stavano minacciando di dare l’assalto al Parlamento di Westminster, ma Cohen comprese che l’isteria giornalistica era un fenomeno più profondo di quanto non potesse sembrare a prima vista. Il panico morale si scatena quando “una condizione, episodio, persona o gruppo di persone viene definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società; la loro natura viene presentata in modo stilizzato e stereotipato dai mass media; il pulpito morale viene affollato da direttori di giornali, vescovi, politici e altri benpensanti; esperti socialmente riconosciuti pronunciano le loro diagnosi e le loro soluzioni; si ricorre a vari modi di affrontare la situazione; la condizione poi scompare, o degenera e diviene più visibile. Talvolta l’oggetto del panico è assai nuovo mentre in altri momenti si tratta di qualcosa che esisteva da tempo, ma improvvisamente sale alla ribalta”.

In altre parole, la percezione della minaccia si trasforma nella scelta di capri espiatori che vengono resi responsabili di problemi ben più grandi di loro, com’è il caso oggi con le bufale in rete, rese responsabili della vittoria di Donald Trump. Che le fake news siano una spiegazione assai comoda lo si capisce leggendo il rapporto ufficiale delle varie agenzie di intelligence americane, dove sostanzialmente si ammette che non c’è stata alcuna interferenza materiale dei russi nelle operazioni elettorali e quindi tutto si riduce alla propaganda anti-Clinton di media e politici legati al Cremlino.

Soprattutto, ciò che il rapporto non spiega (e gli editoriali dei giornali liberal ignorano) è per quale meccanismo la confusione creata dalle menzogne in rete avrebbe danneggiato Clinton più di Trump. Certo, quest’ultimo era a sua volta un produttore instancabile di frottole cosmiche ma allora sarebbe più esatto dire che le false notizie erano propaganda dei repubblicani (spesso ripresa da media “seri” come Fox News e Wall Street Journal) e non complotti di Putin. Com’è ovvio, tutte le presunte notizie legate alle email di Clinton, ai suoi scandali, crimini e misfatti, venivano da siti o individui legati all’area dei suprematisti bianchi, in particolare a quello Steve Bannon che Trump si è affrettato ad assumere prima come direttore della campagna elettorale e ora come consigliere speciale della presidenza.

I difensori più sofisticati della teoria che le fake news sono una minaccia per la democrazia puntano il dito sulla confusione e sull’impossibilità, per il cittadino, di formarsi un’opinione corretta dei candidati e delle politiche se tutto viene ridotto al livello di pettegolezzi scandalistici. In questa forma la tesi ha una sua plausibilità ma si dimentica che il problema è tutt’altro che nuovo: come scriveva 50 anni fa Hannah Arendt, “nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”. E la Arendt continuava speigando che, per sua natura, la facoltà umana del linguaggio consente di comunicare infiniti “stati del mondo” che possono essere o no corrispondere alla realtà (non entriamo qui nell’antico dibattito filosofico su cosa sia la “verità”, discussione che – da Platone a Gianni Vattimo e Richard Rorty – ci porterebbe lontano).

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, le false notizie sui politici e le celebrità difficilmente possono essere considerate un fenomeno del 2016 visto che, per fare un solo esempio, da decenni esistono, e fanno lauti profitti, i cosiddetti supermarket tabloids, che si chiamano così appunto perché vengono venduti alle casse dei supermercati e non nelle edicole. Esiste addirittura un vecchio, esilarante, romanzo di Donald Westlake intitolato Fidati di me (nell’originale Trust me on this) ambientato nella redazione di uno di questi settimanali.

I “giornali seri” hanno sempre fatto finta di ignorarli ma della loro influenza si parla almeno da vent’anni: il famoso caso Lewinsky, che condusse al procedimento di impeachment in cui alla fine Bill Clinton fu assolto nacque da un sito di gossip, il Matt Drudge Report, e poi invase l’intero sistema dei media. Già allora gli stessi grandi giornali avevano scelto di competere sul mercato dei pettegolezzi e la velocità con cui comparivano le notizie on line aveva rimodellato l’ecosistema, unificando di colpo il mercato dell’informazione/intrattenimento e precipitando siti web, quotidiani nazionali, quotidiani locali, settimanali, radio e televisione in un unico calderone informativo. Tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri per rivelare di che colore era il vestito indossato dalla stagista nell’ufficio ovale e se davvero conservava una macchia con materiale biologico dell’imprudente Bill.

Se internet ha cambiato le regole del gioco, questo non è certo avvenuto di colpo: la comunicazione diretta sotto forma di blog e siti improvvisati era in grado di saltare la mediazione dei giornalisti già vent’anni fa. La novità del 2016 è ovviamente il fatto che con Facebook e Twitter tutto è più facile e più rapido. Ma perché le notizie diventano “virali”? Forse converrebbe chiedersi perché molti credano a una notizia come quella dell’imminente arresto di Hillary, invece di precipitarsi a cercare lo zampino di Putin, o degli hacker rumeni.

Un vecchio signore tedesco con la barba che scriveva cose noiosissime nell’Ottocento affermò tra l’altro che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Si potrebbe obiettare che le conclusioni a cui portava questa impostazione non sempre si sono rivelate corrette, ma limitiamoci al caso americano: i maschi bianchi senza educazione universitaria che vivono nelle zone rurali che hanno votato per Trump sono quelli lasciati indietro dalla ripresa economica negli anni di Obama. Sopravvivono di lavoro precario, o dei magri sussidi della Social Security.

Secondo un recente studio dell’economista Alan Krueger sono oltre 7 milioni gli americani maschi tra i 25 e i 54 anni che non hanno lavoro e non lo cercano perché scoraggiati, quindi non sono contati fra i disoccupati. Il tasso ufficiale di disoccupazione, attorno al 5%, maschera un forte calo del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che nel 2007 era il 66,4% e adesso è il 62,9%, tre punti e mezzo in meno, dieci milioni di persone. C’è da stupirsi che il loro risentimento verso Washington e verso la coppia Clinton che aprì le porte alla globalizzazione sia legato all’insicurezza economica? È il risentimento che apre la porta alle fake news, non le cospirazioni di Putin.

L’antropologa Katharine Cramer, autrice di un lungo lavoro sul campo con la working class del Wisconsin, aveva registrato un forte grado di ostilità verso Hillary Clinton molto prima della campagna elettorale del 2016. Le notizie sui suoi discorsi superpagati a Wall Street, o sulle attività all’estero della fondazione Clinton non hanno fatto che rafforzare l’impressione di una “crooked Hillary”, qualcuno che aveva mille cose da nascondere.

Le conseguenze politiche del risentimento verso le élites sono state amplificate dalle debolezze strutturali del giornalismo americano. La prima è la sua ossessione per le dichiarazioni dei politici, tanto più pubblicizzate, analizzate, commentate, quanto più sono clamorose. “Trump è dannatamente buono per gli indici di ascolto” diceva nel febbraio scorso Leslie Moonves, il presidente della rete televisiva CBS. Da uomo di spettacolo, Trump aveva capito perfettamente che ogni giorno occorreva dare alle televisioni ciò che chiedevano, e rincarava la dose. Quelle che ai giornalisti apparivano proposte insensate (far pagare al Messico il muro da costruire sul confine) erano in realtà abili provocazioni per mantenere alta l’attenzione e catturare anche lo spettatore distratto o marginale.

Internet, da almeno due decenni, ha unificato il mercato giornalistico precipitando prestigiosi quotidiani nazionali e modesti quotidiani locali, storici settimanali e oscuri blog, insieme a radio, televisioni e quant’altro in un unico calderone informativo; tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri, a caccia di clic. Il cosiddetto giornalismo di qualità ha modificato i suoi parametri di riferimento e i suoi criteri di scelta delle notizie cercando di mantenersi a galla e di sopravvivere al calo delle vendite o degli indici di ascolto.

Secondo uno specialista di monitoraggio dei programmi televisivi, Andrew Tyndall, citato da Nicholas Kristof sul New York Times del primo gennaio, nei telegiornali della sera del 2016 il tempo dedicato alla povertà, al cambiamento climatico o alla dipendenza da stupefacenti è stato esattamente di zero minuti. I grandi media sono stati letteralmente ipnotizzati da Trump, dalle sue accuse, dalle sue buffonate, dalle sue minacce; mentre l’approfondimento, o anche il solo discutere di issues, le questioni di fondo, veniva dimenticato.

Il secondo problema è che il modello economico dell’industria editoriale da tempo è in crisi. I media sono imprese private che, in una società capitalistica, esistono in quanto fanno profitti e i giornalisti, prima di essere paladini dell’informazione, sono umili salariati che si occupano di ciò che l’editore e il direttore decidono. Se la proprietà vuole dare credito alle bugie di George W. Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti e per il mondo, non saranno né il giovane cronista né il prestigioso editorialista a rovesciare la situazione. Il giornalismo mainstream – in America come in Italia – vive in un rapporto incestuoso con il potere politico per ragioni di efficienza industriale, non per servilismo o cattiveria: semplicemente non si possono fare giornali come Washington Post e New York Times (e nemmeno Repubblica o Corriere) se le fonti governative non collaborano. Lo ha ben capito l’Huffington Post che, dopo aver attaccato Trump per mesi e mesi, dopo la sua elezione ha cambiato bruscamente rotta.

Questa situazione è all’origine della terza debolezza del giornalismo americano: l’impopolarità di giornali e giornalisti. Quando Trump twitta contro i “media disonesti” va a toccare una corda sensibile dell’opinione pubblica, che già vent’anni fa si diceva convinta che i quotidiani “drammatizzano alcune storie solo per vendere di più” (85% degli intervistati) e che “i giornalisti inventano in tutto o in parte ciò che scrivono” (66%). La diffidenza verso la grande stampa ha radici antiche nell’America rurale, quella ignorata dai cronisti, e il successo dei siti alternativi, compresi quelli che sfornano bugie a raffica, è la conseguenza di un risentimento verso i giornalisti, percepiti (non del tutto a torto) come parte dell’establishment.

Ora tutti si chiedono cosa fare, come impedire che le campagne elettorali diventino di nuovo un festival di esagerazioni e menzogne. Purtroppo non ci sono soluzioni semplici, tanto più in una società politicamente divisa e antagonista come quella americana: non saranno i ritocchi agli algoritmi di Facebook o la chiusura di una manciata di account Twitter a risolvere il problema. Chi vuole credere che Obama è nato in Kenya o che Hillary Clinton protegge un’organizzazione di pedofili continuerà a crederci, soprattutto se i rispettabili Fox News e Wall Street Journal di Rupert Murdoch continueranno a lanciare il sasso e nascondere la mano. Forse è la sinistra che dovrebbe smettere di alimentare il panico morale attorno alle fake news e reimparare a comunicare. Una difficoltà che nasce non dalla scarsità di piattaforme ma dalla povertà della sua visione del mondo.

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Si apre oggi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma una mostra, Sensibile comune. Le opere vive, che precede e si affianca alla conferenza sul comunismo C17, in programma dal 18 al 22 gennaio 2017 all'Esc-Atelier Autogestito.  Cinque giorni di incontri durante i quali si rifletterà sulla storia dei comunismi realizzati e immaginati, sulle loro vittorie e le loro sconfitte, sul Capitale contemporaneo, sui comunisti di oggi e sulle loro pratiche. Tra i partecipanti, Étienne Balibar, Franco Berardi “Bifo”, Maria Luisa Boccia, Manuela Bojadžijev, Luciana Castellina, Pierre Dardot, Jodi Dean, Terry Eagleton, Claire Fontaine, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Christian Laval, Christian Marazzi, Giacomo Marramao, Morgane Merteuil, Sandro Mezzadra, Antonio Negri, Jacques Rancière, Saskia Sassen, Peter Thomas, Enzo Traverso, Mario Tronti, Manuel Borja-Villel, Paolo Virno, Slavoj Zizek.

Trump #1 – Il fascismo americano

frogFabrizio Tonello

Philip Roth aveva correttamente previsto che il fascismo sarebbe arrivato negli Stati Uniti attraverso regolari elezioni. Il complotto contro l’America è ambientato nel 1940 e il candidato repubblicano è l’eroe dell’aviazione Charles Lindbergh, che a sorpresa sconfigge il presidente Franklin Roosevelt, nomina vicepresidente un senatore isolazionista e Henry Ford come ministro degli interni. Lindbergh firma un patto di non aggressione con Germania e Giappone, poi iniziano le persecuzioni antisemite, annunciate nelle primissime righe del romanzo: «La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica».

Fear, paura: questa è stata la nota dominante della campagna elettorale di Donald Trump. Paura dei terroristi islamici, paura degli immigrati messicani, paura della concorrenza cinese. Paura del governo federale, paura dei media, paura delle donne e delle loro mestruazioni (citate in una pubblica aggressione verbale contro una giornalista «ostile»). Paura di un mondo incomprensibile e avverso, paura di città invase dai criminali, paura di poteri occulti che nell’ombra dominano le nostre vite.

Ovviamente, Donald Trump come milionario protetto dalle decine di buttafuori che presidiano l’ingresso della Trump Tower non ha alcuna di queste paure. Ma i suoi sostenitori sì, invece. E il Donald Trump candidato le ha sfruttate tutte, con l’istintivo senso della folla che hanno i grandi demagoghi: Hitler entrava in una comunione quasi mistica con il popolo tedesco, Trump è il suo erede americano, un leader che i politici e i giornalisti tradizionali non capiscono, ostinandosi a rimproverargli proprio gli ingredienti chiave del suo successo: la violenza del linguaggio e la vaghezza dei programmi.

Il New York Times ha pazientemente messo insieme tutti gli insulti rivolti da Trump agli avversari, ai giornalisti, alle donne, ai messicani, ai disabili, ai musulmani, palesemente ignaro del fatto che il linguaggio «macho» è una virtù e non un difetto fuori delle sale ovattate delle redazioni. Un veloce ripasso di storia delle elezioni americane avrebbe permesso ai redattori di scoprire che non tutti i candidati fanno il baciamano alle signore: basta risalire al segregazionista George Wallace nel 1968, al senatore del Wisconsin Joe McCarthy nel 1948, o al giovane Richard Nixon nel 1950, quando accusò la candidata democratica Helen Douglas, sua avversaria per un seggio alla Camera, di essere «pink down to her underwear», rosa (cioè «rossa», filocomunista) anche nella biancheria intima.

Nel 2016, per la prima volta dal 1787, c’era una donna come candidata alla presidenza e questo faceva pensare agli esperti che il gender gap, cioè la tendenza delle donne a votare per i democratici in misura maggiore degli uomini si sarebbe ulteriormente ampliato. E, in effetti, l’elettorato femminile ha scelto la Clinton per il 54%, contro il 42% a Trump. Questo margine di dodici punti percentuali non era però molto diverso da quelli ottenuti da Obama nel 2012 (11 punti a suo favore) e nel 2008 (13 punti). Hillary non ha affatto capitalizzato la questione di genere.

Questo è interessante perché nel giornalismo e nella politica l’establishment aveva dato Trump per finito dopo la rivelazione di un nastro registrato in cui si vantava delle sue conquiste femminili, assicurate dalla sua celebrità. Il linguaggio volgare aveva scioccato i benpensanti ma, a quanto ci dicono gli exit polls, le donne americane sono meno vittoriane, o meno interessate alla questione, di quanto si pensi a Washington: gli elettori di razza bianca e sesso femminile hanno votato al 53% per Trump. La misoginia del candidato repubblicano non è stata punita.

La celebre studiosa di gorilla e scimpanzé Jane Goodall ha paragonato Trump alle grandi scimmie: «In molti modi le performance di Donald Trump mi ricordano quelle degli scimpanzè maschi e dei loro rituali di dominio. Per impressionare i rivali, i maschi cercano di salire nella gerarchia esibendosi in azioni spettacolari: battendosi il petto, battendo le zampe sul terreno, impugnando rami, tirando sassi. Più è vigorosa e fantasiosa l’esibizione e più veloce sarà l’ascesa del maschio nella gerarchia». Non bisogna dimenticare che l’homo sapiens potrà anche aver inventato Facebook e altre meraviglie della modernità ma biologicamente resta un cugino degli scimpanzè.

In realtà, la sopravvalutazione della «questione femminile» durante la campagna elettorale derivava da una incomprensione culturale e politica del gender gap. In una società dove la misoginia ha radici profonde, la «femminilizzazione» di un partito provoca necessariamente la «maschilizzazione» dell’altro. Ogni discorso dei democratici rivolto alle donne fa aumentare i consensi dei repubblicani tra gli uomini. È una reazione quasi meccanica quella che sposta una maggioranza di maschi americani non laureati verso il candidato con cui si sentono maggiormente a loro agio: qualcuno con cui si potrebbe bere una birra, fare un barbecue e, magari, parlare dei propri successi con le donne, veri o presunti. Ne consegue che il 53% degli uomini ha votato per Trump, ma la percentuale fra quelli non laureati sale al 72%.

Fascismo e nazismo erano, e non potevano che essere, movimenti che crescevano per l’ansia e le paure di una società economicamente e socialmente traumatizzata. A quanto pare, l’establishment democratico ha completamente perso il contatto con la realtà dell’America rurale. Domenica 6 novembre la prima pagina del New York Times aveva un’enorme foto di Hillary sorridente a fianco del titolo: «La disoccupazione al livello più basso dal 2008; salgono i salari, 161.000 nuovi posti di lavoro». Con notizie di questo tipo a 72 ore dall’apertura dei seggi (ma i molti stati si stava già votando) e con un presidente popolare come Obama la vittoria del candidato democratico avrebbe dovuto essere una passeggiata. E invece è andata com’è andata.

Forse i consiglieri della Clinton avrebbero dovuto leggere un articolo dello stesso giornale del 16 ottobre in cui si citava uno studio dell’economista di Princeton Alan Krueger: sette milioni di americani maschi fra i 25 e i 54 anni sono fuori dal mercato del lavoro, cioè hanno semplicemente rinunciato a cercare un impiego. Non sono i disoccupati: sono persone con difficoltà fisiche, problemi di alcol o di droga, che vivono dei miseri assegni della Social Security, di lavoretti occasionali, dell’aiuto di parenti e amici. Sono stati espulsi da un capitalismo che non ha bisogno di loro perché vive di manipolazioni finanziarie e, se proprio c’è bisogno di fabbricare qualcosa, lo si fa fare in Cina. A loro, Donald Trump ha promesso di riportare la prosperità nelle zone rurali, nella Rust Belt, nei centri industriali dell’Ohio e del Michigan che un tempo avevano fatto grande l’America e ha ottenuto i loro voti.

Come le fantasie di Hitler di restituire alla Germania il suo Lebensraum, il suo spazio vitale, sono promesse ovviamente impossibili da mantenere, ma molte lacrime dovranno scorrere prima che gli americani se ne accorgano.

Da Gorino al Texas c’è solo un passo

oliAnticipiamo oggi per gentile concessione dell'editore una pagina dal volume Desolation Row. From Democracy to Oligarchy, 1976-2016 in uscita oggi nella collana Utopie della Fondazione Feltrinelli

Fabrizio Tonello

Siamo ormai tornati a un’era in cui “il pagamento dei prestiti esteri ed il ritorno alla stabilità delle valute erano considerati il simbolo della razionalità politica e nessuna sofferenza dei singoli, nessuna violazione di sovranità erano considerati un sacrificio troppo grande per riacquistare l’integrità monetaria. Le privazioni di coloro che per la deflazione rimanevano disoccupati, la miseria di pubblici impiegati licenziati senza un soldo di liquidazione ed anche l’abbandono di diritti nazionali e la perdita di libertà costituzionali erano considerati un buon prezzo da pagare per soddisfare i requisiti di bilanci solidi e di valute altrettanto solide, i presupposti del liberismo economico”. Frasi che suonano decisamente attuali, ma che vennero scritte da Karl Polanyi nel 1944 e si riferivano alle dottrine economiche prevalenti negli anni Venti del secolo scorso.1

Quando questo accade, cioè l’economia viene separata dalla politica democratica, le istituzioni si trasformano in una specie di “legalismo autoritario”2 simile a quello che esiste a Singapore: i diritti di proprietà delle élite sono difesi e le elezioni si tengono regolarmente, ma i cittadini non hanno voce in capitolo nelle decisioni importanti come quelle che riguardano il lavoro, le pensioni, la sanità, l’edilizia pubblica. Si tratta dell’approccio reso esplicito dal ben noto documento prodotto qualche anno fa dalla banca d’affari J. P. Morgan, che deprecava “la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori” nei paesi del Sud Europa.

Questo tipo di regime oligarchico e autoritario non sembra tuttavia capace di costruire assetti politici stabili: ovunque vediamo reazioni che squassano i sistemi politici tradizionali. Come nota Wolfgang Streeck “un capitalismo disordinato è tale non solo per se stesso ma anche per i suoi oppositori, privati della possibilità di sconfiggerlo o di cambiarlo”. E’ questo che produce le “macerie e desolazione” che vediamo da Aleppo (Siria) a Calais (Francia), da Mosul (Iraq) a Flint (Michigan). Da quando le forze che storicamente hanno tenuto a freno il capitalismo sono state distrutte, non è chiaro quale futuro sia in vista per la nostra civiltà.3

Non staremo qui a rivisitare l’ormai vasta letteratura riguardante le origini della Grande Recessione del 2008 e le sue conseguenze: è sufficiente segnalare che gli ultimi otto anni di paralisi decisionale dei governi di tutto il mondo hanno portato all’invocazione della creazione di moneta da parte delle banche centrali come unica soluzione al collasso dell’economia mondiale. Una “soluzione” utile per guadagnare tempo ma ormai incapace di mascherare il fatto che la crisi attuale nasce e si sviluppa nelle contraddizioni di fondo del neoliberismo stesso e non – o non solo – nei mutui subprime americani. La “moneta facile”, introdotta dalle banche centrali ha dato avvio a una bolla speculativa che ha portato con sé un’ormai generalizzata volatilità dei mercati azionari mondiali.

Il neoliberismo non è interessato ai progetti di lungo periodo e crea le basi per una ‘stagnazione secolare’, proprio nel momento di apparente dinamismo tecnologico.4 Infatti la crescita della finanza a scapito della manifattura sembra confermare la profezia di Giovanni Arrighi, secondo il quale si è ormai vicini alla fine del ciclo sistemico di accumulazione dominato dagli Stati Uniti’.5

La combinazione di questi fattori negativi con la debolezza dei governi nazionali in materia economica porta a conseguenze ovvie sulla legittimazione stessa di questi governi: non c’è da sorprendersi se, nelle ultime elezioni politiche dei 28 stati dell’Unione Europea, 20 dei 28 governi uscenti sono stati sconfitti e nuovi partiti hanno ottenuto successi clamorosi. Consolidati equilibri politici sono saltati, come in Finlandia dove nel 2015 il Finns Party (prima noto come True Finns) è diventato il secondo partito ed è entrato nella coalizione di governo. O come in Italia, dove il Movimento 5 Stelle, ha ottenuto il 25% alle elezioni del 2013, salendo da 0 a un quarto dei voti in pochissimi anni. Lo stesso è accaduto in Spagna, dove Podemos è cresciuto da 0 al 20,7/% dei voti.

La reazione dei partiti tradizionali si è concretizzata nella costruzione di Grandi Coalizioni (ora al governo in 8 paesi UE su 28) o in governi di minoranza, come quello che nascerà in Spagna in questi giorni. Un’ulteriore conseguenza è il rafforzamento dei governi a scapito dei parlamenti. Si tratta di processi che sono la conseguenza dell’indebolimento delle pratiche democratiche tradizionali, della ‘cartellizzazione’ della forma partito, del calo della partecipazione elettorale e politica dei cittadini e soprattutto del trasferimento di poteri a organismi non-democratici, non-controllabili e sovranazionali.

Oltre a non essere democratico, un contesto politico basato su logiche tecnocratiche risulta essere estremamente fragile: i cittadini si aspettano di essere tutelati dallo stato non solo contro i terremoti ma anche nelle difficoltà economiche: la costante propaganda sulla ‘meritocrazia’ non può durare a lungo.

Da un punto di vista filosofico, il neoliberismo rifiuta di farsi carico del benessere collettivo. Ma questa è una ricetta per il caos, non per la prosperità (nemmeno per le ridottissime e avide elite: tutte le società contemporanee necessitano di un minimo di stabilità). Nel ventesimo secolo, i governi nazionali hanno (almeno parzialmente) regolamentato il capitalismo, mitigato la delocalizzazione economica e creato stati sociali più o meno efficienti. Privati del potere di proteggere i cittadini più vulnerabili, gli stati sono diventati qualcosa di diverso: apparati puramente repressivi dove i diritti umani e le libertà civili sono a rischio. Ma non solo: la corruzione è diventata endemica, i parlamenti sono affogati nell’irrilevanza e i partiti sono diventati strutture che trovano vita solo nelle campagne elettorali. I bisogni della cittadinanza aumentano, le risposte delle istituzioni latitano.

Se i leader ormai competono tra loro solo per entrare nelle grazie degli oligarchi e riducono le loro relazioni con le masse a un mero esercizio retorico, il fallimento del modello politico attuale è vicino. Se non ci sono guerre, se il terrorismo è sotto controllo, l’economia cresce e la mobilità sociale è apparentemente preservata, l’apatia sociale può prevalere. Quando la disoccupazione cresce, la classe media si sente ancora più minacciata e il problema dell’immigrazione appare irrisolvibile i regimi politici attuali prima traballano e poi collassano.

La paralisi parlamentare statunitense è ormai una costante degli ultimi vent’anni e la rabbia dei cittadini sembra aver raggiunto lo zenith, come mostra la retorica parafascista di Donald Trump. Ma è l’Unione Europea, con suoi trattati, i suoi organismi, i regolamenti e le commissioni che rischia di restare vittima dell’imminente tsunami politico, come abbiamo appena visto con il prevedibile risultato del referendum nel Regno Unito. Molte delle elites europee sono sinceramente legate ai valori fondanti dell’Unione ma allo stesso tempo sembrano completamente incapaci di capire che la sofferenza che per anni è stata imposta ai cittadini del continente può avere una sola conseguenza: la rinascita di regimi politici fondati sulla promessa di tornare a regolare l’economia e la società, dopo quarant’anni di dominio di oscure e tecnocratici orgnaismi sovranazionali. Purtroppo, data la debolezza della sinistra attuale, la fine del ciclo neoliberista sembra dirigersi verso una qualche forma di fascismo del XXI secolo.

1 Karl Polanyi, The Great Transformation, New York 1944, p. 148. Trad. it. La grande trasformazione, Einaudi 1974, p. 182.

2 Kanishka Jayasuria, ‘The Exception Becomes the Norm: Law and Regimes of Exception in East Asia’, Asian-Pacific Law & Policy Journal 2001, vol. 2, pp. 108-124.

3 Il tema è esplorato da Saskia Sassen, Espulsioni, Feltrinelli, 2015.

4 Come osserva Streeck, ‘il capitalismo è profitto, non produttività. E queste due possono andare assieme ma anche essere in contrasto. ‘How Will Capitalism End?’ NLR, n. 87, 2014, p. 60. Profitto e produttività possono essere in contrasto per svariate ragioni, non solo per l’espansione del settore pubblico. Si veda per esempio Larry Summers, Why stagnation might prove to be the new normal, 2013; http://larrysummers.com/commentary/financial-times-columns/why-stagnation-might-prove-to-be-the-new-normal/ (retrieved August 28, 2015).

5 Giovanni Arrighi, The Long Twentieth Century. London 2010.

Catturati dalla rete

Fabrizio Tonello

Dopo l’orgia di sciocchezze lette negli anni scorsi sulla rete come «liberatrice dell’umanità», è una vera boccata d’ossigeno incontrare due libri seri come quelli di Roberto Casati e Howard Rheingold. Entrambi, rifiutando ogni determinismo tecnologico, cercano di mostrare come si possa scegliere tra usi delle tecnologie che distraggono e altri che invece proteggono l’attenzione. In particolare, sottolinea Casati, occorre rivalutare «le potenzialità dei sistemi educativi tradizionali, inerti e low-tech, in un paesaggio sociale in cui la tecnologia, al servizio di colossali catene commerciali di distribuzione, colonizza la vita e conquista facilmente il tesoro dell’attenzione dei discenti».

Sia Casati che Rheingold spiegano che «la tecnologia entra a gamba tesa nelle pratiche e nelle tradizioni», ma come in questo non ci sia niente di intrinsecamente buono o cattivo: per Casati «dipende dalla qualità delle tradizioni e dipende dalla terra promessa». È un peccato che i due autori abbiano scritto i loro libri prima che esplodesse il caso dei sistemi di sorveglianza «totali» creati dal governo degli Stati Uniti approfittando della localizzazione fisica negli Usa di Google, Facebook e Apple: il che avrebbe potuto far loro considerare una dimensione distopica (la società ove tutto è registrato e controllato), come ha fatto Lori Andrews nel suo I Know Who You Are and I Saw What You Did.

Il tema centrale dei due libri è l’attenzione. Rheingold passa in rassegna una quantità di studi sul multitasking, sui nativi digitali, sulle difficoltà di concentrazione che derivano dal bisogno compulsivo di controllare email e messaggi. Ma è ottimista: «è possibile imparare a prestare attenzione» e le tecniche opportune si possono insegnare. Casati sostiene che, come primo passo, la scuola e gli insegnanti non dovrebbero «farsi intimidire dalla normatività automatica» delle tecnologie.

Negli ultimi anni l’Italia è caduta preda di un discorso populista sull’inevitabile «colonizzazione tecnologica dell’istruzione». Primo passo sarebbe quello di rendere la scuola una zona off limits per telefonini e altri gadget elettronici, «uno spazio protetto, in cui lo zapping è vietato per definizione: il che le permetterebbe di non rincorrere il cambiamento tecnologico e, allo stesso tempo, di incubare […] il vero cambiamento, o meglio lo sviluppo morale e intellettuale delle persone».

Il libro di Rheingold (che avrebbe tratto vantaggio dall’avere un titolo meno ingannevole di quello scelto dall’editore italiano) affronta molti altri temi, tra cui quello, sempre presente nella cultura americana, dell’empowerment. In questo la sua ingenuità è a volte sconcertante, come quando afferma che «la partecipazione online – se si sa come fare – può trasformarsi in reale potere»: qui l’autore confonde il cambiamento nei gusti del pubblico, che effettivamente condiziona l’industria culturale, col potere politico o anche solo culturale.

Il libro autopubblicato, il video degli scontri in Turchia girato da un partecipante o l’uso di Facebook da parte dei giovani egiziani, sono esperienze nuove e interessanti, ma in cosa modificano i rapporti di potere nella società? Bertelsmann resterà il più grande editore del mondo, Amazon farà qualche profitto in più offrendo sul proprio sito piattaforme di autopubblicazione e il massimo che possa accadere è che il fortunato autore «scoperto» dalla rete ottenga un lucroso contratto da un grande editore per la sua seconda opera. Sulle speranze tradite dalla «primavera» egiziana è inutile soffermarsi.

I video girati con i telefonini vengono rapidamente integrati dai siti web dei grandi giornali, che hanno un brand riconoscibile e stanno a galla sfruttando il lavoro non pagato di decine o centinaia di aspiranti giornalisti non pagati. L’era dei blog è finita da un pezzo, e quelli che sopravvivono sono diventati a loro volta organizzazioni (come Daily Kos negli Stati Uniti), o sono stati aggregati a siti giornalistici che li usano per moltiplicare i contatti (come fanno «Huffington Post» e «Il Fatto Quotidiano»). Questo può essere gratificante per il singolo autore che si vede pubblicato, e magari controlla ogni ora se ha raccolto più commenti degli altri opinionisti, ma certo non cambia le dinamiche di potere all’interno delle redazioni, né tanto meno quelle fra il sistema dei media e il potere politico.

Roberto Casati
Contro il colonialismo digitale
Istruzioni per continuare a leggere
Laterza, 2013, VI-130 pp.
€ 15,00

Howard Rheingold
Perché la rete ci rende intelligenti
a cura di Stefania Garassini
Cortina, 2013, XIV-416 pp.
€ 28,00

Dal nuovo numero di alfabeta2, in edicola, in libreria e anche in versione digitale
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cover ab2 luglio