Buona la seconda. Ekrem Imamoğlu rivince a  Istanbul

Fabio Salomoni

Erano anni che aspettavo questo momento”. L’urlo liberatorio della ragazza che domenica sera festeggiava insieme ad altre migliaia di persone in un clima carnevalesco per le strade del quartiere di Besiktaş sintetizza efficacemente il senso del risultato elettorale della scorsa domenica, per un’opposizione abituata a diciassette anni di sconfitte e che aveva dovuto subire lo scippo della vittoria il 31 marzo scorso. Imamoğlu ha rivinto o forse sarebbe meglio dire, ha stravinto. Dopo la vittoria risicata del turno precedente, domenica scorsa Imamoğlu ha vinto con uno scarto del 9%. In termini assoluti le dimensioni della vittoria appaiono ancora più eclatanti visto che la differenza di voti tra lui e il suo avversario, Binali Yıldırım, è passata da tredicimila a quasi ottocentomila voti. Proporzioni tali da non concedere questa volta nessuno spazio per eventuali contestazioni. A due ore dalla chiusura dei seggi, prima ancora che l’agenzia di stampa statale cominciasse a diffondere i risultati degli scrutini, Yıldırım si è presentato davanti alle telecamere per riconoscere la sconfitta e congratularsi con il suo avversario.

Il trionfo di Imamoğlu e il suo ritorno nell’ufficio del palazzo comunale, situato nella penisola storica a poca distanza da dove nel 1453 Mehmet il Conquistatore si accampò dopo essere entrato a Costantinopoli, non sono stati veramente una sorpresa. Negli ultimi giorni pre-elettorali analisti e sondaggisti avevano segnalato un distacco importante dal suo avversario e in un caso la società di sondaggi KONDA, lo aveva quantificato con precisione al 9%. Dato che il tasso di affluenza è stato identico a quello del 31 marzo, 84%, domenica Imamoğlu è riuscito a conquistare non solo i voti che nel primo tutto erano andati a candidati minori, ma soprattutto per la prima volta a attirare voti del blocco avversario, in particolare, dicono i sondaggisti, quelli dei più giovani.

Imamoğlu ha vinto grazie al vantaggio morale acquisito dopo lo scippo del 31 marzo, riuscendo a suscitare identificazione e empatia anche in parte dell’elettorato dell’AKP rispetto alla sua posizione di vittima di un’ingiustizia clamorosa. In seconda battuta ha vinto per la pochezza e la totale mancanza di idee mostrate dai suoi avversari durante la campagna elettorale. Si è trattato di una campagna condotta esclusivamente all’insegna del negativo, con l’unico obbiettivo di delegittimare l’avversario. Yıldırım e i suoi hanno continuato ad accusare Imamoğlu di brogli elettorali senza portare nessuna prova concreta. La delegittimazione ha poi fatto ampio ricorso ad un campionario di figure retoriche e fantasmi complottardi da sempre disponibili nel discorso pubblico del paese. Nell’ordine Imamoğlu , originario di Trebisonda, è stato prima accusato di essere un discendente dei Greci del Ponto, una sorta di quinta colonna in realtà rappresentante degli interessi del “nemico greco”. Poi si è passati a rappresentarlo come un burattino nelle mani del PKK che con la sua elezione avrebbe messo le mani sull’amministrazione della città. Infine la ciliegina sulla torta è arrivata a pochi giorni dalla elezioni e per mano del presidente Erdoğan. Per gran parte della campagna elettorale Erdoğan ha mantenuto un profilo assolutamente defilato per evitare che le elezioni fossero interpretate, come accaduto in precedenza, come un referendum sulla sua persona. Ed anche, sostengono alcuni maligni, per lasciare sulle spalle di Yıldırım tutta la responsabilità di una sconfitta che appariva molto probabile. Tuttavia negli ultimi giorni Erdoğan ha sentito il bisogno di intervenire personalmente per cercare di recuperare la situazione, con risultati surreali. All’indomani della morte dell’ex presidente egiziano Morsi, Erdoğan è infatti arrivato a paragonare Imamoğlu al generale Al-Sisi.

Imamoğlu ha vinto soprattutto perché ancora una volta la campagna elettorale ha mostrato la differenza siderale con il suo avversario. Una differenza antropologica prima ancora che politica che si è manifestata con tutta la sua evidenza una settimana prima del voto. Per la prima volta dopo 35 anni due candidati alle elezioni sono tornati a sfidarsi in un “duello” televisivo trasmesso a reti unificate. Yıldırım, palesemente a disagio e quasi svogliato, a tratti arrogante e soprattutto a corto di idee è stato surclassato da un Imamoğlu che seppur nervosissimo ha saputo confermare la sua “forza gentile”, a tratti quasi cardinalizia, riproponendo un discorso inclusivo e soprattutto trasmettendo entusiasmo e progetti per il futuro della città e dei suoi abitanti.

Le elezioni di Istanbul e più in generale l’intera tornata amministrativa sono coincise anche con il ritorno sulla scena politica turca di un convitato di pietra che era stato espulso proprio dall’ascesa dell’AKP di Erdoğan, le coalizioni. Una delle ragioni del successo dell’AKP era stata proprio la sua capacità di proporsi come garanzia di stabilità e antidoto contro lo spettro delle coalizioni, associate nella memoria collettiva all’instabilità, alle violenze e alle crisi ripetute degli anni 70 prima e degli anni 90 poi. Ironicamente proprio la svolta presidenzialista voluta da Erdoğan ha riportato in auge coalizioni ed alleanze diventate indispensabili per ottenere la maggioranza del 50 + 1%. Il modello nazionale si è velocemente replicato anche a livello locale. E proprio le caratteristiche della sua coalizione, la Coalizione del Popolo, hanno contribuito in modo significativo alla vittoria di Imamoğlu. Principale partener della coalizione il Buon Partito della signora Akşener ma fondamentale anche l’appoggio del partito filo-curdo HDP e del suo presidente, tutt’ora in carcere, Demirtaş. Dall’altra parte del resto la coalizione che sosteneva Yıldırım, comprendeva il nazionalista Bahçeli il quale ha mantenuto, per calcolo politico e per assoluta mancanza di argomenti, un’invisibilità pressoché totale.

Il voto del 23 giugno ha scatenato un’ondata di celebrazioni della democrazia. “Ha vinto la democrazia” è stato l’urlo lanciato dall’opposizione e, paradossalmente, ripreso anche da Erdoğan e dai suoi alleati. Ora è indubbio che le elezioni di domenica abbiamo segnato il ristabilimento di una formalità democratica che era stata pesantemente danneggiata dalla decisione della Commissione Elettorale, motivata politicamente. E’ anche vero che la vittoria di Imamoğlu è stata la conferma della determinazione e della vivacità dell’opposizione capace di riorganizzarsi nonostante le condizioni estremamente difficili nella quale si è trovata a operare. È stata anche la vittoria dell’entusiasmo dei 200.000 volontari mobilitati nei seggi elettorali. Entusiasmo e partecipazione di massa che smentiscono qualunque rappresentazione della società e dell’opposizione turca come vittime di un qualche “fatalismo orientale”. La società turca è una società politica, anzi verrebbe da dire iper-politica, visto quanto la politica da sempre infarcisce la quotidianità e agita le passioni della popolazione. E tuttavia soprattutto in questa fase di euforia democratica l’opposizione dovrebbe mettere in discussione un paio di elementi classici del suo discorso. Il primo è la narrazione, assai popolare anche tra gli osservatori stranieri, che rivendica l’esistenza di un’età dell’oro democratica prima dell’avvento di Erdoğan e del suo partito. Dal 1946, data delle prime elezioni multipartitiche, scienziati politici e analisti hanno aspramente dibattuto sulla definizione del sistema politico turco oscillando tra quella di democrazia autoritaria a quella di democrazia sotto tutela (dei militari). Si dovrebbe poi riconoscere che di fronte all’ennesima crisi politico-istituzionale agli inizi degli anni 2000, era stato proprio il partito AKP a conquistare la scena anche grazie alle promesse di avviare un processo di democratizzazione. Promesse che almeno fino al 2009-20010 si sono concretizzate attraverso una serie di riforme e di iniziative che hanno prodotto un clima politico e culturale di libertà e pluralismo quasi inediti.  È salutare ricordare che all’epoca per fermare l’ascesa di Erdoğan l’opposizione fece ricorso a tutto l’armamentario di una democrazia autoritaria che includeva l’uso politico della magistratura per mettere al bando il partito, le interferenze militari arrivate a un quasi colpo di stato on-line e la mobilitazione di una piazza estremamente aggressiva. Evidenze che smentiscono la seconda narrazione fallace secondo cui tendenze autoritarie e anti-democratiche sono una caratteristica esclusiva del campo conservator-religioso. Sarà salutare in questo clima di entusiasmo democratico, che l’opposizione eviti di riadagiarsi su queste narrative.

Nonostante gli sforzi di Erdoğan di evitare che le interminabili elezioni di Istanbul si trasformassero nell’ennesimo referendum sulla sua persona, la sconfitta di domenica è soprattutto una sconfitta del presidente e del “sistema Erdoğan”. L’aver perso anche due roccaforti tradizionali del suo potere come le municipalità di Eyüp e Fatih rende efficacemente la portata della debacle. Del resto che sia stata una sconfitta bruciante lo dimostra anche il fatto che per la prima volta in diciassette anni, dopo un’elezione Erdoğan non sia comparso davanti alle telecamere ma si sia limitato a un paio di tweet nei quali si congratulava con l’avversario. Il rifiuto di accettare la sconfitta del 31 marzo, “l’errore dell’irragionevolezza”, o meglio della ybris del presidente ha avuto l’effetto boomerang di amplificare e di molto la sconfitta del primo turno. Domenica sera quindi si è chiusa un’epoca per il presidente e per il suo partito, l’era trionfale. La nuova fase si apre offrendo un quadro molto diverso. In primo luogo si accelerano le incrinature e le faglie che già avevano cominciato a apparire il 31 marzo nel sistema Erdoğan.

Nei media e tra i commentatori che spalleggiano il presidente si levano voci critiche che per il momento hanno come obbiettivo la campagna elettorale di Istanbul ma che presto potrebbero allargarsi ad altri aspetti più sostanziali. E soprattutto si allargano le fratture all’interno del partito visto che ormai viene data come imminente, dopo essere stata annunciata a lungo, la nascita di nuovi partiti politici su iniziativa di vecchi figure di primo piano dell’AKP, da tempo marginalizzate. Nella nuova fase che si apre Erdoğan non solo rischia di dovere fare i conti con l’opposizione interna e nuovi rivali nella competizione per i voti nell’area conservatrice. Si trova di fronte un’opposizione ringalluzzita per aver conquistato i comuni di molte metropoli del paese ma soprattutto per aver essere uscita dal ruolo di eterna sconfitta. E sull’onda dell’entusiasmo post-elettorale l’opposizione è partita all’attacco del cuore del sistema Erdoğan. Ha cominciato Meral Akşener del Buon Partito “ Le elezioni del 23 giugno hanno segnato il crollo del sistema dell’uomo solo al comando”. Gli altri leader dell’opposizione hanno rincarato la dose togliendo dai cassetti un argomento che era completamente scomparso dai radar, la messa in discussione del sistema presidenziale voluto da Erdoğan. Ha cominciato Kemal Kilicdaroglu leader del CHP con il chiedere un referendum sul sistema presidenziale. Lo ha seguito a ruota il co-presidente del partito filo-curdo HDP, Temelli, che ha invocato una nuova costituzione. La nuova era Erdoğaniana si apre quindi in un contesto molto più complesso e diversificato e con l’AKP fragilizzato e a rischio di frammentazione. All’orizzonte, seppur ancora abbastanza lontano, si profila addirittura lo spettro di elezioni anticipate, rispetto alla scadenza naturale del 2023. La nuova era Erdoğania sarà quindi, dopo quella del trionfo, l’era del declino? La storia politica degli anni ’90 mostra come l’elettorato turco è in grado di condannare all’annichilimento repentino partiti politici che sembravano destinati all’eternità. Declino possibile, financo probabile. Tuttavia nonostante sia indebolito, sempre più lontano da quel popolo del quale si era autoproclamato unico rappresentante e circondato da un partito che ha contribuito grandemente a smantellare, il presidente è comunque dotato di risorse camaleontiche e di un pragmatismo al limite del cinismo. Elementi che lo potrebbero portare alla ricerca di compromessi per ristabilire un clima dialogo e minimi standard democratici, indispensabili tra l’altro per raddrizzare le sorti dell’economia. Tutto ciò è sicuramente una possibilità. L’annuncio fatto da Erdoğan durante la campagna elettorale di una radicale riforma del sistema giudiziario, e quindi l’implicita ed inedita ammissione che la giustizia rappresenta un problema, in realtà non aiuta molto a capire in quale direzione si muoverà il presidente. Nonostante le apparenti buone intenzioni infatti i contenuti di questa riforma sono apparsi alquanto fumosi e vaghi. Proprio alla giustizia e alle aule tribunali bisogna guardare per capire nel breve termine in quale direzione si muoverà il sistema Erdoğan. Lunedì si è aperto infatti, dopo sei anni, il processo a sedici imputati accusati di essere gli organizzatori della rivolta di Gezi Park del 2013. Tra loro anche l’uomo d’affari Osman Kavala, ritenuto dall’accusa di essere una sorta di rappresentante in Turchia dell’immancabile Soros e in carcere da quasi due anni. I capi di accusa sono importanti e le pene richieste esorbitanti. Venerdì mattina poi è stato il turno di Canan Kaftancıoğlu, segretaria della sezione del CHP di Istanbul, ispiratrice del nuovo corso del partito e una delle artefici della vittoria di Imamoğlu a ritrovarsi di fronte ad un giudice. Sulla base di alcune condivisioni nei social media che risalgono al 2013 è accusata di propaganda terroristica, e per lei l’accusa chiede una condanna a 17 anni. Tribunali, paranoie complottarde, possibili minacce di rappresaglie post-elettorali. Ci sono tutti i classici elementi scottanti. Il modo in cui si combineranno e verranno utilizzati, fornirà qualche indizio per comprendere a breve in quale direzione si muoverà il presidente e il suo sistema.

Contrordine, a Istanbul si rivota

Fabio Salomoni

È durata solamente diciannove giorni l’esperienza del sindaco Imamoğlu al comune metropolitano di Istanbul. Il 6 maggio la Commissione Elettorale Centrale -YSK- ha annullato le lezioni del 31 marzo e ne ha indette di nuove per il 23 giugno prossimo. Fino ad allora la poltrona di sindaco sarà occupata dal prefetto della città. La sentenza della YSK ha, temporaneamente, messo fine a un'estenuante maratona fatta di ripetuti ricorsi, accuse e illazioni durata più di un mese. Inizialmente il partito AKP del presidente Erdoğan aveva chiesto in alcune circoscrizioni il riconteggio dei voti nulli. Il riconteggio ha ridotto ma non annullato il vantaggio di Imamoğlu che ha mantenuto uno scarto di circa tredicimila voti. Si è passati quindi a chiedere di verificare la composizione delle liste elettorali della municipalità di Büyükçekmece. Per un paio di giorni centinaia di poliziotti hanno battuto il quartiere casa per casa per verificare l’identità degli elettori. Dopo che anche questo tentativo è andato fallito, tra i ranghi dell’opposizione si è rafforzata l'impressione che Erdoğan avesse accettato la sconfitta e che i ricorsi fossero solamente un tentativo di prendere il tempo necessario per metabolizzare lo scacco. Niente di tutto ciò. Il 19 aprile in un piccolo villaggio della regione di Ankara, durante il funerale di un militare ucciso dal PKK, una folla ben poco spontanea ha tentato di linciare il segretario del partito di opposizione Kılıçdaroğlu. Nonostante la presenza del ministro della difesa e del questore di Ankara, il segretario è stato sottratto a stento dalle grinfie della folla inferocita. Le immagini dell’anziano segretario preso a pugni grazie anche a un servizio d’ordine quantomeno inefficace, hanno fatto riemergere nei sostenitori ansie e timori che fino a quel momento sembravano essere stati accantonati. Il quattro maggio poi, alla vigilia della sentenza della YSK, una dichiarazione lapidaria di Erdoğan è suonata come l’anticipazione della sentenza: “Fino ad ora sono rimasto in silenzio. Ci sono stati brogli e irregolarità. Cancellare queste irregolarità renderà giustizia alla YSK e allo stesso tempo porterà sollievo ai cuori del nostro popolo”. Il contenuto e il tono di queste dichiarazioni hanno d’un tratto chiarito le dichiarazioni del presidente all’indomani del voto quando sosteneva che era il momento di far raffreddare il ferro rovente e indicato come egli non avesse nessuna intenzione di rinunciare a Istanbul.

Due giorni dopo la Commissione Elettorale ha annullato le elezioni accogliendo il ricorso presentato dall’AKP secondo il quale vi sarebbero state delle irregolarità nella composizione dei seggi elettorali. Una riforma del 2018 ha stabilito che i presidenti dei seggi elettorali debbano essere dei funzionari pubblici. Una norma che aveva suscitato non poche proteste perché aumenta il controllo sul processo elettorale da parte di un apparato burocratico statale tutt’altro che guidato dai principi di imparzialità. Il ricorso dell’AKP denunciava che i presidenti di circa duecento dei trentamila seggi cittadini non erano dei funzionari pubblici. Dal punto di vista strettamente legale la sentenza della YSK, approvata con sette voti a favore e quattro contrari, si presenta con caratteristiche alquanto improbabili.

Innanizuttto già in precedenza la stessa Commissione aveva stabilito che eventuali irregolarità nella composizione dei seggi e degli scrutatori non potevano essere motivo di annullamento delle elezioni. I giudici che hanno espresso voto negativo si sono appellati proprio a questo precedente. Delle motivazioni dei giudici che hanno votato per l’annullamento invece per il momento non c’è nessuna traccia. Nessuna indicazione di come la presenza di queste irregolarità avrebbe inficiato il voto. Nessuna spiegazione, nemmeno da parte dei membri dell’AKP che si limitano a ripetere che le elezioni sono state caratterizzate da brogli, irregolarità e furti di voti senza fornire ulteriori dettagli, fornendo quindi buone ragioni a coloro che sostengono che la Turchia sia il paese per eccellenza della post-verità. L’aspetto veramente paradossale della sentenza è però un altro. Il 31 marzo gli elettori di Istanbul insieme al sindaco sono stati chiamati a votare anche per il consiglio comunale, per il sindaco della loro municipalità e per il muhtar, il rappresentante della amministrazione locale a livello di quartiere, una figura che è un lascito della storia ottomana. Ebbene, la Commissione elettorale ha annullato solamente l’elezione del sindaco cittadino lasciando senza risposta la domanda su come sia potuto accadere che gli scrutatori abbiamo potuto influenzare solamente una delle quattro schede deposte nell’urna dall’elettore.

Una sentenza politica quindi. Se ancora ce ne fosse bisogno la dimostrazione che il sistema presidenziale in vigore dal 2017 ha quasi completamento annullato la separazione dei poteri di un sistema democratico, ormai relegato a un ruolo quasi puramente formale. Allo stesso tempo conferma un elemento della tradizione repubblicana per cui il potere giudiziario ha avuto la sistematica tendenza ad allinearsi alla volontà del potere politico. I primi anni dell’ascesa dell’AKP e l’atteggiamento dell’establishment anche giudiziario, a tal proposito offrono una casistica abbondante.

Difficile sostenere che l’opinione pubblica sia stata veramente sorpresa dalla sentenza. In fondo sospetto, sfiducia oppure, per citare quanto scrito tempo fa dall’antropologa Navaro-Yashin, il cinismo, sono parte integrante dell’atteggiamento con cui il cittadino turco, di qualunque tendenza politica, guarda allo stato e alle sue istituzioni.

Nessuna sorpresa ma rabbia e indignazione. “Morte della democrazia, assassinio del diritto, vergogna, rapina” i commenti che sono arrivati dai rappresentanti dell’opposizione e dai pochi media non filo-governativi che sfuggendo al conformismo dominante si sono ritagliati degli spazi di visibilità nel mondo del web. La vera novità sono state le reazioni arrivate da attori sociali “non-convenzionali” suggerendo che il muro di silenzio e di conformismo che domina l’atmosfera politica da anni, comincia a mostrare qualche concreto segno di cedimento. In primis si sono fatti sentire gli ex compagni di viaggio del presidente Erdoğan che dopo molte illazioni e attese hanno deciso, quasi all’unisono, di prendere posizione pubblicamente. Il tweet dell’ex presidente della Repubblica e co-fondatore dell’AKP, Abdüllah Gül ha fatto parecchio rumore accostando la sentenza della YSK a quella della Corte Costituzionale che nel 2007 con un doppio salto mortale giuridico aveva cercato di impedirne, senza successo, l’elezione alla massima carica dello stato. “Constato con rammarico -concludeva Gül- che da allora non abbiamo fatto progressi”. La presa di posizione di Gül ha rafforzato le voci sempre più insistenti che vorrebbero l’ex presidente impegnato con un altro ex di lusso, il ministro dell’economia Babacan, nel progetto di fondazione di un nuovo partito. Anche un altro ex pezzo da novanta del partito ha colto l’occasione per esprimere il suo dissenso. Ahmet Davutoğlu, l’accademico e ideologo della politica estera “neo-ottomana”, ex primo ministro, allontanato da Erdoğan perché troppo ingombrante, ha a sua volta scritto che la sentenza della YSK mina alla base i valori del popolo e la sua fiducia nella democrazia. Al coro delle proteste si è aggiunta la voce di un attore che da tempo era scomparso dai radar del dibattito politico. La confindustria, TÜSIAD, fino ai primi anni duemila attiva nel dibattito sulla democratizzazione, con l’ascesa dell’AKP, dopo una fase conflittuale, aveva trovato il modo di adattarsi al nuovo regime e ai vantaggi del boom economico che ne era seguito. Inquieti per la crisi economica alle porte, gli industriali hanno dichiarato che in questo momento invece che contestare i risultati elettorali sarebbe meglio occuparsi delle questione economiche. Questa pur timida presa di posizione non è piaciuta ad Erdoğan che ha risposto sprezzante: “Da alcuni imprenditori arrivano commenti bizzarri, State al vosto posto” . A quella della TÜSIAD e di singoli industriali si è aggiunta anche la voce del mondo dello spettacolo che ha raccolto l’invito di Imamoğlu a far sentire la sua voce. L’hastag “andrà tutto bene” lanciato da Imamoğlu ha avuto centinaia di rilanci da parte di cantanti e artisti vari e ovviamente provocato nuovi commenti sprezzanti da parte di rappresentanti dell’AKP.

Alcuni commentatori hanno definito la sentenza della YSK il più grave errore nella carriera politica di Erdoğan. Un giudizio fondato sulla presunta mancanza di razionalità del presidente, spinto a interferire pesantemente in un procedimento giuridico, solamente per non rinunciare a quella che in fondo è un’amministrazione locale. Sull’importanza di Istanbul si è già detto tutto: il suo ruolo simbolico e l’attaccamento del presidente alla sua città natale; il ruolo dell’amministrazione di Istanbul di cassaforte finanziaria e clientelare per il partito del presidente; a queste ragioni se ne possono aggiungere altre ancora. La volontà di tagliare la strada all’ascesa di un stella politica, quella di Imamoğlu, che sembra avere tutte le caratteristiche per poter presto brillare anche a livello nazionale; il timore che vengano a galla corruzioni e irregolarità di un’amministrazione che da venticinque anni è nelle mani di partiti conservatori. Tutto vero, però in fondo, si dice, Erdoğan ha gli strumenti per limitare l’autonomia dell’amministrazione municipale e anche di ostacolarne il funzionamento, per arrivare a dimostrare l’incapacità del CHP di amministrare la città più importante del paese. In fondo, si dice, nonostante la sconfitta alle amministrative Erdoğan continua a mantenere la maggioranza di consensi a livello nazionale. Se nonostante tutto ciò il presidente ha deciso in modo clamoroso di non rinunciare a Istanbul, non rimane che prendere atto ancora una volta di come la politica turca metta fuori gioco gli strumenti “razionali” di comprensione oppure imponga di trovare “razionalità alternative”.

Per quanto riguarda l’opposizione, dopo la sentenza lo smarrimento e la rabbia hanno ben presto lasciato il posto alla mobilitazione e al desiderio di rivincita. Accantonata l’opzione del boicottaggio, Imamoğlu ha rilasciato una serie di dichiarazioni nelle quali ha rilanciato la sua immagine di uomo del dialogo e della forza gentile e ha iniziato a iniettare massicce dosi di ottimismo e fiducia all’insegna dello slogan “Andrà tutto bene”. Un ottimismo, quasi “irrazionale”, che viene già alimentato da alcuni sondaggi che danno Imamoğlu in vantaggio di almeno due punti percentuali.

Indubbiamente l’entusiasmo dei supporter di Imamoğlu è giustificato da un paio di elementi inconfutabili. In primo luogo i risultati del 31 marzo per la prima dopo anni di sconfitte hanno mostrato che è possibile conquistare la maggioranza delle urne. La sconfitta quindi ha perso il suo carattere di fatalistica inevitabilità. In secondo lugo la sentenza della YSK ha fornito a Imamoğlu una sorta di vantaggio morale e psicologico di fronte all’elettorato: quello di essere vittima di una palese ingiustizia. Il “paradigma vittimario” è da tempo una risorsa fondamentale per la costruzione di narrative politiche. È stato un elemento centrale del discorso con il quale Erdoğan e l’AKP hanno conquistato la fiducia degli elettori conservatori. L’evocazione delle ingiustizie, vere o presunte, che gli elettori e i politici conservatori hanno subito nel corso della storia repubblicana da parte dell’establishment kemalista è stata un carburante formidabile per produrre il consenso e il successo del presidente. Il paradigma della vittima per ultimo si è alimentato con il tentato colpo di stato del 2016 dove il ruolo del carnefice è passato dai kemalisti al nemico interno, impersonato dal movimento gülenista. La sentenza della YSK offre adesso all’avversario di Erdoğan l’opportunità di invocare per sé il ruolo di vittima del sistema. Una situazione rischiosa per Erdoğan tanto che negli ultimi giorni il presidente ha cercato di contrastare il discorso di Imamoğlu ricordando come la storia del partito CHP sia una storia di brogli e soprusi. Smontare l’immagine di Imamoğlu come vittima e dipingerlo invece come il carnefice, architetto di brogli elettorali sventati in extremis dalla Commissione elettorale, si annuncia fin da ora come uno dei leit motiv della prossima campagna elettorale dell’AKP e del suo, assai poco entusiasta, candidato Binali Yıldırım.

Messi da parte per un momento l’ottimismo e le considerazioni sui pronostici favorevoli a Imamoğlu, vale la pena tornare agli elementi emersi dalle elezioni di marzo. La bruta realtà dei numeri racconta che la vittoria di Imaoglu è stata un vittoria risicata, fondata su una differenza di poche migliaia di voti. Se l’opposizione ha conquistato il comune metropolitano, il partito di Erdoğan ha conquistato comunque ventiquattro delle trentanove municipalità cittadine. In altri termini la forza della coalizione di governo AKP-MHP rimane sostanzialmente invariata.

Quali sono gli elementi che hanno giocato un ruolo decisivo nei risultati del 31 marzo?

L’affluenza, 84%, è stata come sempre molto elevata. In Turchia non servono spot televisivi per convincere gli elettorali ad andare alle urne. Tuttavia rispetto alle precedenti elezioni del 2014 quando votò l’89% degli aventi diritto, vi è stata una flessione significativa. Molti elementi indicano come tra i nuovi astenuti vi siano molti elettori dell’AKP che per dimostrare la loro insoddisfazione hanno scelto l’astensione. In termini assoluti gli astenuti sono stati un milione e seicentomila e il loro comportamento sarà uno degli elementi decisivi il 23 giugno.

Il secondo elemento importante è stato il voto dell’elettorato curdo. Nelle elezioni del 2014 il candidato del partito HDP ha ottenuto più di 400.000 voti, il 4,8% del totale. Lo scorso marzo gran parte di questi voti sono andati a Imamoğlu, vista la decisione dell’HDP di rinunciare a un suo candidato. Garantire il sostegno dell’elettorato curda sarà un’altra variabile deicsiva per Imamoğlu.

Infine una parte dei voti di Imamoğlu, è probabilmente arrivata da quegli insoddisfatti elettori dell’AKP che hanno scelto di non astenersi. È su queste tre categorie di elettori che si concentreranno gli sforzi dei due candidati.

Le elezioni del 23 giugno saranno, come ha detto Kılıçdaroğlu, elezioni che riguardano tutta la nazione. Per l’occasione i contendenti promettono una mobilitazione eccezionale. Il leader nazionalista Bahçeli, sodale di Erdoğan, ha già annunciato di voler trasferire il suo quartier generale a Istanbul per la campagna elettorale. Non è difficile immaginare che Erdoğan e la sua coalizione mobiliteranno al massimo le loro già enormi risorse finanziarie e organizzative per convincere la massa degli astenuti e degli insoddisfatti. Infine tra le variabili da tenere in considerazione non possono mancare le doti camaleontiche del presidente e il suo spregiudicato machiavellismo. Le avvisaglie non mancano: la violenta campagna elettorale di Erdoğan si era basata sulla demonizzazione del partito filo-curdo HDP e sull’accusa di tradimento della patria per Imamoğlu, accusato di accettare i voti curdi. Il giorno della sentenza della YSK gli avvocati di Abdüllah Öcalan, fondatore del PKK, annunciavano di aver avuto per la prima volta dopo otto anni il permesso di visitare in carcere il loro assistito. Dato che un’iniziativa del genere è impensabile senza l’approvazione del Presidente, non si può che constatare l’ennesima acrobazia di Erdoğan per riguadagnare il voto degli elettori curdi facendo intravvedere la possibilità di un nuovo processo di pace.

Queste considerazioni su comportamenti variabili elettorali sarebbero però incomplete senza un riferimento alla dimensione irrazionale o meglio fantasmatica. Basta una veloce immersione nei social media o nelle conversazioni nei caffè per verificare quali fantasmi agitano i sonni degli elettori di Imamoğlu. Si evocano brogli nella composizione delle liste elettorali; l’intenzione del governo di inviare a Istanbul centomila poliziotti-elettori; si prospetta la possibilità di una nuova stagione di attentati oppure di nuovi conflitti militari nell’est della Turchia oppure in Siria. Gli incubi dell’opposizione prendono in considerazione tre opzioni: che le elezioni vengano annullate, che vengano truccate oppure che in caso di nuova vittoria di Imamoğlu non vengano riconosciute. Fantasmi in realtà solo parzialmente irrazionali visto che la storia recente e recentissima offre motivazioni assai razionali per rendere questi fantasmi assai razionali.

A solo un mese di distanza però il quadro generale si presenta già abbastanza modificato rispetto alle precedenti elezioni. Intanto il pluralismo delle reazioni suscitate dalla sentenza della YSK mostra come il sistema Erdoğan non sia più così compatto e anche come la posizione del presidente sia diventata più fragile. Dal giorno delle elezioni a oggi la lira turca si è svalutata di un ulteriore 15% rispetto al dollaro e le riserve in valuta della banca centrale si stanno riducendo nel tentativo di arginare il crollo. Un’inflazione vicina al 25%, il tasso di disoccupazione prossimo al 15% e previsioni di crescita negativa intorno al 2% completano il quadro negativo dell’economia del paese. Sul piano internazionale poi la Turchia continua a godere di un isolamento tutt’altro che dorato. Le critiche, seppur molto contenute, arrivate da UE, Germania e Stati Uniti alla sentenza della YSK ne sono l’ultimo esempio. Proprio quella con gli USA è la relazione al momento più problematica. I due paesi sono impegnati in un lungo braccio di ferro intorno alla volontà della Turchia di acquistare le batterie missilistiche russe S-400. L’eventuale peggioramento delle relazioni e lo spettro di sanzioni economiche americane sarebbero un duro colpo per l’economia turca.

È evidente quindi che in un contesto così delicato e conflittuale ogni nuova interferenza nel processo elettorale avrebbe delle conseguenze pesanti sull’economia e sulla politica del paese. Ragionevole sarebbe quindi concludere che le elezioni si terranno in un clima di correttezza , che Imamoğlu ha buone possibilità di rivincerle e di essere il nuovo sindaco di Istanbul. Ragionevole sarebbe pensare che il presidente accetti che quella fase apertasi il 31 marzo si concluda in modo pacifico e che dalla fase del conflitto generalizzato si passi a una ricerca di compromessi. Tutto ciò sarebbe certamente ragionevole. Ma il condizionale è d’obbligo per chi segue le vicende turche. In altri termini come dice un’espressione popolare evocata di fronte a qualunque contrattempo “Questa è la Turchia”. Dove tutto è possibile.

Ekrem Imamoğlu: l’opposizione vince anche a Istanbul

Fabio Salomoni

Il sole sorgerà ancora sulla città dei sette colli… sta arrivando Imamoğlu!”: queste parole sparate a tutto volume dagli altoparlanti hanno accolto mercoledì sera l’insediamento di Ekrem Imamoğlu nel comune di Istanbul. Poco prima il neo sindaco aveva ricevuto dalla commissione elettorale provinciale il documento che sanciva ufficialmente la sua nomina. Dopo diciassette giorni segnati da un’estenuante guerra psicologica punteggiata da una valanga di ricorsi presentati dal partito del presidente Erdoğan e che hanno portato a un nuovo spoglio in diverse circoscrizioni della città, Ekrem Imamoğlu ha mantenuto il suo esiguo vantaggio di poco più di tredicimila voti sullo sfidante Binali Yıldırım. Ufficialmente il partito di Erdoğan non ha rinunciato a contestare l’esito elettorale del 31 marzo. Lunedì i suoi rappresentanti hanno presentato un ricorso straordinario chiedendo l’annullamento delle elezioni. A motivarlo la denuncia di irregolarità nella formazione delle liste degli scrutatori e degli elettori. Irregolarità che secondo i responsabili dell’AKP inficerebbero la validità di almeno trecentomila voti. Sebbene sul piano giuridico il ricorso appaia privo di solidi argomenti, la sfiducia nei confronti dell’imparzialità della commissione elettorale, mercoledì sera accanto alla gioia faceva serpeggiare una certa preoccupazione tra i sostenitori di Imamoğlu. Tuttavia l’indomani, i volti e le dichiarazioni dei rappresentanti dell’AKP hanno dato la sensazione che nemmeno loro credano veramente in un esito favorevole del ricorso. Un giornalista di un quotidiano molto vicino al presidente ha riportato le parole di Yıldırım “Abbiamo perso, il destino ha voluto così”. Anche il presidente Erdoğan dopo due settimane in cui ha mantenuto un profilo molto defilato regalando al paese un’inattesa tregua nella sua quotidiana occupazione degli schermi televisivi, in un incontro pubblico nella capitale dichiarato che le elezioni amministrative “hanno rafforzato la democrazia del paese”. Segnali che rafforzano negli osservatori la sensazione che “Erdoğan ha rinunciato a Istanbul” e che la decisione della commissione elettorale centrale non riserverà spiacevoli sorprese. Sorprese che invece non sono mancate in altre città del paese. La commissione ha riconosciuto infatti solo dopo qualche resistenza la vittoria di alcuni candidati simbolo dell’opposizione, come il primo sindaco comunista nella storia della Turchia, Maçoğlu a Tunceli, oppure una figura storica del movimento curdo come l’anziano Ahmet Türk a Mardin, che hanno ricevuto con qualche ritardo la consacrazione ufficiale della loro elezione. In altri casi invece la commissione ha negato la nomina ad alcuni sindaci eletti nelle file del partito pro-curdo HDP. La motivazione è che questi candidati, essendo stati esclusi negli anni scorsi dalla funzione pubblica a seguito di un’inchiesta sulle attività terroristiche del PKK, sarebbero ineleggibili, assegnando la vittoria al secondo classificato, in tutti i casi un rappresentante dell’AKP. Una decisione che viola diritti costituzionali fondamentali secondo molti commentatori, una trappola secondo gli esponenti dell’HDP che a ragione rilevano come nessun ostacolo alla eleggibilità dei suoi candidati fosse stato posto dalla stessa commissione al momento della presentazione della candidature.

Mazbata è il nome del certificato rilasciato dalla commissione elettorale centrale al vincitore delle elezioni. Una misteriosa parola di origine araba, appartenente allo sconfinato lessico della burocrazia turca, fino al 31 marzo ignota alla maggioranza della popolazione, ma che nelle ultime due settimane ha conosciuto un’inattesa popolarità occupando stabilmente le conversazioni quotidiane degli abitanti di Istanbul e i cori dei tifosi negli stadi della città. “Dategli la mazbata!” hanno cantato i tifosi del Besiktas e del Fenerbahce accogliendo l’arrivo di Imamoğlu sulle tribune degli stadi cittadini.

E l’agognata mazbata alla fine è arrivata. Con il prezioso documento in tasca mercoledì sera Imamoğlu ha fatto il suo ingresso nella sede del Comune Metropolitano di Istanbul. Dopo venticinque anni il grigio edificio che fronteggia il maestoso acquedotto di Valente nella penisola storica della città ha di nuovo accolto un sindaco di area socialdemocratica. Il suo predecessore nel 1994 era stato scalzato dalla sua poltrona da un giovane Tayyip Erdoğan all’inizio della sua ascesa politica.

La vittoria è prima di tutto un successo personale di Imamoğlu. Mercoledì sera, dopo essere uscito dal comune ha salutato una folla di migliaia di persone che tra canti, balli e qualche lacrima si era radunata davanti al municipio alla notizia della sua nomina. Nel suo lungo discorso vi erano concentrate le ragioni della sua vittoria e della sua popolarità. Il rifiuto di riproporre logore e mefitiche contrapposizioni tra laici e religiosi. L’ecumenismo del suo saluto a tutte le componenti etniche e religiose della popolazione con il saluto “ ai turchi, ai curdi, ai cristiani della città”. La sua attenzione alle donne con la promessa che Istanbul sarà “una città amica delle donne”. Dopo una campagna elettorale violenta in un paese stretto da un clima politico soffocante e incalzato da un’economia ormai in recessione, la promessa di essere “un portatore di pace” ha scatenato un’ovazione tra la folla. Il giovane avvocato, originario di Trebisonda, nella regione del Mar Nero, come una parte consistente della popolazione di Istanbul, e anche della famiglia del presidente Erdoğan, è un volto nuovo del panorama politico turco. Rappresenta una nuova generazione di militanti del partito CHP impegnati nel tentativo di rinnovare un partito ancora abbarbicato all’illusione di essere l’esclusivo custode della repubblica, quasi ferocemente ostile alle classi popolari che si riconoscono nell’universo simbolico conservator-religioso e allergico alle rivendicazioni della popolazione curda. La vittoria di Imamoğlu è anche una rivincita del segretario del partito, Kılıçdaroğlu, screditato da sedici anni di sconfitte, ma che ha avuto il merito, riconosciuto anche dai suoi più accaniti oppositori, di puntare su un outsider che si è rivelato vincente. Le immagini di centinaia di militanti del partito che per due settimane hanno vegliato i sacchi contenenti le schede elettorale durante le operazioni di riconteggio dei voti hanno riscattato l’organizzazione del partito dal disastro delle elezioni presidenziali dello scorso giugno. A vincere con Imamoğlu è stata anche la coalizione con il neonato Buon Partito - IYI Parti - ma anche l’elettorato del partito pro-curdo HDP. Ieri Imamoğlu ha reso omaggio al suo presidente Demirtaş, in carcere dal 2016, che aveva invitato i suoi sostenitori a votare per Imamoğlu “Ho sempre apprezzato la linea politica di Demirtaş”.

I risultati delle amministrative del 31 marzo non costituiscono solamente il segnale di un’opposizione che mostra inattesi segni di vitalità. Con la vittoria di Imamoğlu questa ennesima tornata elettorale, la settima negli ultimi cinque anni, rappresenta soprattutto la fine di un’era nella storia personale del presidente Erdoğan e e dell’Islam politico in generale. L’AKP ha perso cinque delle sei principali metropoli del paese. E soprattutto ha perso Istanbul. La città natale di Erdoğan, il luogo da cui è cominciata a brillare la sua stella politica, la megalopoli di sedici milioni di abitanti, come hanno ripetuto fino alla nausea tutti i candidati, che ospita un quinto della popolazione del paese ed è il centro dove si produce la gran parte della ricchezza materiale e simbolica della Turchia. Una megalopoli gestita da una tentacolare macchina amministrativa che conta più di settantamila dipendenti e una galassia di società partecipate le cui attività spaziano dai trasporti all’organizzazione di eventi, dal produzione di pane alla ristorazione. Solamente l’amministrazione comunale nel 2018 per funzionare ha avuto bisogno di un bilancio di venti miliardi di lire turche (al cambio attuale tre miliardi e mezzo di euro) ma sempre nello stesso anno ha prodotto un eguale ammontare di debiti. Il sistema Istanbul quindi è prima di tutto il principale luogo in cui Erdoğan e il suo partito generarono risorse, costruiscono reti clientelari, favoriscono l’ascesa di specifici gruppi sociali che a loro volta sostengono il sistema Erdoğan. Imamoğlu, ovviamente, ha promesso di mettere fine a questo sistema garantendo una città e un’amministrazione “ trasparente, giusta e a misura d’uomo”. Come primo atto del suo mandato, venerdì ha chiesto di poter esaminare i documenti bancari e amministrativi delle società partecipate del comune.

Le elezioni del 31 marzo sono state molto di più di semplici elezioni amministrative. La campagna elettorale condotta da Erdoğan che ha offuscato i candidati locali ha trasformato l’appuntamento nell’ennesimo referendum sulla sua persona. La sconfitta a Istanbul è quindi la sconfitta personale del presidente ed il primo granello di sabbia che interrompe un ingranaggio che ha alimentato la lunga marcia trionafale cominciata nel 2002. Molti, anche tra gli amici ed ex-amici del presidente, in queste ore invocano l’apertura di una fase di normalizzazione che riporti la vita politica e sociale del paese a standard di legalità democratica e che si occupi dell’emergenza economica. Per il momento Erdoğan si è limitato a una dichiarazione criptica “è il momento di far raffreddare il ferro arroventato” che scatenerà la creatività interpretativa degli erdoğanologi. Imamoğlu, dal canto suo, ha annunciato un grande comizio nel fine settimana per festeggiare la vittoria, invitando, di nuovo con slancio ecumenico, i suoi sostenitori a partecipare accompagnati a braccetto dai loro vicini di casa che hanno votano per il suo avversario.

Elezioni amministrative in Turchia: Erdoğan rinuncerà a Istanbul?

Fabio Salomoni

Le elezioni amministrative di domenica scorsa in Turchia dovevano rappresentare l’ultima tappa di un percorso che, passato attraverso la riforma istituzionale e successivamente le elezioni presidenziali dello scorso giugno, avrebbe dovuto sancire la consacrazione della Nuova Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Per l’occasione il presidente, mentre sul paese incombe lo spettro dell’ennesima crisi economica, ha mobilitato la quasi totalità dei media nazionali, in particolare le televisioni, e letteralmente incartato il paese con giganteschi manifesti elettorali con la sua fotografia. Una campagna dai toni particolarmente violenti che ha trasformato l’appuntamento elettorale nell’ennesimo referundum personale nel quale ad essere in gioco non erano le amministrazioni locali ma la sopravvivenza stessa dello stato. Facendo ricorso ad una strategia ormai consolidata ha costruito un discorso fondato sulla polarizzazione radicale nel quale il paese, identificato con il presidente e i suoi elettori, appariva minacciato all’interno da oppositori politici assimilati tout court ad organizzazioni terroristiche e all’esterno dall’islamofobia del mondo occidentale, testimoniata dalle immagini del massacro di Christchurch in Nuova Zelanda diffuse a ripetizione durante i comizi del presidente. Nonostante questo clima da ultima spiaggia e la mobilitazione personale del presidente che in cinquanta giorni ha tenuto più di cento comizi, i risultati dello spoglio di domenica sera hanno confermato quello che i sondaggi dell’ultima ora facevano presagire. Sebbene la coalizione presidenziale formata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo -AKP- e dal Partito di Azione Nazionalista-MHP- abbia mantenuto il 52% dei voti e la maggioranza dei comuni del paese, il presidente deve incassare una sconfitta. I candidati della coalizione di opposizione, formata dal Partito Repubblicano del Popolo –CHP- e dal Buon Partito -IYI Parti- hanno infatti vinto in cinque dei sei principali comuni metropolitani del paese, tra i quali Ankara e Istanbul, due città che da sole concentrano il 25% della popolazione e gran parte del potere economico, politico e simbolico del paese. Domenica sera ai primi risultati dello spoglio elettorale il clima drammatico della campagna elettorale ha progressivamente lasciato lo spazio ad un balletto dai toni quasi surreali. Al centro della contesa Istanbul, città natale di Erdoğan. Mentre i risultati elettorali davano in vantaggio il candidato dell’opposizione Ekrem Imamoğlu, il candidato AKP, l’ex primo ministro Yıldırım, si presentava davanti alle telecamere per proclamare la vittoria e ringraziare gli elettori. Contemporaneamente l’agenzia di stampa statale Anadolu, l’istituzione che di fatto ha il monopolio della diffusione dei risultati elettorali, interrompeva per ore l’aggiornamento dei dati quando rimaneva ancora da scrutinare l’1,7% dei seggi. Un copione già sperimentato con successo nelle elezioni presidenziali del giugno 2018. Questa volta però l’opposizione ha mostrato di aver imparato la lezione e Imamoğlu nella serata si è presentato ripetutamente davanti ai giornalisti per invitare l’agenzia di stampa e la Commissione elettorale a rispettare l’etica professionale e riconoscere che i risultati lo vedevano vincitore. Dopo una nottata all’insegna dell’incertezza totale trascorsa da gran parte della popolazione con gli occhi incollati al telefonino, lunedì mattina la Commissione elettorale ha dovuto riconoscere il vantaggio di Imamoğlu.

Ekrem İmamoğlu

Caduta quindi la possibilità di rivendicare la vittoria, mentre il presidente Erdoğan annunciava l’intenzione di prendersi alcuni giorni di riposo, gli uomini del presidente hanno cambiato strategia: dalla rivendicazione della vittoria alla contestazione della sconfitta. Sostenuti da una martellante campagna mediatica, i rappresentanti del partito hanno denunciato brogli elettorali, additando il numero ritenuto eccessivo di voti non validi, 318.000. Di fronte all’assedio la Commissione elettorale ha rapidamente deposto le armi imponendo di riconteggiare i voti non validi nei seggi di 17 delle 39 municipalità che compongono il comune metropolitano di Istanbul mentre ad Ankara, dove il candidato dell’opposizione Mansur Yavaş ha ottenuto il 50,9% delle preferenze contro il 47,1% del suo rivale, il conteggio riguarda undici municipalità su venticinque. Contemporaneamente però la stessa Commissione ha respinto analoghi ricorsi presentati dai partiti di opposizione in diverse città del paese. Venerdì mattina Imamoglu ha dichiarato che ad Istanbul il conteggio aveva attribuito 2184 voti all’AKP e 758 al CHP e che il suo vantaggio sull’avversario era ancora di 18742 voti. Nonostante questi dati però la coalizione tra i media e l’AKP continua da giorni a fare un gioco al rialzo, chiedendo nuovi riconteggi, sbandierando una presunta drastica riduzione del divario tra i due contendenti e accusando l’opposizione di un colpo di stato nelle urne fino ad evocare scenari venezuelani. Una campagna di disinformazione che evita accuratamente di dire che il numero di voti non validi è ampiamente nella norma rispetto alle elezioni precedenti oppure di spiegare come sia possibile per l’opposizione fare brogli elettorali quando la macchina statale ed elettorale è saldamente nelle mani del partito-stato del presidente.

La sovrapposizione dei risultati elettorali con la carta geografica del paese fa emergere una nuova versione dell’antica divisione del paese in “Tre Turchie”. L’opposizione, con il testa il CHP che ha ottenuto il 30% dei voti totali, riconquista i comuni della fascia costiera che va da Istanbul ad Antiochia, al confine siriano, e le metropoli dell’Anatolia occidentale, Ankara e Eskişehir. L’AKP, con il 44% dei voti totali, mantiene il controllo dell’Anatolia interna e delle zone rurali mentre Il filo-curdo Partito Democratico dei Popoli -HDP- riprende parzialmente il controllo delle regioni del Sud-Est anatolico.

La battaglia intorno ai risultati elettorali di Ankara e Istanbul ingaggiata dall’AKP è anche giustificata dal fatto che le due città rivestono un particolare significato simbolico per Erdoğan e la storia dell’Islam politico. Nel 1994 il Partito del Benessere, predecessore dell’AKP, ha cominciato la sua ascesa conquistando i comuni delle due città. Ad Istanbul venne eletto un giovane Erdoğan che rimase in carica fino al 1999 quando venne arrestato e incarcerato per dieci mesi per aver recitato in pubblico una poesia considerata una minaccia alla laicità. Mentre l’episodio contribuì a far crescere la popolarità di Erdoğan, assurto al rango di martire del sistema kemalista, il comune di Istanbul è rimasto ininterrottamente nelle mani dell’AKP fino al 2017 quando Kadir Topbaş, dopo tredici anni di regno ininterrotto, è stato costretto alle dimissioni dallo stesso Erdoğan. Ekrem Imamoğlu, il probabile prossimo sindaco della città, è un quarantottenne dirigente del CHP. Nel 2014 è stato eletto sindaco della municipalità di Beylikdüzü (331.000 abitanti) all’estrema periferia occidentale di Istanbul. Nella sua campagna Imamoğlu ha accuratamente evitato di scendere sul terreno ideologico e divisivo preparato da Erdoğan, preferendo occuparsi di politica locale. Facendo leva sulla sua esperienza e i successi da amministratore ha presentato un programma basato su una serie di priorità tra le quali quelle della “qualità della vita, l’innovazione e la sostenibilità”. Il suo volto sorridente e il suo atteggiamento inclusivo e positivo hanno conquistato progressivamente un elettorato per il quale la sua candidatura rappresentava un’incognita. La sua determinazione domenica sera nel tenere testa ai tentativi del suo rivale di appropriarsi della vittoria hanno ulteriormente fatto crescere i suoi consensi, non solo tra gli elettori del CHP.

Ad Ankara invece, nel 1994 venne eletto sindaco Melih Gökçek, con un passato da militante nazionalista poi riconvertitosi nel Partito del Benessere. Per ventitré anni Gökçek ha regnato indisturbato sulla capitale attraverso un sistema di potere familistico-clientare profondamente radicato e accompagnato da costanti sospetti di corruzione. Quando nel 2017 è stato costretto a sua volta da Erdoğan a rassegnare le dimissioni, Gökçek si è lasciato alla spalle una città che invece di essere lo specchio di un paese dinamico e in costante trasformazione ricordava una grigia e polverosa cittadina della provincia anatolica. Mansur Yavaş, il candidato scelto dall’opposizione per riprendersi la capitale, come Gökçek vanta un passato tra le file del partito nazionalista. Ha costruito la sua carriera politica come sindaco di una cittadina storica della provincia di Ankara, destinazione privilegiata dei fini settimana degli ankarioti. Nel 2014 ha lasciato i nazionalisti per passare al CHP e proporsi come sfidante di Gökçek. Sfida persa per uno scarto dell’1%. Nell’occasione Yavaş presentò ricorso chiedendo il riconteggio dei voti ma all’epoca la Commissione Elettorale lo respinse.

La perdita di Istanbul e Ankara non sarebbe, il condizionale al momento appare d’obbligo, però solamente grave dal punto di vista simbolico e politico. Ragioni molto più prosaiche giustificano l’affanno dell’AKP. Controllare Ankara e Istanbul, che hanno bilanci comparabili a quelli di alcuni stati europei, permette di avere accesso e gestire enormi flussi finanziari attraverso i quali generare consenso. Perdere Ankara e soprattutto Istanbul, prima che le basi simboliche, significa minare gravemente le basi materiali del sistema AKP. Del resto alla vigilia delle elezioni un commentatore vicino all’Akp lo aveva espresso chiaramente” Abbiamo iniziato la nostra scalata ad Ankara e Istanbul, e ad Ankara ed Istanbul comincerà la nostra fine”.

La serie di comuni metropolitani perduti dall’AKP include altre tre città. Izmir, da sempre neppur troppo segreto oggetto del desiderio di Erdoğan e dei suoi, ha confermato ancora una volta il suo ruolo di roccaforte del partito kemalista dando al candidato del CHP il 58% dei voti. Scendendo lungo la costa mediterranea si arriva poi ai comuni metropolitani di Mersin e Antalya, strappati dal CHP rispettivamente all’AKP e al MHP. Lo scontro elettorale oltre alle due coalizioni principali comprendeva anche un terzo attore, il partito filo-curdo HDP. Decimato dagli arresti, in testa quello del presidente Demirtaş in carcere dal 2016, e con quasi novanta comuni commissariati, il partito in queste elezioni ha deciso di ripiegare nella sue regioni di origine presentando candidati solamente nei comuni del sud-est del pease. I risultati ottenuti sono contraddittori. Sebbene abbia riconquistato gran parte delle città principali, a cominciare da Diyarbakır, nel complesso è riuscito a riprendersi poco più della metà dei comuni commissariati. A spiegare questo successo parziale non bastano i soliti richiami alla pressioni che le forze di sicurezza esercitano, come ad ogni tornata elettorale del resto, sugli elettori della regione. Il risultato è determinato anche dal malcontento di un elettorato che attende ancora che il partito faccia autocritica rispetto alla suicida politica di sostegno, all’indomani del clamoroso risultato elettorale nelle politiche del 2015, alla campagna di guerriglia urbana lanciata dal PKK. Una guerriglia urbana che ha scatenato la prevedibile brutale risposta delle forze di sicurezza. Il bilancio di questa ennesima “guerra a bassa intensità” include più di duemila vittime, decine di migliaia di sfollati e la distruzione di interi centri urbani. L’elettorato curdo ha avuto invece un peso determinante nella vittoria del CHP nelle metropoli occidentali del paese. Seguendo l’appello dal carcere di Demirtaş, gli elettori curdi, nonostante le comprensibili diffidenze nei confronti della coalizione CHP-MHP, hanno contribuito massicciamente a determinare la sconfitta dei candidati AKP. Un ruolo che i vincitori nei loro discorsi post-elettorali sembrano però ignorare.

La grande narrazione delle elezioni concentrata attorno ai grandi numeri e ai protagonisti di primo piano nasconde tra le sue pieghe una miriade di storie e personaggi che raccontano forse meglio di ogni altro elemento la varietà della società turca. A Istanbul Turan Hançerli, avvocato quaranteseienne, è stato eletto sindaco della municipalità di Avcilar (435.000 abitanti) nelle liste del CHP. Hancerli, che in giovane età ha perso le braccia in un incidente stradale, è il primo sindaco disabile eletto nel paese. Il suo successo elettorale è arrivato dopo un lungo impegno come vice-presidente dell’associazione nazionale disabili e più recentemente nei comitati per la trasparenza durante le elezioni presidenziali del giugno scorso. A Tunceli, cittadina dell’Anatolia centro-orientale, Fatih Maçoğlu è il primo sindaco della storia turca eletto nelle file del partito comunista TKP. La cittadina porta inciso nel nome la sua storia drammatica. Nel 1938 la città si chiamava Dersim e la sua popolazione in maggioranza curdo-alevita si ribellò allo stato centrale provocando una risposta durissima passata alla storia come “il massacro di Dersim”, nel quale l’esercito fece migliaia di vittime tra la popolazione. A memoria imperitura della repressione, alla città fu imposto il nuovo nome di Tunceli, letteralmente“mano di ferro”. Da allora la città è diventata un simbolo di ribellismo e una fucina di militanti e organizzazioni, anche armate, curde e di sinistra. In particolare il villaggio montano di Ovacık ricorre ancor oggi nelle cronache per i frequenti scontri tra le forze di sicurezza e la guerriglia nelle montagne che circondano il paese. Maçoğlu ha costruito la sua carriera politica proprio a Ovacık dove ha applicato un programma “popolare rivoluzionario” basato sulla creazione di cooperative agricole dedicate al biologico e sulla partecipazione popolare ai processi decisionali. Domenica Maçoğlu ha vinto sconfiggendo il candidato HDP con la promessa di portare anche nel capoluogo il modello sperimentato a Ovacık. A Mardin, città a maggioranza arabo-curda alla frontiera siriana, è stato eletto sindaco nelle file dell’HDP l’anziano Ahmet Türk. Uno dei padri nobili del movimento politico curdo, rispettato anche dagli avversari per il suo stile e il suo carisma, riprende l’attività politica nonostante l’età e problemi di salute, dopo aver passato 5 mesi in carcere nel 2016. A Suruç, piccolo comune alla frontiera siriana, è stata eletta sindaca nelle liste HDP Hatice Çevik. La storia di questa militante è una sintesi tragica della storia recente della Turchia e dei costi della militanza politica. Hatice era alla stazione di Ankara il 10 ottobre 2015 quando due kamikaze dell’ISIS si fecero esplodere tra la folla che partecipava ad una manifestazione per la pace. Tra le centonove vittime anche la figlia e la cognata di Hatice. La foto di Hatice e del marito abbracciati e con i volti insanguinati rimane una delle immagini simbolo del massacro. Pochi mesi prima, a luglio, a Suruç nel paese natale di Hatice, due kamikaze dell’ISIS avevano fatto trentuno vittime tra i giovani militanti di sinistra che organizzavano aiuti in favore dei rifugiati siriani. Al primo posto del programma elettorale di Hatice Çevik la promessa di realizzare un monumento commemorativo delle vittime del massacro.

Da queste elezioni emergono alcune indicazioni generali: la partecipazione popolare testimoniata da un tasso di affluenza dell’84%; la constatazione che il voto di appartenenza e la questione identitaria rimangono caratteristiche centrali nel comportamento elettorale; la persistenza a livello nazionale del blocco di potere intorno a Erdoğan, al cui interno si rafforza la componente nazionalista del MHP; il rifiuto di una parte consistente della popolazione urbana delle metropoli principali e delle città curde della logica dello scontro imposta da Erdoğan e la domanda di risposte urgenti a questioni pressanti, quali quella economica; gli interrogativi sul futuro dell’AKP e le voci rinnovate della possibilità che vecchi dirigenti marginalizzati del partito fondino un nuovo partito di centro destra.

Su tutto, in queste ore però domina il teatro dell’assurdo scatenato intorno ai risultati di Istanbul e Ankara. Un teatro che propone con urgenza la domanda che molti si fanno in queste giornate: Erdoğan rinuncerà a Istanbul?

Istanbul. La giornata di un (quasi) scrutatore

Fabio Salomoni

Dopo quaranta giorni la campagna elettorale che molti osservatori hanno definito la più antidemocratica della storia turca è arrivata al suo atto conclusivo. La mattina del 24 giugno l’appuntamento con i rappresentanti di lista dell’associazione “Il voto e oltre” è alle sei davanti a una scuola nella municipalità di Fatih, nella penisola storica, non lontano dal quartiere di Santa Sofia e della Moschea blu. Quartiere di estrazione popolare e piccolo borghese, dove vive anche una parte di quel che resta della comunità armena e che nel referendum presidenziale 2017 ha votato in maggioranza per il No. Il viaggio verso Fatih inaspettatamente mi offre la possibilità di toccare con mano uno dei retroscena meno noti dei recenti sviluppi politici. Murat, il tassista, mi racconta la sua storia. Dopo vent’anni passati a lavorare in una tipografia, nel 2015 decide di mettersi in proprio. È bravo e nel giro di poco tempo riesce a costruirsi una discreta rete di clienti. Il colpo di stato del 15 luglio però gli stravolge la vita. I suoi principali clienti e creditori sono accusati di appartenere al movimento golpista di Fethullah Gülen. Finiscono in carcere e il loro patrimonio viene congelato. Alcuni di loro sono poi rilasciati ma il loro patrimonio è tuttora sotto sequestro. A corto di liquidi Murat dopo pochi mesi getta la spugna e chiude la tipografia. Per pagare alcuni debiti vende la casa, poi anche la macchina e si mette a fare il tassista affittando, come accade a Istanbul, il taxi di un altro per il turno di notte. Ha conservato però gli assegni mai riscossi dei suoi vecchi clienti “La sera-mi confessa- ogni tanto li tolgo dal cassetto e me li rigiro per le mani. Non vedrò mai quei soldi”. Sono 130.000 i ricorsi presentati dalle vittime della repressione post-golpe, ma i lavori della commissione che li deve esaminare vanno a rilento.

Quando arrivo a destinazione molti appartamenti del quartiere hanno già le luci accese e c’è gente sui balconi. Nel cortile il piccolo esercito di scrutatori e rappresentanti di lista è già schierato. All’ingresso c’è il gruppo dei ragazzi dell’associazione “Il voto e oltre”, associazione creata nel 2013 sull’onda dell’entusiasmo partecipativo creato dalla rivolta di Gezi. Il suo compito è quello di formare rappresentanti di lista e monitorare tutte le fasi delle elezioni. Sono tutti giovani, soprattutto studenti, molti dei quali alla prima esperienza in un seggio elettorale. Li coordina Melike, giovane pubblicitaria, grazie anche all’ausilio di un gruppo whatsapp. I partiti di opposizione e associazioni hanno invece creato un’altra piattaforma “Elezioni giuste” con lo stesso obbiettivo. In totale sono qualche centinaia di migliaia i volontari che si sono mobilitati per queste elezioni. Accanto c’è il gruppo dei giovani volontari del partito pro-curdo HDP. Anche in questo caso è una ragazza a coordinarli, Zuhal. Il centro della scena è però occupato dal folto gruppo del partito CHP che staziona fiducioso davanti all’ingresso della scuola. Sembrano uno spaccato perfetto del tradizionale elettorato del CHP: pochi giovani, molte donne con i capelli immancabilmente tinti di biondo o rosso fuoco, pensionati, dipendenti pubblici, insegnanti, piccoli commercianti. A guidare il gruppo due donne, Şebnem la rappresentante locale del partito e Zeynep, presidente di seggio di lungo corso. Şebnem e Zeynep faticano a nascondere il loro entusiasmo “Allora, sei venuto ieri al comizio di Ince? Hai visto quanti eravamo? Gli abbiamo fatto vedere quanti siamo”. Si riferisce al comizio conclusivo di Muharrem Ince, candidato presidenziale CHP, che il giorno prima aveva raccolto ad Istanbul almeno due milioni di persone. Dopo questa dimostrazione di forza Şebnem e Zeynep sono sicure della vittoria “A meno di brogli, si intende”. Ad un certo punto Şebnem, mi chiede “Hai visto dove sono quelli dell’HDP?” Glieli indico: “Devo andare a salutarli”. Assisto così a un altro dei piccoli miracoli prodotti da queste elezioni: una tipica rappresentante del CHP che abbraccia e bacia entusiasticamente quelli che fino a poco tempo prima erano avversari temuti quasi quanto i militanti dell’AKP. Quando torna Şebnem è raggiante. Non sono sicuro che abbia rivisto la sua ostilità per i “separatisti curdi” ma pragmaticamente sa bene che l’ingresso in parlamento dell’HDP aumenterebbe le possibilità di incrinare la maggioranza del partito di Erdoǧan. Come molti altri anche lei quindi opterà per il voto disgiunto, Ince per le presidenziali e HDP alle parlamentari. Dei rappresentanti degli altri due partiti in lizza invece nessuna traccia. Il Buon Partito nato solo sei mesi prima non è riuscito a organizzarsi in tempo mentre il Partito della Felicità ha una struttura risicata. I volontari de “Il voto e oltre” cercheranno di supplire a queste mancanze e xxxxxx garantire una presenza minima di rappresentanti dell’opposizione in ogni seggio. Scrutatori e rappresentanti di lista dell’AKP arrivano invece più tardi. Entrano alla spicciolata senza degnare di uno sguardo i presenti suscitando la reazione stizzita di Zeynep “Visto come sono arroganti?”. Dietro di loro la potenza organizzativa del partito, ormai trasformatosi in un partito-stato, si manifesta nelle vesti di un furgone che si installa al centro del cortile. Fungerà da centro logistico e di collegamento dal quale usciranno generosi cestini che garantiranno colazione e pranzo per scrutatori e rappresentanti di lista. Dal furgone scendono il dirigente locale del partito: girovita abbondante, giacca a scacchi e sorriso compiaciuto. Lo accompagna il suo compagno di coalizione, il rappresentante del partito nazionalista MHP, con gli immancabili baffoni. Per ultima scende l’avvocata del partito che sfoggia un abbigliamento firmato fino all’ultimo accessorio. Sono giovani anche le avvocate inviate dal CHP con il compito di dare manforte ai rappresentanti di lista in caso di contestazioni.

L’apertura dei seggi è prevista per le otto. Alle sette e un quarto però i corridoi della scuola sono già occupati da una folla di anziani con il certificato elettorale in mano. Uno di loro mi chiede dove sia il suo seggio. Mentre glielo indico, gli faccio infelicemente notare che è ancora presto. Mi risponde stizzito “Lo so, lo so, volevo solo essere sicuro di non sbagliarmi”. Le istruzioni per i rappresentanti di lista sono chiare: prima di cominciare le votazioni si devono assicurare che tutte le buste in cui gli elettori metteranno le loro schede vengano timbrate con il timbro del seggio. Nel referendum presidenziale del 2017 la decisione della commissione elettorale a scrutinio in corso di considerare valide anche le buste non timbrate aveva alimentato sospetti di brogli. In un seggio il presidente non sembra essere a suo agio con i timbri. Uno scrutatore spazientito esclama “Io so come si fa, sono contabile” e si mette velocemente a timbrare avendo cura che il timbro cada sempre nella stessa posizione, in basso a sinistra. Osservandolo si ha l’impressione che sia assolutamente convinto che dalla posizione del suo timbro dipenda l’esito di tutta l’ elezione. Alle otto si mette in movimento un flusso costante e ininterrotto di elettori. La mattina è soprattutto il momento degli anziani. Molti di loro hanno problemi di deambulazione. Una donna viene portata a braccia con la sua carrozzella fino al seggio del terzo piano. Anziani con il bastone salgono le scale lentamente ma con la massima determinazione aggrappandosi al corrimano. Alcuni dopo aver vagato per i corridoi scoprono di aver sbagliato scuola. Una coppia di anziani che si tiene a braccetto dopo aver tentato la sorte in diversi seggi scopre di non essere iscritta nelle liste elettorali. A metà mattinata si presentano in veste di osservatori internazionali due deputate del partito dei Verdi tedeschi accompagnate da un’interprete. Si muovono tra i corridoi, entrano nei seggi, ascoltano, si fanno tradurre, prendono appunti. Poi escono nel cortile e si rivolgono a un signore di mezza età responsabile della logistica del CHP. Il sacro fuoco del nazionalismo che arde nel petto di ogni militante del partito di Atatürk, di fronte all’ingerenza straniera prende il sopravvento su ogni altra considerazione. La sua risposta è secca e a denti stretti, poi riprende ostentatamente a parlare con un amico. Il flusso di elettori si riduce intorno all’ora di pranzo. È il momento per la macchina organizzativa dei partiti di rimettersi in moto. Riso e spezzatino per i membri del CHP, menu a scelta per quelli AKP. I ragazzi dell’HDP invece devono fare da soli e uno di loro parte alla ricerca di acqua e biscotti. Il padre di una giovane rappresentante di lista si presenta nel seggio della figlia con una busta di viveri. La ragazza, come impone il galateo, apre una scatola di dolci e comincia a offrirne a tutti i presenti. Deve però fare attenzione a non scontrarsi con l’addetto del bar della scuola che fin dal mattino volteggia con il suo vassoio per i seggi della scuola determinato a garantire ai presenti rifornimenti costanti di çay. Dopo pranzo il flusso di elettori riprende con la stessa intensità del mattino mentre scende l’età media degli elettori. Una rappresentante dell’HDP osservando la scena commenta “È come essere a teatro”. Davanti a noi sfilano ragazze con l’ombelico scoperto, donne velate in tutte le possibili varianti, ragazzi tatuati, famiglie allargate, vedove armene, gli ultimi anziani smarriti e gli immancabili personaggi folcloristici come il cowboy dotato di stivali, speroni e cappello che attraversa baldanzosamente il cortile. All’interno della scuola lo spazio è angusto e spesso sulle scale si formano degli imbuti. A gestire il traffico si ritrovano spesso gli onnipresenti militanti dell’AKP, riconoscibili perché portano un’improbabile penna arancione infilata nel taschino. Durante le operazioni di voto poche sono le contestazioni che fanno scattare avvocati, rappresentanti di partito e curiosi. In una classe che ospita due seggi un elettore ha messo la busta con le schede nell’urna del seggio sbagliato: dopo un’animata discussione si impone il rispetto del regolamento che in questi casi prevede che una scheda venga estratta a sorte dall’urna e poi bruciata. In un seggio, un elettore si presenta accompagnato dicendo di essere cieco, ma non ha il certificato medico che lo dimostri. L’accompagnatore insiste per entrare con lui nel seggio, il rappresentante di lista dell’AKP insorge urlando. Immediatamente si forma un capannello nel quale svetta l’avvocata dell’AKP che nel frattempo ha avuto modo di rinnovare completamente l’abbigliamento del mattino. La situazione si fa tesa. Arrivano due poliziotti “Serve aiuto?” “No, grazie, nessuno problema risolviamo da soli”. I poliziotti salutano e se ne vanno e la situazione si ricompone con la rinuncia dell’accompagnatore ad entrare nel seggio. I rappresentanti di lista chiedono però che l’episodio venga messo a verbale. In un altro seggio un elettore insiste perché la moglie lo immortali con il telefonino mentre infila la busta nell’urna. Il presidente di seggio si alza dalla sedia, si piazza al centro della sala e recita enfaticamente il regolamento “ È consentito scattare fotografie all’interno dei seggi solo previa autorizzazione della commissione elettorale”. Dal pubblico si alza una voce “Sì, ma il presidente della repubblica si fa sempre fotografare” Il presidente risponde sorridendo “Si vede che ha l’autorizzazione”. Sghignazzo generale tra i presenti.

Il flusso regolare degli elettori si interrompe quando nel cortile entra la macchina del giornalista Ahmet Şık, indistruttibile e sorridente candidato dell’HDP. Colpito due volte alla testa dai lacrimogeni intelligenti della polizia durante la rivolta di Gezi, poi incarcerato per un anno per aver rivelato le infiltrazioni güleniste nella polizia. Dopo il tentato golpe del 2015 è finito di nuovo in carcere per otto mesi con l’accusa di propaganda terroristica…. a favore del movimento gülenista. Quando scende dalla macchina viene circondato da una piccola folla. Un anziano signore curdo con gli occhi lucidi lo afferra per il collo e gli sussurra “Andiamo a prendere un çay”. Il giornalista si libera a fatica dalla stretta e promette “Torno dopo per il çay della vittoria”. La macchina riparte accompagnata da un coro di applausi. Alle 17.00 si chiudono i seggi e cominciano immediatamente le operazioni di scrutinio. Şebnem e Melike mettono in guardia i rappresentanti di lista perché “adesso comincia la parte più delicata della giornata”. Prima bisogna verificare le buste e verbalizzare quelle non valide. Nonostante i timori, questa volta i timbri sembrano tutti al loro posto. Poi inizia il conteggio dei voti. Uno scrutatore apre con molta attenzione ogni scheda e declama ad alta voce la preferenza mostrando la scheda a 360 gradi mentre rappresentanti di lista prendono nota. Nonostante i timori della vigilia, alimentati anche dalla complicazione aggiuntiva dell’esistenza di coalizioni elettorali, anche questa fase si svolge senza particolari intoppi. All’esterno della scuola intanto i sostenitori dell’AKP hanno già cominciato la loro guerra psicologica con caroselli di macchine festanti, trombette e tamburi. Alle 21.00 tutte le operazioni sono concluse. Il verbale dell’ultimo seggio scrutinato riflette la vittoria netta di Ince e del CHP e l’ottima performance dell’HDP. Un rappresentante del CHP uscendo dal seggio mi sussurra raggiante “Anche qui li abbiamo spazzati via”. Quando esco, nel cortile sono rimasti pochi irriducibili. In un angolo il furgone che deve consegnare gli ultimi sacchi di voti alla commissione elettorale provinciale sta scaldando i motori. Saranno accompagnati da Şebnem e Zeynep che non hanno nessuna intenzione di lasciare incustoditi i sacchi e il loro prezioso contenuto nel loro viaggio finale. L’autobus che mi riporta a casa fatica a farsi largo tra i cortei di auto dei supporter di Erdoǧan. Una volta a destinazione trovo l’intero quartiere in festa. Qualcuno spara allegramente per aria. Un tempo l’uso delle armi era associato alle feste di matrimonio nei villaggi. L’urbanizzazione della popolazione ha preservato la tradizione trasferendola però dai matrimoni alle celebrazioni delle vittorie di Erdoǧan. L’indomani nei social media circolerà un video che mostra in un quartiere di Istanbul diverse persone, tra cui anche una donna con il velo di ordinanza, che festeggiano in mezzo alla strada sparando per una decina di minuti con pistole e armi automatiche. Tutto questo accade in un paese dove vige lo stato di eccezione e le strade pullulano di poliziotti che hanno la facoltà di identificare e perquisire i passanti. La risposta alle mie perplessità arriva da un giornalista di lungo corso di Ankara “Certo, esiste lo stato di eccezione, ma non per tutti”. Del resto solo poche settimane prima il ministro dell’interno era stato costretto ad ammettere che le migliaia di armi che la polizia aveva distribuito alla popolazione la notte del tentato colpo di stato sono ormai irreperibili. Entro a casa giusto in tempo per vedere Erdoǧan che si autoproclama vincitore da uno dei suoi uffici di Istanbul. Lo fa basandosi sui dati forniti dall’agenzia di stampa statale –l’unica rimasta sul mercato- senza nemmeno attendere quelli ufficiosi della commissione elettorale. Sul versante dell’opposizione la situazione è caotica: un rappresentante del CHP inizialmente dichiara che si andrà al secondo turno, confortato dai dati forniti dalla piattaforma “Elezioni giuste”. Un altro candidato, Karamollaoǧlu, invece riconosce subito la vittoria di Erdoǧan. Più tardi lo farà anche il rappresentante del CHP. Del candidato del partito Ince, come dell’altra candidata Akşener, nonostante le promesse battagliere della vigilia, non c’è traccia. Ince si farà maldestramente sentire solo attraverso un sms ad un giornalista televisivo nel quale riconosce che “quell’uomo ha vinto”. Nel frattempo l’associazione “Il voto e oltre” tace mentre la piattaforma “Elezioni giuste” deve riconoscere di aver avuto problemi tecnici e organizzativi e quindi si limita a confermare i dati della commissione elettorale. Questa situazione di assoluta approssimazione scatena sui social media la rabbia e la frustrazione degli elettori dell’opposizione che si sentono abbandonati. Nella rete viaggia anche un discreto repertorio di teorie complottiste su presunti brogli e minacce che avrebbero costretto Ince ad accettare la vittoria di Erdoǧan. L’indomani Ince in una conferenza stampa confermerà la sostanziale correttezza del voto. Alle stesse conclusioni giungono anche gli osservatori dell’OCSE. I fantasmi dei brogli continuano però a aleggiare dentro e fuori la rete. Favoriti da una lunga tradizione di paranoie complottarde, alimentati dalla evidenza che le istituzioni statali hanno perso qualsiasi imparzialità e dalle esperienze del referendum passato, questi fantasmi si sono poi trasformati in un comodo paravento dietro al quale l’opposizione cerca di nascondere sedici anni di sconfitte ininterrotte. La lunga giornata elettorale si conclude alle 02.30 della notte quando Erdoǧan compare sul balcone della sede del partito ad Ankara di fronte ad una folla di irriducibili stremati. Anche il presidente è visibilmente stanco, il tono della voce monotono, e nel suo discorso ritualmente assicura “che sarà un presidente che abbraccerà ottantuno milioni di cittadini”. Nei giorni successivi però qualcuno rimane escluso dall’abbraccio presidenziale. Come un parlamentare del CHP da tempo inquisito per propaganda terroristica che un giudice decide improvvisamente di spedire dietro le sbarre. Oppure la copresidente del partito HDP che riceve una telefonata di minacce nientedimeno che dal ministro dell’interno. Richiesto dai giornalisti di confermare il contenuto della telefonata, il ministro risponde “Certo, e le ho detto anche di più”. Al centro della telefonata l’ennesima prodezza del PKK che la sera delle elezioni in uno sperduto villaggio al confine iraniano ha fatto ritrovare il corpo di un militante dell’AKP legato ad un palo e con un proiettile nella testa, colpevole, secondo l’organizzazione, di essere un informatore della polizia. Con questa azione anche il PKK è così riuscito per il rotto della cuffia a ritagliarsi un piccolo spazio nel gran teatro delle elezioni. Ci aveva provato anche nei giorni precedenti uccidendo quattro militari. Senza successo però, perché ormai questo genere di azioni ha assunto il carattere di un fenomeno naturale inevitabile che viene stancamente relegato nelle pagine interne dei giornali.

Lunedì è il momento dei numeri. Le percentuali di affluenza ai seggi, già tradizionalmente alte, questa volta hanno toccato il picco dell’86%. Recep Tayip Erdoǧan è riconfermato presidente della repubblica con il 52,59% delle preferenze, all’incirca la stessa percentuale delle elezioni del 2014 -51,79%-. DEVAM quindi, si continua. Lo sfidante più efficace, Muharrem Ince, si è fermato al 30,6%. Tra gli altri candidati Selahattin Dermitaş, costretto a fare campagna elettorale dal carcere, subisce una leggera flessione rispetto al 2014 ottenendo l’8,4% mentre la vera novità di queste elezioni, Meral Akşener, ottiene il 7,2%. Il quarto candidato, Temel Karamollaoǧlu, riesce a superare anche le peggiori previsione fermandosi allo 0,8%.

I risultati del Parlamento invece hanno solamente in parte mantenuto le promesse della vigilia. L’AKP si conferma il primo partito con il 42,5% dei voti facendo però segnare un netto calo, del 7%, rispetto alle elezioni del 2015. L’emorragia di voti del partito di Erdoǧan ha un carattere omogeneo su tutto il territorio nazionale con alcuni picchi, come nel caso della città di Kayseri, roccaforte della nuova borghesia industriale conservatrice ma anche del movimento di Fethullah Gülen, dove il partito ha perso il 14%. Nonostante la ventata di novità portata da Muharrem Ince, il CHP con il 22,6% incassa una perdita di tre punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni. A determinarla la scelta del voto disgiunto di una parte dei suoi lettori ma anche l’attrazione che le sirene nazionaliste del Buon Partito hanno esercitato su quegli elettori che non hanno digerito la visita in carcere di Ince a Selahattin Demirtaş. La vera sorpresa di queste elezioni è rappresentata dalla performance del partito nazionalista MHP, che tutti i sondaggi davano sotto il 10% e che invece ha ottenuto l’11% delle preferenze intercettando buona parte dei voti in fuga dall’AKP. Il successo dei nazionalisti di Bahçeli è risultato decisivo per la vittoria di Erdoǧan e per garantire all’AKP la maggioranza parlamentare. La decisione di Erdoǧan di rompere il tabu delle coalizione si è quindi rivelata, almeno sul piano dei numeri, una scelta vincente. Allo stesso tempo la possibilità di creare coalizioni ha avuto l’effetto di annullare l’antidemocratico sbarramento del 10% e portare in parlamento un numero di partiti, sette, come non si vedeva da tempo. Il partito filo-curdo HDP ha superato la soglia di sbarramento ottenendo l’11,7% e si conferma la terza forza all’interno del parlamento. Tuttavia uno sguardo ravvicinato alla mappa dei voti mostra come il partito ha perso consensi nelle regioni curde - un elemento che non si spiega solamente con le particolari condizioni in cui è votato in quella parte del paese - mentre ne ha guadagnati considerevolmente nelle metropoli della Turchia occidentale. Come emergeva chiaramente anche nel piccolo campione della scuola di Fatih, una parte di elettori del CHP ha scelto di votare HDP per consentirgli di entrare in parlamento e minacciare la maggioranza dell’AKP. Altrettanto importante è stata la scelta del partito di candidare nelle metropoli dell’ovest esponenti della galassia dei partiti di sinistra e personalità particolarmente popolari come il giornalista Şık. Infine rimane da rimarcare il 9,5% del Buon Partito, alla sua prima prova elettorale, che ha beneficiato del voto dei nazionalisti scontenti di CHP E MHP.

Uno sguardo d’insieme alla mappa elettorale del 24 giugno conferma l’esistenza almeno dal 2014 di due blocchi contrapposti la cui consistenza è rimasta invariata nel tempo. Il carisma appannato di Erdoǧan, l’inconsistenza del suo programma, i morsi della crisi economica e l’entusiasmo generato tra i ranghi dell’opposizione dalla apparizione di un candidato come Ince, sono riusciti solamente a far spostare flussi di voti all’interno di ciascuno schieramento senza intaccarne la consistenza totale. Eppure per queste elezioni i partiti di opposizione erano riusciti nel piccolo miracolo di creare una coalizione. Sfumata la possibilità di presentare un candidato comune, ogni partito ha finito poi per presentarne uno proprio. Come conseguenza l’opposizione ha condotto quattro campagne elettorali indipendenti, dimenticandosi della coalizione e del protocollo d’intenti firmato all’inizio della campagna. Inevitabilmente ben presto la campagna elettorale si è trasformata in una sfida tra Erdoǧan e il candidato dell’opposizione che aveva alle spalle il partito più forte. Ince poi ci ha messo la sua eloquenza e la sua baldanza oltre che lo sforzo di evitare di trasformare il confronto in un’antistorica contrapposizione tra “laici” e “religiosi”. Per rassicurare e blandire l’elettorato di Erdoǧan, Ince si è presentato come buon musulmano, rispettoso della tradizione e ha condito ogni suo comizio con riferimenti ad Allah proponendosi come il presidente di tutti. Molto presto però il peso della sua storia personale e soprattutto di quella del suo partito hanno preso il sopravvento. I suoi quotidiani attacchi a Erdoǧan, deriso sistematicamente perché non avrebbe quella laurea che si vanta di avere, hanno ricordato la tradizionale spocchia dell’elettorato del CHP e il suo disprezzo per le classi popolari e incolte. I comizi oceanici che tanto hanno entusiasmato Şebnem e Zeynep, hanno però fatto anche riecheggiare slogan ed atmosfere che ricordavano quelle feroci dei “comizi per la repubblica” che nei primi anni duemila chiedevano l’intervento dei militari per fermare l’ascesa dell’AKP e in cui si aggredivano le donne velate. Se la scelta di un luogo contribuisce a caricare simbolicamente una performance sociale, la scelta di tenere comizi in una particolare piazza di Ankara oppure a Smirne - luoghi strettamente associati alla storia recente e passata del CHP - ha trasformato i comizi del candidato Ince, che si voleva il candidato di tutti, in tradizionali comizi del CHP. Erdoǧan dal canto suo ha sapientemente saputo evocare le vere o presunte malefatte del CHP e il pericolo che gli “elitisti spocchiosi” potessero tornare ad accanirsi sul “popolo”. E alla fine anche l’elettorato più critico o scettico verso l’AKP, impaurito, ha votato non per un programma ma per confermare la propria appartenenza e serrare i ranghi di fronte alla minaccia che un tempo si sarebbe chiamata “kemalista”. La lezione di queste elezioni è che il peso della storia e dei simboli di un partito politico, che nel caso del CHP coincide con la storia della repubblica, è tanto forte da essere in grado di incanalare istanze nuove entro vecchi schemi e vecchie metafore. Da qui forse ne discende la considerazione che la possibilità di un rinnovamento per l’opposizione non passerà tanto per un rinnovo della leadership del CHP – già all’interno del partito si è scatenata la battaglia per la poltrona di segretario - quanto piuttosto per la nascita di un nuovo soggetto politico. Ma qui, per il momento, siamo nel regno della fantapolitica.

La realtà politica post-elettorale è fatta invece della piena entrata in vigore del regime “dell’uomo solo al comando” con le sembianze di un presidenzialismo il cui concreto funzionamento rimane ancora avvolto nell’incertezza. Un nuovo mattone per la costruzione della Nuova Turchia agognata da Erdoǧan e un altro passo verso l’obiettivo dei suoi sogni: celebrare il centenario della repubblica, nel 2023, scalzando dal suo piedistallo un altro presidente dai poteri assoluti, Atatürk. A differenza di Atatürk però, Erdoǧan celebra la sua incoronazione in contemporanea con una perdita significativa di consensi nel suo partito e costretto a subire la coabitazione con un partner politico, il nazionalista Bahçeli, tutt’altro che accomodante. Forse non è questa la situazione che il presidente aveva sognato di trovare al suo risveglio, la mattina del 25 giugno.

Elezioni in Turchia, tamam o devam?

Fabio Salomoni

“Sfregiare il carisma” è un’espressione dello slang della lingua turca per indicare un episodio, un inciampo imprevisto che all’improvviso incrina l’aura di una persona rivelandone la fragilità. Lo scorso 8 maggio Twitter ha annunciato che il trend più popolare della giornata rilanciato da più di un milione di utenti era una parola turca, TAMAM. Una parola comunissima, una di quelle che anche il turista mordi e fuggi impara velocemente, che serve generalmente ad esprimere accordo oppure in alcuni casi per dichiarare di averne abbastanza – Basta così. Proprio Il giorno prima il presidente Erdoǧan in un discorso pubblico aveva pronunciato questa parola apparentemente per rassicurare gli avversari che lo sospettavano di non avere nessuna intenzione di lasciare il suo posto: “Se il popolo dovesse dire basta così, tamam, noi ci faremo da parte”. Immediatamente questa parola dal suono così innocente si è velocemente trasformata in un boomerang  diventando la parola d’ordine dei suoi oppositori nella campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 24 giugno. A nulla sono valsi i tentativi di rimediare all’incidente accusando i twittatori di essere simpatizzanti del terrorismo, che fosse quello del golpista Fethullah Gülen oppure quello dell’immancabile PKK. Goffo anche il tentativo di rilanciare un’altra parola d’ordine, devam – si continua. Tutto inutile, il danno ormai era fatto e appunto il carisma personale del Presidente sfregiato. Il carisma, secondo Max Weber, è costituito dal (presunto) possesso da parte di una persona di qualità eccezionali. E queste qualità per diventare carisma devono essere poi riconosciute come tali da un pubblico che finisce così per riconoscere in quella persona un leader. È indubbio che il carisma personale di Erdoǧan rappresenti una delle chiavi di lettura principali per leggere la sua straordinaria parabola politica, fin dalla sua ormai lontana elezione a sindaco di Istanbul nel 1994.

Tamam non è stata però la prima occasione in cui il carisma di Erdoǧan si è appannato. Per rimanere al passato recente, il primo duro colpo all’aura personale e alla carriera politica del presidente era arrivato alle elezioni del 2015 quando la sua esponenziale cavalcata trionfale, cominciata nel 2002, aveva subito un rallentamento e il Partito della Giustizia e dello Sviluppo – AKP – aveva perso quasi il 10% dei consensi e rischiato di dover accettare l’onta di un governo di coalizione. In quel caso grazie al generoso sostegno del PKK che aveva contribuito a riaccendere la violenza nel sud-est, nuove elezioni avevano restituito a Erdoǧan e al suo partito il maltolto. Nell’estate successiva il tentativo di colpo di stato attribuito al suo ex sodale Fethüllah Gülen aveva offerto un’occasione per rivitalizzare una delle dimensioni principali del carisma di Erdoǧan: quella della vittima che subisce l’ingiustizia di attacchi proditori, prima dell’establishment kemalista poi di un ex compagno di viaggio, ma che tuttavia riesce a rialzarsi. Lo scampato pericolo ha scatenato la rappresaglia indiscriminata di Erdoǧan ma anche la volontà di accelerare il passaggio da una democrazia plebiscitaria a una democrazia dai caratteri marcatamente autoritari. Il referendum dell’aprile 2017 avrebbe dovuto sancire questo passaggio trasformando il paese da una repubblica parlamentare a una repubblica presidenziale molto sui generis. Nonostante l’enorme e ineguale spiegamento di mezzi messo in campo dalla propaganda presidenziale, il nuovo assetto istituzionale venne tuttavia approvato da una maggioranza risicata, 51,4%, con il corollario di sospetti sulla regolarità nello spoglio dei voti. Lo scatto che all’epoca colse il presidente Erdoǧan, pochi minuti prima dell’annuncio dei risultati del referendum, il suo volto corrucciato, quasi impaurito, rappresenta un’immagine iconica del suo carisma sfregiato. Anche in questo caso lo scampato pericolo ha incoraggiato un ennesimo giro di vite sulla società, rinvigorendo un clima da caccia alle streghe, alimentando una paranoia generalizzata, trasformando il sistema giudiziario in un’arbitraria clava nella mani del potere politico con il ben noto corollario di purghe e arresti.

La consacrazione del nuovo assetto istituzionale sarebbe dovuta essere sancita da elezioni presidenziali previste per il 2019. Sebbene più volta smentita la possibilità di tenere elezioni anticipate, dall’inizio dell’anno numerosi segnali mostravano come si stessero accelerando i preparativi elettorali. In primo luogo, la vendita da parte del gruppo Doǧan di quello che restava del suo impero mediatico a un imprenditore molto vicino a Erdoǧan. Tra i gioielli di famiglia ceduti vi erano la più importante agenzia di stampa privata e il quotidiano “Hürriyet”. Per decenni considerato “la nave ammiraglia della stampa turca”, portavoce dell’estabishment kemalista, il quotidiano era stato negli anni ’90 uno degli strumenti principali nella guerra all’Islam politico che aveva portato al cosiddetto golpe postmoderno del 1997. Una guerra anche personale nei confronti dello stesso Erdoǧan. “Quest’uomo non diventerà nemmeno un impiegatuccio dell’anagrafe” uno dei tanti titoli dedicati dal giornale e che Erdoǧan ha mostrato più volte di non aver dimenticato. La vendita di “Hürriyet”, “la fine di un’epoca” come ha commentato un giornalista di lungo corso, è stata per il presidente da un lato l’occasione per saldare vecchi conti, ma anche per garantirsi il pressoché totale allineamento dei principali media del paese alle sue posiziono. Il secondo segnale di preparativi elettorali in corso è stata una riforma che consentiva la creazione di coalizioni elettorali. La riforma ha sancito di fatto  l’istituzionalizzazione dell’alleanza tra l’AKP e il partito nazionalista MHP esistente fin dal dopo golpe del 2015. È difficile non leggere in questo ricorso a uno strumento, la coalizione, da sempre demonizzato da Erdoǧan, il segno di una preoccupazione per l’esito del voto. Anche la campagna militare nella Siria del nord contro le milizie curde di Afrin, accompagnata da una straordinaria mobilitazione mediatica che aggiornava in tempo reale il pubblico turco sul numero delle perdite inflitte “ai terroristi”, al di là dei suoi obiettivi politici e strategici, appariva soprattutto come una gigantesca macchina di propaganda che titillando l’orgoglio militar-nazionale del paese, anche di parte dell’opposizione, mirava smaccatamente a ricompattare la nazione, e soprattutto l’elettorato, intorno alla figura del leader.

Sebbene nell’aria da tempo, l’annuncio della data delle elezioni, “molto anticipate” per usare un’espressione felice coniata dall’ironia turca, ha preso tutti in controtempo. Le ipotesi e le dietrologie per spiegare questa decisione abbondano ma sono l’andamento dell’economia del paese e le sue prospettive incerte ad apparire l’elemento decisivo. Nonostante i proclami su tassi di crescita “cinesi” e gli immancabili riferimenti alle realizzazioni infrastrutturali dell’era Erdoǧan, l’economia arranca. Crescono inflazione e disoccupazione, la lira turca si svaluta progressivamente e immancabilmente crescono anche i segnali di preoccupazione di mercati, investitori esteri e agenzie di rating ed emergono le debolezze congenite del modello di sviluppo scelto da Erdoǧan e dai suoi. Paradossalmente poi l’annuncio delle elezioni anticipate ha avuto l’effetto di accelerare il processo di svalutazione della lira tanto da costringere Erdoǧan a un viaggio lampo a Londra per rassicurare gli ambienti finanziari.

Sul piano politico invece l’annuncio delle elezioni anticipate ha avuto l’effetto di produrre un piccolo miracolo. La profonda frammentazione e conflittualità della società turca, organizzata intorno a linee etniche, religiose, e ideologiche, che si riflette e si amplifica nel comportamento dei partiti politici, è uno degli elementi che ha contribuito al consolidamento del potere del presidente. Questa volta l’avvicinarsi di un’altra scadenza decisiva e la prospettiva di vedere istituzionalizzato il regime del presidente hanno spinto quattro partiti di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo – CHP – il neonato Buon Partito – Iyi Parti – il Partito della Felicità Saadet Partisi – e il Partito Democratico, a formare una coalizione, l’Alleanza del Popolo. L’eccezionalità della situazione non potrebbe essere meglio rappresentata dalla presenza nella stessa coalizione del partito laico-repubblicano CHP e di quello che almeno per la sua storia si presenta come il custode dell’eredità dell’islamismo politico non corrotto dalla deriva erdoǧaniana, il partito della Felicità. Miracolo tuttavia imperfetto, quello della coalizione, visto che ne rimane escluso, soprattutto per l’opposizione del Buon Partito, il partito filo-curdo HDP. I quattro partiti si presenteranno come coalizione nelle elezioni per il rinnovo del parlamento che si svolgeranno in contemporanea con quelle presidenziali. Grazie alla riforma elettorale voluta da Erdoǧan, anche i partiti della coalizione che non dovessero superare lo sbarramento del 10% potranno comunque mandare dei deputati in parlamento.

Inizialmente la coalizione ha accarezzato anche l’idea di presentare un candidato unico per le elezioni presidenziali. Il nome più gettonato, quello di Abdullah Gül. Co-fondatore dell’AKP con lo stesso Erdoǧan, presidente della repubblica tra il 2007 e il 2014, Gül da tempo è in rotta di collisione con il presidente.  Dopo settimane di trattative e illazioni Gül ha infine annunciato pubblicamente la rinuncia alla candidatura, ufficialmente per non aver trovato un appoggio abbastanza ampio. Tuttavia non irrilevante nella decisione di Gül è probabilmente stata la visita che ha ricevuto pochi giorni prima di annunciare la sua decisione, quando il capo di stato maggiore delle forze armate – dopo essere atterrato con il suo elicottero nel giardino della casa dell’ex presidente – si è poi intrattenuto con lui in un lungo e, come riportato dalle agenzie, "amichevole" colloquio.

Tramontata l’ipotesi di un candidato unico dell’opposizione, il 24 giugno prossimo il presidente Erdoǧan si troverà di fronte quattro sfidanti principali.

Muharrem Ince è il candidato scelto dal CHP.  Principale oppositore interno del segretario Kiliçdaroǧlu, considerato un rappresentante della sinistra del partito, Ince ha un profilo che si discosta significativamente da quello elitario con il quale larga parte dell’elettorato ha identificato il partito. Di origini contadine, una carriera nella scuola pubblica come insegnante di fisica, Ince ha scalato tutti gradi della gerarchia interna del partito. Dotato di uno stile retorico diretto e tagliente, molto simile a quello di Erdoǧan, nel giorno dell’annuncio della sua candidatura Ince si è enfaticamente tolto il simbolo del partito dalla giacca dichiarandosi pronto a essere il presidente di tutti e andando poi a trovare in carcere il leader del partito filocurdo Selahattin Demirtaş. Accompagnato dalla inevitabile dose di ricette demagogiche soprattutto in economia, Ince si propone tuttavia come un presidente inclusivo, intenzionato a ricucire le profonde spaccature sociali, ideologiche, etniche prodotte da 16 anni di monopolio AKP. Il silenzio con cui per giorni il presidente Erdoǧan e il suo partito hanno accompagnato l’annuncio della candidatura di Ince ben riflettono la sorpresa nel ritrovarsi di fronte un candidato che per stile retorico e contenuti si discosta marcatamente dall’opposizione blanda e inefficace fino ad ora mostrata dal CHP.

La candidatura di Meral Akşener, fondatrice del Buon Partito, rappresenta prima di ogni altra cosa il ritorno sulla ribalta politica del paese di una donna, dopo la disastrosa esperienza del primo ministro Tansu Ciller negli anni ’90. Anche Akşener ha cominciato la sua carriera politica nei primi anni ’90 nello stesso partito della Ciller, arrivando a ricoprire la carica di ministra dell’interno. Dopo la polverizzazione del partito a seguito della crisi del 2001, Akşener è passata al partito nazionalista MHP. Dopo aver speso gli ultimi due anni nell’inutile tentativo di scalzare l’immarcescibile presidente Bahçeli, pochi mesi fa la Akşener con un gruppo di dirigenti dissidenti ha fondato il Buon Partito – Iyi Parti.  Molto esplicita nei suoi attacchi a Erdoǧan e decisamente convinta di poter battere il presidente, Akşener con il suo mix di riferimenti nazionalisti, difesa della laicità e avversione viscerale per le rivendicazioni curde, mira non solo ad attirare gli elettori scontenti del MHP ma anche a ricostituire quell’area di centro destra da anni fagocitata dall’AKP.

Selahattin Demirtaş è il candidato del partito filo-curdo HDP. Avvocato, co-presidente del partito, è l’esempio di un carisma fondato su elementi agli antipodi non solo rispetto a quello del presidente Erdoǧan ma anche alla vecchia generazione del suo partito. Un passato da militante per i diritti umani a Diyarbakır, dotato di una forza gentile e persuasiva, è stato capace di attenuare i riferimenti nazionalisti, curdi, e proporre un modello di partito capace di parlare alle forze democratiche dell’intero paese con una particolare attenzione per le altre minoranze, etniche, religiose e di genere. Una rivoluzione che ha prodotto lo storico successo elettorale del giugno 2015 quando per la prima volta un partito filocurdo non solo si è presentato al voto con il proprio simbolo ma è riuscito a diventare la terza forza politica del paese. Demirtaş però sarà anche il primo caso nella storia turca di un candidato costretto ad fare la sua campagna elettorale da un carcere, visto che pochi giorni fa il tribunale ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai suoi avvocati. Dietro le sbarre dal novembre 2016 con le immancabili accuse di collusione con il terrorismo, Demirtaş paga l’aver trasformato il suo partito in una forza politica capace di minacciare l’egemonia dell’AKP, la sua sfrontata opposizione a Erdoǧan ma anche l’ambiguo atteggiamento che lui e il suo partito hanno avuto nei confronti della campagna militare che il PKK ha lanciato nelle strade delle città curde all’indomani della vittoria elettorale del 2015.

Infine l’ultimo candidato è il presidente del Partito della Felicità, Temel Karamollaoǧlu. Rappresentante dell’ala pura dell’islamismo politico che non volle seguire Erdoǧan e i suoi sodali nell’avventura dell’AKP, Karamollaoǧlu ha rappresentato la vera sorpresa di questo inizio di campagna elettorale. Gli attacchi sferzanti che quotidianamente porta a Erdoǧan non si fondano infatti su riferimenti religiosi quanto piuttosto su argomenti concreti quali l’uso politico della magistratura, il deterioramento della democrazia e gli insuccessi in campo economico. Karamollaoǧlu non ha nessuna possibilità di essere un avversario serio nella corsa presidenziale. Tuttavia la sua biografia e il suo carisma potrebbero costituire un riferimento alternativo alle elezioni politiche per quella quota di elettori dell’AKP a disagio per l'involuzione del partito.

Max Weber individua almeno due elementi necessari affinché le caratteristiche eccezionali di una personalità si trasformino in carisma, perché inneschino un processo carismatico. In primo luogo l’esistenza di una situazione eccezionale, politica o economica. Al momento dell’ascesa politica di Erdoǧan, nel 2001, la Turchia era travolta da una spaventosa crisi economica, accompagnata dal crollo di un sistema politico minato da corruzione, ingiustizie e da riferimenti sostanzialmente autoritari ed elitari, che legittimavano l’esclusione di interi settori sociali. Il secondo elemento del processo carismatico è l’affinità tra contesto culturale e caratteristiche del leader. Indubbiamente la biografia di Erdoǧan, i suoi riferimenti culturali e anche il suo linguaggio trovavano una corrispondenza in quella parte di elettorato popolare che reclamava rappresentanza e riscatto. La combinazione di questi due fattori ha contribuito largamente ai trionfi elettorali di Erdoǧan negli anni a seguire. All’ora attuale è possibile percepire i segnali di una nuova situazione di eccezionale. In primo luogo i morsi di una crisi economica che da semplice prospettiva si sta progressivamente trasformando in una realtà quotidiana. Evidenti i segni di una trasformazione del contesto culturale non più definito dalla contrapposizione tra un elite, laica, e una massa popolare, religiosa quanto piuttosto dall’alternativa tra tendenze autoritarie e domande di libertà, e di benessere economico, che sono maturate in una società che negli ultimi 16 anni si è trasformata profondamente. Il nuovo contesto culturale che si sta delineando insieme alla crisi incombente non sembrerebbe essere in sintonia con il carisma di Erdoǧan. Contestualmente è indubbio che all’interno di questo quadro, la comparsa di candidati credibili e la percezione che l’avversario stia mostrando segni di debolezza hanno trasmesso all’opposizione una sferzata di energia e di ottimismo simboleggiata efficacemente dai tweet di tamam. Sondaggi e commenti insistono poi nel segnalare, come già accaduto del resto per il referendum del 2017, l’esistenza di una quota importante di elettorato AKP sfiduciato e preoccupato. Tuttavia al netto di queste considerazioni, a un mese dal voto, Erdoǧan deve essere necessariamente considerato il favorito nella corsa alla presidenza della repubblica, anche in considerazione del fatto che le elezioni prevedono la possibilità di un secondo turno, l’8 luglio.

In primo luogo per la forza della logica del voto di appartenenza, con il quale una fetta consistente dell’elettorato esprime prima di tutto un’appartenenza identitaria a uno schieramento oltreché la riconoscenza nei confronti di un leader che gli ha garantito una legittimità pubblica, simboleggiata dalla fine dell’ostracismo per le donne velate, e, almeno per alcuni gruppi sociali, benessere economico Secondariamente il delicato contesto attuale non solamente interno ma anche su scala regionale potrebbe far considerare la sconfitta di Erdoǧan un pericoloso salto nel buio. Infine una variabile psicologica non trascurabile è rappresentata dal timore di una parte dell’elettorato, conservatore, che alla caduta di Erdoǧan faccia seguito la rappresaglia dei vincitori, i laici. Un timore fantasmatico che ha poche conferme nella realtà attuale, ma che trova alimento nelle memorie di quanto è accaduto nel 1997.

Infine esistono una serie di ragioni più prosaiche che rendono Erdoǧan il favorito. Il presidente della repubblica ha il controllo totale dell’apparato elettorale e la recente riforma lo ha, se possibile accentuato. L’esperienza del referendum del 2017 che ha visto la modifica delle regole per lo spoglio dei voti dopo l’apertura delle urne ha mostrato quanto delicata sia questa fase.  Le numerose iniziative che si stanno organizzando per garantire un controllo delle operazioni di voto e scrutinio testimoniano dei timori dell’opposizione. La sovraesposizione mediatica di  Erdoǧan, poi, rende quasi invisibile la presenza degli altri candidati nelle televisioni e giornali mainstream. Infine giova ricordare che il paese si accinge ad andare al voto avvolto dalla soffocante cappa dello stato d'eccezione in vigore dall'estate 2015.

Il 24 giugno i 57 milioni di elettori, tra i quali 1.585.000 saranno quelli che voteranno per la prima volta, non saranno chiamati a scegliere solamente il nuovo presidente della repubblica ma anche a rinnovare la composizione del parlamento. Mentre Erdoǧan rimane il favorito per la corsa presidenziale appare più probabile che i risultati delle urne modificheranno gli equilibri parlamentari. Se è pur vero che nel nuovo sistema presidenziale il parlamento perde molte delle sue prerogative, un parlamento dove l’AKP non avesse più la maggioranza assoluta – attualmente 316 deputati su 537, ai quali vanno aggiunti i 35 del partito MHP – anche nel caso della rielezione di Erdoǧan, introdurrebbe comunque un elemento di disturbo nel sistema.

Decisivo nel determinare i nuovi equilibri parlamentari sarà la performance del partito di Demirtas, che non potrà godere dei vantaggi della coalizione e dovrà guadagnarsi da solo il 10% dei voti necessari per superare la soglia di sbarramento. Dopo lo straordinario risultato del giugno 2015, 13,12%, nelle successive di novembre pur marcando una flessione era riuscito ad avere il 10,76%. Le previsioni come sempre sono contraddittorie, Demirtas, dal canto suo, dalla sua cella del carcere di Edirne, si dice certo che il partito anche questa volta “riuscirà a sfondare lo sbarramento”.

Speciale / Turchia 2017

RTE_seçim_pankartı By Myrat - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15447516Nello Speciale:

Fabio Salomoni, Erdoğan, il referendum e altro ancora
Salvatore Palidda, Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Erdoğan, il referendum e altro ancora

Fabio Salomoni

“Obiettivo: una Turchia più forte” così recita uno dei titoli che accanto alla fotografia di Recep Tayyıp Erdoğan campeggia sulla prima pagina di una corposa pubblicazione contenuta nel kit elettorale distribuito da militanti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Nella sacca di cotone “biologico” insieme alla pubblicazione ci sono un dépliant a colori con la foto del primo ministro Yıldırım nel quale vengono presentati i diciotto nuovi articoli della costituzione sui quali gli elettori saranno chiamati a votare il 16 aprile, e una scatola di tè, rigorosamente proveniente da Rize, capitale della regione del Mar Nero ove si concentra la produzione della bevanda nazionale ma anche città natale della famiglia del presidente Erdoğan. A consegnare il tutto schiere di donne, velate, che durante il giorno percorrono palmo a palmo il quartiere di residenza, si soffermano a parlare con le casalinghe, tessono relazioni. La sera poi è la volta degli uomini di organizzare nelle case del quartiere riunioni per convincere gli indecisi. Questa mobilitazione dal basso, basata sull'organizzazione capillare a livello di quartiere con un ampio coinvolgimento delle donne ha costituito fin dagli albori una delle forze che hanno determinato il primo sorprendente successo elettorale di Erdoğan e del suo AKP nel 2002 e poi la lunga sequela di vittorie successive che ne ha fatto un record nella storia politica della Turchia. Dopo un inizio in sordina, da settimane la campagna per il referendum del 16 aprile in cui gli elettori turchi saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale, già approvata dal parlamento, che di fatto comporta un passaggio da un sistema parlamentare a uno presidenziale, è ormai entrata nella sua fase più calda.

La costituzione che l’AKP vuole riformare è quella fatta scrivere ed approvare nel 1982 dalla giunta militare che nel 1980 aveva compiuto il terzo colpo di stato nella storia della repubblica. Una costituzione che mirava a ristabilire il primato dello stato sull'individuo e a restringere gli spazi di libertà e democrazia, infarcita di riferimenti nazionalisti e militaristi, tanto da far dire a un costituzionalista dell’epoca che “ il popolo turco non è tanto barbaro da meritare nel ventesimo secolo una costituzione del genere”. Dopo alcune timide riforme negli anni ’90 fu proprio il partito di Erdoğan tra il 2005 e il 2008 a operare delle riforme sostanziali sull'onda dello slancio riformatore che all'epoca prendeva forza anche dall'avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea. Nel 2008 poi lo stesso partito aveva dato incarico a un gruppo di stimati costituzionalisti di preparare la bozza di una nuova costituzione “civile e democratica”. L’abbandono poco più tardi di questo progetto ha coinciso di fatto con l’inizio della fine della fase riformatrice. È sufficiente sfogliare l’opuscolo propagandistico che le militanti AKP distribuiscono in questi giorni per avere una conferma della distanza con quell'epoca. Praticamente scomparsi i riferimenti alle libertà e al processo di democratizzazione, a farla da padrone l’aggettivo forte – g üçlü- associato al partito, alla nazione o al presidente, e la celebrazione della potenza ed efficienza di un presidente che la riforma metterebbe “finalmente” nella condizione in grado di risolvere tutti i problemi del paese senza gli intralci di un sistema parlamentare. Gli articoli riformati, oltre ad aumentare il numero dei parlamentari e abbassare a diciotto anni l’età minima per poter essere eletti in parlamento, sostanzialmente mettono fine al sistema parlamentare e instaurano un sistema presidenziale dai caratteri molto peculiari. La riforma abolisce la figura del primo ministro, concentra il potere esecutivo nelle mani del capo di stato al quale affida il ruolo di capo del governo, il potere di nominare ministri e di sciogliere il parlamento; al presidente viene trasferito anche parte del potere legislativo con la possibilità di emanare decreti legge; facendo ulteriormente vacillare l’autonomia del potere giudiziario la riforma attribuisce al presidente della repubblica o ai membri del suo partito il potere di nominare un numero considerevole di membri del consiglio superiore della magistratura; infine indebolisce le possibilità di controllo delle attività presidenziali da parte del parlamento da un lato abolendo la possibilità di interrogazioni parlamentari scritte e dall'altro stabilendo che ogni azione giuridica nei confronti del presidente della repubblica debba avere l’approvazione di due terzi dei parlamentari. Un modello presidenziale sui generis nel quale la separazione dei poteri si offusca e che apre la strada al regime di un uomo solo, al quale viene lasciata la possibilità di continuare a essere iscritto al suo partito e teoricamente anche quella di essere eletto per tre legislature. Talmente sui generis che anche lo stesso Erdoğan ha ormai rinunciato a presentarlo, come faceva tempo fa, comparandolo con quello americano, per definirlo invece come assolutamente “moderno” – un termine evocativo che da sempre esercita un fascino irresistibile nel discorso politico turco­­­­ - e allo stesso tempo “locale e nazionale”. E in fondo questa combinazione di moderno e di autenticamente locale ben rappresenta il modello ideologico che da anni ispira il presidente e il suo partito. Da un lato l’efficienza e la tecnologia simboleggiate dall'imponente serie di opere infrastrutturali realizzate in questi anni: ponti e tunnel che attraversano il Bosforo, aeroporti, giganteschi progetti di trasformazione urbana, una miscela di tecnologia, efficienza e potenza. Dall'altro la produzione sempre più insistente di una narrativa fondata sul recupero di codici, simboli e riferimenti religiosi e locali che pesca nel passato ottomano e che fa leva sul mai risolto trauma della grandezza imperiale perduta, altro classico leitmotiv della destra turca. La storia ottomana fornisce poi l’ispirazione per un modello politico capace di tenere insieme questi elementi. Non è un caso che da mesi Erdoğan e il suo partito siano impegnati nell'opera di riabilitazione del sultano Abdülhamid II, nella tradizione repubblicana dipinto come incarnazione del dispotismo e da qualche tempo invece celebrato da Erdoğan come esempio di modernizzatore e allo stesso tempo difensore di un’identità islamica. Quello che Erdoğan propone adesso ai suoi elettori con il referendum del 16 aprile è in fondo un modello di “modernità alternativa”, fondato su autenticità e valori locali contrapposti a quelli occidentali.

Questo scivolamento dall'adesione a valori universali e al progetto europeo verso un ripiegamento sul locale ha sicuramente a che vedere con l’evoluzione interna del partito AKP. Il partito che vinse inaspettatamente a man bassa le elezioni del 2002 era guidato da una classe dirigente eterogenea dal punto di vista delle biografie personali e politiche. Un gruppo dirigente all'interno del quale Erdoğan svettava certo per la sua biografia di politico locale di successo e per il suo carisma personale ma che comprendeva altre figure dotate di carisma e provenienti da esperienze e culture politiche diverse. A 15 anni di distanza, di quel gruppo dirigente, a cominciare dall'ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, e della sua eterogeneità non è rimasto più nulla. Gran parte dei suoi componenti è stata emarginata, silenziata o semplicemente si è chiamata fuori e il partito ora coincide sostanzialmente con la persona del presidente, con quella dei suoi familiari e con un insieme di figure politicamente modeste, più simili a un comitato d’affari. Da un partito che raccoglieva diversi tradizioni della destra turca, da quella religiosa a quella liberale, e anche qualcosa di più, si è passati a un partito personale, identificato con un uomo mosso dall'ambizione di arrivare al fatale appuntamento del centenario della repubblica, il 2023, spodestando il padre della patria per eccellenza, Mustafa Kemal Atatürk.

Sarebbe tuttavia incompleto attribuire l’evoluzione della politica turca solamente al carattere di un uomo e alle dinamiche interne di partito. Dietro i feroci e grossolani attacchi portati da Erdoğan e dai membri del governo all'EU e a singoli paesi europei nelle scorse settimane, alle accuse di neo-nazismo alla Germania e all'Olanda e alle lezioni di democrazia, non è difficile scorgere il risentimento di chi si è sentito tradito. L’obiettivo dell’adesione europea nei primi anni duemila ha rappresentato uno dei rari momenti in cui si è generato un ampio consenso nella società turca oltre che uno straordinario motore per il processo di democratizzazione. Tuttavia lo schiaffo ricevuto nel 2007 e 2008 dalla Francia di Sarkozy e dalla Germania della Merkel non solo ha bloccato questo processo ma anche confermato l’ambiguità dell’atteggiamento europeo verso la Turchia. Un’ambiguità per cui la Turchia è fondamentalmente considerata solo come un baluardo, prima per la minaccia sovietica, adesso per le conseguenze delle tragedie mediorientali, ma in fondo mai come un partner da prendere seriamente in considerazione. L’ultima conferma di questo atteggiamento si è avuto con la vicenda dei profughi siriani. Ignorata per anni la loro presenza in Turchia, e altrove, sebbene nel 2015 fossero già quasi tre milioni, l’Europa si è affrettata a siglare degli accordi perché continuassero a rimanere in Turchia, salvo poi tornare a ignorarli una volta constatato che non bussavano più alle porte europee. Il tutto ovviamente accompagnato dagli strali di indignazione per aver delegato “a un paese come la Turchia” il problema dei profughi. Un’indignazione che ipocritamente ignorava il fatto che il paese stava gestendo, con difficoltà e carenze certamente, un numero di profughi ampiamente superiore a quello ospitato dall'intera Europa e senza mostrare le reazioni isteriche registrate in molte opinioni pubbliche europee. Il rapporto con l’Europa tuttavia non è stato l’unico fattore internazionale che ha favorito l’involuzione del partito di Erdoğan. L’effetto delle “primavere arabe” che da un lato ha alimentato la paranoia complottista della dirigenza AKP, come si è ben visto durante le rivolte di Gezi Park nel 2013, e dall'altro sull'onda dei successi dei partiti islamici in Egitto e Tunisia ha incoraggiato Erdoğan ad abbracciare un discorso identitario “orientale” e “islamico”. Infine l’aria del tempo intrisa delle sirene che invocano un rapporto diretto tra leader e masse e pronta a sacrificare libertà sull'altare della sicurezza e dell’efficienza ha trovato facile ascolto in una cultura politica da sempre sensibile al fascino dell’autoritarismo.

Proprio le contraddizioni e i paradossi della cultura e del sistema politico turco rappresentano il terzo elemento che ha contribuito a generare la situazione attuale. Il punto di svolta è rappresentato dalle elezioni politiche del giugno 2015. Dopo una lunga serie di successi elettorali, in quell'occasione per la prima volta l’AKP ha dovuto registrare una decisa battuta di arresto, perdendo quasi il 10% dei voti rispetto alle elezioni precedenti. Ancor più rilevante lo storico successo del partito filo-curdo HDP che è riuscito a conseguire un risultato di portata epocale, impossibile anche solo da immaginare pochi anni fa, mandando in parlamento 80 deputati e divenendo il terzo partito del paese. Una occasione per bilanciare le tendenze egemoniche di un partito solo al potere da 13 anni e per ridisegnare in senso pluralistico la vita politica del paese e rilanciare una nuova stagione di riforme. E invece nessuno degli attori coinvolti ha superato l’esame. Erdoğan e il suo partito, per nulla disposti a condividere un potere di cui hanno avuto il monopolio assoluto per tredici anni, hanno fin da subito mostrato di non aver nessuna intenzione di accettare i risultati delle urne. Il partito nazionalista MHP per puri interessi clientelari e il sedicente socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo – CHP - per le contraddizioni insite nella sua storia politica, si sono dimostrati incapaci di costruire una convincente coalizione alternativa. Il partito HDP dal canto suo, nonostante il trionfo elettorale, ben presto è stato neutralizzato dalla concomitante azione di diversi fattori: in primo luogo dalle sue contraddizioni interne che lo hanno portato inspiegabilmente a sostenere un’insurrezione urbana scatenata in nome dell’autonomia nelle strade di alcune città curde poche settimane dopo le elezioni, secondariamente dal risentimento di Erdoğan per essersi trovato di fronte un inaspettato rivale e non ultimo il fastidio del PKK, de facto un attore della vita politica turca, che più volte ha tenuto a minimizzare la portata del successo politico dell’HDP per il timore di vedere emarginato il suo ruolo. E il risultato di questa combinazione è stato esplosivo, facendo divampare di nuovo i combattimenti tra lo stato e il PPK. Una guerra che diversamente dal passato non ha avuto come teatro le montagne ma i centri urbani della Turchia orientale e che ha prodotto una lunga scia di vittime, distruzioni e sfollati, oltre che episodi di brutalità commesse dalle forze di sicurezza e anche dal PKK, responsabile tra l’altro, di una catena di attentati con autobomba che hanno provocato decine di vittime, tra cui molti civili, anche ad Ankara e Istanbul. A farne le spese la tregua durata quattro anni e i già traballanti negoziati intavolati per arrivare a una soluzione di un conflitto pluridecennale. A queste violenze si sono aggiunti da subito gli attentati sanguinosi rivendicati dall’ISIS. In questo clima plumbeo nuove elezioni nel novembre 2015 hanno restituito al partito di Erdoğan quel 10% di voti persi a giugno e il suo ruolo di signore unico della politica turca riportandolo al 49,5% dei consensi.

Il secondo momento di svolta è rappresentato dal tentato colpo di stato della notte del 15 luglio 2016. Capitolo oscuro, carico di punti interrogativi, che una commissione parlamentare sembra aver voglia di chiudere in tutta fretta, e che lascia solamente alcune certezze: qualche centinaio di vittime innalzate dalla retorica ufficiale al rango di martiri della democrazia ma destinate a essere dimenticate in fretta, la sensazione che ci siano segmenti della società che continuano a vedere l’intervento dei militari come soluzione per le difficoltà della democrazia e soprattutto l’opportunità per Erdoğan di sbarazzarsi definitivamente di Fethullah Gülen e del suo complesso e ambiguo movimento, designato come unico responsabile del fallito golpe. Pedina fondamentale per decretare il successo del progetto politico dell’AKP e garantirgli rispettabilità sul piano internazionale, il movimento di Gülen si è poi con il tempo trasformato in un pericoloso rivale dando vita a un conflitto di potere con l’AKP senza esclusione di colpi. La notte del 15 luglio ha quindi fornito al partito di Erdoğan il pretesto per la resa dei conti finale e pesantissima è stata la scure che si è abbattuta indiscriminatamente sui Gülenisti o presunti tali: 136.000 persone epurate dall'amministrazione pubblica - insegnanti, docenti universitari, giudici, poliziotti, militari -, 43.000 arresti, 100.000 indagati, chiuse associazioni, giornali, università legate al movimento di Gülen. Tuttavia ben presto sotto il maglio della repressione non sono finiti solamente coloro che erano sospettati di avere una qualche relazione con il “diavolo della Pennsylvania” ma anche esponenti dell’opposizione, intellettuali, giornalisti, studenti. Tra loro anche tredici deputati dell’HDP finiti in carcere dopo che il parlamento ha approvato la sospensione della loro immunità parlamentare, anche con i voti di deputati del “socialdemocratico” CHP, ennesimo esempio questo dei paradossi della politica turca. Perfetta sintesi del carattere paradossale assunto dalla repressione in particolare contro i giornalisti è il caso di Ahmet Şık. Coraggioso rappresentante del giornalismo d’inchiesta, Şık viene arrestato una prima volta nel 2011 insieme al collega Nedim Şener poco dopo aver terminato di scrivere un libro nel quale veniva documentata la massiccia infiltrazione di elementi gülenisti nella polizia. Rilasciato un anno dopo, nel dicembre 2016 Şık viene di nuovo arrestato questa volta con l’accusa di aver fatto propaganda per un’organizzazione terrorista, leggasi PKK, ed è tutt’ora in carcere.

Tuttavia, nonostante il paese viva da più di nove mesi sotto lo stato d’emergenza, la progressiva riduzione degli spazi di espressione del dissenso, la instancabile dedizione dei militanti dell’AKP, la onnipresente voce e figura del presidente Erdoğan sugli schermi televisivi e per le strade del paese e una campagna per il No che arranca tra molti ostacoli e qualche contraddizione, il risultato del referendum appare tutt'altro che scontato. Mai come in questa campagna referendaria si è assistito a un vortice di sondaggi di opinione e dati statistici. Al netto della prudenza necessaria nel considerare questi sondaggi, su due aspetti pare esserci un consenso di fondo: lo scarto minimo tra i voti del no e quelli del sì e la presenza di un'ampia fascia di elettori indecisi. A conferma di come il referendum non si annunci come una passeggiata trionfale, anche il cambio di atteggiamento da parte di Erdoğan e dei suoi che negli ultimi giorni hanno abbassato i toni e strizzato l’occhio all’elettorato curdo, prevedibilmente schierato in maggioranza per il no. Tuttavia il vero ago della bilancia appare rappresentato dagli elettori dell'AKP e del MHP. Il nazionalista MHP, che in parlamento ha approvato con l'AKP la riforma costituzionale e che porta in dote il 13% dei voti, appare in realtà profondamente lacerato al suo interno. Il suo segretario Bahçeli è schierato apertamente per il sì. Tuttavia da tempo il suo potere è minacciato da un’agguerrita rivale, Meral Akşener, una donna che nonostante le intimidazioni e gli ostacoli messi in atto dalla dirigenza si è apertamente schierata per il no e rischia di portare con sé una fetta consistente dell’elettorato del partito. L’incognita principale è tuttavia rappresentata dagli elettori dell’AKP, in particolare quel 10% che già nel giugno del 2015 aveva manifestato il suo malumore negando il suo voto al partito. Il clima di contrapposizione frontale e l’individuazione di un nemico interno sono una caratteristica costante delle campagne elettorali dell'AKP. Tuttavia nell'attuale frangente questa contrapposizione non solo ha raggiunto vertici particolarmente aspri travalicando i confini nazionali e lasciando la Turchia in una sorta di isolamento internazionale, ma coincide anche con un momento in cui l’economia dopo anni di crescita record mostra evidenti segni di fragilità. È soprattutto alla fascia di elettorato più pragmatico e meno propenso a scegliere un voto identitario per schieramenti che sembra legato l’esito di un referendum che, confezionato come un plebiscito sulla figura di Erdoğan, parafrasando uno slogan dell’AKP ha ormai assunto i caratteri di uno scontro decisivo “ per la democrazia vera, non per quella a parole”.

Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Salvatore Palidda

Maslak_bussines_centerAutore di La Turquie en marche (La Martinière, 2004) e di Erdogan. Nouveau père de la Turquie? (Ed. Nouvelles François Bourin, 2016), Jean-François Pérouse, direttore dell’IFEA (Istituto Francese di Studi Anatoliani) e residente a Istanbul dalla fine degli anni Novanta, viene ufficialmente presentato come geografo urbano e “turcologo”. Ma chi conosce la sua opera, si rende conto che Pérouse è un antropologo/etnografo estremamente fine, dotato di una particolare sensibilità per tutte le scienze umane, politiche e sociali. Il suo sforzo appassionato di capire Istanbul e la Turchia passa attraverso una continua osservazione, scevra da pregiudizi e giudizi di valore, secondo un punto di vista che rinvia alla geografia/antropologia politica di Erodoto e a Spinoza (Non ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere). Nel suo libro più recente, Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle, la descrizione della città e del paese abbraccia tutto: la storia ufficiale e la storia sociale, la letteratura antica e quella contemporanea, la lingua, nonché i processi di cambiamento economici, sociali, culturali e quindi politici.

Del resto, per capire in modo approfondito un oggetto di ricerca complesso quali sono Istanbul e la Turchia, non si può non attingere a tutte le conoscenze reperibili, esercitando il proprio spirito critico con rigore e pazienza per comprendere il significato di ciò che di volta in volta appare come un fatto sociale totale (per dirla con Marcel Mauss) o un fatto politico totale. Per questo, il titolo del libro è Istanbul planète et ville-monde. Ma qui non non si tratta più della Paris capitale du XIX siècle di Walter Benjamin, dal momento che Pérouse raccoglie la sfida di raccontare tutte le trasformazioni e le contraddizioni della città. Trasformazioni rapide, a tratti sconvolgenti, caratterizzate dalla violenza e dalla travolgente crescita demografica ma, talvolta, da una evoluzione pacifica e persino divertente. Una città che in poco più di venti anni ha visto triplicare il numero dei suoi abitanti, che è stata il luogo in cui è nato e cresciuto il cosiddetto nuovo sultano della Turchia il quale, da figlio di una modesta famiglia di inurbati, è diventato un capo ricco e potente, leader dei milioni di “terroni” provenienti dalle diverse e lontane campagne turche, suoi elettori fedeli a cui ha permesso l’accesso all'alloggio (perché padrone della gigantesca TOKI.

L’Istanbul di Pérouse non ha nulla a che vedere con i luoghi celebri di un immaginario che appiattisce questa immensa metropoli sugli stereotipi. L’Istanbul di questo libro ha cambiato radicalmente le sue dimensioni e le sue funzioni rispetto a tutta la letteratura che se n’è occupata finora e va ben aldilà di quella raccontata da Pamuk. Oltre allo sviluppo vertiginoso e distruttivo dell’ambiente (quanto quello del suo sultano e della sua reggia che vuole sminuire i fastosi edifici del passato), Istanbul è il teatro/laboratorio della costruzione sociale e politica della ‘nuova Turchia’. Si sa che tutte le grandi città del mondo sono una realtà a parte, rispetto al resto del paese cui appartengono, ma allo stesso tempo ne sono l’espressione più complessa. Pérouse mostra che Istanbul non ha soltanto una ‘funzione specchio’ della Turchia del passato e del presente, ma è anche rivelatrice di tutti gli sconvolgimenti avvenuti nei paesi dell’Est dopo la fine dell’URSS, in Iran come in Iraq, in Siria come nel resto del Medio Oriente, nei paesi del Mediterraneo e persino in Africa.

A Istanbul ci sono persone provenienti da ogni parte e che si muovono ovunque: turchi che arrivano da tutte le regioni del paese, persone in fuga dalle guerre permanenti e quanti – ricchi e meno ricchi – che vengono qui per shopping e affari. Ed è qui che fervono le sperimentazioni musicali, artistiche e letterarie più singolari, ma anche che si praticano le atrocità più inaudite contro la cultura e i diritti umani.

Sono i luoghi nei quali si può capire meglio che la storia di ogni società non è che coesistenza di sperimentazioni a volte pacifiche e spesso violente della vita associata degli esseri umani: sperimentazioni che possono produrre risultati diversissimi, effimeri e permanenti, come il politico attualmente al potere da un lato e i giovani delle rivolte di Gezi Park o il patrimonio artistico-architetturale dell’Istanbul storica dall’altro.

Jean François Pérouse
Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle
La Découverte, febbraio 2017

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