Istanbul. La giornata di un (quasi) scrutatore

Fabio Salomoni

Dopo quaranta giorni la campagna elettorale che molti osservatori hanno definito la più antidemocratica della storia turca è arrivata al suo atto conclusivo. La mattina del 24 giugno l’appuntamento con i rappresentanti di lista dell’associazione “Il voto e oltre” è alle sei davanti a una scuola nella municipalità di Fatih, nella penisola storica, non lontano dal quartiere di Santa Sofia e della Moschea blu. Quartiere di estrazione popolare e piccolo borghese, dove vive anche una parte di quel che resta della comunità armena e che nel referendum presidenziale 2017 ha votato in maggioranza per il No. Il viaggio verso Fatih inaspettatamente mi offre la possibilità di toccare con mano uno dei retroscena meno noti dei recenti sviluppi politici. Murat, il tassista, mi racconta la sua storia. Dopo vent’anni passati a lavorare in una tipografia, nel 2015 decide di mettersi in proprio. È bravo e nel giro di poco tempo riesce a costruirsi una discreta rete di clienti. Il colpo di stato del 15 luglio però gli stravolge la vita. I suoi principali clienti e creditori sono accusati di appartenere al movimento golpista di Fethullah Gülen. Finiscono in carcere e il loro patrimonio viene congelato. Alcuni di loro sono poi rilasciati ma il loro patrimonio è tuttora sotto sequestro. A corto di liquidi Murat dopo pochi mesi getta la spugna e chiude la tipografia. Per pagare alcuni debiti vende la casa, poi anche la macchina e si mette a fare il tassista affittando, come accade a Istanbul, il taxi di un altro per il turno di notte. Ha conservato però gli assegni mai riscossi dei suoi vecchi clienti “La sera-mi confessa- ogni tanto li tolgo dal cassetto e me li rigiro per le mani. Non vedrò mai quei soldi”. Sono 130.000 i ricorsi presentati dalle vittime della repressione post-golpe, ma i lavori della commissione che li deve esaminare vanno a rilento.

Quando arrivo a destinazione molti appartamenti del quartiere hanno già le luci accese e c’è gente sui balconi. Nel cortile il piccolo esercito di scrutatori e rappresentanti di lista è già schierato. All’ingresso c’è il gruppo dei ragazzi dell’associazione “Il voto e oltre”, associazione creata nel 2013 sull’onda dell’entusiasmo partecipativo creato dalla rivolta di Gezi. Il suo compito è quello di formare rappresentanti di lista e monitorare tutte le fasi delle elezioni. Sono tutti giovani, soprattutto studenti, molti dei quali alla prima esperienza in un seggio elettorale. Li coordina Melike, giovane pubblicitaria, grazie anche all’ausilio di un gruppo whatsapp. I partiti di opposizione e associazioni hanno invece creato un’altra piattaforma “Elezioni giuste” con lo stesso obbiettivo. In totale sono qualche centinaia di migliaia i volontari che si sono mobilitati per queste elezioni. Accanto c’è il gruppo dei giovani volontari del partito pro-curdo HDP. Anche in questo caso è una ragazza a coordinarli, Zuhal. Il centro della scena è però occupato dal folto gruppo del partito CHP che staziona fiducioso davanti all’ingresso della scuola. Sembrano uno spaccato perfetto del tradizionale elettorato del CHP: pochi giovani, molte donne con i capelli immancabilmente tinti di biondo o rosso fuoco, pensionati, dipendenti pubblici, insegnanti, piccoli commercianti. A guidare il gruppo due donne, Şebnem la rappresentante locale del partito e Zeynep, presidente di seggio di lungo corso. Şebnem e Zeynep faticano a nascondere il loro entusiasmo “Allora, sei venuto ieri al comizio di Ince? Hai visto quanti eravamo? Gli abbiamo fatto vedere quanti siamo”. Si riferisce al comizio conclusivo di Muharrem Ince, candidato presidenziale CHP, che il giorno prima aveva raccolto ad Istanbul almeno due milioni di persone. Dopo questa dimostrazione di forza Şebnem e Zeynep sono sicure della vittoria “A meno di brogli, si intende”. Ad un certo punto Şebnem, mi chiede “Hai visto dove sono quelli dell’HDP?” Glieli indico: “Devo andare a salutarli”. Assisto così a un altro dei piccoli miracoli prodotti da queste elezioni: una tipica rappresentante del CHP che abbraccia e bacia entusiasticamente quelli che fino a poco tempo prima erano avversari temuti quasi quanto i militanti dell’AKP. Quando torna Şebnem è raggiante. Non sono sicuro che abbia rivisto la sua ostilità per i “separatisti curdi” ma pragmaticamente sa bene che l’ingresso in parlamento dell’HDP aumenterebbe le possibilità di incrinare la maggioranza del partito di Erdoǧan. Come molti altri anche lei quindi opterà per il voto disgiunto, Ince per le presidenziali e HDP alle parlamentari. Dei rappresentanti degli altri due partiti in lizza invece nessuna traccia. Il Buon Partito nato solo sei mesi prima non è riuscito a organizzarsi in tempo mentre il Partito della Felicità ha una struttura risicata. I volontari de “Il voto e oltre” cercheranno di supplire a queste mancanze e xxxxxx garantire una presenza minima di rappresentanti dell’opposizione in ogni seggio. Scrutatori e rappresentanti di lista dell’AKP arrivano invece più tardi. Entrano alla spicciolata senza degnare di uno sguardo i presenti suscitando la reazione stizzita di Zeynep “Visto come sono arroganti?”. Dietro di loro la potenza organizzativa del partito, ormai trasformatosi in un partito-stato, si manifesta nelle vesti di un furgone che si installa al centro del cortile. Fungerà da centro logistico e di collegamento dal quale usciranno generosi cestini che garantiranno colazione e pranzo per scrutatori e rappresentanti di lista. Dal furgone scendono il dirigente locale del partito: girovita abbondante, giacca a scacchi e sorriso compiaciuto. Lo accompagna il suo compagno di coalizione, il rappresentante del partito nazionalista MHP, con gli immancabili baffoni. Per ultima scende l’avvocata del partito che sfoggia un abbigliamento firmato fino all’ultimo accessorio. Sono giovani anche le avvocate inviate dal CHP con il compito di dare manforte ai rappresentanti di lista in caso di contestazioni.

L’apertura dei seggi è prevista per le otto. Alle sette e un quarto però i corridoi della scuola sono già occupati da una folla di anziani con il certificato elettorale in mano. Uno di loro mi chiede dove sia il suo seggio. Mentre glielo indico, gli faccio infelicemente notare che è ancora presto. Mi risponde stizzito “Lo so, lo so, volevo solo essere sicuro di non sbagliarmi”. Le istruzioni per i rappresentanti di lista sono chiare: prima di cominciare le votazioni si devono assicurare che tutte le buste in cui gli elettori metteranno le loro schede vengano timbrate con il timbro del seggio. Nel referendum presidenziale del 2017 la decisione della commissione elettorale a scrutinio in corso di considerare valide anche le buste non timbrate aveva alimentato sospetti di brogli. In un seggio il presidente non sembra essere a suo agio con i timbri. Uno scrutatore spazientito esclama “Io so come si fa, sono contabile” e si mette velocemente a timbrare avendo cura che il timbro cada sempre nella stessa posizione, in basso a sinistra. Osservandolo si ha l’impressione che sia assolutamente convinto che dalla posizione del suo timbro dipenda l’esito di tutta l’ elezione. Alle otto si mette in movimento un flusso costante e ininterrotto di elettori. La mattina è soprattutto il momento degli anziani. Molti di loro hanno problemi di deambulazione. Una donna viene portata a braccia con la sua carrozzella fino al seggio del terzo piano. Anziani con il bastone salgono le scale lentamente ma con la massima determinazione aggrappandosi al corrimano. Alcuni dopo aver vagato per i corridoi scoprono di aver sbagliato scuola. Una coppia di anziani che si tiene a braccetto dopo aver tentato la sorte in diversi seggi scopre di non essere iscritta nelle liste elettorali. A metà mattinata si presentano in veste di osservatori internazionali due deputate del partito dei Verdi tedeschi accompagnate da un’interprete. Si muovono tra i corridoi, entrano nei seggi, ascoltano, si fanno tradurre, prendono appunti. Poi escono nel cortile e si rivolgono a un signore di mezza età responsabile della logistica del CHP. Il sacro fuoco del nazionalismo che arde nel petto di ogni militante del partito di Atatürk, di fronte all’ingerenza straniera prende il sopravvento su ogni altra considerazione. La sua risposta è secca e a denti stretti, poi riprende ostentatamente a parlare con un amico. Il flusso di elettori si riduce intorno all’ora di pranzo. È il momento per la macchina organizzativa dei partiti di rimettersi in moto. Riso e spezzatino per i membri del CHP, menu a scelta per quelli AKP. I ragazzi dell’HDP invece devono fare da soli e uno di loro parte alla ricerca di acqua e biscotti. Il padre di una giovane rappresentante di lista si presenta nel seggio della figlia con una busta di viveri. La ragazza, come impone il galateo, apre una scatola di dolci e comincia a offrirne a tutti i presenti. Deve però fare attenzione a non scontrarsi con l’addetto del bar della scuola che fin dal mattino volteggia con il suo vassoio per i seggi della scuola determinato a garantire ai presenti rifornimenti costanti di çay. Dopo pranzo il flusso di elettori riprende con la stessa intensità del mattino mentre scende l’età media degli elettori. Una rappresentante dell’HDP osservando la scena commenta “È come essere a teatro”. Davanti a noi sfilano ragazze con l’ombelico scoperto, donne velate in tutte le possibili varianti, ragazzi tatuati, famiglie allargate, vedove armene, gli ultimi anziani smarriti e gli immancabili personaggi folcloristici come il cowboy dotato di stivali, speroni e cappello che attraversa baldanzosamente il cortile. All’interno della scuola lo spazio è angusto e spesso sulle scale si formano degli imbuti. A gestire il traffico si ritrovano spesso gli onnipresenti militanti dell’AKP, riconoscibili perché portano un’improbabile penna arancione infilata nel taschino. Durante le operazioni di voto poche sono le contestazioni che fanno scattare avvocati, rappresentanti di partito e curiosi. In una classe che ospita due seggi un elettore ha messo la busta con le schede nell’urna del seggio sbagliato: dopo un’animata discussione si impone il rispetto del regolamento che in questi casi prevede che una scheda venga estratta a sorte dall’urna e poi bruciata. In un seggio, un elettore si presenta accompagnato dicendo di essere cieco, ma non ha il certificato medico che lo dimostri. L’accompagnatore insiste per entrare con lui nel seggio, il rappresentante di lista dell’AKP insorge urlando. Immediatamente si forma un capannello nel quale svetta l’avvocata dell’AKP che nel frattempo ha avuto modo di rinnovare completamente l’abbigliamento del mattino. La situazione si fa tesa. Arrivano due poliziotti “Serve aiuto?” “No, grazie, nessuno problema risolviamo da soli”. I poliziotti salutano e se ne vanno e la situazione si ricompone con la rinuncia dell’accompagnatore ad entrare nel seggio. I rappresentanti di lista chiedono però che l’episodio venga messo a verbale. In un altro seggio un elettore insiste perché la moglie lo immortali con il telefonino mentre infila la busta nell’urna. Il presidente di seggio si alza dalla sedia, si piazza al centro della sala e recita enfaticamente il regolamento “ È consentito scattare fotografie all’interno dei seggi solo previa autorizzazione della commissione elettorale”. Dal pubblico si alza una voce “Sì, ma il presidente della repubblica si fa sempre fotografare” Il presidente risponde sorridendo “Si vede che ha l’autorizzazione”. Sghignazzo generale tra i presenti.

Il flusso regolare degli elettori si interrompe quando nel cortile entra la macchina del giornalista Ahmet Şık, indistruttibile e sorridente candidato dell’HDP. Colpito due volte alla testa dai lacrimogeni intelligenti della polizia durante la rivolta di Gezi, poi incarcerato per un anno per aver rivelato le infiltrazioni güleniste nella polizia. Dopo il tentato golpe del 2015 è finito di nuovo in carcere per otto mesi con l’accusa di propaganda terroristica…. a favore del movimento gülenista. Quando scende dalla macchina viene circondato da una piccola folla. Un anziano signore curdo con gli occhi lucidi lo afferra per il collo e gli sussurra “Andiamo a prendere un çay”. Il giornalista si libera a fatica dalla stretta e promette “Torno dopo per il çay della vittoria”. La macchina riparte accompagnata da un coro di applausi. Alle 17.00 si chiudono i seggi e cominciano immediatamente le operazioni di scrutinio. Şebnem e Melike mettono in guardia i rappresentanti di lista perché “adesso comincia la parte più delicata della giornata”. Prima bisogna verificare le buste e verbalizzare quelle non valide. Nonostante i timori, questa volta i timbri sembrano tutti al loro posto. Poi inizia il conteggio dei voti. Uno scrutatore apre con molta attenzione ogni scheda e declama ad alta voce la preferenza mostrando la scheda a 360 gradi mentre rappresentanti di lista prendono nota. Nonostante i timori della vigilia, alimentati anche dalla complicazione aggiuntiva dell’esistenza di coalizioni elettorali, anche questa fase si svolge senza particolari intoppi. All’esterno della scuola intanto i sostenitori dell’AKP hanno già cominciato la loro guerra psicologica con caroselli di macchine festanti, trombette e tamburi. Alle 21.00 tutte le operazioni sono concluse. Il verbale dell’ultimo seggio scrutinato riflette la vittoria netta di Ince e del CHP e l’ottima performance dell’HDP. Un rappresentante del CHP uscendo dal seggio mi sussurra raggiante “Anche qui li abbiamo spazzati via”. Quando esco, nel cortile sono rimasti pochi irriducibili. In un angolo il furgone che deve consegnare gli ultimi sacchi di voti alla commissione elettorale provinciale sta scaldando i motori. Saranno accompagnati da Şebnem e Zeynep che non hanno nessuna intenzione di lasciare incustoditi i sacchi e il loro prezioso contenuto nel loro viaggio finale. L’autobus che mi riporta a casa fatica a farsi largo tra i cortei di auto dei supporter di Erdoǧan. Una volta a destinazione trovo l’intero quartiere in festa. Qualcuno spara allegramente per aria. Un tempo l’uso delle armi era associato alle feste di matrimonio nei villaggi. L’urbanizzazione della popolazione ha preservato la tradizione trasferendola però dai matrimoni alle celebrazioni delle vittorie di Erdoǧan. L’indomani nei social media circolerà un video che mostra in un quartiere di Istanbul diverse persone, tra cui anche una donna con il velo di ordinanza, che festeggiano in mezzo alla strada sparando per una decina di minuti con pistole e armi automatiche. Tutto questo accade in un paese dove vige lo stato di eccezione e le strade pullulano di poliziotti che hanno la facoltà di identificare e perquisire i passanti. La risposta alle mie perplessità arriva da un giornalista di lungo corso di Ankara “Certo, esiste lo stato di eccezione, ma non per tutti”. Del resto solo poche settimane prima il ministro dell’interno era stato costretto ad ammettere che le migliaia di armi che la polizia aveva distribuito alla popolazione la notte del tentato colpo di stato sono ormai irreperibili. Entro a casa giusto in tempo per vedere Erdoǧan che si autoproclama vincitore da uno dei suoi uffici di Istanbul. Lo fa basandosi sui dati forniti dall’agenzia di stampa statale –l’unica rimasta sul mercato- senza nemmeno attendere quelli ufficiosi della commissione elettorale. Sul versante dell’opposizione la situazione è caotica: un rappresentante del CHP inizialmente dichiara che si andrà al secondo turno, confortato dai dati forniti dalla piattaforma “Elezioni giuste”. Un altro candidato, Karamollaoǧlu, invece riconosce subito la vittoria di Erdoǧan. Più tardi lo farà anche il rappresentante del CHP. Del candidato del partito Ince, come dell’altra candidata Akşener, nonostante le promesse battagliere della vigilia, non c’è traccia. Ince si farà maldestramente sentire solo attraverso un sms ad un giornalista televisivo nel quale riconosce che “quell’uomo ha vinto”. Nel frattempo l’associazione “Il voto e oltre” tace mentre la piattaforma “Elezioni giuste” deve riconoscere di aver avuto problemi tecnici e organizzativi e quindi si limita a confermare i dati della commissione elettorale. Questa situazione di assoluta approssimazione scatena sui social media la rabbia e la frustrazione degli elettori dell’opposizione che si sentono abbandonati. Nella rete viaggia anche un discreto repertorio di teorie complottiste su presunti brogli e minacce che avrebbero costretto Ince ad accettare la vittoria di Erdoǧan. L’indomani Ince in una conferenza stampa confermerà la sostanziale correttezza del voto. Alle stesse conclusioni giungono anche gli osservatori dell’OCSE. I fantasmi dei brogli continuano però a aleggiare dentro e fuori la rete. Favoriti da una lunga tradizione di paranoie complottarde, alimentati dalla evidenza che le istituzioni statali hanno perso qualsiasi imparzialità e dalle esperienze del referendum passato, questi fantasmi si sono poi trasformati in un comodo paravento dietro al quale l’opposizione cerca di nascondere sedici anni di sconfitte ininterrotte. La lunga giornata elettorale si conclude alle 02.30 della notte quando Erdoǧan compare sul balcone della sede del partito ad Ankara di fronte ad una folla di irriducibili stremati. Anche il presidente è visibilmente stanco, il tono della voce monotono, e nel suo discorso ritualmente assicura “che sarà un presidente che abbraccerà ottantuno milioni di cittadini”. Nei giorni successivi però qualcuno rimane escluso dall’abbraccio presidenziale. Come un parlamentare del CHP da tempo inquisito per propaganda terroristica che un giudice decide improvvisamente di spedire dietro le sbarre. Oppure la copresidente del partito HDP che riceve una telefonata di minacce nientedimeno che dal ministro dell’interno. Richiesto dai giornalisti di confermare il contenuto della telefonata, il ministro risponde “Certo, e le ho detto anche di più”. Al centro della telefonata l’ennesima prodezza del PKK che la sera delle elezioni in uno sperduto villaggio al confine iraniano ha fatto ritrovare il corpo di un militante dell’AKP legato ad un palo e con un proiettile nella testa, colpevole, secondo l’organizzazione, di essere un informatore della polizia. Con questa azione anche il PKK è così riuscito per il rotto della cuffia a ritagliarsi un piccolo spazio nel gran teatro delle elezioni. Ci aveva provato anche nei giorni precedenti uccidendo quattro militari. Senza successo però, perché ormai questo genere di azioni ha assunto il carattere di un fenomeno naturale inevitabile che viene stancamente relegato nelle pagine interne dei giornali.

Lunedì è il momento dei numeri. Le percentuali di affluenza ai seggi, già tradizionalmente alte, questa volta hanno toccato il picco dell’86%. Recep Tayip Erdoǧan è riconfermato presidente della repubblica con il 52,59% delle preferenze, all’incirca la stessa percentuale delle elezioni del 2014 -51,79%-. DEVAM quindi, si continua. Lo sfidante più efficace, Muharrem Ince, si è fermato al 30,6%. Tra gli altri candidati Selahattin Dermitaş, costretto a fare campagna elettorale dal carcere, subisce una leggera flessione rispetto al 2014 ottenendo l’8,4% mentre la vera novità di queste elezioni, Meral Akşener, ottiene il 7,2%. Il quarto candidato, Temel Karamollaoǧlu, riesce a superare anche le peggiori previsione fermandosi allo 0,8%.

I risultati del Parlamento invece hanno solamente in parte mantenuto le promesse della vigilia. L’AKP si conferma il primo partito con il 42,5% dei voti facendo però segnare un netto calo, del 7%, rispetto alle elezioni del 2015. L’emorragia di voti del partito di Erdoǧan ha un carattere omogeneo su tutto il territorio nazionale con alcuni picchi, come nel caso della città di Kayseri, roccaforte della nuova borghesia industriale conservatrice ma anche del movimento di Fethullah Gülen, dove il partito ha perso il 14%. Nonostante la ventata di novità portata da Muharrem Ince, il CHP con il 22,6% incassa una perdita di tre punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni. A determinarla la scelta del voto disgiunto di una parte dei suoi lettori ma anche l’attrazione che le sirene nazionaliste del Buon Partito hanno esercitato su quegli elettori che non hanno digerito la visita in carcere di Ince a Selahattin Demirtaş. La vera sorpresa di queste elezioni è rappresentata dalla performance del partito nazionalista MHP, che tutti i sondaggi davano sotto il 10% e che invece ha ottenuto l’11% delle preferenze intercettando buona parte dei voti in fuga dall’AKP. Il successo dei nazionalisti di Bahçeli è risultato decisivo per la vittoria di Erdoǧan e per garantire all’AKP la maggioranza parlamentare. La decisione di Erdoǧan di rompere il tabu delle coalizione si è quindi rivelata, almeno sul piano dei numeri, una scelta vincente. Allo stesso tempo la possibilità di creare coalizioni ha avuto l’effetto di annullare l’antidemocratico sbarramento del 10% e portare in parlamento un numero di partiti, sette, come non si vedeva da tempo. Il partito filo-curdo HDP ha superato la soglia di sbarramento ottenendo l’11,7% e si conferma la terza forza all’interno del parlamento. Tuttavia uno sguardo ravvicinato alla mappa dei voti mostra come il partito ha perso consensi nelle regioni curde - un elemento che non si spiega solamente con le particolari condizioni in cui è votato in quella parte del paese - mentre ne ha guadagnati considerevolmente nelle metropoli della Turchia occidentale. Come emergeva chiaramente anche nel piccolo campione della scuola di Fatih, una parte di elettori del CHP ha scelto di votare HDP per consentirgli di entrare in parlamento e minacciare la maggioranza dell’AKP. Altrettanto importante è stata la scelta del partito di candidare nelle metropoli dell’ovest esponenti della galassia dei partiti di sinistra e personalità particolarmente popolari come il giornalista Şık. Infine rimane da rimarcare il 9,5% del Buon Partito, alla sua prima prova elettorale, che ha beneficiato del voto dei nazionalisti scontenti di CHP E MHP.

Uno sguardo d’insieme alla mappa elettorale del 24 giugno conferma l’esistenza almeno dal 2014 di due blocchi contrapposti la cui consistenza è rimasta invariata nel tempo. Il carisma appannato di Erdoǧan, l’inconsistenza del suo programma, i morsi della crisi economica e l’entusiasmo generato tra i ranghi dell’opposizione dalla apparizione di un candidato come Ince, sono riusciti solamente a far spostare flussi di voti all’interno di ciascuno schieramento senza intaccarne la consistenza totale. Eppure per queste elezioni i partiti di opposizione erano riusciti nel piccolo miracolo di creare una coalizione. Sfumata la possibilità di presentare un candidato comune, ogni partito ha finito poi per presentarne uno proprio. Come conseguenza l’opposizione ha condotto quattro campagne elettorali indipendenti, dimenticandosi della coalizione e del protocollo d’intenti firmato all’inizio della campagna. Inevitabilmente ben presto la campagna elettorale si è trasformata in una sfida tra Erdoǧan e il candidato dell’opposizione che aveva alle spalle il partito più forte. Ince poi ci ha messo la sua eloquenza e la sua baldanza oltre che lo sforzo di evitare di trasformare il confronto in un’antistorica contrapposizione tra “laici” e “religiosi”. Per rassicurare e blandire l’elettorato di Erdoǧan, Ince si è presentato come buon musulmano, rispettoso della tradizione e ha condito ogni suo comizio con riferimenti ad Allah proponendosi come il presidente di tutti. Molto presto però il peso della sua storia personale e soprattutto di quella del suo partito hanno preso il sopravvento. I suoi quotidiani attacchi a Erdoǧan, deriso sistematicamente perché non avrebbe quella laurea che si vanta di avere, hanno ricordato la tradizionale spocchia dell’elettorato del CHP e il suo disprezzo per le classi popolari e incolte. I comizi oceanici che tanto hanno entusiasmato Şebnem e Zeynep, hanno però fatto anche riecheggiare slogan ed atmosfere che ricordavano quelle feroci dei “comizi per la repubblica” che nei primi anni duemila chiedevano l’intervento dei militari per fermare l’ascesa dell’AKP e in cui si aggredivano le donne velate. Se la scelta di un luogo contribuisce a caricare simbolicamente una performance sociale, la scelta di tenere comizi in una particolare piazza di Ankara oppure a Smirne - luoghi strettamente associati alla storia recente e passata del CHP - ha trasformato i comizi del candidato Ince, che si voleva il candidato di tutti, in tradizionali comizi del CHP. Erdoǧan dal canto suo ha sapientemente saputo evocare le vere o presunte malefatte del CHP e il pericolo che gli “elitisti spocchiosi” potessero tornare ad accanirsi sul “popolo”. E alla fine anche l’elettorato più critico o scettico verso l’AKP, impaurito, ha votato non per un programma ma per confermare la propria appartenenza e serrare i ranghi di fronte alla minaccia che un tempo si sarebbe chiamata “kemalista”. La lezione di queste elezioni è che il peso della storia e dei simboli di un partito politico, che nel caso del CHP coincide con la storia della repubblica, è tanto forte da essere in grado di incanalare istanze nuove entro vecchi schemi e vecchie metafore. Da qui forse ne discende la considerazione che la possibilità di un rinnovamento per l’opposizione non passerà tanto per un rinnovo della leadership del CHP – già all’interno del partito si è scatenata la battaglia per la poltrona di segretario - quanto piuttosto per la nascita di un nuovo soggetto politico. Ma qui, per il momento, siamo nel regno della fantapolitica.

La realtà politica post-elettorale è fatta invece della piena entrata in vigore del regime “dell’uomo solo al comando” con le sembianze di un presidenzialismo il cui concreto funzionamento rimane ancora avvolto nell’incertezza. Un nuovo mattone per la costruzione della Nuova Turchia agognata da Erdoǧan e un altro passo verso l’obiettivo dei suoi sogni: celebrare il centenario della repubblica, nel 2023, scalzando dal suo piedistallo un altro presidente dai poteri assoluti, Atatürk. A differenza di Atatürk però, Erdoǧan celebra la sua incoronazione in contemporanea con una perdita significativa di consensi nel suo partito e costretto a subire la coabitazione con un partner politico, il nazionalista Bahçeli, tutt’altro che accomodante. Forse non è questa la situazione che il presidente aveva sognato di trovare al suo risveglio, la mattina del 25 giugno.

Elezioni in Turchia, tamam o devam?

Fabio Salomoni

“Sfregiare il carisma” è un’espressione dello slang della lingua turca per indicare un episodio, un inciampo imprevisto che all’improvviso incrina l’aura di una persona rivelandone la fragilità. Lo scorso 8 maggio Twitter ha annunciato che il trend più popolare della giornata rilanciato da più di un milione di utenti era una parola turca, TAMAM. Una parola comunissima, una di quelle che anche il turista mordi e fuggi impara velocemente, che serve generalmente ad esprimere accordo oppure in alcuni casi per dichiarare di averne abbastanza – Basta così. Proprio Il giorno prima il presidente Erdoǧan in un discorso pubblico aveva pronunciato questa parola apparentemente per rassicurare gli avversari che lo sospettavano di non avere nessuna intenzione di lasciare il suo posto: “Se il popolo dovesse dire basta così, tamam, noi ci faremo da parte”. Immediatamente questa parola dal suono così innocente si è velocemente trasformata in un boomerang  diventando la parola d’ordine dei suoi oppositori nella campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 24 giugno. A nulla sono valsi i tentativi di rimediare all’incidente accusando i twittatori di essere simpatizzanti del terrorismo, che fosse quello del golpista Fethullah Gülen oppure quello dell’immancabile PKK. Goffo anche il tentativo di rilanciare un’altra parola d’ordine, devam – si continua. Tutto inutile, il danno ormai era fatto e appunto il carisma personale del Presidente sfregiato. Il carisma, secondo Max Weber, è costituito dal (presunto) possesso da parte di una persona di qualità eccezionali. E queste qualità per diventare carisma devono essere poi riconosciute come tali da un pubblico che finisce così per riconoscere in quella persona un leader. È indubbio che il carisma personale di Erdoǧan rappresenti una delle chiavi di lettura principali per leggere la sua straordinaria parabola politica, fin dalla sua ormai lontana elezione a sindaco di Istanbul nel 1994.

Tamam non è stata però la prima occasione in cui il carisma di Erdoǧan si è appannato. Per rimanere al passato recente, il primo duro colpo all’aura personale e alla carriera politica del presidente era arrivato alle elezioni del 2015 quando la sua esponenziale cavalcata trionfale, cominciata nel 2002, aveva subito un rallentamento e il Partito della Giustizia e dello Sviluppo – AKP – aveva perso quasi il 10% dei consensi e rischiato di dover accettare l’onta di un governo di coalizione. In quel caso grazie al generoso sostegno del PKK che aveva contribuito a riaccendere la violenza nel sud-est, nuove elezioni avevano restituito a Erdoǧan e al suo partito il maltolto. Nell’estate successiva il tentativo di colpo di stato attribuito al suo ex sodale Fethüllah Gülen aveva offerto un’occasione per rivitalizzare una delle dimensioni principali del carisma di Erdoǧan: quella della vittima che subisce l’ingiustizia di attacchi proditori, prima dell’establishment kemalista poi di un ex compagno di viaggio, ma che tuttavia riesce a rialzarsi. Lo scampato pericolo ha scatenato la rappresaglia indiscriminata di Erdoǧan ma anche la volontà di accelerare il passaggio da una democrazia plebiscitaria a una democrazia dai caratteri marcatamente autoritari. Il referendum dell’aprile 2017 avrebbe dovuto sancire questo passaggio trasformando il paese da una repubblica parlamentare a una repubblica presidenziale molto sui generis. Nonostante l’enorme e ineguale spiegamento di mezzi messo in campo dalla propaganda presidenziale, il nuovo assetto istituzionale venne tuttavia approvato da una maggioranza risicata, 51,4%, con il corollario di sospetti sulla regolarità nello spoglio dei voti. Lo scatto che all’epoca colse il presidente Erdoǧan, pochi minuti prima dell’annuncio dei risultati del referendum, il suo volto corrucciato, quasi impaurito, rappresenta un’immagine iconica del suo carisma sfregiato. Anche in questo caso lo scampato pericolo ha incoraggiato un ennesimo giro di vite sulla società, rinvigorendo un clima da caccia alle streghe, alimentando una paranoia generalizzata, trasformando il sistema giudiziario in un’arbitraria clava nella mani del potere politico con il ben noto corollario di purghe e arresti.

La consacrazione del nuovo assetto istituzionale sarebbe dovuta essere sancita da elezioni presidenziali previste per il 2019. Sebbene più volta smentita la possibilità di tenere elezioni anticipate, dall’inizio dell’anno numerosi segnali mostravano come si stessero accelerando i preparativi elettorali. In primo luogo, la vendita da parte del gruppo Doǧan di quello che restava del suo impero mediatico a un imprenditore molto vicino a Erdoǧan. Tra i gioielli di famiglia ceduti vi erano la più importante agenzia di stampa privata e il quotidiano “Hürriyet”. Per decenni considerato “la nave ammiraglia della stampa turca”, portavoce dell’estabishment kemalista, il quotidiano era stato negli anni ’90 uno degli strumenti principali nella guerra all’Islam politico che aveva portato al cosiddetto golpe postmoderno del 1997. Una guerra anche personale nei confronti dello stesso Erdoǧan. “Quest’uomo non diventerà nemmeno un impiegatuccio dell’anagrafe” uno dei tanti titoli dedicati dal giornale e che Erdoǧan ha mostrato più volte di non aver dimenticato. La vendita di “Hürriyet”, “la fine di un’epoca” come ha commentato un giornalista di lungo corso, è stata per il presidente da un lato l’occasione per saldare vecchi conti, ma anche per garantirsi il pressoché totale allineamento dei principali media del paese alle sue posiziono. Il secondo segnale di preparativi elettorali in corso è stata una riforma che consentiva la creazione di coalizioni elettorali. La riforma ha sancito di fatto  l’istituzionalizzazione dell’alleanza tra l’AKP e il partito nazionalista MHP esistente fin dal dopo golpe del 2015. È difficile non leggere in questo ricorso a uno strumento, la coalizione, da sempre demonizzato da Erdoǧan, il segno di una preoccupazione per l’esito del voto. Anche la campagna militare nella Siria del nord contro le milizie curde di Afrin, accompagnata da una straordinaria mobilitazione mediatica che aggiornava in tempo reale il pubblico turco sul numero delle perdite inflitte “ai terroristi”, al di là dei suoi obiettivi politici e strategici, appariva soprattutto come una gigantesca macchina di propaganda che titillando l’orgoglio militar-nazionale del paese, anche di parte dell’opposizione, mirava smaccatamente a ricompattare la nazione, e soprattutto l’elettorato, intorno alla figura del leader.

Sebbene nell’aria da tempo, l’annuncio della data delle elezioni, “molto anticipate” per usare un’espressione felice coniata dall’ironia turca, ha preso tutti in controtempo. Le ipotesi e le dietrologie per spiegare questa decisione abbondano ma sono l’andamento dell’economia del paese e le sue prospettive incerte ad apparire l’elemento decisivo. Nonostante i proclami su tassi di crescita “cinesi” e gli immancabili riferimenti alle realizzazioni infrastrutturali dell’era Erdoǧan, l’economia arranca. Crescono inflazione e disoccupazione, la lira turca si svaluta progressivamente e immancabilmente crescono anche i segnali di preoccupazione di mercati, investitori esteri e agenzie di rating ed emergono le debolezze congenite del modello di sviluppo scelto da Erdoǧan e dai suoi. Paradossalmente poi l’annuncio delle elezioni anticipate ha avuto l’effetto di accelerare il processo di svalutazione della lira tanto da costringere Erdoǧan a un viaggio lampo a Londra per rassicurare gli ambienti finanziari.

Sul piano politico invece l’annuncio delle elezioni anticipate ha avuto l’effetto di produrre un piccolo miracolo. La profonda frammentazione e conflittualità della società turca, organizzata intorno a linee etniche, religiose, e ideologiche, che si riflette e si amplifica nel comportamento dei partiti politici, è uno degli elementi che ha contribuito al consolidamento del potere del presidente. Questa volta l’avvicinarsi di un’altra scadenza decisiva e la prospettiva di vedere istituzionalizzato il regime del presidente hanno spinto quattro partiti di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo – CHP – il neonato Buon Partito – Iyi Parti – il Partito della Felicità Saadet Partisi – e il Partito Democratico, a formare una coalizione, l’Alleanza del Popolo. L’eccezionalità della situazione non potrebbe essere meglio rappresentata dalla presenza nella stessa coalizione del partito laico-repubblicano CHP e di quello che almeno per la sua storia si presenta come il custode dell’eredità dell’islamismo politico non corrotto dalla deriva erdoǧaniana, il partito della Felicità. Miracolo tuttavia imperfetto, quello della coalizione, visto che ne rimane escluso, soprattutto per l’opposizione del Buon Partito, il partito filo-curdo HDP. I quattro partiti si presenteranno come coalizione nelle elezioni per il rinnovo del parlamento che si svolgeranno in contemporanea con quelle presidenziali. Grazie alla riforma elettorale voluta da Erdoǧan, anche i partiti della coalizione che non dovessero superare lo sbarramento del 10% potranno comunque mandare dei deputati in parlamento.

Inizialmente la coalizione ha accarezzato anche l’idea di presentare un candidato unico per le elezioni presidenziali. Il nome più gettonato, quello di Abdullah Gül. Co-fondatore dell’AKP con lo stesso Erdoǧan, presidente della repubblica tra il 2007 e il 2014, Gül da tempo è in rotta di collisione con il presidente.  Dopo settimane di trattative e illazioni Gül ha infine annunciato pubblicamente la rinuncia alla candidatura, ufficialmente per non aver trovato un appoggio abbastanza ampio. Tuttavia non irrilevante nella decisione di Gül è probabilmente stata la visita che ha ricevuto pochi giorni prima di annunciare la sua decisione, quando il capo di stato maggiore delle forze armate – dopo essere atterrato con il suo elicottero nel giardino della casa dell’ex presidente – si è poi intrattenuto con lui in un lungo e, come riportato dalle agenzie, "amichevole" colloquio.

Tramontata l’ipotesi di un candidato unico dell’opposizione, il 24 giugno prossimo il presidente Erdoǧan si troverà di fronte quattro sfidanti principali.

Muharrem Ince è il candidato scelto dal CHP.  Principale oppositore interno del segretario Kiliçdaroǧlu, considerato un rappresentante della sinistra del partito, Ince ha un profilo che si discosta significativamente da quello elitario con il quale larga parte dell’elettorato ha identificato il partito. Di origini contadine, una carriera nella scuola pubblica come insegnante di fisica, Ince ha scalato tutti gradi della gerarchia interna del partito. Dotato di uno stile retorico diretto e tagliente, molto simile a quello di Erdoǧan, nel giorno dell’annuncio della sua candidatura Ince si è enfaticamente tolto il simbolo del partito dalla giacca dichiarandosi pronto a essere il presidente di tutti e andando poi a trovare in carcere il leader del partito filocurdo Selahattin Demirtaş. Accompagnato dalla inevitabile dose di ricette demagogiche soprattutto in economia, Ince si propone tuttavia come un presidente inclusivo, intenzionato a ricucire le profonde spaccature sociali, ideologiche, etniche prodotte da 16 anni di monopolio AKP. Il silenzio con cui per giorni il presidente Erdoǧan e il suo partito hanno accompagnato l’annuncio della candidatura di Ince ben riflettono la sorpresa nel ritrovarsi di fronte un candidato che per stile retorico e contenuti si discosta marcatamente dall’opposizione blanda e inefficace fino ad ora mostrata dal CHP.

La candidatura di Meral Akşener, fondatrice del Buon Partito, rappresenta prima di ogni altra cosa il ritorno sulla ribalta politica del paese di una donna, dopo la disastrosa esperienza del primo ministro Tansu Ciller negli anni ’90. Anche Akşener ha cominciato la sua carriera politica nei primi anni ’90 nello stesso partito della Ciller, arrivando a ricoprire la carica di ministra dell’interno. Dopo la polverizzazione del partito a seguito della crisi del 2001, Akşener è passata al partito nazionalista MHP. Dopo aver speso gli ultimi due anni nell’inutile tentativo di scalzare l’immarcescibile presidente Bahçeli, pochi mesi fa la Akşener con un gruppo di dirigenti dissidenti ha fondato il Buon Partito – Iyi Parti.  Molto esplicita nei suoi attacchi a Erdoǧan e decisamente convinta di poter battere il presidente, Akşener con il suo mix di riferimenti nazionalisti, difesa della laicità e avversione viscerale per le rivendicazioni curde, mira non solo ad attirare gli elettori scontenti del MHP ma anche a ricostituire quell’area di centro destra da anni fagocitata dall’AKP.

Selahattin Demirtaş è il candidato del partito filo-curdo HDP. Avvocato, co-presidente del partito, è l’esempio di un carisma fondato su elementi agli antipodi non solo rispetto a quello del presidente Erdoǧan ma anche alla vecchia generazione del suo partito. Un passato da militante per i diritti umani a Diyarbakır, dotato di una forza gentile e persuasiva, è stato capace di attenuare i riferimenti nazionalisti, curdi, e proporre un modello di partito capace di parlare alle forze democratiche dell’intero paese con una particolare attenzione per le altre minoranze, etniche, religiose e di genere. Una rivoluzione che ha prodotto lo storico successo elettorale del giugno 2015 quando per la prima volta un partito filocurdo non solo si è presentato al voto con il proprio simbolo ma è riuscito a diventare la terza forza politica del paese. Demirtaş però sarà anche il primo caso nella storia turca di un candidato costretto ad fare la sua campagna elettorale da un carcere, visto che pochi giorni fa il tribunale ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai suoi avvocati. Dietro le sbarre dal novembre 2016 con le immancabili accuse di collusione con il terrorismo, Demirtaş paga l’aver trasformato il suo partito in una forza politica capace di minacciare l’egemonia dell’AKP, la sua sfrontata opposizione a Erdoǧan ma anche l’ambiguo atteggiamento che lui e il suo partito hanno avuto nei confronti della campagna militare che il PKK ha lanciato nelle strade delle città curde all’indomani della vittoria elettorale del 2015.

Infine l’ultimo candidato è il presidente del Partito della Felicità, Temel Karamollaoǧlu. Rappresentante dell’ala pura dell’islamismo politico che non volle seguire Erdoǧan e i suoi sodali nell’avventura dell’AKP, Karamollaoǧlu ha rappresentato la vera sorpresa di questo inizio di campagna elettorale. Gli attacchi sferzanti che quotidianamente porta a Erdoǧan non si fondano infatti su riferimenti religiosi quanto piuttosto su argomenti concreti quali l’uso politico della magistratura, il deterioramento della democrazia e gli insuccessi in campo economico. Karamollaoǧlu non ha nessuna possibilità di essere un avversario serio nella corsa presidenziale. Tuttavia la sua biografia e il suo carisma potrebbero costituire un riferimento alternativo alle elezioni politiche per quella quota di elettori dell’AKP a disagio per l'involuzione del partito.

Max Weber individua almeno due elementi necessari affinché le caratteristiche eccezionali di una personalità si trasformino in carisma, perché inneschino un processo carismatico. In primo luogo l’esistenza di una situazione eccezionale, politica o economica. Al momento dell’ascesa politica di Erdoǧan, nel 2001, la Turchia era travolta da una spaventosa crisi economica, accompagnata dal crollo di un sistema politico minato da corruzione, ingiustizie e da riferimenti sostanzialmente autoritari ed elitari, che legittimavano l’esclusione di interi settori sociali. Il secondo elemento del processo carismatico è l’affinità tra contesto culturale e caratteristiche del leader. Indubbiamente la biografia di Erdoǧan, i suoi riferimenti culturali e anche il suo linguaggio trovavano una corrispondenza in quella parte di elettorato popolare che reclamava rappresentanza e riscatto. La combinazione di questi due fattori ha contribuito largamente ai trionfi elettorali di Erdoǧan negli anni a seguire. All’ora attuale è possibile percepire i segnali di una nuova situazione di eccezionale. In primo luogo i morsi di una crisi economica che da semplice prospettiva si sta progressivamente trasformando in una realtà quotidiana. Evidenti i segni di una trasformazione del contesto culturale non più definito dalla contrapposizione tra un elite, laica, e una massa popolare, religiosa quanto piuttosto dall’alternativa tra tendenze autoritarie e domande di libertà, e di benessere economico, che sono maturate in una società che negli ultimi 16 anni si è trasformata profondamente. Il nuovo contesto culturale che si sta delineando insieme alla crisi incombente non sembrerebbe essere in sintonia con il carisma di Erdoǧan. Contestualmente è indubbio che all’interno di questo quadro, la comparsa di candidati credibili e la percezione che l’avversario stia mostrando segni di debolezza hanno trasmesso all’opposizione una sferzata di energia e di ottimismo simboleggiata efficacemente dai tweet di tamam. Sondaggi e commenti insistono poi nel segnalare, come già accaduto del resto per il referendum del 2017, l’esistenza di una quota importante di elettorato AKP sfiduciato e preoccupato. Tuttavia al netto di queste considerazioni, a un mese dal voto, Erdoǧan deve essere necessariamente considerato il favorito nella corsa alla presidenza della repubblica, anche in considerazione del fatto che le elezioni prevedono la possibilità di un secondo turno, l’8 luglio.

In primo luogo per la forza della logica del voto di appartenenza, con il quale una fetta consistente dell’elettorato esprime prima di tutto un’appartenenza identitaria a uno schieramento oltreché la riconoscenza nei confronti di un leader che gli ha garantito una legittimità pubblica, simboleggiata dalla fine dell’ostracismo per le donne velate, e, almeno per alcuni gruppi sociali, benessere economico Secondariamente il delicato contesto attuale non solamente interno ma anche su scala regionale potrebbe far considerare la sconfitta di Erdoǧan un pericoloso salto nel buio. Infine una variabile psicologica non trascurabile è rappresentata dal timore di una parte dell’elettorato, conservatore, che alla caduta di Erdoǧan faccia seguito la rappresaglia dei vincitori, i laici. Un timore fantasmatico che ha poche conferme nella realtà attuale, ma che trova alimento nelle memorie di quanto è accaduto nel 1997.

Infine esistono una serie di ragioni più prosaiche che rendono Erdoǧan il favorito. Il presidente della repubblica ha il controllo totale dell’apparato elettorale e la recente riforma lo ha, se possibile accentuato. L’esperienza del referendum del 2017 che ha visto la modifica delle regole per lo spoglio dei voti dopo l’apertura delle urne ha mostrato quanto delicata sia questa fase.  Le numerose iniziative che si stanno organizzando per garantire un controllo delle operazioni di voto e scrutinio testimoniano dei timori dell’opposizione. La sovraesposizione mediatica di  Erdoǧan, poi, rende quasi invisibile la presenza degli altri candidati nelle televisioni e giornali mainstream. Infine giova ricordare che il paese si accinge ad andare al voto avvolto dalla soffocante cappa dello stato d'eccezione in vigore dall'estate 2015.

Il 24 giugno i 57 milioni di elettori, tra i quali 1.585.000 saranno quelli che voteranno per la prima volta, non saranno chiamati a scegliere solamente il nuovo presidente della repubblica ma anche a rinnovare la composizione del parlamento. Mentre Erdoǧan rimane il favorito per la corsa presidenziale appare più probabile che i risultati delle urne modificheranno gli equilibri parlamentari. Se è pur vero che nel nuovo sistema presidenziale il parlamento perde molte delle sue prerogative, un parlamento dove l’AKP non avesse più la maggioranza assoluta – attualmente 316 deputati su 537, ai quali vanno aggiunti i 35 del partito MHP – anche nel caso della rielezione di Erdoǧan, introdurrebbe comunque un elemento di disturbo nel sistema.

Decisivo nel determinare i nuovi equilibri parlamentari sarà la performance del partito di Demirtas, che non potrà godere dei vantaggi della coalizione e dovrà guadagnarsi da solo il 10% dei voti necessari per superare la soglia di sbarramento. Dopo lo straordinario risultato del giugno 2015, 13,12%, nelle successive di novembre pur marcando una flessione era riuscito ad avere il 10,76%. Le previsioni come sempre sono contraddittorie, Demirtas, dal canto suo, dalla sua cella del carcere di Edirne, si dice certo che il partito anche questa volta “riuscirà a sfondare lo sbarramento”.

Speciale / Turchia 2017

RTE_seçim_pankartı By Myrat - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15447516Nello Speciale:

Fabio Salomoni, Erdoğan, il referendum e altro ancora
Salvatore Palidda, Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Erdoğan, il referendum e altro ancora

Fabio Salomoni

“Obiettivo: una Turchia più forte” così recita uno dei titoli che accanto alla fotografia di Recep Tayyıp Erdoğan campeggia sulla prima pagina di una corposa pubblicazione contenuta nel kit elettorale distribuito da militanti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Nella sacca di cotone “biologico” insieme alla pubblicazione ci sono un dépliant a colori con la foto del primo ministro Yıldırım nel quale vengono presentati i diciotto nuovi articoli della costituzione sui quali gli elettori saranno chiamati a votare il 16 aprile, e una scatola di tè, rigorosamente proveniente da Rize, capitale della regione del Mar Nero ove si concentra la produzione della bevanda nazionale ma anche città natale della famiglia del presidente Erdoğan. A consegnare il tutto schiere di donne, velate, che durante il giorno percorrono palmo a palmo il quartiere di residenza, si soffermano a parlare con le casalinghe, tessono relazioni. La sera poi è la volta degli uomini di organizzare nelle case del quartiere riunioni per convincere gli indecisi. Questa mobilitazione dal basso, basata sull'organizzazione capillare a livello di quartiere con un ampio coinvolgimento delle donne ha costituito fin dagli albori una delle forze che hanno determinato il primo sorprendente successo elettorale di Erdoğan e del suo AKP nel 2002 e poi la lunga sequela di vittorie successive che ne ha fatto un record nella storia politica della Turchia. Dopo un inizio in sordina, da settimane la campagna per il referendum del 16 aprile in cui gli elettori turchi saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale, già approvata dal parlamento, che di fatto comporta un passaggio da un sistema parlamentare a uno presidenziale, è ormai entrata nella sua fase più calda.

La costituzione che l’AKP vuole riformare è quella fatta scrivere ed approvare nel 1982 dalla giunta militare che nel 1980 aveva compiuto il terzo colpo di stato nella storia della repubblica. Una costituzione che mirava a ristabilire il primato dello stato sull'individuo e a restringere gli spazi di libertà e democrazia, infarcita di riferimenti nazionalisti e militaristi, tanto da far dire a un costituzionalista dell’epoca che “ il popolo turco non è tanto barbaro da meritare nel ventesimo secolo una costituzione del genere”. Dopo alcune timide riforme negli anni ’90 fu proprio il partito di Erdoğan tra il 2005 e il 2008 a operare delle riforme sostanziali sull'onda dello slancio riformatore che all'epoca prendeva forza anche dall'avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea. Nel 2008 poi lo stesso partito aveva dato incarico a un gruppo di stimati costituzionalisti di preparare la bozza di una nuova costituzione “civile e democratica”. L’abbandono poco più tardi di questo progetto ha coinciso di fatto con l’inizio della fine della fase riformatrice. È sufficiente sfogliare l’opuscolo propagandistico che le militanti AKP distribuiscono in questi giorni per avere una conferma della distanza con quell'epoca. Praticamente scomparsi i riferimenti alle libertà e al processo di democratizzazione, a farla da padrone l’aggettivo forte – g üçlü- associato al partito, alla nazione o al presidente, e la celebrazione della potenza ed efficienza di un presidente che la riforma metterebbe “finalmente” nella condizione in grado di risolvere tutti i problemi del paese senza gli intralci di un sistema parlamentare. Gli articoli riformati, oltre ad aumentare il numero dei parlamentari e abbassare a diciotto anni l’età minima per poter essere eletti in parlamento, sostanzialmente mettono fine al sistema parlamentare e instaurano un sistema presidenziale dai caratteri molto peculiari. La riforma abolisce la figura del primo ministro, concentra il potere esecutivo nelle mani del capo di stato al quale affida il ruolo di capo del governo, il potere di nominare ministri e di sciogliere il parlamento; al presidente viene trasferito anche parte del potere legislativo con la possibilità di emanare decreti legge; facendo ulteriormente vacillare l’autonomia del potere giudiziario la riforma attribuisce al presidente della repubblica o ai membri del suo partito il potere di nominare un numero considerevole di membri del consiglio superiore della magistratura; infine indebolisce le possibilità di controllo delle attività presidenziali da parte del parlamento da un lato abolendo la possibilità di interrogazioni parlamentari scritte e dall'altro stabilendo che ogni azione giuridica nei confronti del presidente della repubblica debba avere l’approvazione di due terzi dei parlamentari. Un modello presidenziale sui generis nel quale la separazione dei poteri si offusca e che apre la strada al regime di un uomo solo, al quale viene lasciata la possibilità di continuare a essere iscritto al suo partito e teoricamente anche quella di essere eletto per tre legislature. Talmente sui generis che anche lo stesso Erdoğan ha ormai rinunciato a presentarlo, come faceva tempo fa, comparandolo con quello americano, per definirlo invece come assolutamente “moderno” – un termine evocativo che da sempre esercita un fascino irresistibile nel discorso politico turco­­­­ - e allo stesso tempo “locale e nazionale”. E in fondo questa combinazione di moderno e di autenticamente locale ben rappresenta il modello ideologico che da anni ispira il presidente e il suo partito. Da un lato l’efficienza e la tecnologia simboleggiate dall'imponente serie di opere infrastrutturali realizzate in questi anni: ponti e tunnel che attraversano il Bosforo, aeroporti, giganteschi progetti di trasformazione urbana, una miscela di tecnologia, efficienza e potenza. Dall'altro la produzione sempre più insistente di una narrativa fondata sul recupero di codici, simboli e riferimenti religiosi e locali che pesca nel passato ottomano e che fa leva sul mai risolto trauma della grandezza imperiale perduta, altro classico leitmotiv della destra turca. La storia ottomana fornisce poi l’ispirazione per un modello politico capace di tenere insieme questi elementi. Non è un caso che da mesi Erdoğan e il suo partito siano impegnati nell'opera di riabilitazione del sultano Abdülhamid II, nella tradizione repubblicana dipinto come incarnazione del dispotismo e da qualche tempo invece celebrato da Erdoğan come esempio di modernizzatore e allo stesso tempo difensore di un’identità islamica. Quello che Erdoğan propone adesso ai suoi elettori con il referendum del 16 aprile è in fondo un modello di “modernità alternativa”, fondato su autenticità e valori locali contrapposti a quelli occidentali.

Questo scivolamento dall'adesione a valori universali e al progetto europeo verso un ripiegamento sul locale ha sicuramente a che vedere con l’evoluzione interna del partito AKP. Il partito che vinse inaspettatamente a man bassa le elezioni del 2002 era guidato da una classe dirigente eterogenea dal punto di vista delle biografie personali e politiche. Un gruppo dirigente all'interno del quale Erdoğan svettava certo per la sua biografia di politico locale di successo e per il suo carisma personale ma che comprendeva altre figure dotate di carisma e provenienti da esperienze e culture politiche diverse. A 15 anni di distanza, di quel gruppo dirigente, a cominciare dall'ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, e della sua eterogeneità non è rimasto più nulla. Gran parte dei suoi componenti è stata emarginata, silenziata o semplicemente si è chiamata fuori e il partito ora coincide sostanzialmente con la persona del presidente, con quella dei suoi familiari e con un insieme di figure politicamente modeste, più simili a un comitato d’affari. Da un partito che raccoglieva diversi tradizioni della destra turca, da quella religiosa a quella liberale, e anche qualcosa di più, si è passati a un partito personale, identificato con un uomo mosso dall'ambizione di arrivare al fatale appuntamento del centenario della repubblica, il 2023, spodestando il padre della patria per eccellenza, Mustafa Kemal Atatürk.

Sarebbe tuttavia incompleto attribuire l’evoluzione della politica turca solamente al carattere di un uomo e alle dinamiche interne di partito. Dietro i feroci e grossolani attacchi portati da Erdoğan e dai membri del governo all'EU e a singoli paesi europei nelle scorse settimane, alle accuse di neo-nazismo alla Germania e all'Olanda e alle lezioni di democrazia, non è difficile scorgere il risentimento di chi si è sentito tradito. L’obiettivo dell’adesione europea nei primi anni duemila ha rappresentato uno dei rari momenti in cui si è generato un ampio consenso nella società turca oltre che uno straordinario motore per il processo di democratizzazione. Tuttavia lo schiaffo ricevuto nel 2007 e 2008 dalla Francia di Sarkozy e dalla Germania della Merkel non solo ha bloccato questo processo ma anche confermato l’ambiguità dell’atteggiamento europeo verso la Turchia. Un’ambiguità per cui la Turchia è fondamentalmente considerata solo come un baluardo, prima per la minaccia sovietica, adesso per le conseguenze delle tragedie mediorientali, ma in fondo mai come un partner da prendere seriamente in considerazione. L’ultima conferma di questo atteggiamento si è avuto con la vicenda dei profughi siriani. Ignorata per anni la loro presenza in Turchia, e altrove, sebbene nel 2015 fossero già quasi tre milioni, l’Europa si è affrettata a siglare degli accordi perché continuassero a rimanere in Turchia, salvo poi tornare a ignorarli una volta constatato che non bussavano più alle porte europee. Il tutto ovviamente accompagnato dagli strali di indignazione per aver delegato “a un paese come la Turchia” il problema dei profughi. Un’indignazione che ipocritamente ignorava il fatto che il paese stava gestendo, con difficoltà e carenze certamente, un numero di profughi ampiamente superiore a quello ospitato dall'intera Europa e senza mostrare le reazioni isteriche registrate in molte opinioni pubbliche europee. Il rapporto con l’Europa tuttavia non è stato l’unico fattore internazionale che ha favorito l’involuzione del partito di Erdoğan. L’effetto delle “primavere arabe” che da un lato ha alimentato la paranoia complottista della dirigenza AKP, come si è ben visto durante le rivolte di Gezi Park nel 2013, e dall'altro sull'onda dei successi dei partiti islamici in Egitto e Tunisia ha incoraggiato Erdoğan ad abbracciare un discorso identitario “orientale” e “islamico”. Infine l’aria del tempo intrisa delle sirene che invocano un rapporto diretto tra leader e masse e pronta a sacrificare libertà sull'altare della sicurezza e dell’efficienza ha trovato facile ascolto in una cultura politica da sempre sensibile al fascino dell’autoritarismo.

Proprio le contraddizioni e i paradossi della cultura e del sistema politico turco rappresentano il terzo elemento che ha contribuito a generare la situazione attuale. Il punto di svolta è rappresentato dalle elezioni politiche del giugno 2015. Dopo una lunga serie di successi elettorali, in quell'occasione per la prima volta l’AKP ha dovuto registrare una decisa battuta di arresto, perdendo quasi il 10% dei voti rispetto alle elezioni precedenti. Ancor più rilevante lo storico successo del partito filo-curdo HDP che è riuscito a conseguire un risultato di portata epocale, impossibile anche solo da immaginare pochi anni fa, mandando in parlamento 80 deputati e divenendo il terzo partito del paese. Una occasione per bilanciare le tendenze egemoniche di un partito solo al potere da 13 anni e per ridisegnare in senso pluralistico la vita politica del paese e rilanciare una nuova stagione di riforme. E invece nessuno degli attori coinvolti ha superato l’esame. Erdoğan e il suo partito, per nulla disposti a condividere un potere di cui hanno avuto il monopolio assoluto per tredici anni, hanno fin da subito mostrato di non aver nessuna intenzione di accettare i risultati delle urne. Il partito nazionalista MHP per puri interessi clientelari e il sedicente socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo – CHP - per le contraddizioni insite nella sua storia politica, si sono dimostrati incapaci di costruire una convincente coalizione alternativa. Il partito HDP dal canto suo, nonostante il trionfo elettorale, ben presto è stato neutralizzato dalla concomitante azione di diversi fattori: in primo luogo dalle sue contraddizioni interne che lo hanno portato inspiegabilmente a sostenere un’insurrezione urbana scatenata in nome dell’autonomia nelle strade di alcune città curde poche settimane dopo le elezioni, secondariamente dal risentimento di Erdoğan per essersi trovato di fronte un inaspettato rivale e non ultimo il fastidio del PKK, de facto un attore della vita politica turca, che più volte ha tenuto a minimizzare la portata del successo politico dell’HDP per il timore di vedere emarginato il suo ruolo. E il risultato di questa combinazione è stato esplosivo, facendo divampare di nuovo i combattimenti tra lo stato e il PPK. Una guerra che diversamente dal passato non ha avuto come teatro le montagne ma i centri urbani della Turchia orientale e che ha prodotto una lunga scia di vittime, distruzioni e sfollati, oltre che episodi di brutalità commesse dalle forze di sicurezza e anche dal PKK, responsabile tra l’altro, di una catena di attentati con autobomba che hanno provocato decine di vittime, tra cui molti civili, anche ad Ankara e Istanbul. A farne le spese la tregua durata quattro anni e i già traballanti negoziati intavolati per arrivare a una soluzione di un conflitto pluridecennale. A queste violenze si sono aggiunti da subito gli attentati sanguinosi rivendicati dall’ISIS. In questo clima plumbeo nuove elezioni nel novembre 2015 hanno restituito al partito di Erdoğan quel 10% di voti persi a giugno e il suo ruolo di signore unico della politica turca riportandolo al 49,5% dei consensi.

Il secondo momento di svolta è rappresentato dal tentato colpo di stato della notte del 15 luglio 2016. Capitolo oscuro, carico di punti interrogativi, che una commissione parlamentare sembra aver voglia di chiudere in tutta fretta, e che lascia solamente alcune certezze: qualche centinaio di vittime innalzate dalla retorica ufficiale al rango di martiri della democrazia ma destinate a essere dimenticate in fretta, la sensazione che ci siano segmenti della società che continuano a vedere l’intervento dei militari come soluzione per le difficoltà della democrazia e soprattutto l’opportunità per Erdoğan di sbarazzarsi definitivamente di Fethullah Gülen e del suo complesso e ambiguo movimento, designato come unico responsabile del fallito golpe. Pedina fondamentale per decretare il successo del progetto politico dell’AKP e garantirgli rispettabilità sul piano internazionale, il movimento di Gülen si è poi con il tempo trasformato in un pericoloso rivale dando vita a un conflitto di potere con l’AKP senza esclusione di colpi. La notte del 15 luglio ha quindi fornito al partito di Erdoğan il pretesto per la resa dei conti finale e pesantissima è stata la scure che si è abbattuta indiscriminatamente sui Gülenisti o presunti tali: 136.000 persone epurate dall'amministrazione pubblica - insegnanti, docenti universitari, giudici, poliziotti, militari -, 43.000 arresti, 100.000 indagati, chiuse associazioni, giornali, università legate al movimento di Gülen. Tuttavia ben presto sotto il maglio della repressione non sono finiti solamente coloro che erano sospettati di avere una qualche relazione con il “diavolo della Pennsylvania” ma anche esponenti dell’opposizione, intellettuali, giornalisti, studenti. Tra loro anche tredici deputati dell’HDP finiti in carcere dopo che il parlamento ha approvato la sospensione della loro immunità parlamentare, anche con i voti di deputati del “socialdemocratico” CHP, ennesimo esempio questo dei paradossi della politica turca. Perfetta sintesi del carattere paradossale assunto dalla repressione in particolare contro i giornalisti è il caso di Ahmet Şık. Coraggioso rappresentante del giornalismo d’inchiesta, Şık viene arrestato una prima volta nel 2011 insieme al collega Nedim Şener poco dopo aver terminato di scrivere un libro nel quale veniva documentata la massiccia infiltrazione di elementi gülenisti nella polizia. Rilasciato un anno dopo, nel dicembre 2016 Şık viene di nuovo arrestato questa volta con l’accusa di aver fatto propaganda per un’organizzazione terrorista, leggasi PKK, ed è tutt’ora in carcere.

Tuttavia, nonostante il paese viva da più di nove mesi sotto lo stato d’emergenza, la progressiva riduzione degli spazi di espressione del dissenso, la instancabile dedizione dei militanti dell’AKP, la onnipresente voce e figura del presidente Erdoğan sugli schermi televisivi e per le strade del paese e una campagna per il No che arranca tra molti ostacoli e qualche contraddizione, il risultato del referendum appare tutt'altro che scontato. Mai come in questa campagna referendaria si è assistito a un vortice di sondaggi di opinione e dati statistici. Al netto della prudenza necessaria nel considerare questi sondaggi, su due aspetti pare esserci un consenso di fondo: lo scarto minimo tra i voti del no e quelli del sì e la presenza di un'ampia fascia di elettori indecisi. A conferma di come il referendum non si annunci come una passeggiata trionfale, anche il cambio di atteggiamento da parte di Erdoğan e dei suoi che negli ultimi giorni hanno abbassato i toni e strizzato l’occhio all’elettorato curdo, prevedibilmente schierato in maggioranza per il no. Tuttavia il vero ago della bilancia appare rappresentato dagli elettori dell'AKP e del MHP. Il nazionalista MHP, che in parlamento ha approvato con l'AKP la riforma costituzionale e che porta in dote il 13% dei voti, appare in realtà profondamente lacerato al suo interno. Il suo segretario Bahçeli è schierato apertamente per il sì. Tuttavia da tempo il suo potere è minacciato da un’agguerrita rivale, Meral Akşener, una donna che nonostante le intimidazioni e gli ostacoli messi in atto dalla dirigenza si è apertamente schierata per il no e rischia di portare con sé una fetta consistente dell’elettorato del partito. L’incognita principale è tuttavia rappresentata dagli elettori dell’AKP, in particolare quel 10% che già nel giugno del 2015 aveva manifestato il suo malumore negando il suo voto al partito. Il clima di contrapposizione frontale e l’individuazione di un nemico interno sono una caratteristica costante delle campagne elettorali dell'AKP. Tuttavia nell'attuale frangente questa contrapposizione non solo ha raggiunto vertici particolarmente aspri travalicando i confini nazionali e lasciando la Turchia in una sorta di isolamento internazionale, ma coincide anche con un momento in cui l’economia dopo anni di crescita record mostra evidenti segni di fragilità. È soprattutto alla fascia di elettorato più pragmatico e meno propenso a scegliere un voto identitario per schieramenti che sembra legato l’esito di un referendum che, confezionato come un plebiscito sulla figura di Erdoğan, parafrasando uno slogan dell’AKP ha ormai assunto i caratteri di uno scontro decisivo “ per la democrazia vera, non per quella a parole”.

Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Salvatore Palidda

Maslak_bussines_centerAutore di La Turquie en marche (La Martinière, 2004) e di Erdogan. Nouveau père de la Turquie? (Ed. Nouvelles François Bourin, 2016), Jean-François Pérouse, direttore dell’IFEA (Istituto Francese di Studi Anatoliani) e residente a Istanbul dalla fine degli anni Novanta, viene ufficialmente presentato come geografo urbano e “turcologo”. Ma chi conosce la sua opera, si rende conto che Pérouse è un antropologo/etnografo estremamente fine, dotato di una particolare sensibilità per tutte le scienze umane, politiche e sociali. Il suo sforzo appassionato di capire Istanbul e la Turchia passa attraverso una continua osservazione, scevra da pregiudizi e giudizi di valore, secondo un punto di vista che rinvia alla geografia/antropologia politica di Erodoto e a Spinoza (Non ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere). Nel suo libro più recente, Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle, la descrizione della città e del paese abbraccia tutto: la storia ufficiale e la storia sociale, la letteratura antica e quella contemporanea, la lingua, nonché i processi di cambiamento economici, sociali, culturali e quindi politici.

Del resto, per capire in modo approfondito un oggetto di ricerca complesso quali sono Istanbul e la Turchia, non si può non attingere a tutte le conoscenze reperibili, esercitando il proprio spirito critico con rigore e pazienza per comprendere il significato di ciò che di volta in volta appare come un fatto sociale totale (per dirla con Marcel Mauss) o un fatto politico totale. Per questo, il titolo del libro è Istanbul planète et ville-monde. Ma qui non non si tratta più della Paris capitale du XIX siècle di Walter Benjamin, dal momento che Pérouse raccoglie la sfida di raccontare tutte le trasformazioni e le contraddizioni della città. Trasformazioni rapide, a tratti sconvolgenti, caratterizzate dalla violenza e dalla travolgente crescita demografica ma, talvolta, da una evoluzione pacifica e persino divertente. Una città che in poco più di venti anni ha visto triplicare il numero dei suoi abitanti, che è stata il luogo in cui è nato e cresciuto il cosiddetto nuovo sultano della Turchia il quale, da figlio di una modesta famiglia di inurbati, è diventato un capo ricco e potente, leader dei milioni di “terroni” provenienti dalle diverse e lontane campagne turche, suoi elettori fedeli a cui ha permesso l’accesso all'alloggio (perché padrone della gigantesca TOKI.

L’Istanbul di Pérouse non ha nulla a che vedere con i luoghi celebri di un immaginario che appiattisce questa immensa metropoli sugli stereotipi. L’Istanbul di questo libro ha cambiato radicalmente le sue dimensioni e le sue funzioni rispetto a tutta la letteratura che se n’è occupata finora e va ben aldilà di quella raccontata da Pamuk. Oltre allo sviluppo vertiginoso e distruttivo dell’ambiente (quanto quello del suo sultano e della sua reggia che vuole sminuire i fastosi edifici del passato), Istanbul è il teatro/laboratorio della costruzione sociale e politica della ‘nuova Turchia’. Si sa che tutte le grandi città del mondo sono una realtà a parte, rispetto al resto del paese cui appartengono, ma allo stesso tempo ne sono l’espressione più complessa. Pérouse mostra che Istanbul non ha soltanto una ‘funzione specchio’ della Turchia del passato e del presente, ma è anche rivelatrice di tutti gli sconvolgimenti avvenuti nei paesi dell’Est dopo la fine dell’URSS, in Iran come in Iraq, in Siria come nel resto del Medio Oriente, nei paesi del Mediterraneo e persino in Africa.

A Istanbul ci sono persone provenienti da ogni parte e che si muovono ovunque: turchi che arrivano da tutte le regioni del paese, persone in fuga dalle guerre permanenti e quanti – ricchi e meno ricchi – che vengono qui per shopping e affari. Ed è qui che fervono le sperimentazioni musicali, artistiche e letterarie più singolari, ma anche che si praticano le atrocità più inaudite contro la cultura e i diritti umani.

Sono i luoghi nei quali si può capire meglio che la storia di ogni società non è che coesistenza di sperimentazioni a volte pacifiche e spesso violente della vita associata degli esseri umani: sperimentazioni che possono produrre risultati diversissimi, effimeri e permanenti, come il politico attualmente al potere da un lato e i giovani delle rivolte di Gezi Park o il patrimonio artistico-architetturale dell’Istanbul storica dall’altro.

Jean François Pérouse
Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle
La Découverte, febbraio 2017

***

circuito-elettrico copiaCome sarà il libro fra 100 anni? Ne parliamo nel Cantiere di Alfabeta2. Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. E vi aspettiamo!

Entra nel cantiere di Alfabeta2

 

Il tempo preso in prestito

Luigi Azzariti-Fumaroli

L’orologio è un dio implacabile, sinistro, che minacciosamente si erge e dice: «Ricorda: giocatore avido, il Tempo non ha bisogno di barare per vincere ogni mano. Cresce la notte, il giorno s’assottiglia, l’abisso ha sempre sete, la clessidra si svuota». Da lettore appassionato di letteratura francese, quale Tanpinar è stato, questi versi di Baudelaire devono averlo a lungo ispirato durante gli anni in cui attendeva alla stesura dell’Istituto per la regolazione degli orologi, pubblicato dapprima a puntate nel 1954 e quindi in volume nel ’62. Ma, laddove in Baudelaire l’orologio deve far rimbalzare il memento del consumarsi del tempo nella coscienza individuale, in lui esso sembra piuttosto testimoniare di una malinconia che a tratti confina con la tristezza antica, quale traspare da certi luoghi dell’opera di Gautier verso i quali Tanpinar ebbe sempre – ha ricordato Orhan Pamuk in Istanbul (Einaudi 2006) – una particolare predilezione, perché intrisi di una fragile, mesta bellezza.

Come l’Albert di Mademoiselle de Maupin, Hayri Irdal, il protagonista dell’Istituto per la regolazione degli orologi, ha una natura esiliata nell’imperfetto, simile a un «elitropio chiuso in un sotterraneo». Sullo sfondo di una città sfatta e porosa, egli dà l’impressione di avere un non so che di pietoso e, in certi momenti, di perduto. Hayri conduce una esistenza pigra, per metà seria e per metà ridicola, tipica di persone incapaci di entrare in sintonia col proprio tempo. Egli vive sulla soglia di un «mondo incoerente, dove tutto è concatenato in modo sbalorditivo, in una specie di festino organizzato sulle macerie d’una tempesta cominciata chissà dove. In che luogo aveva avuto origine?». L’interrogativo percorre l’intera narrazione, imponendo di volta in volta una risposta contraddittoria: se ci si pone «sul filo di quel rasoio che chiamiamo presente» il tempo nuovo sembra avere avuto effetti positivi, se non addirittura piacevoli; ma, ripensandoci, esso si scopre inquietante come un incubo nel quale «fantasmi dagli incerti contorni aggrediscono nella penombra». Nel passaggio dall’Impero ottomano alla modernità, lo sguardo si è fatto più incerto e sembra ormai incapace di «identificare le cose».

Accade così che l’orologio, un manufatto prezioso e raffinato creato per regolare qualunque rituale – le cinque preghiere quotidiane, la fine del Ramadan, il pasto prima dell’inizio del digiuno – e quindi permettere di «arrivare a Dio», si trasformi in semplice strumento destinato a segnare le tappe di un progresso senza scopo, lontano dalla natura e da ogni credo che non sia quello in un agire tanto compulsivo quanto stolido. «La conoscenza», afferma Halit il Regolatore, l’istrionico e subdolo creatore dell’Istituto per la regolazione degli orologi, apoteosi della vacuità efficentista moderna «ci rallenta. La questione è fare e creare. Perché la creazione è lo scopo stesso dell’esistenza».

Nel mezzo secolo di storia che Tanpinar racconta, Hayri è coinvolto in innumerevoli traversie. Promettente apprendista orologiaio nella bottega del vecchio e saggio Nuri Efendi – incarnazione d’un tradizione culturale ancora impregnata di «autentici valori umani» e scevra d’ogni gretto utilitarismo –, alla morte del suo mentore e dopo aver contratto un matrimonio d’interesse, viene colto da un violento esaurimento nervoso che lo conduce in uno stato di desolante apatia, dal quale parrebbe guarire solo quando, incontrato Halit, partecipa alla costituzione dell’Istituto preposto a far capire alla società che «le ore ed il tempo hanno una relazione fondamentale con la coscienza di vivere». Compito, questo, solo in apparenza affine a una metafisica ricerca della radice temporale dell’esistenza umana, perché in realtà ispirato unicamente – come Hayri stesso dovrà ammettere – da un volgare e pervasivo «relativismo» di stampo postmoderno.

Con l’imporsi della modernità – suggerisce Tanpinar – i confini fra realtà e finzione, ovvero fra spazializzazione del tempo e temporalizzazione dello spazio, sembrano destinati a sfumare in quella sorta di indistinto che i migliori romanzi hanno già da sempre presagito. Il romanzo – osservava Baudelaire nel suo ritratto di Gautier – è infatti «un genere bastardo il cui dominio è veramente senza limiti. Come molti altri bastardi, è un bambino viziato dalla fortuna a cui tutto riesce» e che «non conosce altri pericoli che la sua infinita libertà». Una libertà di cui Tanpinar conosce e usa fino in fondo tutte le risorse, ma non senza nutrire più di un dubbio e un sospetto. Accanto a una fiducia senza condizioni nelle risorse della letteratura, persiste in lui un più forte desiderio di non farsi del tutto travolgere dall’ebbrezza ch’essa può infondere, e nella quale porzioni di tempo vengono amministrate in modo diverso e prese in prestito. Ma è un prestito, questo, che va comunque restituito.

Ahmet Hamdi Tanpinar
L’Istituto per la regolazione degli orologi
traduzione di Fabio Salomoni, prefazione di Andrea Bajani
Einaudi, 2014, X-454 pp.
€ 22