OSMOSIS, o delle nostre vite sospese

Martina Cavallarin

Non so cosa sia l’arte, ma sono cos’è un’opera d’arte: un luogo d’identità. (Fabio Mauri)

Krino = discernimento: strumento d’intelligenza necessaria nelle mani del critico che deve analizzare, scremare, scegliere e saper passare dalla dimensione verbale alla dimensione visuale, dal ruolo di critico che verbalizza a quella di curatore che visualizza. Poi serve applicare altre metodologie e altri dispositivi per realizzare un progetto, armonizzare i componenti del coro, artisti solisti nella pluralità, organizzare l’impresa dal sito d’esibizione al catalogo da editare.

Questi i compiti del curatore contemporaneo che gli studenti della terza edizione del LUISS Master of Art, corso di alta formazione postlaurea organizzato all’interno del LUISS Creative Business Center sotto la guida di Achille Bonito Oliva, Responsabile scientifico del Master, devono imparare. OSMOSIS, l’incertezza generata dalla crisi, è la mostra che darà forma a tali studi.

Cesare Pietroiusti/Paul Griffith, Eating Money. An Auction (2007)
Cesare Pietroiusti/Paul Griffith, Eating Money. An Auction (2007)

L’arte, per i suoi infiniti del senso, è un’identità che si può definire di matrice rizomatica. Gilles Deleuze e Felix Guattari per distinguere e sottolineare un tipo di ricerca filosofica che procede per moltiplicazioni e innesti, senza zone d’entrata o uscita definite, senza gerarchie interne, usano la metafora del rizoma. Si tratta di una radice come l’Iris che collega gli organismi e mette in gioco regimi di segni o non-segni molto differenti. Il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico e non significante.

Tale comune complicità e simpatia tra sfere dell’esistenza può aprire davvero la probabilità a un vivere migliore, antropologico e ambientale. Attraverso un’espansione del pensiero a gangli allargati e capillari si può quindi manifestare la propria individualità nella tensione e nell’apertura totale verso l’altro, per tracimare in un nuovo archetipo spaziale, geografico, fisico, mentale, divenendo, attraverso le Arti e la loro condivisione partecipata, metafora oggettiva della condizione dell’uomo e del mondo.

Fausto delle Chiaie, Sbarco in Sicilia (2013)
Fausto delle Chiaie, Sbarco in Sicilia (2013)

In una conferenza a Huston, nel 1954, Marcel Duchamp parla del “processo creativo” enunciando che il fruitore dell’opera è co-creatore dell’opera. Duchamp ammette il “coefficiente d’arte” intendendo “la differenza tra quel che l’artista aveva progettato di realizzare e quel che ha realizzato”. In questa feritoia s’inserisce l’inciampo dello sguardo dell’altro, il pubblico, che intercede e intensifica l’espansione del senso, ciò che Duchamp chiama “transfert”, funzione della quale “l’artista non è affatto cosciente”. Tali incidenti, in una stazione più che in un museo, sono oggetto di un’arte relazionale che passa senza soluzione di continuità dal privato al collettivo, dalla soggettività dell’opera alla pluralità delle attenzioni cui è sottoposta.

Gli artisti Mircea Cantor, Ludovica Carbotta, Gea Casolaro, William Cobbing, Fausto delle Chiaie, Mark Jenkins, Margherita Morgantin, Ivan Navarro, Donato Piccolo, Cesare Pietroiusti/Paul Griffiths, Domenico Romeo, con la collaborazione di RAM radioartemobile che amplificherà il suono nelle dimensioni extralarge dell’architettura pubblica, sono chiamati a interpretare questa temperatura sociale in stato d’inquietudine. La mostra racconta le nostre vite sospese attraverso un’esposizione che si svolge in uno spazio morfologico che è di per sé spazio sospeso, organismo allargato, imprevedibile, transitorio e traditore per eccellenza.

Gea Casolaro, South #3 #12 #16 (2008-2010)
Gea Casolaro, South #3 #12 #16 (2008-2010)

La Stazione Tiburtina (7 - 28 novembre 2013) - cuore romano e nazionale dell’Alta Velocità, struttura destrutturata e futuribile, luogo in cui certezze, previsioni, aspettative si intersecano davvero con bisogni e pensieri così densi negli spazi di fermate approssimative - si fa grembo di un dialogo possibile, quello che l’arte apre e esibisce, ovvero la fusione necessaria tra lei, l’arte, e la vita. Perchè OSMOSIS lo spiegano gli studenti del Master: “Non c’è una risposta univoca, l’unica cosa certa è che questa mostra nasce da un’URGENZA, quella di descrivere il nostro presente governato dalla Crisi”.

L’opera si pone quindi come emergenza e prosecuzione, come opposizione tra ordine e caos, uno sforzo tra il rischio dell’artista e le rivendicazioni dell’uomo. In un cammino di sintesi tra installazione verticale e orizzontale l’opera si abbandona alla totalità dell’immersione; si tratta di un’evocazione quasi tangibile, nel coinvolgimento dello spettatore che v’inciampa e la penetra, di abbandono all’esperienza dell’incontro tra esseri viventi e strutture.

Margherita Morgantin, 28.12.2008 Gaza (2011)
Margherita Morgantin, 28.12.2008 Gaza (2011)

Qui la meccanica per induzione dell’osservare è stimolo ad abbandonarsi a una riflessione depurativa. L’introversione, gli effetti del senso e il segno del concetto, vengono sviluppati dal lavoro per srotolare un’equivalenza sotto l’impronta dell’architettura, dell’installazione, della pittura, della fotografia, della traccia effimera e fallimentare del IO SONO QUI.

La mostra è dedicata alla memoria di Carlotta Nobile, diplomata al LUISS Master of Art 2011/2012

Aspettando le Operaiadi

Carlo Antonio Borghi

Visione in 3D: Disoccupazione, Devastazione e Disordine. Disoccupazione dilagante e invalidante. Devastazione imperante e ricorrente dei luoghi della vita e del lavoro. Tanto ricorrente da divenire permanente. Disordini psichici e sociali dietro ogni angolo. I Futuristi della prima onda avevano pensato alla Ricostruzione Futurista dell’Universo. Era l’11 Marzo del 1915, per le firme di Balla e Depero. Ora ci sarebbe urgenza di una Ricostruzione Psicofisica dell’Universo Postmoderno, intendendo l’Universo come microcosmo personale unito al macrocosmo globale. Tutta la realtà è riproducibile in Alta Definizione. Tutto quanto ci è dato di vedere risulta in Blue Ray.

La depressione economica corre in pista gomito a gomito con la depressione nervosa. La nervous breakdown viene definita immateriale ma è tangibile e materica quanto la prima. Materica quanto l’arte scottata e bruciata di Alberto Burri, informe e informale. Con entrambe le forme di disagio tocca fare i conti, in tasca e in testa. Il corpo spesso resta basito e impedito ad agire. Una buona forma di azione è quella di autoinchiodarsi in cima a tralicci, silos, ciminiere e campanili ad altezza variabile dal suolo. È una modalità usata da operai in lotta per mettere in mostra lo stato di devastazione depressiva causato dal connubio mefistofelico di disoccupazione + disordine.

Nelle arti performative la condizione di immobilità del corpo dell’artista in pubblico è manifestazione estetica e critica verso il moto perpetuo dei villaggi globali e delle città verticali. La stessa cosidetta Danza Urbana spesso mette i suoi performer fissi con le spalle al muro o con i piedi inchiodati sull’asfalto. Più stai fermo più ti fai notare nella massa che non fa altro che andare. Il corpo fermo e disteso aspetta di essere indagato. L’indagine può procedere per via di pratiche amorose o per il tramite di accertamenti sanitari. In tutti e due i casi si ottengono corpografie riproducibili in tutti i formati, meccanici e digitali.

A Milano nella mostra Addio Anni 70 Arte a Milano 1969-1980 (Palazzo Reale) sono state rimesse in luce tracce e impronte del passaggio del corpo in movimento o in stato di immobilità. Il corpo punto di partenza e di arrivo come progetto e concetto di se stesso. Allora nel Corpo dell’Artista trovavano unione di sensi e di intenti il corpo individuale e quello sociale, il corpo dell’intellettuale e quello del lavoratore metalmeccanico o petrolchimico. Il corpo si era messo di mezzo e spesso di traverso, fin dai tempi dell’amicizia tra Cage e Duchamp. Una amicizia a scatti e a scacchi.

Di seguito il corpo divenne Fluxus, flusso ininterroto di matrice lunare, mentale e corporale. Quando Fabio Mauri proiettò il Vangelo Secondo Matteo sul petto di Pasolini seduto, tutto risultò ancora più chiaro, chiaro come la camicia bianca di lui. Appeso allo schienale della sua sedia il giubbotto di pelle poetica. Il resto del corpo dentro ai jeans. Ci aveva visto bene Pino Pascali quando, alla fine degli anni Sessanta, ingravidò una bella tela bianca. Era una tela che desiderava un figlio d’artista concettuale. Gravidanza a rischio. È ancora lì appesa e ferma sui muri del MACRO, con il suo pancione del settimo o ottavo mese. Stato di gravidanza permanente. Avrebbe potuto partorire il futuro e forse un giorno lo farà.

Per il momento i corpi più attraenti, riprodotti dagli schermi Full HD, sono risultati quelli delle post Olimpiadi di Londra 2012. Corpi di persone disabili variamente e spesso artisticamente menomati ma determinati alla competizione agonistica. Con orribile dicitura il C.O.N.I. le chiama Paralimpiadi. Varrebbe la pena di chiamarle Disabiliadi. Corpi d’oro, d’argento e bronzo. Avrebbero potuto gareggiare anche tante statue greco-romane variamente mutilate o menomate o acefale, a cominciare dalla Venere di Milo e comprendendo anche Aurighi, Discoboli e Pugilatori amputati. Corpi differenti. Corpi differenziali. Corpi che fanno la differenza, molto più dello spread. Intanto, la forbice si allarga. Sul podio la Triade Capitolina con Giove Giunone e Minerva, variamente amputati ma ben visibili a Montecelio sopra Guidonia.

Io, Ratko Mladic’ e i camerieri ciechi

Manuela Gandini

Sono in una pensione. Tra gli ospiti dell’albergo scorgo una coppia. L’uomo ha un volto noto, ancora piuttosto giovane, è Ratko Mladic’. La donna è una signora elegante, d’età. Mladic’, del tutto indifferente alla propria posizione di ricercato internazionale, è tronfio e orgoglioso, ha la stessa faccia dei tempi della guerra di Bosnia. Tiene un orsacchiotto nero dal quale non si separa mai. Io e mio marito siamo sgomenti. Uno tra i più efferati assassini balcanici, ricercato da tutti, può girare libero e godersi una vacanza in santa pace. Né i camerieri, né i clienti e neppure i proprietari dell’albergo sembrano accorgersi dell’identità dell’uomo. Sono come ciechi. Attorno a me tutti sono tranquilli, per loro Mladic’ non è Mladic’, è un ospite qualsiasi. A un certo punto, mio marito riesce a rubare l’orso nero dell’ex colonnello dell’esercito serbo. Il peluche costituisce la prova certa della sua identità, ho paura. Mi torna in mente la sua ferocia, le fosse comuni viste in tv con i cadaveri magri, gli arti senza corpo e corpi senza nome. Dobbiamo portare l’orso alla polizia. Intanto siamo al ristorante e aspettiamo di poter ordinare. I camerieri si affollano premurosi attorno al tavolo della coppia servendo cibi raffinati innaffiati da buon vino. Il nostro tavolo invece viene ignorato, nessuno dei camerieri passa a prender l’ordinazione. La donna e Mladic’ si accorgono del furto dell’orso e sospettano di noi. Mi sveglio di soprassalto.

Era solo un sogno, non ho mai incontrato Mladic’ e neppure Karazic’. Per fortuna - penso ancora turbata - i due sono nelle mani del Tribunale dell’Aja. Mladic’ non è quell’uomo ancor giovane del mio sogno, è vecchio e malato ma è ancora orrendamente feroce. Durante una delle udienze, a maggio, al pubblico delle madri di Srebrenica ha fatto segno, col pollice, che avrebbe tagliato loro la gola. La notte del mio incubo coincideva quasi con la diciassettesima ricorrenza della strage di Srebrenica, l’11 luglio 1995. In quei giorni lavoravo attorno all’opera di Fabio Mauri sul fascismo, il nazismo e ogni forma di prevaricazione. Rivedevo performance, installazioni, video, il muro del pianto fatto di vecchie valige, la specchiera nera dell’ebreo, le saponette con la fascetta che riporta ciascuna il nome di un campo di concentramento, oggetti in pelle ebrea e le fotografie dei giochi della gioventù fascista e nazista. Parate così ben organizzate, capelli impomatati, muscoli, simmetria, armonie. Ritornava l’estetica perfetta dell’organizzazione di regime, uomini e donne tutti uguali nell’unificante divisa che nega qualsiasi individualità. L’estetica sopra l’etica.

Come nel sogno, in un surreale gioco di specchi sociali, Mladic’ ha potuto vivere per sedici anni libero in Vojvodina, nella Repubblica Serba. Ha vissuto come ha vissuto Radovan Karazic’, latitante per tredici anni. Karazic’, travestito da santone, noto come il dottor Dragan David Dabic’, curava persone affette da infertilità alle cliniche “Fertilità” e “Nova Vita”(!). Doveva far rinascere i morti di Bosnia? Una nuova genia serba? O partorire i bambini uccisi dai cecchini a Sarajevo sotto gli occhi delle madri, per infliggere loro dolore eterno, prima della loro immediata morte?

Karazic’ veniva spesso in Italia a seguire il campionato di calcio italiano di Lazio e Inter, dove giocavano i due calciatori serbi Sinisa Mihajlovic’ e Dejan Stankovic’. Quando lo hanno arrestato, nel luglio 2008, viveva a Novi Beograd in un modesto appartamento, trascorreva le serate al bar “Luda kuca”, casa pazza, un ritrovo di patrioti non proprio ignari della sua identità. Dietro il bancone, al quale si appoggiava per il caffè, erano appesi i ritratti dei due eroi serbi, il suo e quello di Mladic’. Mentre era ricercato in tutto il mondo, appariva spesso alla televisione nazionale, con la sua barba bianca, per parlare di medicina alternativa.

L’impunità dei criminali di guerra è vecchia storia e si ripete sempre uguale. Due giorni dopo aver sognato Mladic’, vedo sul giornale la foto di un innocuo vecchietto magro con due borse della spesa. E’ Laszlo Csizsik-Csatary, criminale nazista ungherese responsabile dell’eccidio di quindicimila ebrei, latitante da 67 anni, scovato da due reporter del Sun su richiesta del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. Csatary, durante il Terzo Reich è un alto ufficiale della Magyar Kiralyi Rendorség, la polizia di Miklos Horthy il quale, alleato di Hitler, fece deportare centinaia di migliaia di ebrei. “A Kosice – scrive Andrea Tarquini su La Repubblica del 17 luglio – dove lui comandava appunto la polizia, l’ordine arrivò dall’alto, dalla Budapest occupata dalla Wehrmacht, ma con Horty ancora al potere: rastrellate la città, arrestateli tutti. Csatary e i suoi passarono subito all’azione: la gloria della purezza etnica magiara non ammetteva dubbi. Nel campo di raccolta lui era il Terrore.

Frustava a sangue donne e bambini, picchiava i vecchi indifesi, li spaventava con la roulette russa. (…) Dei 725mila ebrei ungheresi, 564.500 non sopravvissero alla Shoah”. Laszlo Csizsik-Csatary, sfuggito all’arresto in Canada nel 1997, dove aveva preso la cittadinanza e faceva il mercante d’arte con successo, viveva in un elegante quartiere di Budapest, dove tutti lo chiamavano “Papà Csatary”. Sul campanello di casa compariva il nome: Smith Csatary. Come se niente fosse, come un onesto cittadino, il buon vecchio criminale era rispettato da tutti. Ora, l’astuto novantasettenne, condannato a morte in contumacia nel 1948, è ai domiciliari, ma sarà impossibile perseguirlo con pene adeguate.

Insomma, i confini tra sogno e realtà, tra istituzioni di giustizia e corruzione politica, tra aspirazione alla vita e soppressione programmata della vita, tra bene e male, sono crollati, confondendo le parti, sotto l’indifferenza e la passività dei popoli e dei servitori ciechi. “ L’eroe Mladic’ ” carezza un bambino terrorizzato di Srebrenica per mostrare al mondo la bontà dei serbi. Dopo la carezza, un brindisi con gli ufficiali olandesi dell’Onu e si dà inizio alla deportazione e al massacro di 8000 uomini, sottraendo tutta la popolazione maschile alla città bosniaca. “L’ideologia totalitaria – scrive Fabio Mauri – pensa il mondo per te, obbligatoriamente. L’uomo apprende tutto per cartolina, cambia il suo vestito con la divisa, prende il moschetto invece che l’ombrello. L’ideologia gli insegna come dare la mano, come salutare. Io mi sono messo a pensare cos’era l’ideologia e in che cosa l’ideologia tendeva a fare a meno o a diversificarsi dall’esperienza, proprio sul versante della critica della coscienza: la ‘coscienza critica’ per me è il salvacondotto di ogni attività, anche artistica”.

I tre uomini, sono – come avrebbe detto Hannah Harendt – uomini comuni, modesti, superficiali e mediocri. Affetti dall’incapacità di pensare non sentono il male procurato. Agiscono entro i limiti ristretti e ottusi degli ordini e non danno segni di pentimento. Sono ingranaggi di una rete estesa, un’organizzazione minuta, un esercito del male nel quale ciascuno, dall’autista al cuoco di Auschwitz, compie il proprio pezzo di male, senza coscienza. Ma ciò che toglie veramente ogni speranza è lo sterminio della verità, l’oblio, è il vivere come se niente fosse in mezzo a uomini senza occhi. Non è solo Odessa, l’organizzazione che sottrasse alla giustizia migliaia di criminali nazisti facendoli passare per la “Via dei Monasteri” e imbarcandoli a Genova per il Sudamerica, è l’insignificante quotidiano di chi, convinto della giustezza delle proprie azioni, convive tranquillo con i propri cadaveri. Denaro, lusso, aeroporti e champagne… ce n’è ancora, ce n’è in abbondanza anche per i responsabili di tutte le stragi italiane rimaste ancora in cerca di autore...

Sempre il 17 luglio, cercando di risvegliarmi dall’incubo di due giorni prima, ricevo questa mail da Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldovrandi: “I poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C'è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura. La morte di mio figlio non è un'eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle forze dell'ordine rimangono impuniti. Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare subito una legge contro la tortura che punirebbe i poliziotti che si macchiano di questi crimini. Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi.

Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell'ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta. Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie! Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l'impunità di Stato in Italia e di dirlo a tutti - la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell'Interno non appena avremo raggiunto le 100.000 firme: http://www.avaaz.org/it/italy_against_torture_patrizia/?bvzMndb&v=16106”.

Fabio Mauri e la malattia dell’Europa

Manuela Gandini

Un interno borghese anni trenta. Sera. Fumo di sigarette. Uomini e donne eleganti dialogano in tedesco. Martin Heidegger legge in italiano frammenti del suo saggio «Che cos’è la filosofia?». Una donna suona Mozart, Bach e brani di musica dodecafonica. Dalla radio proviene un estratto del processo Eichmann sul conteggio economico relativo alle parti del corpo di una vittima di un campo di concentramento. Le danze trascinano il filosofo e altri intellettuali in un valzer con il nazismo e la borghesia. Atto d’accusa? Nella performance di Fabio Mauri del 1989 - intitolata Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo - c’è un’aria malaticcia, supponente, grave: è l’immagine distorta che un paese ha di sé.

Più che di attualità è oggi di estrema necessità l’analisi di Mauri sull’ideologia, il fascismo, l’Europa e la Germania. «Non riesco ad essere del mio tempo» diceva a ragione. Oggi, a tre anni dalla scomparsa, il suo lavoro, rivolto all’epoca del regime, sta parlando del presente. Come una legione di zombie è tornata la minaccia tedesca in divisa da banchiere, con la volontà di imporre la propria disumanizzante dittatura economica sulla Grecia e l’Europa. Si chiedeva Mauri trent’anni fa: «Che cos’è la Germania? E l’Europa? Che significa essere Europa? Non è stata Europa la Germania del ’30 e del ’40? Io credo lo sia stata. Credo che la natura (la cultura della natura) della Germania riguardi strettamente l’identità europea».

Allora ci chiediamo, a cosa attiene la scena sopra descritta? È un film sul nazismo, una seduta psicanalitica di gruppo o un déjà vu che è già tragicamente tornato? «È un teatro che non è un teatro» affermava Mauri. È un monito, un’analisi, è un allarme sulla pervasiva presenza del male e sulla passività dei popoli. Secondo l’artista: «L’ideologia è la vera merce europea». A Palazzo Reale a Milano, la retrospettiva dell’artista, curata da Francesca Alfano Miglietti, intitolata The End, ripropone un viaggio nella drammaturgia politica moderna e contemporanea. Mentre nei video scorrono le performance storiche che arrivano al presente come ferite ancora purulente; gli oggetti, le ambientazioni, i disegni inediti, ridanno vita a un universo di feticci, di morboso attaccamento, di violenza estrema, di tristezza ma anche di uscita.

Lo specchio con sopra incollata una Stella di Davide fatta di capelli, gli oggetti fintamente realizzati in pelle umana ebrea e le saponette prodotte con il grasso degli israeliti - con le etichette: Treblinka, Dachau, Mauthausen, Belzec - sono tutti frammenti di Ebrea, la performance messa in scena per la prima volta nel 1971. «In Ebrea l’operazione è fredda. E indelicatamente culturale. Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini», scrive l’autore. Siamo poi così lontani dalla realtà dello sfruttamento estremo e mortale della vita umana?

Già nel 1974, Pier Paolo Pasolini, compagno di studi di Mauri dichiarava: «Ora invece succede il contrario, il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società dei consumi riesce a ottenere perfettamente distruggendo le varie realtà particolari. Togliendo realtà ai vari modi di essere uomini». Entrambi, artista e scrittore, lavorano sul concetto di ideologia e sulle radici del fascismo. Entrambi sono coscienti del fatto che non sia storia chiusa e che si ripresenti con innumerevoli facce.

L’artista fu l’unico che riuscì a coinvolgere personalmente Pasolini, avverso ad ogni forma di avanguardia, in una performance dal carattere premonitore e dalle radici antiche. Il 31 maggio 1975, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, mise in scena Intellettuale (il Vangelo di/su Pasolini). Pasolini, seduto, indossa una camicia bianca e ha un giubbotto di jeans posto sullo schienale della sedia. E’ buio. Sul torace gli vengono proiettate le immagini del suo film Il Vangelo secondo Matteo (1964). Lui vede solo un fascio di luce che lo investe. La Passione è qui letteralmente incarnata in un solo uomo che è tutti gli uomini. Un uomo già condannato, come Cristo, a una morte violenta che avverrà cinque mesi dopo. Mauri coglie l’intensità della poetica, i sintomi della tragedia, la violenza del percorso terreno, e dichiara: «La proiezione provoca un effetto singolare: rivela fisicamente la nascita del ‘segno intellettuale’, ‘dentro’ il corpo dell’autore. Possiede la precisione tecnica di una radiografia dello spirito». In mostra è ricostruito il set. C’è la sedia, il proiettore, la sua camicia e il suo giubbotto di allora e il film che scorre in assenza del corpo.

Il rapporto tra realtà e rappresentazione è approfondito da Mauri nell’analisi dell’estetica del nazismo e del fascismo (come falsificazione del reale), sulla quale ha incentrato numerose opere. La performance Che cos’è il fascismo (1971), nella quale venivano riproposti i Ludi Juveniles, i rituali dei giochi ginnici e le competizioni verbali e sportive su un grande tappeto che riproduce una svastica, è un caposaldo della sua opera. Ma i fascismi sono ovunque, non solo negli occhi gelidi di Goebbels che visita la mostra sull’Arte Degenerata. Nel 1993, Mauri costruì un muro di valige vecchie oltre un secolo che puzzavano di Olocausto, definendolo «muro occidentale o del pianto»; nel 1996 ne costruisce uno con valigie hi-tech, tutte uguali, con al centro l’immagine di un ragazzo cinese condannato a morte. «L’Asia – afferma – si affaccia gradualmente sull’economia del mondo a basso costo umano, con volto adolescente, disseminato di atti crudeli».

Secondo Mauri, il nazismo è estetica, lo spettacolo è estetica, i modelli capitalistici sono estetica, mentre l’etica è altrove, nell’arte, nella cultura e nell’umanità profonda. Tra le sue opere storiche ricorrono gli schermi vuoti o con la scritta The End. Sono tele monocrome, contengono tutte le storie e nessuna storia, rivelano la porzione di vita che ci è concessa o il limite di ciò che possiamo percepire. L’ultima sua opera è la scritta «The End» incisa sul muro.

Fabio Mauri
The End

Palazzo Reale Milano, sino al 23 settembre.

Fabio Mauri
Ideologia e Memoria
, a cura dello Studio Fabio Mauri
Bollati Boringhieri, 2012.

Alfabeta2 – 54° Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

ALFABETA2 mensile di intervento culturale in occasione della 54° Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia è lieto d'invitarla all'inaugurazione della mostra:

Alfabeta2 è un'altra cosa... Riflessi dell'arte italiana
a cura di Davide Di Maggio

Artisti:
Gabriele Basilico, Letizia Cariello, Loris Cecchini. Salvatore Falci, Flavio Favelli, Paolo Gonzato, Francesco Jodice, Fabio Mauri, Maurizio Nannucci, Luca Pancrazzi, Alfredo Pirri, Andrea Santarlasci.
Con la partecipazione speciale di Roman Opalka

Opening: Giovedì 2 Giugno 2011 ore 17.00
Casinò di Venezia, Palazzo Vendramin Calergi, Cannaregio 2040, 30121 Venezia
(da Piazzale Roma, Linea 1, fermata San Marcuola, Canal Grande)
Daniele Lombardi Water music in Venice per pianoforte e live electronics ore 18.00 Leggi tutto "Alfabeta2 – 54° Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia"

Fabio Mauri

Il numero 2 di Alfabeta2 (settembre 2010) dedica lo spazio visivo all’artista Fabio Mauri (Roma, 1926-2009). Qui una selezione delle immagini pubblicate: