Ezra Pound, lo scriba della catastrofe

Fabio Pedone

Ezra_Pound_by_EO_Hoppe_1920In una poesia di Charles Wright c’è un intenso ritratto di Ezra Pound anziano a Venezia (che possiamo ora leggere nella traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan: in Italia, Donzelli 2016):

E lui è sopravvissuto,
o si è rifiutato di accodarsi, e adesso
passeggia nello stroboscopio lento del sole,
o siede nelle sue stanze ovattate,
e si chiede dove le cose sono andate storte,
e tende l’orecchio alla trasmissione, al sommesso
frusciare d’ali, al tuffo di un remo.

È questo Pound con l’orecchio teso, lo sguardo fisso al trascolorare dell’acqua dei canali e chiuso nel suo mutismo proverbiale, a suggellare nel luglio del 1972 una raccolta di buona parte delle sue prose sparse (su poesia, economia e politica) con una stringata prefazione: l’attività critica e polemistica di più di un cinquantennio è qualificata con netto understatement come “scampoli di chiacchiere da bar”. Quelle pagine erano naturalmente molto di più, non solo testimonianze di un “generoso errare”, ma di certo scritti da leggere tenendo bene in mente come pietra di paragone l’impresa strenua e contraddittoria dei Cantos.

Nel canto LXXVI, nel nocciolo della sua grande opera pluridecennale, affondato fra la congerie compatta dei Pisan Cantos, Pound ha detto di se stesso, vedendosi dall’alto come una formica rimasta sola, fuggita da un formicaio distrutto: « from the wreckage of Europe, ego scriptor». Wreckage: il naufragio finale di una tradizione ridotta in frammenti, inintellegibile ai suoi stessi riceventi – e scriptor, parola che Giorgio Agamben (prefatore di questa prima edizione italiana della silloge, uscita nella sua collana La quarta prosa) avverte doversi intendere non come “scrittore”, bensì “scriba”. Uno scriba testimone di una frattura insanabile nella trasmissione del sapere, che spezza in due la storia umana e ha condotto all’odierna (per Agamben chiaramente “vergognosa”) “trasposizione in termini estetico-mercantili” delle istanze critiche delle avanguardie, e al murder by capital legittimato dalla bestia nera di Pound, l’“avarizia”. L’atto della trasmissione in tal modo resta solo; ciò che viene trasmesso si opacizza. Agamben elenca tre opere a suo giudizio esemplari di questa crisi: The Waste Land, in cui i frammenti della cultura occidentale restano isolati alla rinfusa; lo scandaloso Finnegans Wake, che proporrebbe “un’impossibilità di leggere” la tradizione teologica, poetica e filosofica; e infine i meno noti Anathemata di David Jones, accozzaglia casuale di detriti ridotti a “frammenti di un tentativo di scrittura”.

Agamben vede la “situazione” di Pound – con la sua sfrontata reazione da poeta alle storture di un’economia basata sulla “denarolatria” – in particolare sintonia con il momento attuale. Solo pensando alla decisività della trasmissione rispetto alla cosa da trasmettere sarebbe quindi leggibile quel gigantesco affresco in pezzi che sono i Cantos, tentativo di riscatto e rilettura della Storia per disiecta membra , non morte macerie ma vive immagini nel momento in cui la sua voce le accoglie nella pagina. Agamben vi ravvisa una paradossale destructio destructionis, come se Pound fosse riuscito a torcere il collo alle forze negative che hanno originato la frattura epocale per rivolgerle contro se stesse: come se la frammentarietà necessitata riscattasse il proprio essere semplice fantasma di una tradizionericostituendone misteriosamente una possibilità. Proprio nei Cantos risuona la voce sgomenta dell’ego scriptor che fra spinta innovatrice in poesia e tensione alle riforme economiche in politica si dedicò ostinatamente alla ricerca della causa: cercando i sintomi del male nelle pieghe della storia, nelle spire di snodi epocali dominati da interesse e “avarizia”, e non smettendo mai di chiedersi “di chi sono le colpe, quali sono i rimedi, dove si nasconde – nel corporativismo fascista o nel pensiero di Confucio, poco importa – la chiave di una ancora possibile redenzione” (Giovanni Raboni).

La raccolta si apre con la serie più antica di articoli, datati ancor prima della Grande Guerra, per finire nel 1965 con il necrologio per Eliot, il poeta eccellente “che ha raggiunto il grado di eminenza suprema tra i critici inglesi principalmente travestendosi da cadavere”, l’“Old Possum” di cui “Uncle Ez” era stato “miglior fabbro” sforbiciando la sua Waste Land. Già in Raccolgo le membra di Osiride si preannunciano gli interessi di Pound nei decenni a venire: con quell’insistere sulla sfuggente eppure imperterrita “virtù” individuale del poeta, che “trova il dettaglio luminoso e lo mostra. Non commenta”, e su quello erige il proprio microcosmo. Siamo già alle soglie di un “metodo ideogrammatico” di scrittura, pronto a riversarsi nella pratica poetica; nutrito da una voracità bisognosa di nuova chiarezza che vede tutte le epoche come contemporanee, tutti i poeti pronti a intrecciarsi in uno stesso gioco. A partire da qui il piglio poundiano è energico, polemico, puntuto, a volte irritante: “Per quel che riguarda l’immortalità dei mortali, il poeta deve solo scoprire la propria virtù e sopravvivere a questa scoperta quel tanto che basta per scrivere qualche decina di versi appena”.

Senza dubbio Pound mostra già a quest’altezza un tratto da poeta arcaico, da legislatore in ombra dell’umanità, “conservatore di un linguaggio pubblico”, custode ed esortatore di una comunità. Non gli accadrà di perderlo in futuro. Se “gli effetti del male sociale si manifestano innanzitutto nelle arti”, e “la maggior parte di questi mali ha una radice economica”, allora economia, politica e poesia sono intimamente connesse. La lettura degli scritti di Dal naufragio d’Europa lo rivela oggi più che mai. Come un poeta arcaico, Pound cerca il paideuma. Una corrente di enigmatiche energie collettive discende alle epoche attuali da Eleusi. La storia economica è sempre storia di decadenza spirituale: “L’uomo ridotto nemmeno ad un tubo digerente bensì ad un recipiente di moneta che va svalorizzandosi!”.

Per il poeta dei Cantosle paradis n’est pas artificiel, l’enfer non plus”: anche l’inferno è vero, la storia delle vittime lo prova, il mondo (come scrisse accennando a Eliot) finisce “non con una lagna ma con uno schianto”. Si direbbe, di fronte alle voci che lamentano la catastrofe, che il caos degli sparsi frammenti che siamo costretti a orecchiare e mettere assieme alla rinfusa rappresenti un attraversamento della notte: obscurum per obscurius. La furia di Pound, con tutti i suoi errori e illusioni, accenna a una per noi tanto più misteriosa, e lontana, nostalgia di qualcosa di perenne.

Ezra Pound

Dal naufragio di Europa. Scritti scelti 1909-1965

a cura di William Cookson, traduzione di Valentina Paradisi, introduzione di Giorgio Agamben

«La quarta prosa» Neri Pozza, 2016, 652 pp. € 28

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Un altro tempo

Tiziana Migliore

Al Mart di Rovereto chiude una mostra preziosa, che inquadra un gruppo operante a Londra dalla fine degli anni Dieci agli anni Trenta del Novecento. Un altro tempo. Tra Decadentismo e Modern style, a cura di Lea Vergine, ricostruisce passioni e resistenze del circolo di Bloomsbury, un sodalizio intimo avverso alle convenzioni del sistema vittoriano. Parzialmente se ne conosce la storia dai racconti di Virginia Woolf, promotrice del gruppo. Ma come rara forma di vita collettiva, visibile e palpabile, questa esperienza ci era sfuggita.

Antonio Marras e Paolo Bazzani allestiscono uno spazio che ha tutta l’aria di un appartamento. L’ingresso al percorso espositivo è un enorme armadio composito con specchi, bianco e sopraelevato tanto da simulare una sorta di portone. Inquadra da lontano, in fondo a uno stretto corridoio, un fotomontaggio di Cecil Beaton che ritrae il volto di Edith Sitwell, in tre sfaccettature. Esposizione multipla dell’autrice di Façade, serie di componimenti musicati da William Walton, cari a Stravinskij; e “facciata” di un’esposizione multipla. Ogni stanza rima, nel colore, con gli oggetti installati. Pavimenti, porte, vetrine, leggii, tavoli del museo si impregnano di bianco, rosso, verde, amaranto, ocra, nero, grigio, per contenere lavori ignoti fuori dal Regno Unito. Non ci sono finestre: la luce proviene dalle testure cromatiche dei materiali. Si cammina su tipiche moquette, fonoassorbenti, incontrando mobili, pitture, grafica editoriale, paraventi, libri, tessuti, piatti, che i membri di Bloomsbury, in una casa del quartiere londinese, hanno disegnato e prodotto.

Il senso della mostra è questa dedizione in comune, snob nei confronti del diverso, ma che spiega come, in Inghilterra, la vita pubblica si sia saputa contaminare con la vita privata. “[…] Quello che veramente ami è la tua vera eredità / Il mondo a chi appartiene? A me, a loro / O a nessuno? […] / Strappa da te la vanità, ti dico strappala / Cerca nel verde mondo quale luogo possa essere il tuo / Nel raggiungere l’invenzione o nella vera abilità dell’artefice […] / Perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto / nella diffidenza che fece esitare” (Ezra Pound, Canti Pisani, n. 81). Un video, in una delle sale, presenta un estratto dell’intervista televisiva di Pier Paolo Pasolini a Ezra Pound (Incontri, 1968, regia di Gastone Favero, teche RAI), con lettura di versi.

Insieme a Wyndham Lewis, nel 1914, Pound aveva fondato il Vorticismo, la rotazione intorno a un asse che rende la figura un diagramma, un ritmo violento di contrasti. Un “altro tempo” si oppone all’usura delle cose e le immagina energiche, resistenti alla spinta di forze ignote. I vorticisti sfidarono i futuristi. Qui non si trattava di giustapporre in simultaneità più tempi, ma di cambiare radicalmente modello: l’indeterminante spirale versus la linea orientata dell’invecchiamento. Alla teoria di Pound riconducono, nello stile, i pezzi della mostra su Bloomsbury, complemento necessario dell’antologica sul Vorticismo, la prima in Italia, organizzata alla Peggy Guggenheim di Venezia nel 2011. Copie della rivista Blast, che includono i manifesti del movimento, si accompagnano ora a inediti di Lewis, Henri Gaudier-Brzeska e Edward Wadsworth, che dal Vorticismo ricavò i pattern per il dazzle camouflage della Royal Navy nella seconda guerra mondiale. Straordinarie le Vortografie (1917) di Pound, a firma di Alvin Langdon Coburn.

La mostra del Mart colma un vuoto. Prova che la poetica dei vorticisti ebbe la sua iniziazione nell’attività più riuscita del gruppo Bloomsbury: il laboratorio di arti applicate Omega Workshop, da cui provengono molti dei lavori esposti. Vi aderirono infatti, nel 1913, Lewis, Gaudier-Brzeska, Vanessa Bell e Duncan Grant. Gli Omega, declinazione degli Arts & Crafts in chiave moderna, sperimentarono l’innesto dell’astrattismo geometrico, con una tavolozza espressionista, in forme ispirate al mondo vegetale. Dunque il vorticismo ha una matrice organica. L’idea degli Omega fu di Roger Fry, biologo in primis, poi pittore, restauratore, teorico e critico d’arte, anima del Burlington Magazine.

Da “uomo manuale”, “dalla curiosità ardente” – come lo definì Virginia Woolf nel suo ultimo libro, una biografia dell’amico – Fry pensava ad artefatti da realizzare nel più assoluto anonimato. Esecuzioni con creatività a diversi stadi, ma contrassegnate da un unico marchio, la lettera finale dell’alfabeto greco; per traslato, sola e ultima persona presente in ogni pezzo. L’obiettivo, provocatorio, era l’Umanesimo, il rifiuto del profitto individualistico per la cura e il desiderio dei rapporti personali. Oggi sorprende sapere che John Maynard Keynes, padre dell’economia politica, fosse membro del Bloomsbury. Tassi di interesse, ciclicità, alti e bassi del libero mercato dipendono, a suo dire, non da calcoli econometrici, ma da fenomeni sempre dovuti al comportamento umano nell’interazione.

L’isola dei sogni

Michele Emmer

“Chi non è preso da un sottile senso di sgomento, da un certo timore, quando deve salire per la prima volta o dopo lungo tempo, in una gondola veneziana? Lo strano veicolo tramandatoci immutato dai tempi delle ballate e così caratteristicamente nero, come sono solamente le casse da morto, fa pensare a celate avventure delittuose nella notte gorgogliante, o meglio ricorda la morte stessa, la bara, il tetro funerale e l’ultimo tacito viaggio”.

Non erano gondole, ma altre barche veneziane a remi, che attendevano gli spettatori che uscivano dal concerto pomeridiano al Teatro alle Tese dentro l’Arsenale il primo ottobre 2011, Biennale Musica curata da Luca Francesconi. Iniziava la Regata Rituale, dall’Arsenale all’isola di San Michele, l’antico cimitero di Venezia. “Un traffico spaventosamente attivo regnava tra la banchina delle Fondamenta Nuove e San Michele, l’isola del cimitero”. Commentava Thomas Mann. Pensava alle barche?

“Ho pensato di chiudere la mia ultima Biennale con una provocazione un po’ ironica e un po’ malinconica al contempo. Se è vero che il pensiero e le conoscenze che nascono da 5000 anni di arte e cultura sono rottami, allora ne celebriamo l’addio con un omaggio estremo: una vogata rituale all’isola di San Michele in cui celebrare Stravinskij, De Machaut, Verdi, Monteverdi, Gesualdo da Venosa e Nono, ma con strumenti poveri, formazioni ridotte all’osso; eseguire il finale del Don Giovanni di Mozart non con un’orchestra, ma con una banda”. Parole sempre di Francesconi. All’approdo all’isola, omaggio dei 300 partecipanti alla tomba del compositore russo, Stravinsky con musiche per clarinetto del 1918. Ed è scesa la notte.

Questa scena non c’è nel libro di Thierry Clermont San Michele (Seuil, 2014). Un racconto in cui la misteriosa Flore, (un’ombra, un ricordo, un'anima persa) guida il narratore in una visita al cimitero di Venezia durante quattro stagioni (ovviamente), un racconto itinerante che, partendo o arrivando all’isola di San Michele, stabilisce legami, nessi, richiami, rimandi, alla musica, alla letteratura, all’arte, ai ricordi. Un guida del cimitero nell’isola, un posto unico, che conduce ovunque, una guida anche della città di oggi con i luoghi preferiti dove fermarsi, dove bere, dove mangiare. Insomma non un mortifero itinerario tra tombe e anime morte, ma un racconto visionario, che parla di Stravinsky, di Diagilev, Ezra Pound, Luigi Nono, Joseph Brodsky, D’Annunzio, Zoran Music, Aragon, Casanova, Chateaubriand, Henry James, ma anche di persone dimenticate, persone che non hanno nessuno che le ricorda, in un luogo unico e misterioso come può esserlo un’isola cimitero.

E le stagioni cambiano, cambiano i colori, le atmosfere e i racconti, gli incontri. E la misteriosa Flore (forse la parte meno riuscita del racconto) che appare e scompare, per sparire poi del tutto. Ma l’acqua, il suo movimento, il suo salire e scendere è sempre lì. “L’acqua è una forma concentrata del tempo” ha scritto Brodsky nel libro dedicato a Venezia.

Storie tragiche si intrecciano a racconti licenziosi, avventure spariscono nel ricordo, altri immagini restano per sempre. E la visita dell’isola permette sempre nuove scoperte, sempre nuovi legami, in un andare e venire senza fine. Con una scrittura fluida, divagante, ondeggiante, a volte cupa, a volte gioiosa, a volte dimenticata. Tante le storie, i racconti nel racconto. L’incontro tra Pasolini ed Ezra Pound nel 1968, con Pasolini che legge alcuni brani in italiano dai Canti Pisani. Il video si può in parte vedere su youtube.

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d'inferno,
Quello che veramente ami e' la tua vera eredita'
La formica e' un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l'uomo
A creare il coraggio, o l'ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo

Un libro che racconta un viaggio, un percorso, un perdersi, un libro che è un’avventura letteraria, un'avventura di parole, di immagini, di ricordi, di rimandi, di connessioni, utilizzando quello straordinario strumento tecnologico che è l’arte della nostra memoria.