Eclissi di realtà: L’Expo 2015

Giovanni Palmieri

Toute chose qui perd son
idée est comme l'homme
qui a perdu son ombre -
elle tombe dans un délire
où elle se perd.
(Baudrillard)

Luoghi storici in cui la merce si celebrava feticizzandosi mentre il capitalismo prendeva coscienza di sé, le prime Esposizioni universali (Londra 1851 e Parigi 1855) hanno inaugurato la modernità.

Marx pare sia rimasto affascinato dalla fantasmagoria delle merci esposte a Londra, e Baudelaire ha visitato e descritto l'Expo di Parigi. Siamo lontani!

Fiera non più delle vanità ma delle velleità, non più delle merci ma dei simulacri, non più della realtà ma delle rappresentazioni, non più dei messages ma dei media, non più dei feticci ma del fittizio, Expo 2015 ha aperto le porte del suo celebratissimo falansterio nel silenzio delle merci e sul vuoto delle pure immagini. Una via di mezzo tra Disneyland e L'Artigiano in fiera!

Nei padiglioni le merci (com'è noto) non ci sono e sono state sostituite dai segni o dai simboli agroalimentari con cui i vari Paesi partecipanti hanno voluto rappresentare se stessi e onorare il tema. In sostanza, ciò che si trova nei padiglioni (al di là della loro architettura, sovente molto bella, e a un certo numero di assistenti che sembrano terminali di un computer) sono scritte, foto, installazioni più o meno allegoriche, simulazioni video, immagini, filmati 3D e filmicchi, musichette repellenti e qualche "oggetto" alimentare sparso qua e là. Ma è la costruzione scenografica e teatrale interna ciò che attira di più il visitatore. Si consideri ad esempio la fittizia foresta del padiglione brasiliano. Un'elaborata simulazione descritta con queste parole nel sito ufficiale:

Il cuore pulsante del Padiglione del Brasile è una rete interattiva che collega i tre piani. Camminando sulla rete sospesa, i visitatori interagiscono con l'ambiente circostante: dei sensori, infatti, rilevano i movimenti trasferendo impulsi che modificano il suono[soprattutto il canto degli uccelli] e la luce circostante. La visita inizia da un'area aperta (Green Gallery), con ortaggi, piante, fiori e frutti accompagnati da tavoli interattivi, che offrono giochi e informazioni sulle etnie del Brasile. Una rampa porta al primo piano, dove una proiezione guida i visitatori. Al secondo piano, un'altra proiezione su uno schermo trasparente mostra un video che si attiva grazie ai sensori di prossimità.

[...]

Basandosi sul tema "Sfamare il mondo con soluzioni", il padiglione brasiliano adopera la metafora della rete - flessibilità, fluidità, decentralizzazione - per mostrare la connessione e l'integrazione dei diversi soggetti grazie ai quali il Brasile ha conquistato il ruolo di primato mondiale come produttore di cibo.

(http://www.expo2015.org/it/partecipanti/paesi/brasile)

In questa eclissi di realtà, sembra dunque che l'unico divertimento dei visitatori consista nel trovarsi in un luogo che si dice deputato al divertimento, un sedicente parco-giochi senza giochi. Questo esserci-non-importa-dove che è il vero Dasein contemporaneo, orfano di realtà ma ricco di immagini, basta effettivamente a se stesso. Niente dover essere, niente poter essere, niente rivolta, niente repressione... e niente desiderio. Semmai una leggera forma estatica di isteria ebetizzante. Expo non è solo il simbolo d'una eclissi di realtà ma è anche il simbolo della perdita di ogni orizzonte dialettico, critico e pulsionale. Alla nevrosi dialettica fondata sulla realtà del conflitto e determinata dall'interdetto, dal desiderio e dalla sublimazione, oggi si è infatti sostituita l'isteria della pura costruzione fantasmatica.

Non si può neanche affermare che Expo sia "artificiale" perché ciò implicherebbe una realtà alle sue spalle di cui essa sarebbe l'artificio. Invece questa realtà non esiste più perché è stata saturata dall'artificialità delle sue rappresentazioni. Dunque anche l'artificio - storico e nobilissimo velamento della cosa, pronao dell'arte - non esiste più. Perlomeno non esiste qui. Dove tutto è artificiale, nulla lo è. Dove tutto è estetizzato, la dimensione estetica non esiste più.

Anche per questo nella visita ad Expo il puro collezionismo di padiglioni è diventato il vero sport, la vera meta "culturale", della gente. In una coda fatta per entrare da qualche parte, ho sentito questo ameno dialoghetto:

- Tu quanti padiglioni ti sei fatto? -

- Otto, e tu? L'hai fatto il Giappone? - Eccetera.

Come con l'album delle figurine di quanto eravamo bambini... È chiaro che chi "ha" più padiglioni, ha vinto o almeno si è divertito più di altri. Tornano così in mente le profetiche considerazioni di Baudrillard e di Debord su rappresentazione e spettacolo che hanno preso il posto della realtà, diventando così l'unica realtà esperibile per l'uomo contemporaneo incapace di pensare se non col filtro di un certo numero di protesi tecnologiche.

Pare però che tutti siano beatamente felici di annegare in questa semiosfera fittizia che pone se stessa come unico referente rimuovendo così la realtà di ogni autentico desiderio e il desiderio di ogni autentica realtà. Che poi sarebbe il sintomo dell'isteria. Avrei voluto fare una foto a uno che faceva una foto (col telefonino) ad una foto truccata esposta all'interno di un padiglione di carta-pesta. Ma non avevo il telefonino...

Come non ci sono più realtà ma solo immagini di realtà, così non ci sono più simboli ma solo residui di simboli. Prendiamo il cosiddetto Albero della vita: antichissimo e nobile simbolo, questa scultura Kitsch ha perso qui ogni riferimento culturale, storico o religioso. È diventata il simbolo di se stessa. In altri termini è diventata un'icona nel senso moderno della parola. Lo spettacolino serale di luci, giochi d'acqua e musica priva di discorso e sviluppo che si svolge intorno all'installazione è attrazione seguitissima da ossimoriche masse individuali che non fanno altro che fotografare coi telefonini in mano. Un rito tribale e collettivo che però ha perso ogni coscienza di sé ed è diventato soltanto una sorta di orgasmo isterico.

Se c'è un rimosso, c'è però anche un "ritorno del rimosso" e la realtà umana e anche quella della merce ritornano. Fa dunque piacere osservare che alcune arcaiche e obsolete funzioni dell'essere umano (camminare, stancarsi, sudare, avere fame, sete, desiderio di urinare ecc.) non siano state del tutto eclissate nel mondo parallelo dell'Expo. Così come fa piacere constatare che (non contando le numerosissime esposizioni degli sponsor e le onnipervasive immagini pubblicitarie, indistinguibili dalle altre) un robusto e volgarissimo merchandising di cibi, bevande e oggettistica varia sopravvive tenace, ruotando intorno a tutta l'Expo. Addirittura, a causa del percorso obbligato verso l'ingresso ai padiglioni, molti scambiano i luoghi di ristoro (costosissimi) per i padiglioni veri e propri (gratuiti). Ma tutto ciò fa piacere perché almeno ci ricorda che esiste ancora la realtà mercantile tradizionale. Mancano le prostitute...

Insomma, a parte le eccezioni sopra considerate, ad Expo la legge della merce vige ancora ma non significa più, un po' come accade alla Legge nella novellina di Kafka analizzata da Benjamin. La merce mette dunque in scena le proprie immagini (pubblicità d'immagine?) ma, al tempo stesso, riesce in qualche modo a venderle. Così valore d'uso (dominio della natura), valore di scambio (dominio mercantile) e valore del segno (dominio del codice) spariscono, senza scomparire, in una sostanziale indistinzione degli ambiti e nell'insignificanza di un'indeterminazione priva di referenti.

Expo è un sintomo? Sì, ma qual è la sua causa? Non c'è una causa, almeno di non voler dire che la causa consista proprio nel fatto che la nostra società non produce più cause ma solo sintomi. Ma questo è un altro discorso e per di più dialettico...

Déjà vu globale

G.B. Zorzoli

In appendice a un convegno sulla bioagricoltura, ho trascorso mezza giornata a Expo 2015. Troppo poco per una visita approfondita. Abbastanza per un’impressione complessiva.

Arriviamo con un pullman che, per le norme di sicurezza, ci scarica a più di un chilometro dall’ingresso. Sono le due del pomeriggio e sotto il sole affrontiamo la marcia di avvicinamento ai cancelli, dove il controllo è più severo di quelli aeroportuali. All’interno gli spostamenti possono avvenire solo a piedi. Inevitabilmente si percorrono chilometri senza l’ausilio di tapis roulant (presenti invece, nella non lontana Fiera di Milano) e nemmeno di panchine o di fontanelle d’acqua. La logistica non è certamente un fiore all’occhiello dell’Expo 2015.

Se non avessero reiterato fino alla noia il messaggio sulla nutrizione come filo conduttore dell’Expo, nessuno – credo – si accorgerebbe che questi erano gli intendimenti degli organizzatori. Sapendolo, e andando a ricercarne i segni concreti, alla fine si colleziona un certo numero di exhibit più o meno coerenti col supposto filo rosso della manifestazione. In maggioranza espressione delle grosse aziende del settore, ma anche con spazi interessanti per l’agricoltura alternativa. Entrambi, però, diluiti entro un complesso di padiglioni, dove a dominare sono quelli nazionali, con ciascun paese principalmente interessato a offrire di se stesso un’immagine gradevole, valorizzando qualsiasi cosa possa portar acqua al suo mulino.

Anche la gente – non poca – che si aggira per i padiglioni o si ferma in strada a guardare gli show folcloristici sparsi qui e là, contribuisce a omologare Expo 2015 a una delle tante fiere campionarie. Un po’ più grande, ma non tantissimo per via dei lavori incompiuti; con qualche padiglione architettonicamente gradevole, altri banali fino al kitsch. In sintesi, una fiera paesana globalizzata, di qualità superiore alla media.

Ripensando alle polemiche che hanno accompagnato la fase preparatoria e ai casini che hanno contrassegnato l’apertura della manifestazione, sarei quasi tentato di concludere con Shakespeare, Much ado about nothing, ma non sarebbe giusto liquidare con una battuta un evento che ha comunque mosso corposi interessi e impegnato non poche intelligenze nel tentativo di dargli una chiave di lettura non meramente economico-commerciale, anche se alla fine ha prevalso il dejà vu.

Sui disordini di Milano

Salvatore Palidda

Tanto per cambiare tutti i commentatori o pseudo-esperti si sono subito improvvisati analisti dell’ordine pubblico per commentare i disordini e danneggiamenti provocati il giorno dell’inaugurazione dell’Expo a Milano dai cosiddetti black bloc. Come si può facilmente costatare tutti i commenti riflettono la profonda ignoranza che c’è in Italia dell’ABC della teoria e delle esperienze in tale campo. Ignoranza che purtroppo è da sempre dominante anche nei ranghi dei vertici delle forze di polizia, grazie anche a scuole di formazione di agenti e dirigenti che evidentemente si contentano di coltivare una qualità valutata in base alla riverenza ai capi e alle raccomandazioni (come si sa troppa cultura professionale disturba chi comanda e preferisce yesmen ignoranti). Proviamo a fare il punto su quanto è successo e sui diversi attori nella scena del primo maggio milanese 2015.

1. È arci-risaputo che in Italia, in Europa e dappertutto da sempre ci sono alcune centinaia e a volte anche migliaia di giovani e giovinastri, ma anche persone mature che cercano l’occasione per “sfogarsi”, per “spaccare”, per “far casino”. Occasione che a volte trovano in certi eventi come quello di Milano o allo stadio o anche in certi megaconcerti ecc. La quantità di queste persone e la loro disponibilità a queste performances corrispondono, in genere, al “clima” economico, sociale e politico.È ovvio che quando questo “clima” è "burrascoso" o addirittura da cataclisma, le persone che “non ne possono più”, che vogliono “sfogarsi” sono molto più numerose. Ed è anche noto che quando non si sfogano con queste modalità ne cercano altre, collettive o individuali, non meno violente e distruttrici o auto-lesioniste. Nei paesi in cui non c’è diritto di manifestare scoppiano disordini e violenze durante le partite di calcio o di altri sport, o durante riti religiosi. Oppure proliferano i sabotaggi di vario tipo o gli atti di vandalismo, o le aggressioni nel vicinato o nelle scuole ecc.

È sin troppo banale osservare che a Milano, prima ancora dei black bloc, c’erano tanti che volevano “sfogarsi” visto che l’Italia ha un tasso di disoccupazione senza pari, e visto che i governi che si sono succeduti hanno aggravato le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione e le condizioni di lavoro da semi-schiavi o neo-schiavi di circa otto milioni di persone (in maggioranza italiani), mentre è costantemente aumentata la distanza fra ricchezza e povertà, mentre si spendono somme enormi per aerei da guerra come gli F35, missioni militari (peraltro bidoni che gli Stati Uniti ci rifilano grazie ai loro lecchini italiani) e mentre si elargiscono sempre più risorse alle banche e per opere inutili come la TAV.

2. I black bloc possono essere considerati una sorta di network di forse un migliaio di militanti europei postmoderni a modo loro antiliberisti che puntano su alcuni eventi abbastanza mediatizzati per proporre l’esempio di una pratica distruttiva secondo loro unica risposta oggi possibile. Nei fatti, si tratta di una ribellione marchiata dall’impotenza oggi prodotta dall’erosione liberista delle possibilità e capacità di agire politico collettivo. Alcuni hanno detto che a Milano sarebbero stati circa millecinquecento, altri cinquecento, probabilmente anche solo duecento, più o meno seguiti da alcune centinaia di quelle persone che prima s’è detto “in cerca di occasioni per sfogarsi”. Considerare i black bloc e i casseurs “antagonismo insurrezionalista” è alquanto ridicolo, ma fa comodo all’intelligence e a chi cerca sempre di giocare con la “distrazione di massa” agitando l’allarme per il nemico di turno.

Allora, prima domanda ai dirigenti dell’O.P.: fra i vostri grandi esperti analisti avete qualcuno capace di decriptare le comunicazioni delle cerchie black bloc? Se sì, avreste dovuto sapere abbastanza per stimare quanti sarebbero venuti a Milano e come sarebbero arrivati e dove si sarebbero dislocati ecc. (non certo così scemi da andare nei centri sociali come il Giambellino!).

Seconda domanda: con tutti gli undercover o agenti sotto-copertura che hanno tutte le polizie nonché i servizi segreti dei vari paesi europei come mai non è possibile seguirli e fermarli in tempo? Bisogna sospettare che qualcuno preferisce lasciarli fare secondo l’adagio che “un po’ di casino fa sempre comodo a qualche dirigente di polizia se non a tutte le istituzioni deputate a garantire l’O.P.?

Terza domanda: sin da Delamare, von Justi, Turquet de la Marenne, Peel (ma vedi caso di italiani teorici della polizia non ce n’è …) e altri, si sa che la polizia dello stato moderno viene creata perché non si può usare l’esercito per sedare le rivolte che inevitabilmente si riproducono a causa dell’aumento delle ingiustizie economiche e sociali oltre che delle angherie (vedi Polizia postmoderna, 2000; Polizia e protesta. L'ordine pubblico dalla Liberazione ai no global, 2004). L’esercito spara, come fece Bava Beccaris che nel 1898 sparò cannonate contro la folla della “protesta dello stomaco” (per “brillante” operazione ricevette dal re grandi riconoscimenti, un po’ come è stato per De Gennaro per la sua performance al G8 di Genova).

Per definizione, l’azione militare è contro un nemico che deve essere sopraffatto o annientato e costretto alla resa. Lo sviluppo capitalista non può sempre trattare le “classi laboriose” come “classi pericolose” (come le chiamava Louis Chevalier), cioè come i sovversivi perché la guerra civile permanente “non fa bene” all’economia. Perciò lo stato borghese un po’ illuminato creò la polizia come istituzione che avrebbe dovuto essere capace di separare i facinorosi dai semplici manifestanti. Si tratta quindi di quella che si chiama “chirurgia sociale”. Per realizzare questa la polizia si dota di quella che diventa la “squadra politica” e che oggi dovrebbe essere la Digos, oltre che i servizi e unità simili (vedi i ROS). Dovrebbero essere questi gli agenti in borghese infiltrati o che seguono e conoscono i cosiddetti “sovversivi”. E dovrebbero essere questi “poliziotti politici” in grado di mantenere rapporti di collaborazione con i leader dei manifestanti pacifici (sindacalisti, leader di partiti o associazioni ecc.) e quindi con i “servizi d’ordine” dei manifestanti (come s’è sempre fatto in passato, esplicitamente o tacitamente).

Ne consegue che in caso di provocatori infiltrati nei cortei sono i “poliziotti politici” e i militanti dei servizi d’ordine a isolare e a volte arrestare il provocatore di turno. Allora perché a Milano tutto ciò non è successo? E, peggio, perché ancora una volta come a Genova, i veri black bloc non sono stati isolati e intrappolati? È ovvio che questo non si deve e non si può chiedere alle unità mobili di agenti che palesemente sono sembrati alquanto allo sbando E anche qui: che formazione hanno in particolare i loro capi? Dove hanno imparato la gestione del disordine? (dal Dott. Roberto Sgalla primo funzionario a uscire dalla Diaz al G8 di Genova?).

3. Un aspetto rilevante non va sottovalutato: checché ne dicano i benpensanti di regime (stile Servegnini) capaci solo di coprirli di vituperi, i black bloc sono attori politici che agiscono a modo loro. Se quest’agire è illegale, che lo Stato sia in grado di punirlo! Ma uno Stato un po’ intelligente dovrebbe chiedersi perché si riproduce conflittualità politica radicale. E comunque non va trascurato il fatto che a Milano nessuno ha usato armi da fuoco; il che vuol dire che, nonostante lo spirito criminale che si pretende attribuire ai black bloc, questi non possono essere considerati criminali al pari degli assassini che sono ancora peggio fra i responsabili di disastri sanitari e ambientali e delle guerre, e degli annegamenti di persone che le fuggono a causa del proibizionismo europeo e dei paesi dominanti. Speculare sui fatti di Milano per criminalizzare ancora una volta il movimento NO-TAV è vile! È arcinoto che questo movimento non ha nulla a che spartire con i black bloc.

Allora dire che a Milano abbiamo visto all’opera la “nuova strategia delle forze dell'ordine per la gestione dell’O.P.” non regala tanto onore alle forze di polizia che peraltro, contro le norme europee, solo in Italia continuano a essere tante quando questa come altre attività dovrebbe essere svolta da una sola forza rigorosamente formata nel rispetto anche del Codice etico europeo.

Vedi anche
https://www.alfabeta2.it/2015/04/12/g8-genova-2015-fra-ignoranza-e-falsificazioni/
https://www.alfabeta2.it/2014/11/02/impunita/
https://www.alfabeta2.it/2014/05/11/sulla-polizia-postmoderna/
https://www.alfabeta2.it/2015/04/21/la-strage-continua/
http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=ricerca&action=risultati&where=Palidda

Lavoro gratis per tutti

Andrea Fumagalli

Chiamata alle armi del Touring Club Italiano: 1000 operatori presteranno servizio durante Expo2015 a sostegno del progetto Destinazione Milano, interno al più vasto Programma City Operations, messo a punto dal Comune di Milano per rincorrere le «opportunità» legate al turismo indotto dall’esposizione universale, rispetto a cui sono stati studiati programmi il cui scopo è portare turisti dal sito expo in città. Nel Programma City Operations (deliberazione di G.C. n.1282/2012 del 15/6/2012) viene definito un panorama in cui aumenta, decuplica l’offerta turistica ma a ciò non corrisponde un’offerta altrettanto decuplicata di lavoro... Per lo meno di lavoro retribuito, poiché la linea di indirizzo scelta è l’utilizzo di volontari, ovvero lavoro gratuito.

Ciò che avete letto è solo uno dei tanti esempi delle politiche attive per il lavoro che il grande evento Expo2015 utilizza: lo sfruttamento del lavoro volontario. Il 23 luglio, a Milano, viene siglato un accordo tra Cgil-Cisl-Uil, il Comune di Milano ed Expo 2015 S.p.A. Un accordo per favorire l’assunzione a termine di 800 lavoratori e l’utilizzo di 18.500 volontari per garantire la forza-lavoro necessaria a Expo 2015. Si tratta del primo accordo sindacale che permette il ricorso al lavoro non pagato siglato in Italia.

Ritorniamo così, drammaticamente, a una situazione pre-rivoluzione francese. In quell’occasione, l’affermazione che i diritti di cittadinanza sono garantiti a prescindere dalla condizione professionale ha significato la progressiva eliminazione (almeno dal punto di vista giuridico) di quei rapporti di lavoro basati sullo schiavismo, la servitù della gleba e la corvè; in altre parole, l’attività lavorativa umana non può essere soggetta a coazione ma è formalmente libera e quindi remunerata. Nasce così il moderno mercato capitalistico del lavoro, in cui si scambia cessione di tempo di vita contro un salario monetario. Già con la legge Bossi-Fini tale principio viene meno per i migranti nel momento in cui la possibilità di essere riconosciuti come essere umani (avere cioè un permesso di soggiorno), dipende dalla condizione lavorativa. Ora, per i residenti autoctoni, si permette che un lavoro che produce profitti possa essere legalmente e contrattualmente non remunerato!

Il contratto siglato a Milano per l’Expo anticipa quanto poi verrà generalizzato con Il Job Act e con il piano Garanzia Giovani. Con tale scellerato accordo si stabilisce che degli 800 lavoratori assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendisti e dovranno avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata a disoccupati e persone in mobilità.

Sul fronte degli stage, invece, saranno 195 le posizioni da coprire, con rimborsi da 516 euro al mese. A questi si aggiungeranno circa 18.500 volontari, destinati principalmente all’accoglienza dei visitatori: potranno alternarsi su turni di cinque ore al giorno, con un impiego massimo di due settimane ciascuno, per un fabbisogno giornaliero di 475 persone. Con questi “si chiude il fabbisogno per la società” – ha spiegato Sala, l’AD di Expo2015, con il plauso del Comune di Milano e di Cgil, Cisl e Uil.

Per compensare questa ignominia, il 26 gennaio scorso, in pompa magna, è stato annunciato dallo stesso AD Sala l’avvio da parte di ManpowerGroup dei procedimenti di selezione di 5.000 figure professionali per i Padiglioni dei Paesi. Come si legge nel comunicato ufficiale: “Tra le competenze richieste per le nuove posizioni vi sono dinamismo, iniziativa, capacità di lavorare in gruppo e determinazione, ma anche disponibilità al lavoro su turni (compresi sabato e domenica e festività), conoscenza delle lingue (soprattutto inglese, tedesco e spagnolo ma anche molto richiesto cinese, arabo e russo), ottime capacità relazionali e di gestione dello stress”.

Non è chiaro a chi è riferito la capacità di gestione dello stress. Se ai singoli lavoratori oppure al pubblico. I contratti sono infatti interinali, temporanei, pagati al minimo e relative alle seguenti professionalità: cassieri, aiuto cuochi, baristi, ovvero per lo più manovalanza da cucina! Certo si tratta di lavoro remunerato, sull’ordine dei 700-800 euro mensili con orari flessibili 7 giorni su 7, e possiamo immaginare il profitto che ne ricaverà la Manpower.

Il totale dell’occupazione per il periodo di Expo sale così a poco più di 25.000 unità, di cui tre quarti sono lavoro non pagato. E pensare che una ricerca della Bocconi qualche anno fa stimava un impatto occupazionale di Expo dal 2012 al 2020 di circa 191.000 nuovi posti di lavoro, di cui 30.000 nella fase di preparazione all’evento, e ben 67.00 durante i 6 mesi dell’evento stesso (1 maggio- 31 ottobre 2015). Secondo uno studio della Cgil lombarda del dicembre scorso, dal 2012 alla fine di ottobre 2014, le assunzioni «per attività finalizzata alla realizzazione di Expo» a Milano e provincia sono state 4.185 da parte di 1.733 aziende: un numero decisamente inferiore a quello ipotizzato, dal quale inoltre bisognerà decurtare i circa 1200 lavoratori che perderanno il posto di lavoro una volta ultimati (se si farà in tempo) i lavori di costruzione dei padiglioni di Expo.

Di fatto la creazione effettiva e reale di posti di lavoro, seppur temporanei ma remunerati dal 2012 a fine Expo, si riduce a poco più di 10.000 unità, una quota significativamente minore al numero dei lavoratori gratuiti e 10 volte inferiore a quella stimata. Con il Jobs Act, la precarietà diventa norma, si istituzionalizza e quindi non è più atipica. Dal punto di vista giuridico, la precarietà viene così formalmente risolta. Con Expo 2015, una nuova frontiera si apre e la sostituisce: è quella del lavoro gratuito.