Forse non ci sarà l’Expo

Alberto Capatti

Da un punto di vista culturale, pensando a dibattiti, libri, spettacoli, mostre in grado di cambiare l’Italia, l’Expo n’aura pas lieu, non ci sarà l’Expo a meno che non si capovolga l’idea d’alimentazione che ci siamo fatti. Tutto è scritto nel ventennio appena trascorso. Due aspetti lo caratterizzano: il tempo è passato a produrre e inventariare prodotti di qualità che sono stati la grande novità dal 1992, quando sono state istituite le DOP, seguite da ogni genere di marchi buoni e fasulli. Salvare, rilanciare un patrimonio ha focalizzato i valori gastronomici nel passato. Si è cominciato e non si finisce più di misurare il tempo con la tradizione che rappresenta la continuità del passato buono, ed una copertura valida per salvare i prodotti tipici. Da questo punto di vista, andare avanti ha significato girare le spalle ed avanzare verso il futuro, per così dire arretrando. Alla qualità di questa faccia del sistema alimentare, l’Expo non porterà nulla, anche se fornirà un mercato, o farà degustare cose buone, perchè tutto il nostro avvenire dipenderebbe da un ritorno.

L’altra faccia del ventennio è stata la demonizzazione della ricerca scientifica e dell’industria. Il simbolo dello scontro sono stati gli OGM sui quali tutte le avanguardie culturali, dagli ambientalisti a Slow Food, si sono accaniti. Oggi, la situazione è quella di dieci, quindici anni fa, nessuna concessione a questo tipo di sperimentazione, nessun credito ad una ricerca i cui epiteti, chimica, genetica, biotecnologica, hanno acquisito per una parte degli italiani, valore negativo. Tutto il sistema agroalimentare si è incrinato, agli occhi del consumatore “intelligente” : parlare di supermercato è parlare di un economia senza futuro, rispetto alla quale si ricercano rapporti diretti col produttore, una visione etica della campagna espressa dall’aggettivo “equosolidale”. Mettere in gioco i trasporti, significa compromettere gli equilibri del pianeta, distruggerlo, quindi si adotta il “chilometro zero”. Alla pera che vola dall’Argentina, si contrappone il frutto del proprio orto che maturerà fra due mesi. E in attesa ? meglio niente, anzi fingere di niente.

Per reggere questa visione bipolare del sistema, non occcorrono compromessi e nemmeno grandi risorse culturali. Basta tutelare i prodotti della terra, le razze animali, e inventare una tradizione che li legittimi ; dall’altra parte, siccome è l’industria che nutre, in Italia, gran parte della popolazione, basta lasciar correre discorsi e opinioni, consci che, con qualche pugno di cicerchie e un gallo allevato in libertà (e destinato comunque a morire) poco cambia nel vitto italiano. Spaghetti e petti di pollo continuano tranquillamente a riempire carrelli e frigoriferi. Anche ammettendo una crescita delle tutele e una produzione qualitativamente migliore, o viceversa delle microtecnologie, come nel vino, devolute alla qualità, non c’è da sperare una qualsiasi inversione di tendenza. Si continua a ripetere che il ritardo italiano, misurato con parametri di altri paesi in termini di sviluppo economico, “potrebbe oggi essere rivalutato come una risorsa culturale”, sul piano della cultura alimentare, quindi dell’etichetta di Expo 2015, “nutrire il pianeta”, esso segna un punto morto. Da un lato gli orti, in Lombardia o in Africa, dall’altro Monsanto e tutto è detto.

L’invenzione di prodotti tradizionali e i marchi stessi delle poche multinazionali italiane, con le patetiche immagini di mulini infarinati, deve lasciare il posto ad un’altra cultura liberata da un passato di maniera, anzi liberata da quel passato, la quale voglia affrontare il tempo presente che, nella fattispecie, è costruire con reti di trasporti, con macchine per produrre e con spazi destinati ad accogliere semi o turisti e poi ad essere abbandonati alle periferie cittadine, l’immediato futuro con un nuovo cibo e con un altro immaginario. Se non verranno messe in discussione le ormai vecchie strutture della cultura alimentare, non ci sarà Expo, o meglio è come se la si fosse progettata in vecchie aree dismesse dall’industria e abbandonate dall’agricoltura. Da un punto di vista culturale, occorre distruggere i luoghi comuni con idee attuali e considereremo un risultato se saremo oggi consci che dei capannoni, abbandonati nel 2016, ricorderanno che il senso di ogni progetto alimentare, è la sua stessa caducità.

I cinesi aumentano l’entropia (se la vostra umidità vi sembra troppa)

Simone Pieranni

Grazie a Sara per l'involontario assist

Mi invitano non so come e non so perché, per tutto un giro assurdo di bigliettini da visita, numeri di telefono scambiati in questi giorni, a un evento organizzato da un brand di sportswear, abiti sportivi. Canicola, asfalto pronto per friggere gli spaghetti dello Xinjiang, ma: gente giovane, che piace ai giovani, a noi giovani. Appuntamento a Nanjing Xi Road, che vuol dire tutto e niente: una Buenos Aires milanese (parlandone da viva...) di circa 10 chilometri.

The event è proprio nell'area che ogni giorno ne ospita uno: tra Piazza del Popolo e il Bund. In sei ore, mi dicono, passeranno circa due milioni di persone. Come non ci fossi mai stato: nel piccolo gruppo di amici la via è chiamata Inferno. «Si, però, dico io, ve lo dico, sto un'oretta al massimo che poi ho un impegno». Sei molto impegnato eh! Eh si. Invento riunioni con una facilità che mi stupisco di me stesso. Leggi tutto "I cinesi aumentano l’entropia (se la vostra umidità vi sembra troppa)"

Déjà vu globale

G.B. Zorzoli

In appendice a un convegno sulla bioagricoltura, ho trascorso mezza giornata a Expo 2015. Troppo poco per una visita approfondita. Abbastanza per un’impressione complessiva.

Arriviamo con un pullman che, per le norme di sicurezza, ci scarica a più di un chilometro dall’ingresso. Sono le due del pomeriggio e sotto il sole affrontiamo la marcia di avvicinamento ai cancelli, dove il controllo è più severo di quelli aeroportuali. All’interno gli spostamenti possono avvenire solo a piedi. Inevitabilmente si percorrono chilometri senza l’ausilio di tapis roulant (presenti invece, nella non lontana Fiera di Milano) e nemmeno di panchine o di fontanelle d’acqua. La logistica non è certamente un fiore all’occhiello dell’Expo 2015.

Se non avessero reiterato fino alla noia il messaggio sulla nutrizione come filo conduttore dell’Expo, nessuno – credo – si accorgerebbe che questi erano gli intendimenti degli organizzatori. Sapendolo, e andando a ricercarne i segni concreti, alla fine si colleziona un certo numero di exhibit più o meno coerenti col supposto filo rosso della manifestazione. In maggioranza espressione delle grosse aziende del settore, ma anche con spazi interessanti per l’agricoltura alternativa. Entrambi, però, diluiti entro un complesso di padiglioni, dove a dominare sono quelli nazionali, con ciascun paese principalmente interessato a offrire di se stesso un’immagine gradevole, valorizzando qualsiasi cosa possa portar acqua al suo mulino.

Anche la gente – non poca – che si aggira per i padiglioni o si ferma in strada a guardare gli show folcloristici sparsi qui e là, contribuisce a omologare Expo 2015 a una delle tante fiere campionarie. Un po’ più grande, ma non tantissimo per via dei lavori incompiuti; con qualche padiglione architettonicamente gradevole, altri banali fino al kitsch. In sintesi, una fiera paesana globalizzata, di qualità superiore alla media.

Ripensando alle polemiche che hanno accompagnato la fase preparatoria e ai casini che hanno contrassegnato l’apertura della manifestazione, sarei quasi tentato di concludere con Shakespeare, Much ado about nothing, ma non sarebbe giusto liquidare con una battuta un evento che ha comunque mosso corposi interessi e impegnato non poche intelligenze nel tentativo di dargli una chiave di lettura non meramente economico-commerciale, anche se alla fine ha prevalso il dejà vu.