Mosca on the rocks

gagarin-statue-in-moscow-1Tommaso Ottonieri

Vivere un luogo, una città, per le fantasmagorie della sua rappresentazione (letteraria, figurativa), per gli strati dell’immaginario che vi è addensato e sta lì, latente, sul punto d’incunearsi nella rete delle delirate proiezioni di chi prenda a traversarlo e ricartografarlo dai suoi ectoplasmi e mormorìi sommersi, cercando d’individuare un codice per cui questi si sovrappongano alle attuali topografie gigantografate. Senza appartenere insomma all’attualità di quel luogo se non per il tramite della fantasmagoria che lo espande e stratifica, tessendo una rete sottile di voci, ombre, segnali, un ghirigoro invisibile di gesti in diffrazione, come su un teatro espanso e risonante, a quinte multiple, per cui il luogo (la città) non tanto rivela la propria realtà immanente quanto piuttosto la levitazione da essa, lo «scollamento» che la invera.

La città, nella specie, è Mosca, spazio iperdeterminato (letterariamente, non solo), nella concentrica ampiezza delle cui arterie glaciali scorre invisibile, a sbilanciare ulteriormente il sistema percettivo, un’onda densa alcolèmica mista alla palpabile lievitazione di smog ad alta gradazione. Chi ne ricompone a cerchi concentrici le mappe, a cercare di strada in strada un orientamento dai motivi (non solo) letterari e i «personaggi involontari» frequentati (Puškin... Čechov... Majakovskij... Bulgakov... ‘Vrubel... Ejzenstejn... Gagarin... ecc., e soprattutto il viaggiatore alcoolicamente alterato del cultuale Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev) e proprio per questo cedendo di continuo all’attrazione dello spaesamento, culturale e psicogeografico, inevitabilmente «dando credito alle fantasmagorie fino a perderne il controllo», è Sparajurij (sigla «sovietica» ma tratta dal punk dei CCCP); identità multipla e aperta (il collettivo torinese «nasce alla fine del secolo scorso», ci ricorda la bandella, e attualmente anima «Atti impuri», sicuramente fra le migliori riviste letterarie oggi in circolazione), in questo caso «ridotta» al nucleo specchiante e asimmetrico di un duo, diciamo una coppia di viaggiatori-autori. Instaurando un passo doppio, un doppio (dissimulato ma percettibile) canale: dove la nitida voce documentaria s’intreccia a quella sospensiva, e al limite immaterica, nebulizzante a perforare il metallo pesante della città reale, dove insomma il piano oggettuale si diffrange sull’onirizzato.

Sdoppiato, o raddoppiato, nell’unità scrivente d’un duo (Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, per l’anagrafe), il locutore si simula unico tuttavia, assumendo il gender/genere (maschile) come punto intermedio e neutrale e rivelante maschera e il «genere» (il diario-di-viaggio) come strategia narrativa ed esplorativa insieme; un soggetto indecidibile e che pure si espone, di taglio e di riflesso, dalla somma dei suoi incontri, virtuali (gli spettri dei Poeti scomparsi) e tangibili (i Poeti attuali frequentati in interni domestici, colti nel vivo delle conversazioni alcooliche). E che, ancora, parcellizza/enciclopedizza la sua esperienza della città, Mosca viva o mentale, per itinerari e per giornate (intrecciando gli itinerari, invertendo i giorni), per descrizioni ed inscrizioni, centrandosi sul modo cosiddetto odeporico (scrittura-di-viaggio) ma forse innanzitutto per porsi in linea con uno dei grandi motivi-guida dell’immaginario letterario russo; e in questa somma d’istantanee che attraversano strati di temporalità diverse, tutte latenti e semivisibili come dentro il diafano del ghiaccio, trovare un bandolo all’ondeggiare delle derive: una via al necessario de/finire non tanto un macrogenere, quanto, e in tutta discrezione, un de/genere, assolutamente. Giusto sulla rotta delirata da Erofeev... «La felicità dello sguardo che si arrampica sulle case come un ragno», instillata nel sogno ipnotico della lingua, può tradursi allora senza traumi in limpida verticalità di Poema: e qui, non posso che rimandare al canto per il «monumento meteora» di altro Jurij, l’uomo degli Spazi, Gagarin, proiettato nell’alto su una colonna di quaranta metri, sul pieno della Prospettiva Lenin, ad azzerare ogni topografia possibile (ogni orizzontalità) per una pura «vertigine del volo»...

Rovesciando gli uni negli altri temi e oggetti e (a tutti gli effetti) «generi», la duplice mano autoriale percorre in levità di passacaglia il corpo-testo della città: per l’appunto apprendendo, sulla scia delle locali avanguardie anniventi, la città stessa come testo, «sovrapposizione di linee». Come densa Stratificazione («degli stili architettonici»), Disordine («dei materiali e delle misure»), proteiforme collage: spaziature «scriteriate, eccessive, a perdita d’occhio», che è possibile scandire «fotogramma dopo fotogramma» solo dai vetri di un passaggio automobilistico. Il «verso di Mosca» (evocato nell’ultimissima riga) è direzionamento e disorientamento insieme, spazio metrico da ritmare nella esperienza mentale della città: restando consapevoli (come è detto al capo opposto del libro) che «la contrapposizione reale, il conflitto non si pone tanto tra verso libero e tradizionale, quanto tra poetiche della complessità e della semplicità». E la topica della città-testo sembra espressa allora da null’altro se non la sua mappa interna, quella che racchiude le linee della metropolitana, come avvolte nel moto d’una sola radiante rotazione, come un dinamismo arcimboldesco, un macchinismo celibe vorticato a mille da un Malevič.

Più ancora che il libro di un passaggio nella densità ribollente del freddo, la deriva moscovita di Sparajurij scava entro i «passages» asimmetrici, spinti in ogni verso, obliqui perlopiù e verticali, di una capitale di un secolo che deve sempre avvenire (racchiudendone essa invece molti e compresenti), di un luogo i cui piani non smettono di intersecarsi. E allora non il viaggio è il suo centro, ma la sostanza che aerea da esso si sprigiona: dall’ombelico moscovita: e avvolto attorno a questo, dalla «terra russa», che «fa vibrare i propri fantasmi allargando in ogni verso», in ogni verso, «i confini della sua geografia sentimentale».

Sparajurij

Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura

Exòrma, 2015, 233 pp., €.15,90

Capo Verde, un luogo a parte

Vincenzo Barca

Desta stupore, ogni volta che ci si avvicina alle isole di Capo Verde, la quantità e la qualità di esperienze che vi hanno preso vita. Qualunque sia l’approccio disciplinare con cui ci si affaccia su quest’arcipelago, difficile persino da localizzare sulle carte geografiche e con una popolazione residente che non supera quella di una media città italiana, si rimane di stucco come dinanzi alla vivacità di un laboratorio di incredibile dinamismo. Alla pattuglia di studiosi e viaggiatori italiani, che si sono avvicinati alle isole per i motivi più vari (primo fra tutti Alberto Sobrero, il cui Hora de bai ha aperto le piste ai curiosi) si aggiunge ora Marco Boccitto: che esplora Capo Verde seguendo la pista della sua musica. Quella peraltro che l’ha resa famosa nel mondo.

La prima parte del libro situa le isole nel loro contesto storico, geografico e politico: tante le specificità dell’arcipelago, dal crogiolo antropologico (una colonia di popolamento dove l’elemento bianco, minoritario, s’è da subito mescolato con i neri provenienti dalla costa d’Africa), alla lingua (un creolo cui oggi viene riconosciuta dignità pari a quella del portoghese ufficiale) sino alla collocazione geografica, che ne ha fatto per secoli uno snodo delle tratte di schiavi (tra Africa, Portogallo e Americhe), e poi uno degli scali atlantici più frequentati per il rifornimento del carbone.

Gettati su questi scogli inospitali, i capoverdiani hanno sempre visto il mare come ostile, sviluppando un nucleo di identità legato alla terra, il carattere cosiddetto «badiu», scontroso e ribelle, da sempre contrapposto alla vocazione più aperta e «affabile» della Capo Verde portuale e cosmopolita. L’altro tratto interessante è quello che vede gli eventi chiave, per i destini delle isole, svolgersi quasi sempre «altrove». A cominciare dalla guerra per l’indipendenza dal Portogallo: i dirigenti della rivoluzione si muovono tra Algeri e Conakry, dove verrà assassinato Amílcar Cabral.

La musica, però. L’associazione che non tarda a scattare è quella con il nome di Cesária Évora che, lanciata internazionalmente con l’album Miss Perfumado (1992) «ha messo Capo Verde sulla carta geografica» e reso familiari generi tipicamente capoverdiani come la morna e la coladera. Sulla morna – ci dice Boccitto – già è un bel garbuglio quello etimologico, per non parlare della filiazione musicale. Qui è tutto un fiorire di itinerari di ritmi (il lundum angolano, la modinha brasiliana, il fado e, ancora più indietro, mazurche e contredanças ottocentesche) che vanno avanti e indietro per il mare rimescolandosi di continuo e allo stesso tempo adattandosi al gusto locale. Il libro diventa così una piccola enciclopedia della musica capoverdiana, coi suoi protagonisti nell’arcipelago e in giro per il mondo, da Dakar a Lisbona, Parigi, Londra, Boston e ovunque l’emigrazione abbia portato i capoverdiani, perpetuando ogni ibridazione, dalle più commerciali alle più sofisticate.

Arrivando al presente, due gli esempi che fa piacere ricordare. Uno è quello di Vasco Martins, «il più duttile e obliquo» dei contemporanei, che sperimenta l’innesto di sonorità sintetiche sulla musica da camera, tenendo sempre presente la tradizione musicale dell’arcipelago. L’altro è Mário Lúcio Sousa, fondatore dello storico gruppo Simentera e attuale ministro della Cultura. Il suo credo, che la musica possa farsi sviluppo, ha portato all’apertura di una rete di teatri e di sale da concerto e alla creazione dell’«Atlantic Music Expo Cabo Verde», che si è tenuto a Praia nello scorso aprile con lo scopo di iscrivere Capo Verde nel circuito mondiale della musica.

Marco Boccitto
Capo Verde un luogo a parte
Storie e musiche migranti di un arcipelago africano

Exòrma, 2013, pp.192
€ 14,50