Festival a Palazzo

Augusto Illuminati

Festival tematici e mostre presentano spesso due difetti: inclinano senza necessità talune discipline in senso spettacolare e (in Italia) sostituiscono con eventi effimeri la normale gestione di musei e università abbandonati a uno scoraggiante sottofinanziamento. Va in controtendenza il Festival di storia Roma città ribelle, organizzato per il 26-28 ottobre in collaborazione fra Nuovo Cinema Palazzo, Anomalia Sapienza, Circolo “Gianni Bosio”, Dipartimento di Storia Culture Religioni dell’Università La Sapienza di Roma, Associazione Culturale “La Lotta Continua”, Gruppo Archeologico Romano e alfabeta2, non perché l’idea sia inedita (manifestazioni consimili abbondano), ma perché è suggestivo che il primo promotore sia non un’istituzione paludata ma un pezzettino stesso di storia, della storia della riacquisizione dei beni comuni quale il cinema Palazzo.

L’occupazione di questo spazio, che si colloca in una serie ben nota di iniziative riappropriative analoghe (dal teatro Valle di Roma all’edificio Macao di Milano, dall'ex-Asilo Filangieri di Napoli al Teatro Garibaldi e ai Cantieri della Zisa a Palermo, al teatro Coppola a Catania, dall’Ex-Q di Sassari al recentissimo teatro Rossi di Pisa), ha la caratteristica di un legame molto stretto e vissuto con un quartiere storico – della resistenza antifascista dal 1922 prima che della movida cittadina – ed è nata sul fronte di una battaglia contro il dilagare mafioso del gioco d’azzardo che, in Italia come in Spagna e sin dalle origine negli Usa, è un laboratorio sperimentale dell’aggressiva pervasività del capitalismo finanziario. Che una rilettura della storia parta da un protagonista d’avanguardia della storia presente, con il sussidio prezioso dei professionisti in senso largo della ricerca scientifica, è un dato significativo, cui non a caso partecipa attivamente anche una rivista sperimentale e dis-organica come alfabeta2.

Il programma del festival (vedi qui) si articolerà su tre sedi romane (il cinema Palazzo, P. dei Sanniti 9, l’aula II della Facoltà di Lettere e Filosofia, P.le Aldo Moro 5, e La Casa della Memoria e della Storia, V. S. Francesco di Sales 5) e comprende lezioni e discussioni sulle repubbliche romane del 1798 e 1849, sulle eresie della Roma papalina, sulla storia orale e il romanzo storico, sul ventennio nella capitale e sulla Resistenza, sull’evoluzione della cucina locale. Interverranno M. Caffiero, L. Villari, C. Lucrezio Monticelli, A. Foa, G. Marcocci, A. Ciccarelli, S. Portelli, G. Monina, V. Evangelisti, L. Villani, V. Gentili, R. Carrocci. D. Conti, R. Sansone, G. Pisani Sartorio e A. Sotgia, cui si affiancheranno concerti di S. Modigliani, P. Brega, del Coro multietnico Romolo Balzani, del gruppo Muro del canto, letture belliane con P. Minaccioni, una mostra del libro storico, la degustazione di piatti popolari. A conclusione, una stimolante rassegna dei luoghi e delle lotte degli anni ’70, presentata da M. Gotor e G. Bonacchi, con contributi di alcuni dei protagonisti. Per tutta la durata del Festival al Palazzo saranno esposte le fotografie di Tano D’Amico, cronista e poeta di tutta quella stagione.

Ludopatici

Augusto Illuminati

Sarebbero quelli ossessionati dal gioco d’azzardo, che mandano in malora le famiglie e lasciano tanti bei soldini all’Agenzia delle entrate e alla ‘ndrangheta. Vizi tollerati o alimentati dallo Stato che, in tutto il mondo, ne pretende il monopolio o almeno una forte partecipazione fiscale, deprecandone ipocritamente le vittime, così come si riserva di lucrare su alcune droghe e di proibirne altre. Un tempo la sovranità pretendeva al monopolio della violenza legittima (e illegittima), oggi ambisce al monopolio del piacere e alla perimetrazione della sua legalità. Il solito circolo di biopolitica e tanatopolitica, premura pastorale e repressione ottusa.

Mentre il ministro Balducci promuove anemiche crociate per distanziare di qualche centinaia di metri i templi del gioco dalle scuole, a Madrid sbarca trionfalmente dal Nevada Sheldon Adelson, uscito direttamente dalle pagine di Ellroy, gran finanziatore dell’estrema destra repubblicana e israeliana, che ha contrattato con i post-franchisti di Rajoy e l’amministrazione oltranzista della capitale l’installazione di EuroVegas, un complesso di 8 casinò e centinaia di alberghi e attività collaterali – un’iniezione di 250.000 posti di lavoro promessi. Che miseria, al confronto, la rete mafiosa di Bingo, bische e slot machine (autorizzate o clandestine) gettata nelle città italiane e che, almeno in un caso, è stata vittoriosamente stracciata, al romano Cinema Palazzo, non certo per merito delle autorità capitoline e di polizia.

Del resto, non è vagamente surreale vessare (con il pizzo di Stato e le marchette poliziesche) i terminali del gioco d’azzardo quando si tratta apertamente con i grossisti del ramo, negoziando (come in Spagna) la revisione dell’età minima degli utenti, i controlli sul flusso del denaro e perfino il feticcio massimo, il divieto di fumo nei locali? O giocando disinvoltamente con le destinazione d’uso dei locali, a meno che non scoppi una partecipata rivolta popolare, come appunto è accaduto a San Lorenzo intorno all’ex-cinema Palazzo...

Ma ancor più surreale se si considera che l’intero sistema bancario e finanziario, che ha generato la crisi e di cui paghiamo profumatamente i costi immettendo liquidità e tagliando stipendi e salari, è in sostanza un gigantesco tavolo verde, dove la speculazione vende allo scoperto derivati, certificati assicurativi, titoli tossici di ogni specie facendo fruttare proprio quei debiti inesigibili che i più realistici gestori di casinò si guardano bene dal non riscuotere coattivamente in tempi strettissimi. L’unica differenza è che, se il banco statisticamente vince quasi sempre, ogni tanto un giocatore individuale ce la fa, mentre nel gioco della finanza il club degli speculatori è assolutamente più chiuso. E le perdite in termini di reddito e occupazione sono assai più gravi con il finanzcapitalismo e il suo braccio governativo tecnico. I ludopatici incorreggibili non stanno davanti agli schermi del videopoker e alle macchinette, ma siedono a Wall Street, alla City, a Francoforte. E andranno curati, a suo tempo, con la dovuta energia.

MACAO! Occupy Torre Galfa

Lucia Tozzi

I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma), Sale Docks (Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo), Teatro Coppola (Catania) e Asilo della creatività e della conoscenza (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne La vita agra, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato MACAO si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.

foto: Giulia Ticozzi / IlPost

La scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.

Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per «fare cultura dal basso», per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.

foto: Ivan Carozzi

Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.

Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo.

Un quartiere che scommette sulla cultura

Ex Cinema Palazzo ˗ Sala Vittorio Arrigoni

 Il disegno era semplice e ben orchestrato. San Lorenzo, da sempre simbolo della Resistenza e dell’attivismo a Roma, negli ultimi anni è stato al centro delle cronache solo per storie di degrado, di movida e di spaccio. Diamogli il colpo finale e apriamoci un casinò. Naturalmente senza alcun tipo di autorizzazione.

Ma a volte anche i piani ben orchestrati falliscono… Sì, perché passando davanti alle saracinesche abbassate dell’ex Cinema Palazzo in molti si chiedevano quale sarebbe stata la prossima destinazione di questo edificio che era stato prima teatro-cinema, poi sala biliardo, infine Bingo. Leggi tutto "Un quartiere che scommette sulla cultura"