Vergogna

Paolo Fabbri

Una premessa: da Saussure in poi la linguistica e la semiotica si definiscono come discipline del valore: valore differenziale delle espressioni e dei significati. Hanno intrapreso quindi, e da tempo, lo studio delle passioni (Greimas, A. J., J, Fontanille, Milano,1996) e in particolare del sentimento socialmente dominante della vergogna. F. Marsciani in Uno sguardo semiotico sulla vergogna esplorava gli intricati rapporti di valore tra la colpa e la faccia, l’onore e la dignità ( Bologna, 1991) Queste ricerche ritrovano vigore e una fresca attualità nel bel libello di Stéphane Hessel, Indignatevi! (2011) e nel recentissimo Vergogna, in cui Gabriella Turnaturi racconta e argomenta «La metamorfosi di una emozione» (Milano. 2012). Riparliamone: è il caso di farne un caso.

Una parola s'aggira per l'Italia. Si scandiva nei trascorsi girotondi, se ne parla in Parlamento, si legge nella stampa: Vergogna! Pronunciata con l'esclamativo e diretta in primis al governo e alle sue maggioranze - ma anche ai partiti, ai calciatori, via via fino agli ecclesiastici e al presidente della Repubblica - è diventata un passaparola. Indignati di tutto il mondo unitevi! Nel quotidiano, svergognasi l'un l'altro potrebbe sostituire gli stanchi scambi di convenevoli, con gli sconvenevoli. Per studiarla sarebbe necessaria tutta un’Ontologia, disciplina giustamente di moda perché dedicata alle diverse forme dell’onta.

Parola grossa, anzi superlativa, Vergogna occupa il centro della scena dei valori, scortata da termini come indecente, indegno, indecoroso, riprovevole, inverecondo e via disdicendo. Per il vocabolario è un atto linguistico di biasimo e sdegno che esprime un sentimento che testimonia a sua volta di un'emozione d'assalto. «Sentimento di profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole e disonorevole». Una passione morale che dovrebbe provare non chi grida Vergogna!, ma il suo interlocutore; alla condizione, non frequente, che se ne renda conto. Condivido il biasimo, termine che con la parola «bestemmia» ha una comune radice: «stimare bestia». Con i cosiddetti «vincenti», rivelatisi penosamente perdenti, il disgusto estetico non basta: quello che per noi è pacchiano, grossolano e dozzinale, per loro è una pacchia. Ma possiamo contare davvero sul loro senso di Vergogna?

Mi si consenta, come usava dire in tempi sospetti, di dubitarne. Intanto per sdegnarsi ci vorrebbe un senso condiviso dei valori e non mi pare il caso: per certuni, valore vuol dire valuta, l’onore è un onere. Insomma, perché uno s'adonti bisogna che l'onta, amara e profonda, la senta davvero. E sia disposto a metterci la faccia – sempre che non sia di tolla o di bronzo. Quanto al decoro è una parola viene dal latino «decere», dove significava «convenienza» ed è chiaro che l'evasore fiscale sa cosa gli conviene: non pagar tasse è decente e perché no? discente. Colpisci una sede di Equitalia per educarle tutte. Non conterei troppo neppure sugli altri requisiti della Vergogna - senso privato di colpa e un giudizio intimo di responsabilità - in chi non crede neanche alla giustizia pubblica.

D'altra parte chi grida Vergogna! deve fare attenzione. Intanto è bene che l’indignato dimostri sdegno ma non degnazione, cioè condiscendente compiacenza. Inoltre l'imprenditore di moralità dev'essere pulito, quindi l'esercizio è sconsigliato a trasformisti e pentiti che sono statisticamente numerosi. Inoltre, lanciando l'obbrobrio su chi non ha scrupoli, si rischia di far la figura del «gonzo», parola che deriva appunto da «Vergogna» e designa «persona tarda e stupida». Obiezione: il vero destinatario di Vergogna! è il sentimento morale di chi deve giudicare l'immagine del personaggio biasimato: non è il politicante quindi ma la pubblica opinione e i futuri elettori. Vergognatevi di lui, e se del caso, Vergognatevi di averne fatto un onorevole. E magari, Vergogniamoci anche noi, per non averlo saputo impedire!

Giusto, ma ritorno a dubitare. Continuiamo a chiedere che la fogna dei comportamenti sia esposta alla gogna. Ma se fosse cambiato, a nostrainsaputa, il pubblico senso della Vergogna? Senza giungere ad un'ablazione mentale, direi che nella società postmoderna il vergognarsi è diventato molto più cool. Come altre passioni morali come l'ira e l'odio, ad es. che si presentano tutt'al più, nel teatrino comunitario,come irritazione e fastidio. La tragedia dell'onore e del pudore ha lasciato il posto alla sitcom degli scrupoli, parola questa che designava in origine «piccole pietre aguzze d'inciampo». Ma oggi ci sono scarpe solide, tacchi compensati e pellacce a tutta prova! Come mai?

Una spiegazione, parziale fin che si vuole, c'è: il confessionale già catodico e ora digitale. Nei reality show e nella stampa trash scorre una fila ininterrotta di facce sfacciatissime che raccontano cose assolutamente disdicevoli. Senza amari turbamenti, vanno in onda rappresentazioni di serena oscenità. La faccia di bronzo è diventata faccioide, faccia da video a cristalli liquidi, direbbe Bauman. E, incredibile perchè vero, la più breve delle apparizioni - una comparsata! - garantisce la più totale delle assoluzioni. Altro che gogna mediatica: video te absolvo. E poi continuiamo a dir Vergogna!

Evasione fiscale e manette

Pino Tripodi

C'è sempre un certo entusiamo per la caccia agli evasori fiscali. Come in altre occasioni, il rumore delle manette lenisce la sete di giustizia, ma è efficace? Sul breve periodo sì, ma a lungo andare cacce e manette generano più problemi di quanti ne risolvano. Il motivo è semplice: la giustizia tenta di cucire uno strappo nella relazione sociale ma è efficace se e solo se la relazione sociale dopo l'intervento riparatore della giustizia rientra nell'alveo della norma. La giustizia è efficace quando compone lo strappo momentaneo che si genera tra consuetudine e norma. Ma se la norma rimane agli antipodi della consuetudine, la giustizia anche con il terrore è impotente a ricomporre la relazione sociale.

Non è colpa della giustizia, è idiozia della norma. L'evasione fiscale non è questione meramente etico-morale. Se lo fosse, dovremmo tutti essere sottoposti alla prova così da separare gli esseri abietti dai virtuosi. L'evasione fiscale, invece, è questione essenzialmente di possibilità. Ed è lo Stato con le sue norme, coi suoi regolamenti, con la sua incapacità di ridurre lo strappo tra consuetudine e norma a creare la possibilità che si generino colossali cifre di evasione fiscale. Il resto: i milioni di ladri fiscali, il muro che separa chi può evadere da chi non può, le vergognose iniquità sociali, le colossali cifre strombazzate dai media, la caccia e le manette sono solo una conseguenza dell'evasione possibile.

Come esempio per tutti, vale il meccanismo di raccolta dell'IVA. Chi non ha una partita IVA paga i beni e i servizi che compra maggiorati da un'aliquota che non potrà per la grandissima parte condurre a compensazione. Sull'IVA costretto a pagare non può rivalersi su nessuno. Non può evadere e, per un meccanismo psicologico non diffcile da indagare, lascia nella gran parte dei casi che chi ha la possibilità evada.

Chi - commerciante o artigiano o professionista - vende un bene o un servizio è messo psicologicamente ed economicamente a dura prova. Tra i suoi incassi, egli ricava anche l'IVA che dovrebbe stornare allo Stato. Quel dovrebbe si trova davanti a più possibilità; la prima, statualmente virtuosa, è quella di compensare l'IVA della vendita con l'IVA degli acquisti facendo di tutto per conseguire uno spettacolare pareggio anche a costo di acquistare tonnellate di caviale per la sua cartoleria; la seconda, statualmente abietta, è quella di comprare a nero e vendere a nero tenendo i prezzi alti comunque; la terza, statualmente sostenibile, è quella di arrangiarsi – una fattura sì, una fattura no - tra una virtù impossibile e un'abiezione legalmente pericolosa.

In ogni caso, più è piccolo il giro d'affari più ci si trova di fronte a un prova psicologicamente difficile da superare: quando si incassa, infatti, ci si deve convincere che una parte dei ricavi non sono i nostri, che tali ricavi li si deve mettere da parte e che a tempo debito, li si deve stornare allo Stato. Tutto ciò gratis, senza ricevere in cambio alcun compenso, anzi con la sicurezza che fatture e scontrini determineranno un reddito sul quale si dovranno pagare le imposte. In quel tempo debito ci affanniamo a pagare bollette, fornitori, collaboratori, mutui, interessi e normalmente utilizziamo la scarsa liquidità che abbiamo, IVA compresa. Con tale meccanismo, neanche un Santo si sottrarrebbe alla tentazione della possibilità di evadere. Non giustificabile, ma logico che - come di fronte a una prigione aperta - chi ha la possibilità di evadere il fisco lo evada.

La caccia e le manette determineranno paura e risultati fatui. Per risolvere la questione occorre, invece, eliminare l'evasione possibile e cucire lo strappo tra consuetudine e norma. Come? Con il prelievo dell'IVA alla radice. Al momento di pagare, l'IVA può essere separata subito dall'incasso e stornata automaticamente allo Stato, evitando così che chi incassa abbia la disponibilità momentanea dell'IVA e con essa: A) la radicata convinzione che quei soldi appartengano a lui; B) il senso di esproprio che avverte quando deve stornare i soldi dell'IVA allo Stato.

Stornare l'IVA immediatamente allo Stato, senza passare dall'incasso, è nell'immediata portata delle tecnologie informatiche, con la virtualizzazione del denaro. L'eliminazione della moneta circolante, la sua conversione totale in moneta elettronica relegherebbe l'evasione fiscale a un problema d'altri tempi rendendo possibile una maggiore equità fiscale. Fino a quando invece i privati saranno costretti a incassare per conto dello Stato neanche il terrore giacobino sradicherà l'evasione fiscale.