Bergamo Jazz Festival 2017. La musica alta, la musica bassa

Paolo Carradori

William Parker (foto Gianfranco Rota)
William Parker (foto Gianfranco Rota)

La città alta, la città bassa. Potremo usare la suddivisione del nucleo urbano della città per leggere la kermesse bergamasca prossima a festeggiare il quarantennale. Non solo come spostamento fisico tra spazi architettonici diversi, la città antica e la città moderna, ma anche come criterio critico d’immersione dentro otto giorni zeppi di musica, eventi in location diverse. “…la vasta gamma di musicisti e suoni di una musica in continua evoluzione che esplora il significato dell’umano con onestà…” la riflessione rivendicata con orgoglio dal direttore artistico Dave Douglas si rivela teoricamente stimolante. Ma la domanda di fondo resta: cosa ci dovrebbe dire/dare un festival jazz oggi? Lo stato dell’arte riguardo a un panorama contemporaneo in continuo movimento oppure il contenitore neutro di un linguaggio sempre costretto a fare i conti con una diffusa percezione di musica “difficile” o, al meglio, piacevole elemento esotico d’arredamento? Se il jazz è una musica che esplora il significato dell’umano – per usare le parole del direttore artistico - oggi non può che essere enigmatica, farci godere ma anche riflettere, se ci rassicura con il già sentito o cerca lo spettacolo, si nega. Douglas sceglie una via di mezzo che funziona così così. Il percorso delle numerose proposte in cartellone è disseminato di luminose conferme, qualche scoperta e delusioni. È la fotografia del jazz oggi? Proviamo a leggerne alcuni dettagli.

Bill Frisell - Kenny Wollesen (foto Gianfranco Rota)
Bill Frisell - Kenny Wollesen (foto Gianfranco Rota)

Regina Carter con il suo violino ci regala un ingessato e noioso omaggio a Ella Fitzgerald (che meriterebbe ben altro) mentre nell’“Orion Trio” il batterista Rudy Royston non solo ci dà del proprio strumento una lettura alquanto retrò, scopiazzando Roach e Blakey, ma non offre nemmeno ai suoi compagni – il contrabbasso di Yasushi Nakamura e il sax di Jon Irabagon – uno straccio di idea percorribile. Molto più convincente il Tinisimma Quartet di Francesco Bearzatti con l’omaggio a Woody Guthrie, a tratti un po' rigido e didattico, ma comunque suonato bene, con un alto senso del collettivo e percorso da un sano vigore, sincero impegno civile. E dato che la classe non è acqua, risulta piacevole anche il duo Bill Frisell – Kenny Wollesen che pur adagiandosi comodamente su una musica descrittiva e poco profonda, rilegge canzoni e standard (da Monk a Bob Dylan) con soluzioni country frizzanti, spruzzi rock e colori blues in un contesto di forte empatia frutto di una lunga strada percorsa insieme. Di classe ne avrebbe da vendere anche il sassofonista inglese Andy Sheppard che invece con il suo quartetto si sottoespone in un mieloso set sottovoce, per fortuna “sporcato” qua e là dalla chitarra e l’elettronica di Eivind Aarset che lo rende più sopportabile.

Melissa Aldana (foto Gianfranco Rota)
Melissa Aldana (foto Gianfranco Rota)

Rimanendo alle ance, il tenore di Melissa Aldana sorprende con un linguaggio sinuoso e caldo percorso da un vibrante sottinteso senso ritmico. Se Rollins è il grande ispiratore, la giovane sassofonista cilena si permette qualche astrattismo introverso che ricorda Warne Marsh, ma visita anche gli ambienti urbani di Steve Coleman. Pregevole e coerente il contributo che le danno Pablo Menares al contrabbasso e Craig Weinrib alla batteria. Alla consistente presenza femminile nel Festival da un contributo decisivo “Shamania” della percussionista Marylin Mazur. Musica da vedere. Dieci musiciste più una ballerina, tutte provenienti dal nord Europa, per un progetto che fa delle percussioni, abbondanti e scintillanti sul palco, una vera ragione di vita nell’incrocio ciclico di ritmi, colori, parti strumentali e gesto. Progetto godibile anche dal punto di vista scenografico, che però risente nei passaggi tra i vari quadri di qualche incertezza e fragilità. Rimanendo sul fronte femminile non possiamo non segnalare Camilla Battaglia che presenta il suo “Tomorrow” con una formazione di giovani talenti molto intrigante, praticamente un pezzo di futuro del jazz italiano (oltre la navigata chitarra di Roberto Cecchetto, Niccolò Ricci, Federico Pierantoni, Andrea Lombardini e Bernardo Guerra). La cantante non nasconde le proprie ambizioni, compone una musica stratificata e complessa che graffia con personalità. Penalizzato da una amplificazione non perfetta, il progetto necessita probabilmente ancora di una maggiore messa a punto degli equilibri del collettivo.

Rassegna annuale di musica Jazz a Bergamo
Evan Parker (foto di Clara Mammana)

In questa fotografia tra ombre e luci ci sono al centro tre personaggi che emergono con prepotenza: i due Parker (Evan e William) e Ernst Reijseger. Le loro performance valgono da sole l’intero festival. Evan Parker con il soprano nella sobria solennità della Biblioteca Angelo Mai, tra tomi e volumi, ci racconta cose bellissime. Mezz’ora sublime e strepitosa. Sorvolando sul fatto che ancora ci sorprenda, dopo cinquanta anni di attività, per il suo unico, inconfondibile approccio allo strumento, l’uso della respirazione circolare, la ricerca spasmodica di armonici, multisuoni e le repentine variazioni di registro, risulta più utile concentrarsi sull’emozione del suo messaggio. Affascinato dal free jazz Parker nel tempo si è smarcato da ogni classificazione stilistica, ideologica, e allontanato ogni tentazione “virtuosistica”. Evaporate le esasperazioni giovanili, il musicista inglese si concentra oggi sul suono, ci ammalia e ci inquieta ogni volta che modifica gli ambienti sonori, ogni volta che ci trascina nei meandri di spazi improvvisati senza interruzioni, senza silenzi, meditativi, rituali, radicali. Libertà e bellezza.

Come Parker, Ernst Reijseger con il suo violoncello, trova nel solo l’ambiente espressivo ideale. Tra le preziose tele dell’Accademia Carrara il musicista olandese ci delizia con le sue provocazioni, gli sberleffi, la dolcezza delle corde. La tentazione sarebbe quella di dire “nulla di nuovo sotto il sole” ma risulterebbe una scorciatoia. Reijseger si rigenera continuamente, sorprende sempre, soprattutto indica una strada che spesso i musicisti dimenticano di frequentare, quella della performance, dell’happening, dell’ironia, dell’uso antiaccademico dello strumento. E lui il violoncello, che suona come pochi, lo trasforma in tutti i modi. Seduto, in piedi, lo usa come una chitarra o un contrabbasso, lo trascina, lo percuote, lo accarezza, lo fa suonare alle prime file di spettatori, infine chiede a una fotografa di fare da leggio umano. Ma sa essere delicatissimo usando la voce, esaltando tentazioni bachiane. Poeta saltimbanco.

Ascoltando lo splendido set di William Parker con il suo “Organ Quartet” viene da pensare che quando siamo in difficoltà di fronte alla domanda solo apparentemente semplice - Ma cos’è il jazz? - potremo proporre l’ascolto delle formazioni del contrabbassista newyorchese. Li dentro ci stanno tutte le risposte. La tradizione, il blues, l’improvvisazione, la ricerca, l’Africa, la poesia, la politica. La novità Cooper Moore all’organo è un vero spasso. Con uno stile indecifrabile, strampalato ma efficacissimo sostiene il gruppo e garantisce uno sfondo frastagliato e saturo. Per Hamid Drake abbiamo finito gli aggettivi. È  la Batteria. Il tenore di James Brandon Lewis traccia un solco profondo e vitale sul ribollire della pulsione ritmica. Lo fa evocando fantasmi, Coltrane, Shepp su tutti, ma con una maturità in pieno sviluppo. Unici.

Bergamo Jazz 2017 si chiude sul palco del Donizetti con Enrico Pieranunzi & The Brussels Jazz Orchestra. Forse meritava un finale migliore. L’orchestra interpreta composizioni del pianista romano, arrangiati da Bert Joris, con professionalità e buone individualità. Ma tutto è già stato fatto, sentito e metabolizzato. La big band non può essere riproposta, vissuta come organismo dagli equilibri e logiche creative immutabili, come se nulla su questo fronte sia successo. O meglio, lo si può fare legittimamente ma consapevoli di porre la musica in una teca museale. Il jazz oggi è un’altra cosa. Per fortuna.

Bergamo Jazz Festival 2017

19>26 marzo

Direttore Artistico: Dave Douglas

Ai confini tra Sardegna e jazz

Mario Gamba

Chiedono spesso: e la musica? Dove va, in che stato è, che cosa ci arriva e che cosa possiamo aspettarci dalla musica? Quella d’oggi, s’intende. Spesso si risponde: è un pieno vuoto, non possiamo aspettarci niente. Ditelo a noi che abbiamo ascoltato il Large Ensemble diretto da Evan Parker al festival Ai confini tra Sardegna e jazz. Ditecelo e ci arrabbieremo un po’. Oltre alla musica in generale, con uno scatto in avanti, è qui implicata l’intera storia dell’improvvisazione libera, della composizione istantanea, delle avanguardie e neoavanguardie jazzistiche e non. Di più. È implicata la questione politica cruciale del nostro tempo, se pensiamo che esperienze trasformative siano ancora possibili. La questione è quella della massima sollecitazione ed espressione delle singolarità nel realizzarsi in divenire del comune.

Niente di più niente di meno? Non saranno esagerazioni o, peggio, intrusioni improprie di istanze politiche dove l’argomento è un altro e il rischio è di riprendere le prediche dei tempi dell’engagement? Buoni, state buoni. Nelle arti avvengono fatti di relazione con le idee e tra gli attori delle performances artistiche. Vengono compiute azioni nelle quali le esistenze e le loro proiezioni hanno un peso costitutivo. Le azioni non sono sempre le stesse, non utilizzano strumenti identici e non giocano relazioni allo stesso modo. Soprattutto, non mettono in campo materiali dello stesso grado di propulsività, novità, curiosità, radicalità, qualità, comunicatività. Se succede che materiali di stupefacente interesse, materiali sonori in questo caso, vengano usati con modalità di relazione nelle quali libertà e creatività personali e cooperazione di gruppo siano gli ingredienti, ecco che abbiamo l’evento politico. Rivoluzionario.

Il Large Ensemble internazionale convocato da Evan Parker, inglese, improvvisatore ai sax di importanza storica nota ma qui nella sola veste di direttore/coordinatore, comprende quattordici musicisti di tre generazioni. Che vale la pena di citare. Sono tutti solisti e a loro volta leader di varie formazioni nell’avant-jazz e nella «contemporanea». Giancarlo Schiaffini (trombone), Peter Evans (tromba e cornetta), Caroline Kraabel (sax), Hannah Marshall e Walter Prati (violoncello), John Edwards e Barry Guy (contrabbasso), Paul Lytton e Hamid Drake (percussioni), Alexander Hawkins (pianoforte), Pat Thomas (tastiera elettronica), Orphy Robinson (vibrafono), Sam Pluta (computer), William Parker (shakuhachi). Il grande contrabbassista e bandleader William Parker è l’ospite speciale con uno dei suoi strumenti secondari.

Il concerto dell’Ensemble ha un titolo: Homage to Butch Morris. Tutto il festival è dedicato alla memoria di questo compositore mediante conduction, sistema di segni con cui l’opera viene elaborata «in progress» dal conduttore in stretta interazione con gli orchestrali improvvisatori/compositori istantanei. Ma Evan Parker chiarisce: il mio metodo di coordinazione è diverso. Infatti si capisce subito. Non solo per l’assenza di una «segnaletica» particolare - Parker indica ai musicisti quando devono intervenire, punto e basta – ma per il tipo di musica che viene prodotta e per il tipo di svolgimento del lungo brano, non diviso in movimenti ma in un avvicendamento di episodi ben caratterizzati. La musica è la sintesi e l’ulteriore innovazione idiomatica della free improvisation soprattutto europea e di alcuni elementi delle scritture uscite dalle neoavanguardie seriali e «informali». Una mirabile, eccitante, vivissima, meditatissima, spontanea, preparata sintesi e ulteriore innovazione idiomatica.

Qui il concetto di costellazione sonora trova un’applicazione straordinaria. A momenti di caos e di tempesta, quasi mai in «tutti» ma a sezioni sempre cangianti dell’Ensemble, succedono distese quiete/inquiete di suoni dove puntillismo ed effetti elettronici «a fasce» si fondono a contrasto. Non il recupero ma la sovversione amorosa della tradizione jazzistica passa attraverso l’assolo di Schiaffini tanto avant-garde quanto ellingtoniano, reso appena disincantato dai rimandi e dalle rielaborazioni all’impronta del computer di Pluta. Il duetto Lytton-Drake è da perderci la testa e il cuore: uno stile/sonorità metallico, «industriale», e uno stile/sonorità tribale, postmomoderno, con echi di tamburi africani, producono una sequenza di suoni mai sentiti eppure con una lunga storia di sperimentazione alle spalle. Kraabel al sax contralto, poche note, assorte, limpide, sembra partire da una linea Desmond-Konitz per arrivare a Polifonica-Monodia-Ritmica di Nono e superarlo verso la consapevolezza di quanto si sta bene nella libertà di tutti.

Evan Parker ha nel programma del festival una sorta di monografia. Suona in solo in apertura della rassegna. Incanta ma mostra una certa propensione alla neoclassicità, che conferma, come solista, nel meraviglioso Quartetto (con Peter Evans, Barry Guy e Paul Lytton, vale a dire il più classico trio dei primi tempi della free music europea – Parker/Guy/Lytton - più il giovane straripante innovativo trombettista americano) e nell’altrettanto meraviglioso Quintetto (con Evans, ormai partner d’elezione, Alexander Hawkins, un pianista spregiudicato e lussureggiante, John Edwards, che fa pensare a un impossibile idillio Pollock-Kafka, e Hamid Drake, presenza, quest’ultima, «anomala» ma assai perturbante, in senso del tutto positivo, per ricchezza di nuances).

William Parker con Drake e il sassofonista John Dikeman, un emulo di David S. Ware ma nient’affatto scolaro, porta il messaggio del post-free al calor bianco degli Sati uniti. Attualissimo. La Nublu Orchestra, che Butch Morris nei suoi ultimi anni di vita dirigeva ogni lunedì a New York, dà due affascinanti concerti nei quali l’aspetto ritmico e anche concettuale dell’avanguardia rock/funky (prevalenza delle spezzature dei fraseggi e degli accenti sulla pulsazione regolare) è messo in primo piano e i procedimenti morrisiani ricordati senza inutili ricalchi. Il battito rock/disco più standard sostiene invece i sovracuti ultra-ayleriani dei solisti durante il concerto della Fire! Orchestra diretta dal baritonsassofonista svedese Mats Gustafsson. E qui divertimento e noia si danno la mano.

Festival Ai confini tra Sardegna e jazz

Sant’Anna Arresi (Cagliari)

1-6 settembre 2015