Europa Nazione

Franco Berardi Bifo

L’Unione europea fu concepita come progetto post-nazionale. Solo una piccola minoranza dell’opinione europea (una minoranza fascista) parlò nei decenni passati di Europa come nazione. Quel che è accaduto negli ultimi dieci anni ha progressivamente cancellato e depotenziato la vocazione post-nazionale, e ha portato a emergenza l’identità d’Europa come Nazione Bianca.

Le elezioni italiane segnano un nuovo passaggio – forse decisivo – nella disintegrazione di quella che fu l’Unione europea, e la trasformazione di quel progetto post-nazionale in un processo di fondazione della Nazione europea come entità di guerra razziale permanente.

Da Maastricht in poi l’Unione europea ha funzionato come dispositivo neoliberista finalizzato allo spostamento di risorse dalla società verso il sistema finanziario. Venticinque anni di politiche monetariste rivolte allo smantellamento dello stato sociale e alla precarizzazione del lavoro hanno prodotto l’effetto che potevamo attenderci e ci attendevamo: un’ondata di rigetto sempre più vasto del progetto europeo, un’ondata di nazionalismo legato alla rabbia impotente di coloro che hanno subito l’impoverimento sociale.

La popolazione della grande maggioranza dei paesi europei si è espressa contro le politiche globalizzanti e neoliberiste, e particolarmente contro il Fiscal compact, cioè l’imposizione di un debito che dissangua la vita sociale e sposta capitale verso il sistema bancario.

Dapprima, tra il 2011 e il 2015, questo rifiuto si è configurato come opposizione sociale: l’acampada spagnola, il movimento Occupy e infine il referendum greco contro l’imposizione del memorandum da parte della troika hanno segnato il tentativo di fermare il prelievo finanziario e lo smantellamento delle strutture sociali. Ma l’opposizione sociale è stata sconfitta, perché non disponeva degli strumenti concettuali e materiali per opporsi alla governance finanziaria, forma post-nazionale e astratta di dominio, contro cui nulla poteva un movimento territorializzato su base nazionale. L’impotenza è il tratto decisivo della vita sociale dopo la crisi del 2008: impotenza a resistere all’assalto predatorio della finanza, a impedire lo smantellamento delle strutture pubbliche come la scuola e la sanità, a mantenere un livello di vita paragonabile a quello delle generazioni passate. L’impotenza si è presto trasformata in risentimento, volontà di vendetta, e nostalgia reazionaria per la sovranità nazionale.

A questo punto si è presentata la nuova minaccia: la grande migrazione, effetto di processi di lunghissima durata (depredazione coloniale delle risorse umane e fisiche, degradazione dell’ambiente) e di processi più recenti, come la guerra scatenata dal clan Bush in Medio Oriente, cui i paesi dell’Unione europea si sono accodati, e le guerre francesi contro la Libia e contro la Siria, che hanno messo in moto il pandemonio.

La crisi dell’Unione europea, di cui le elezioni italiane rappresentano a mio parere il passaggio finale, è dunque nata dalla reazione contro due processi convergenti di deterritorializzazione: l’impoverimento generato dalla governance post-nazionale, che ha provocato una rivendicazione sovranista, e la grande migrazione, percepita come invasione del territorio bianco da parte delle vittime delle invasioni bianche del passato.

Questi due filoni della rabbia impotente si sono fusi in un unico potente movimento di riterritorializzazione reazionaria.

Incapace di concettualizzare quel che sta accadendo, l’opinione democratica e neo-liberale ha tentato di esorcizzare la duplice reazione con un’unica parola: populismo. Ma si tratta di un’espressione che non spiega niente e confonde due fenomeni del tutto differenti (il rifiuto sociale dell’impoverimento e il razzismo riemergente nell’inconscio europeo).

L’opinione democratica e neo-liberale difende un feticcio (la democrazia, cui non corrisponde più niente nella realtà politica post-nazionale) e difende un’ossessione (la crescita economica, la competizione, insomma la concentrazione di potere economico da parte della macchina astratta della finanza). Ma per difendere questo feticcio e questa ossessione identifica l’onda reazionaria montante con una definizione che potenzia l’onda reazionaria: populismo è tutto ciò che non si piega alle tendenze deterritorializzanti dello sfruttamento finanziario e della mobilità migrante.

Ma queste due tendenze sono distinte, anche se ovviamente interagenti. I due movimenti reattivi vanno considerati distintamente: una cosa è la difesa della vita sociale contro il profitto finanziario, un’altra cosa è la paura della grande migrazione.

Confondendo i due movimenti si ottiene l’effetto che abbiamo sotto gli occhi: il montare incontenibile di un’onda che ha un solo nome: nazional-socialismo.

Il nazismo è la tendenza emergente in larga parte del continente europeo, anche se questa parola è impronunciabile.

La dinamica che si manifestò in Germania dopo il Congresso di Versailles si è ripresentata su scala continentale per effetto della scomparsa di una sinistra capace di opporsi all’offensiva finanziaria, e per effetto dell’incapacità della politica europea di fare i conti con l’eredità del colonialismo.

Non so come potrà evolvere la situazione italiana nei prossimi mesi, ma mi pare evidente che l’unico elemento che accomuna tutte le forze politiche, in Italia come in tutti gli altri paesi europei, è il respingimento dell’onda migratoria inarrestabile. Sul respingimento razzista e sullo sterminio convergono perfettamente i vincitori delle elezioni, la Lega e i Cinque stelle, e i perdenti delle elezioni, il Partito democratico che con Marco Minniti ha espresso pienamente il razzismo costitutivo dell’Unione europea.

Su questo punto, il respingimento e lo sterminio, il fronte europeo si ricompone compatto.

Sul razzismo della popolazione europea (non dei governi nazionali, che su questo punto riflettono la volontà della maggioranza) si fonda la nuova identità della nazione europea (Nazione, perché fondata su un’identità razziale, e perché portatrice di sterminio e di guerra).

Il razzismo e il nazionalismo sono la conseguenza e il rovescio dell’impotenza sociale accumulate nell’ultimo decennio.

Le elezioni italiane hanno portato a compimento il processo di nazificazione dell’unione europea, anche se questa realtà è innominabile. Lo sterminio razzista – che si manifesta oggi nella costruzione di un campo di concentramento gigantesco nel quale milioni di non-bianchi sono detenuti, torturati, schiavizzati, eliminati, e alla fine annegati se tentano di fuggire – è il futuro già scritto di quella che, con sublime disprezzo dell’evidenza, continua a chiamarsi unione europea.

Il risveglio della Catalogna rurale

G.B. Zorzoli

Il voto catalano come la Brexit. Contrariamente alle attese, hanno prevalso le liste degli indipendentisti, che conquistano la maggioranza assoluta dei seggi (70), ma non quella dei voti. Primo partito la destra pro-Madrid dei Ciudatanas, con circa un quarto dei suffragi e 37 seggi. Di nuovo contraddicendo le previsioni, tra gli indipendentisti l’Esquerra Republicana de Catalunya è stata superata dal partito democratico europeo catalano, con un po’ di buona volontà definibile “centrista”, per anni asse di governi caratterizzati da politiche di drastici tagli ai servizi sociali e da frequenti episodi di corruzione. Sul risultato non ha influito a sufficienza nemmeno il confronto tra l’atteggiamento del leader dell’Esquerra Oriol Junqueras, sottoposto al carcere duro, e di Carles Puigdemont, scappato a Bruxelles per evitare l’arresto. Il partito anticapitalista CUP si è dovuto accontentare di quattro seggi, solo uno in più del partito popolare, che ha pagato il prezzo delle manganellate e del sangue sparso il primo ottobre, e della successiva repressione.

L’elevata affluenza alle urne (84% degli aventi diritto), un risultato eccezionale rispetto agli attuali standard europei, è in buona misura dovuta al risveglio elettorale della Catalogna rurale, la cui prevalente grettezza e chiusura alle novità si è aggiunta al voto, tradizionalmente moderato, di parte della piccola e media borghesia della capitale, nel pesare non poco sull’esito elettorale, connotato quindi da una forte componente sovranista. Come nel caso britannico, e ancor prima durante la “primavera araba”, si sono erroneamente identificate le opinioni dominanti nelle capitali con quelle maggioritarie nel resto dei paesi. Salvo poi stupirsi per la vittoria della Brexit, dei Fratelli Musulmani, degli indipendentisti catalani (anche loro con prevalenza della linea conservatrice). E considerazioni analoghe valgono per la vittoria di Trump.

In realtà l’unico fattore unificante i singoli eventi è il prevalere di forme di ribellione a situazioni di insopportabili diseguaglianze economiche e sociali, che rappresentano la versione aggiornata al ventunesimo secolo (definita populismo o sovranismo) delle antiche jacqueries contadine: prive di concrete proposte alternative, si limitavano a distruggere i registri catastali o fiscali, a danneggiare persone e cose, identificate come il Nemico. Anche in Catalogna, le profonde divisioni tra i partiti indipendentisti, tutti – anche il troppo mitizzato CUP - privi di programmi politici in grado di contrapporsi al capitalismo finanziario, rendono precaria qualsiasi intesa che, oltre tutto, dovrebbe fare i conti con un paese spaccato in due e con quasi la metà che appoggia la politica di Madrid.

Di fronte all’ennesimo riflesso della crisi in cui versa l’Europa (ma in materia anche gli USA non scherzano), sostituire, come ha fatto Bifo, un astratto ottimismo della ragione al pessimismo di gramsciana memoria, rischia di aumentare le delusioni provocate dalla dura realtà dei fatti e, di conseguenza, il pessimismo della volontà.

Non esistono alternative rispetto a una lunga marcia, della quale non sono ancora chiari né gli obiettivi, né i mezzi richiesti per superare gli ostacoli che si incontreranno strada facendo. E non si fa un passo in avanti in questa direzione, se innanzi tutto non cerchiamo di evitare che la crisi europea si concluda con il cadavere dell’UE. La sfida la si vince solo superando gli angusti confini delle piccole patrie e, per quanto malconcia, l’Unione europea è l’unico terreno sufficientemente esteso a nostra disposizione.

Fiori europei


Giorgio Mascitelli

imagesLa bufera suscitata dalla battuta di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo ( l’insieme dei ministri delle finanze della zona euro), relativa a chi si comporterebbe come uno che spende tutto in alcol e donne e poi chiede aiuto, è con ogni probabilità un fuoco di paglia destinato a spegnersi rapidamente, ora che il ministro tedesco delle finanze Schäuble ha chiarito che per il suo protégé olandese di dimissioni proprio non si parla. Questo episodio, tuttavia, proprio per la sua estemporaneità è molto utile per capire alcuni aspetti dell’attuale ideologia europea e, anzi, meriterebbe di entrare in un’antologia che la documentasse.

La dichiarazione, nella sua intervista alla FAZ, che ha suscitato l’ira di molti esponenti politici dell’Europa del Sud, è la seguente: “Come socialdemocratico considero la solidarietà molto importante. Ma chi la reclama ha anche degli obblighi. Non posso spendere tutto il mio denaro per alcol e donne e poi chiedere sostegno. Questo è un principio che vale sul piano personale, locale, nazionale e anche europeo”. In risposta alle polemiche il ministro olandese ha spiegato di aver enunciato un principio generale senza mai citare l’Europa del Sud e che il suo commento era “diretto e può essere spiegato da un rigida cultura olandese, calvinista, con immediatezza olandese”. Vale la pena di soffermarsi con un po’ di acribia su queste dichiarazioni perché sono per l’appunto un interessante documento ideologico a cominciare dall’uso della parola ‘solidarietà’, che è chiaramente impiegata in modo improprio, perché essa in quanto sentimento può essere provata spontaneamente e non certo sollecitata come può esserlo invece un aiuto concreto. In altre parole Dijsselbloem usa una parola, appartenente al lessico politico del socialismo, per indicare l’azione di chi concede aiuti economici diretti o indiretti a certi stati in un quadro di trattative su regole di bilancio e su scelte di linee di politica economica piuttosto complesse la cui riduzione a concetti di uso comune come ‘giusto’ o ‘solidale’ appare molto opinabile; parimenti non è facile indicare i destinatari reali degli aiuti economici come dimostra la vicenda greca. Superfluo aggiungere che i comportamenti di cui sopra c’entrano ben poco con quello che nel linguaggio standard si chiama ‘solidarietà’ e tanto meno con quello che si intende nella tradizione socialista, dunque l’uso di questo termine è chiaramente un eufemismo.

Anche la contestata dichiarazione relativa a coloro che spendono tutti i loro averi in donne e alcol appare alquanto banalizzante: non solo perché difficilmente uno stato può essere in difficoltà solo per aver speso tutto o gran parte delle proprie entrate in cose futili, ma perché è fuorviante paragonare comportamenti individuali a quelli collettivi. Peraltro secondo certi economisti, anche protestanti, perfino il comportamento individuale di chi sperpera il proprio denaro in liquori e in regali lussuosi ad amanti fugaci svolge un ruolo più utile nell’economia di chi accumula e poi affida a società finanziarie, aventi sede ad Amsterdam o in qualche altro paradiso fiscale, il compito di moltiplicarli tramite operazioni virtuali. In generale questa equiparazione di azioni individuali a scelte politiche che hanno ricadute collettive è ingannevole in quanto esclude numerosi e complessi fattori che determinano l’attuale situazione.

In un certo senso i chiarimenti che Dijsselbloem ha offerto sulle sue dichiarazioni sono ancora più interessanti. Il fatto che non abbia citato direttamente l’Europa del Sud non dimostra che egli non si riferisse a questa: infatti una delle funzioni del linguaggio alla base della comunicazione umana è quella referenziale, ossia riferita al contesto. Ora il contesto di quelle dichiarazioni, il luogo in cui sono state fatte, l’incarico occupato da chi le faceva, la storia recente e il presente conducono oggettivamente a indicare nei paesi dell’Europa del Sud i destinatari di simili cortesie.

Per quanto concerne il rigore calvinista e la franchezza olandese, occorre ricordare che tra allusioni ed eufemismi queste dichiarazioni appaiono il contrario di una schietta franchezza, mentre è fuorviante il richiamo al calvinismo sia perché quasi tutte le culture tradizionali europee hanno forme di riprovazione morale dello sperpero dei propri averi sia perché l’Olanda è il paese europeo con il più alto livello di indebitamento privato. È il passo più inquietante che ammicca a mitologie di superiorità nazionali e razziali di popoli più schietti e più rigorosi di altri.

In definitiva le dichiarazioni di Dijsselbloem sono imperniate su semplificazioni irridenti dei problemi trattati e sul richiamo, tanto più forte quanto più ambiguo, a un immaginario politico mitologico. Di solito questi ingredienti sono tipici dell’estrema destra nella sua versione attuale populista. Queste parole non sono semplicemente l’uscita maldestra di un politico in difficoltà a causa delle elezioni nel suo paese, che cerca di mantenere il proprio posto, al contrario esse sono la testimonianza di una mentalità diffusa, come dimostrano il suo rifiuto di scusarsi e l’appoggio ricevuto dai governi tedesco e francese. Si vede qui in nuce la sostanziale contiguità culturale ed entro certi limiti politica tra neoliberismo delle élite europee e populismo: entrambi si nutrono del medesimo cocktail di esaltazione della competitività, retorica, irresponsabilità, autoritarismo e razzismo, solo che variano le percentuali degli ingredienti in ragione delle peculiarità sociali delle diverse platee cui si rivolgono l’uno e l’altro.

Teniamoci a mente questo episodio perché, temo, non sarà l’ultimo in cui questa contiguità emergerà in maniera evidente per opera di qualche ‘europeista convinto’, quale, secondo le classificazioni oggi in voga, è Dijsselbloem.

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L’europeista argentino

Lelio Demichelis

Berg-Eur«Se non esci da te stesso, non puoi sapere veramente chi sei. E bisogna allontanarsi dall’isola per vedere com’è fatta veramente un’isola, così come bisogna allontanarsi da se stessi, per vedere chi si è realmente», scriveva il portoghese José Saramago.

Ed è ciò che ha fatto, venerdì, papa Francesco, parlando ai leader ( sic!) europei. Lui, argentino anche se di origini italiane, ha guardato da lontano questa Europa e ne ha offerto una lettura sociale e antropologica che più vera e insieme più europeista non si poteva, mettendone in luce tutti i punti critici, le mancanze e le contraddizioni e soprattutto il suo nuovo (l’ennesimo) nichilismo esistenziale e politico. Di più: papa Francesco ha offerto anche una ricetta per guarire questa Europa dai mali a cui economia e ordoliberismo l’hanno incatenata.

Che tutto questo lo abbia fatto papa Francesco è in verità molto imbarazzante. Soprattutto per un laico impenitente e non credente come chi scrive, è davvero imbarazzante dover ammettere che le riflessioni migliori sui sessant’anni dell’Europa, indegnamente celebrati ieri a Roma, siano state pronunciate dal papa. Dovendo subito dopo riconoscere una seconda verità altrettanto imbarazzante: che le cose peggiori sull’Europa le hanno fatte due grandi media come Corriere della sera e Repubblica (e i rispettivi siti), di fatto nascondendo ancora una volta le parole del papa (e ha ragione Luciano Canfora quando sottolinea la sproporzione tra la overdose di presenza mediatica di Giovanni Paolo II e quella minimale di papa Francesco) o riassumendole in dieci righe scarse (come Repubblica cartacea), invece di analizzarle e rilanciarle come una sorta di possibile Nuovo Manifesto di Ventotene (e non credo me ne vorranno male - dicendo questo - Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hischmann e Eugenio Colorni - anzi).

Ma cosa ha detto di così scandaloso, papa Francesco?

In primo luogo ha richiamato quella cosa che abbiamo tutti rimosso, ovvero la memoria. Una memoria che «non può essere solo un viaggio nei ricordi», perché la memoria (la storia), «sarebbe sterile se non servisse a indicarci un cammino», oggi diremmo un nuovo cammino e soprattutto un cammino diverso da quello tecnocratico/ordoliberista di Berlino e di Francoforte, convinti come siamo che di più Europa abbiamo bisogno, ma di un’Europa diversa. E invece, ha detto ancora Francesco, «i nostri giorni» sembrano davvero dominati da un totale «vuoto di memoria» che ha di fatto cancellato la fatica occorsa per far cadere quel muro che divideva l’Europa («quell’innaturale barriera dal Mar Baltico all’Adriatico»), ben simboleggiato dal Muro di Berlino. Ma invece di ricordare, ora in Europa si discute di come e dove costruire nuovi muri per lasciare fuori quella «colonna di donne, uomini e bambini in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari». Ma Francesco è andato oltre (forse il suo scandalo è anche in questo) e ha parlato della necessità di «edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali possano trovare ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente». E quindi, e conseguentemente, ecco il suo richiamo al concetto e alle buone pratiche di solidarietà, «quanto mai necessaria oggi davanti alle spinte centrifughe, come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie» - Francesco rivendicando così un’Europa soprattutto sociale e solidale. Una «solidarietà che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi» e che non deve quindi rimanere solo «un buon proposito» ma deve diventare la mappa per azioni politiche «caratterizzate da fatti e gesti concreti, che avvicinino al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e di guardare oltre».

È quindi alla politica che Francesco si rivolge perché «eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, e piuttosto elabori politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa». Che è cosa ben diversa, ci pare, dall’aberrante idea, oggi tornata di gran moda, di un’Europa a due velocità. Ma soprattutto - e qui entriamo nel campo della politica come cura della polis, quella politica che l’Europa ha appunto e invece rinnegato facendosi tecnocrazia o democratura: «L’Europa non è un insieme di regole da osservare, non è un prontuario di protocolli e procedure da seguire». Perché, ha aggiunto - ricordandoci implicitamente che società non è sinonimo di mercato, come invece vorrebbero farci credere i neoliberisti e gli ordoliberali - «lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche».

No, non è stata una predica quella di Francesco: piuttosto (pur con alcune cose che da laico e non credente non posso condividere) un discorso di alto profilo politico e culturale. Che vuole provare a ricordarci che l’economia è solo un mezzo al servizio dell’uomo (che è il fine, e lo diceva anche Kant), che mezzo (per il profitto o per il dogma del pareggio di bilancio) non lo deve quindi essere l’uomo, che la società deve essere laica e solidale, che la politica non è un prontuario di protocolli e di procedure da seguire, che «la parola crisi ha origine nel verbo greco crino, che significa investigare, vagliare, giudicare. Il nostro è dunque un tempo di discernimento, che ci invita a vagliare l’essenziale e a costruire su di esso: è dunque un tempo di sfide e di opportunità». Ma qualcuno - in Europa e soprattutto a sinistra - sa ancora il significato di questi concetti? E sa uscire dalla propria autoreferenzialità ordoliberista, guardare a cosa si è (è stata) ridotta l’Europa (macerie di se stessa; incubo, da sogno che era) e provare a imboccare un nuovo cammino?

Imbarazzante davvero, che a ricordarcelo sia un papa. Sia pure di nome Francesco.

Flussi di paura

naveGiorgio Mascitelli

Nelle prime pagine del suo celebre Storia notturna Carlo Ginzburg racconta come nel 1321 in Francia si propagò un’ondata di violenze nei confronti dei lebbrosi, accusati di avere avvelenato le acque potabili in odio ai sani; in seguito alcuni dei lebbrosi furono sottoposti a tortura e naturalmente ammisero l’esistenza di una congiura per conquistare la cristianità. Il 21 giugno dello stesso anno Il re di Francia Filippo V il Lungo emanò così un editto nel quale si autorizzava la reclusione e l’uccisione dei lebbrosi, si confiscavano i loro beni e tutti i processi venivano avocati dalla corona in quanto imputati del delitto di lesa maestà (in seguito alle proteste dei prelati e dei nobili che amministravano i beni dei lebbrosari la confisca dei beni verrà annullata). Da quel momento in poi i lebbrosi, che sino ad allora venivano ricoverati in istituzioni ospedaliere in cui si entrava volontariamente, verranno segregati in luoghi chiusi; mentre a più riprese la voce della congiura riemergerà, associando sempre più spesso ai lebbrosi gli ebrei, finché questi ultimi – nelle dicerie e nei provvedimenti pubblici – soppianteranno del tutto i primi.

Sempre più spesso, in questi ultimi mesi, queste pagine del grande storico di fronte alle reazioni di molti governi di stati europei, e delle rispettive opinioni pubbliche, all’ondata dei profughi. So benissimo che è sbagliato, o quanto meno azzardato, cercare similitudini in eventi storici lontanissimi e diversissimi; so benissimo che, per fortuna, esiste un movimento di solidarietà e che in determinate realtà alcune situazioni difficili sono state risolte in maniera dignitosa dalle autorità locali. Eppure il crescendo di misure annunciate da varie nazioni (dai muri fisici e virtuali alle confische di beni dei profughi, dai rimpatri di massa fino alle accuse ai greci di compiacenza e inefficienza nel controllo dell’emigrazione, con reiterate minacce di espulsione dall’area Schengen) non può non richiamarmi alla mente il miscuglio di paura e odio descritto da Ginzburg.

Del resto solo un flusso di paura crescente può spiegare il fatto che un paese marginale in termini politici, economici e demografici come l’Ungheria sia riuscito a imporre la propria linea sulla questione rifugiati all’intera Unione, e in particolare al capo del potente governo tedesco – senza il consenso del quale, si può dire, non si muove foglia in Europa. Certo l’Ungheria ha interpretato in anticipo lo spirito dominante nell’Unione contando evidentemente sugli effetti perversi del cosiddetto regolamento di Dublino II, che regola la questione profughi nella UE scaricandola di fatto sui paesi d’arrivo. In fondo, se qualcuno si spingesse ad affermare che Orban ha superato Merkel sul terreno che le è proprio e che lei stessa aveva usato spregiudicatamente in passato, ovvero quello di fomentare paure nazionali al fine di ottenere risultati politici ed economici, non mi sentirei di dargli torto.

Non ha particolare senso sostenere che questa ondata xenofoba sia frutto dei timori e delle difficoltà politici ed economici che vivono le popolazioni europee; non perché non sia vero, ma perché ogni ondata di questo genere nella storia ha avuto alla base ingredienti di questo genere, tra gli altri. La xenofobia vive periodi di latenza, ma su di essa si deve avere la consapevolezza che ha Rieux alla fine della Peste di Camus: mentre la città festeggia la fine dell’epidemia, egli sa che la gioia dei suoi concittadini è solo provvisoria: il bacillo della malattia si annida ancora da qualche parte. Certo non hanno questa consapevolezza coloro che negli anni Novanta – proprio quando si andavano gettando le basi degli attuali problemi – hanno descritto la globalizzazione con toni da Ballo Excelsior, e che hanno scambiato come pilastri di un nuovo ordine mondiale i sintomi del caos sistemico che viviamo ora.

È indicativo dello stato d’animo europeo di paura il fatto che gli avvenimenti della sera di San Silvestro a Colonia abbiano assunto un rilievo nell’immaginario collettivo, almeno in parte spontaneamente e non solo a causa dell’enfasi mediatica, quasi simile a quello avuto dagli attentati di Parigi. Infatti gli episodi capitati nella città renana sono utilizzabili a pieno titolo in una narrazione mitologica che richiami il modello del ratto delle fanciulle da parte dell’invasore. Se frammenti di paure ancestrali si diffondono, amplificati per di più dalla convinzione mainstream che il progresso tecnologico ci abbia resi immuni dagli errori del passato, la voce della critica langue e rimane sempre più isolata. La geografia della paura per le ondate migratorie si sovrappone a quella della paura per la crisi economica, indicando l’origine dei guai che investono la virtuosa Europa centrosettentrionale nella rotta che passa per Grecia e Italia. Ciò che a uno sguardo razionale appare una condizione geostorica, in una prospettiva mitologica si carica di significato simbolico. Di fronte alla paura, temo, le differenze tra destre tecnocratiche e populiste tendono ad appiattirsi e del resto, giova ricordarlo, lo stesso Orban non apparterrebbe in teoria al novero degli estremisti di destra, essendo a pieno titolo membro del Partito popolare europeo.

I flussi di paura sono perfettamente globali, o quanto meno continentali, a dispetto del localismo delle forze che si accingono a sfruttarli; mentre le poche forze che potrebbero contrastarli restano divise e ancorate a prospettive nazionali. In un certo senso sono simili ai flussi di denaro: per la loro rapidità e la loro irrazionalità. Soldi e paura sono le grandi forze cosmopolite del nostro tempo: il che, se non fosse drammatico, conterrebbe anche la sua buona dose di ironia nei confronti di una certa retorica neoliberale.

Salvare l’Europa. E gli europei

Lelio Demichelis

«La cosa più triste, nella crisi europea, è l’ostinazione con la quale i leader europei al potere presentano la loro politica come l’unica possibile; e il loro timore per ogni scossa politica che possa alterare anche solo di poco l’attuale quadro istituzionale. La palma del cinismo spetta sicuramente a Jean-Claude Juncker il quale, dopo le rivelazioni di LuxLeaks spiega tranquillamente all’Europa sbalordita di non avere avuto altra scelta, quand’era alla testa del Lussemburgo, se non quella di gonfiare la base fiscale dei suoi compatrioti: “L’industria declinava, vedete, dovevo pur trovare una nuova strategia di sviluppo per il mio paese; cos’altro potevo fare se non trasformarlo in uno dei peggiori paradisi fiscali del pianeta?”». Lo scriveva nel 2014 su Libération Thomas Piketty, economista all’École des hautes études en sciences sociales e all’École d’economie di Parigi – ma soprattutto autore del famosissimo, e molto citato, Il capitale nel XXI secolo, pubblicato da Bompiani un paio d’anni fa.

Ora quell’articolo e altri, apparsi sul quotidiano francese tra il 2004 e il 2015, sono raccolti nel volume Si può salvare l’Europa?, pubblicato in italiano sempre da Bompiani. Offrendo una sintesi – molto condivisibile in quasi tutti i punti – del suo pensiero di economista e di storico della disuguaglianza oltre che di critico delle politiche europee di austerità. Una sintesi che copre campi diversi – molto francesi alcuni, più europei se non globali altri – che parte appunto da un prima della crisi per arrivare poi alla analisi dettagliata e appunto critica della crisi scoppiata nel 2007 in America e in Europa nel 2008 – e delle diverse strade scelte da Stati Uniti e Unione Europea per uscirne. Con un taglio giornalistico, certo, anche se mai semplicistico e tuttavia con immagini o metafore spesso accattivanti come l’accusa (sempre del ’14) al presidente Hollande di essere non più un socialista ma di voler passare alla storia, se va avanti così, per un socialmaldestro, ovvero «un adepto dell’improvvisazione permanente, uno che prima delle elezioni avrebbe fatto meglio a riflettere su cosa intendeva fare una volta eletto».

In verità, in questi ormai quasi dieci anni di crisi l’Europa ha conseguito un primato assoluto di concentrazione di politici maldestri, che hanno pensato di risolvere la crisi stessa non con doverose politiche anti-cicliche ma tutte assurdamente pro-cicliche, aggravando cioè la crisi anziché risolverla. Maldestra, incapace e ostinata – questa Europa? O forse, e piuttosto (viene da dire): perfettamente coerente con l’ideologia neoliberista austro-americana e insieme ordoliberale tedesca che appunto da oltre vent’anni la sta dominando (e, dovremmo dire anzi, minando: consumando, distruggendo nella conseguente proliferazione di populismi, razzismi e di destra estrema: Ungheria, oggi Polonia). Un’ideologia, cioè un sistema chiuso di pensiero, che vive nella propria autoreferenzialità (i mercati funzionano in automatico, ha sentenziato Mario Draghi), per cui se la realtà contraddice l’ideologia è la realtà «sbagliata», non l’ideologia stessa. Un’ideologia che ha fatto della critica al welfare, della deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro, delle privatizzazioni, delle disuguaglianze deliberatamente prodotte (dato che «la progressività dei sistemi fiscali è stata fortemente ridotta», sintetizza Piketty) e del dover diventare ciascuno imprenditore di se stesso il proprio credo assoluto – la sua teologia economica (capitalista).

Scrive Piketty: «Nel corso degli ultimi decenni, le classi popolari hanno subito l’equivalente di una doppia punizione, sia economica, sia politica. Lo sviluppo economico non ha certo favorito i gruppi sociali più svantaggiati dei paesi sviluppati e un tale corso politico non ha fatto che inasprire le tendenze in atto. Si sarebbe potuto pensare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, le politiche adottate nel loro complesso si adeguassero alla nuova realtà, chiedendo di più ai beneficiari del nuovo corso (i ricchi sempre più ricchi), per provvedere con maggiore energia ai gruppi sociali più colpiti. Invece è accaduto l’esatto contrario».

E dunque, come salvare l’Europa? Non basta scusarsi, scriveva Piketty nel ’14, è piuttosto giunto il tempo di ammettere «che sono le stesse istituzioni europee ad essere chiamate in causa e che solo una rifondazione democratica dell’Europa può aiutare a portare avanti politiche di progresso sociale». Il problema – chiosiamo – è che nessuno si è ancora scusato, né mai lo farà, e che anzi l’Europa prosegue lungo il suo piano inclinato. Un piano che vediamo inclinato solo noi critici ma non la classe dirigente europea (Piketty insiste molto sulle colpe non solo tedesche ma anche francesi e italiane): perché quanto si è realizzato (non vediamo un’altra spiegazione) era precisamente l’obiettivo ideologico da raggiungere. Piketty aveva molta fiducia in Syriza e in Podemos: i leader europei ma anche i mass media dovrebbero avere l’intelligenza, scriveva sempre nel ’14, di capire che «questi movimenti politici a sinistra della sinistra sono fondamentalmente internazionalisti e filoeuropei. Anziché emarginarli, bisogna collaborare con loro per tracciare i contorni di una rifondazione democratica della UE». Già, perché a bloccare l’Europa «sono innanzitutto i vincoli antidemocratici su cui è stata costruita: rigidità dei criteri di bilancio, regola dell’unanimità sulle questioni fiscali, la tecnocrazia. E ancora di più, l’assenza di un investimento sul futuro».

La democrazia, dunque, come via obbligata per salvare l’Europa (e gli europei). Ma anche un pensiero politico progettuale capace di investire sul futuro. Ancora più difficile, certo in un’Europa che dopo la crisi economica si trova oggi incapace di gestire anche la crisi dei migranti. Un’Europa oggi sempre più affascinata dalla non-democrazia, dal populismo, dal nazionalismo.

Solo la democrazia salverà l’Europa. Il come e con chi è ancora tutto da costruire.

Thomas Piketty

Si può salvare l’Europa? Cronache 2004-2015

traduzione di Sergio Arecco

Bompiani 2015, 392 pp., € 20

Cos’è la patria del tedesco?

Franco Berardi Bifo

Domenica, silenzio. Non giungono segnali dalla piazza. Come reagiscono i greci alla sconfitta di Tsipras, all’umiliazione clamorosa cui il gruppo dirigente europeo ha voluto sottoporli, alla vendetta tedesca per la ribellione del No al referendum? Come si preparano a vivere gli anni a venire che saranno ancora più disperati e miserabili dei cinque anni che hanno appena vissuto? Nei prossimi giorni capiremo se a questo punto piegheranno la testa, e accetteranno ciò che il destino sembra imporre, o se continueranno nella ribellione anche senza e anche contro Tsipras. O se - come è più probabile, a questo punto emergeranno i nazisti di Alba Dorata in un nuovo girone dell’inferno in cui l’Unione Europea li ha condotti. Si prepara imo sciopero dei dipendenti pubblici per la giornata di mercoledì, quando il Parlamento dovrà votare il diktat della Troika.

Il terrore finanziario che ammutolisce la Grecia porta un messaggio chiaro per tutti gli altri: per gli spagnoli, i portoghesi, gli irlandesi che nei prossimi mesi andranno alle urne. Ora sappiamo che non esiste una via d’uscita elettorale. Il debito infinito cresce ogni anno, dato che per pagare il debito si deve sprofondare ogni anno di più nella recessione. Ma con gli strumenti della democrazia non se ne esce. Syriza ha vinto le elezioni, poi ha vinto clamorosamente un referendum, ma la vendetta tedesca ha stroncato tutte le speranze. È una lezione che il gruppo dirigente dell’Unione intendeva impartire a Podemos.

Che senso ha a questo punto votare per Podemos alle prossime elezioni spagnole? Che senso ha in Italia affannarsi a costruire un’alternativa elettorale, organizzare referendum per riconquistare qualcosa di ciò che ci è stato tolto? Nessun senso, dal momento che tutti gli strumenti della democrazia elettorale sono neutralizzati dal pilota automatico o dal terrore finanziario. Perché il pilota automatico della finanza possa funzionare, l’Unione europea procede da un colpo di stato all’altro: prima fu il siluramento di Papandreou, poi fu l’imposizione di Mario Monti in Italia, ora è il terrore contro Syriza. Perché insistere nel provarci? La strada della democrazia è chiaramente preclusa. Ne esiste un’altra? Un paese che in fatto di terrore ha un’esperienza consolidata si è incaricato di terrorizzare la Grecia per imporre la volontà della finanza globale.

Ora occorre interpretare il modello che emerge dal colpo di stato che si è compiuto il 13 luglio: occorre un concetto che ci permetta almeno di capire in quale mondo siamo entrati. L’era neoliberale che iniziò ufficialmente l’11 settembre del 1973 a Santiago entra ora in una nuova fase che chiamerei neocolonialismo finanziario. Attraverso l’imposizione di un debito che cresce man mano che lo si paga, diventa possibile per il paese colonialista (nel nostro caso la Germania) sottrarre senza limiti di tempo risorse ai paesi colonizzati (in questo caso la Grecia).

L’Unione europea è ormai tenuta insieme soltanto dalla forza del ricatto, ma c’è ragione di temere che presto si tratterà di forza punto e basta. Il leader di Alba dorata ha dichiarato oggi che adesso è il loro momento. In piazza Syntagma si bruciano bandiere dell’Unione. Syriza è stata forse l’ultimo argine contro il fiume in piena dei nazionalismi. Quell’argine è stato sgretolato dall’assedio della finanza e dalla vendetta tedesca. Anniversario del massacro di Srebrenica. Occorre ricordare il ruolo che la Germania di Kohl svolse nell’avviare la guerra civile jugoslava, perché la guerra jugoslava si avvia a diventare lo scenario d’Europa. E la Germania è ancora il primattore.

Quand’ero bambino mio padre raccontava ogni volta che se ne presentava l’occasione la storia della sua detenzione ad opera dei nazisti nel carcere di Osimo. Non mi insegnò a distinguere tra la parola “nazisti” e la parola “tedeschi”, per la ragione facilmente comprensibile che i soli tedeschi che aveva conosciuto in vita sua erano militari della Germania nazista. Poi venne il ’68 e lessi i saggi di Rudi Dutschke e compresi che non esistono i popoli ma le persone, le classi e i movimenti. Ma il 25 aprile del 1968 un lettore dei giornali di Springer sparò un colpo di pistola a Rudi Dutschke.

Pur sapendo che la parola tedeschi e la parola nazisti sono da distinguere mi rimase il sospetto che il lettore di Springer rappresentasse la maggioranza della popolazione di lingua cultura e nazionalità germanica. Dato che le emozioni sono importanti nella storia almeno tanto e forse più di quanto lo sono i concetti razionali, temo che prossimamente sarà difficile evitare che l’emozione suscitata dal pogrom ai danni del popolo greco sfoci in odio per i tedeschi. Nonostante la mia formazione internazionalista e il mio rifiuto dell’identificazione nazionale, mentirei se dicessi che il mio subconscio riesce a distinguere oggi tra la parola Germania e la parola nazista. È forse questa la cosa che mi fa più paura.