Borgna: parlarsi, oltre il rumore

blabla_solo_300x250Lelio Demichelis

Siamo una società che parla molto, ma che non ascolta. Ed è un parlare compulsivo e veloce, dove tutti dicono tutto, tutti vogliono dire qualcosa e non importa cosa. Ma se tutti dicono, anzi gridano, bisogna infine dire gridando più forte per superare il rumore di fondo di grida senza comunicazione. Tutti parlano e tweettano e bloggano e sui social network il dire o i selfie sono subito superati dal dire e dal selfie successivo, il dire non ha sedimentazione, non nasce da riflessione interiore, non dialoga anche quando si crede di condividere (condividere non è dialogare) perché ciò che si è detto in realtà non si sedimenta in chi riceve. Producendo appunto un rumore fatto di parole in libertà che passano attraverso molteplici canali di comunicazione, dando l’illusione di una grande libertà ma che cadono quasi sempre nel vuoto del non ascolto, o dell’ascolto appunto istantaneo (che produce un vuoto analogo), tutti futuristicamente sedotti dal mito della velocità delle parole mentre in realtà comunichiamo monologhi, stimolati dalla potenza facile del mezzo tecnico che sembra offrire a tutti una tribuna immensa di potenziali ascoltatori.

E’ (siamo) una società di monologhi e di monologanti, dove tutti replicano il dire (i modi di dire e il come li si dice) degli altri e come gli altri, producendo in altro modo quel monologo collettivo già analizzato a suo tempo da Gunther Anders. Dove il dire ha surclassato il parlarsi, ovvero il parlare con gli altri per comunicare, discutere, sognare, immaginare, comminare insieme, prendersi cura degli altri e della parola che si deve usare per comunicare. La parola oggi è ma senza più parlare. Il vocabolario si è ristretto a 140 caratteri, usiamo emoticon ed emoji al posto delle parole - quella cosa che ci distingue come umani. Non più le parole ma lo smartphone: che evita il contatto dei corpi, non ci si guarda negli occhi, non si scrutano i segni del corpo altrui ma si sta chinati con lo sguardo su uno schermo che non vede nulla e nulla ci fa vedere. Che sembra permettere un grande discorso collettivo, ma sono invece monologhi che quindi nascondono, meglio: negano ogni vero discorso. Siamo diventati silenziosi, pur gridando sempre di più. Siamo ciechi perché non osserviamo e siamo sordi perché non ascoltiamo più, chiusi nel nostro solipsismo narcisistico e auto-referenziale. In famiglia, nella società, nella politica, in economia tutti dicono ma nessuno ascolta gli altri, nessuno si prende cura degli altri (migranti, esclusi, malati, giovani, disoccupati, eccetera). Siamo anoressici della parola e del parlarsi ma bulimici del dire. Anche la società non parla più, non progetta più, non si pensa più, non si immagina più. La parola dice, ma non dialoga e quindi non cura. Perché in realtà solo dialogando ci si prende cura degli altri, si conoscono gli altri, ma si conosce anche se stessi e si costruisce una società. La parola è l’estensione di sé, è la manifestazione di sé verso gli altri. È il porgersi verso gli altri, dicendo, per poi ascoltare.

Per re-imparare a parlare e a parlarsi consigliamo caldamente il nuovo libro (Parlarsi. La comunicazione perduta), di Eugenio Borgna, psichiatra, docente e saggista. Un libro meravigliosamente terapeutico (e le riflessioni iniziali sono un poco analisi sociologica ma un poco anche auto-analisi personale).

Dunque, il libro di Borgna. Poetico non solo per i molti poeti citati ma perché usa una parola poetica per parlarci (e aggiunge “la psichiatria, quando si confronta con le grandi emozioni della vita, ha bisogno della poesia”). Ricordandoci fin dall’inizio una cosa che abbiamo dimenticato, che “la sola comunicazione razionale non riesce ad essere strumento di rinascita interiore, di crescita e di maturazione, che non sono possibili se non quando la comunicazione non sia contestualmente razionale ed emozionale. Ma in vita siamo ogni volta tentati di considerare le cose alla luce della loro significazione razionale, senza fare attenzione a quella emozionale: non meno importante”. Oppure (aggiungiamo), qualcuno produce incessantemente emozioni per noi, gioca sul nostro non-razionale (siamo la società del godimento e dell’edonismo) per scopi propri, pensiamo al marketing emozionale e relazionale, alla pubblicità, alle paure indotte dal populismo, al rottamare come scopo della vita, allo storytelling infinito della rete e della tecnica. E invece, ricorda Borgna: “Comunicare è entrare in relazione con se stessi e con gli altri, comunicare è trasmettere esperienze e conoscenze personali, comunicare è uscire da se stessi per immedesimarsi nella vita interiore di un altro da noi: nei suoi pensieri e nelle sue emozioni. Noi entriamo in comunicazione, e cioè in relazione con gli altri, in modo tanto più intenso e terapeutico quanta più passione è in noi, quante più emozioni siamo in grado di provare, e di vivere. Se vogliamo creare una comunicazione autentica con una persona, se vogliamo davvero ascoltarla, non possiamo non farci accompagnare dalle nostre emozioni”. E si comunica con le parole, ma anche con il corpo vivente, con lo sguardo e con il silenzio, perché esiste anche il linguaggio enigmatico del silenzio, un silenzio che parla con altre parole, “quelle dello stupore, della gioia e della speranza, il silenzio ardente del mare e delle stelle, il silenzio del dolore e dell’angoscia, della tristezza e della disperazione, il silenzio delle cattedrali” Perché, citando Romano Guardini: “Solo nel silenzio si attua la conoscenza autentica. Conoscenza non è soltanto notizia”. E ancora: “Chi non fa che parlare, non si possiede realmente, giacché scivola via di continuo da se stesso e ciò che egli dona agli altri non sono che vacue parole”. Bisogna quindi re-imparare il silenzio interiore, “i calmi indugi sulle domande importanti, sui compiti gravi della vita, sui problemi riguardanti una persona che ci deve stare a cuore. Allora faremo una singolare esperienza: che il nostro mondo interiore è vasto, che in esso si può andare sempre più a fondo”. Giusto, ma difficile (aggiungiamo ancora) in un mondo (economico, tecnico, politico, esistenziale) che fa della semplificazione il suo mantra, che rifiuta la complessità e il pensare complesso e approfondito (preferendo fare surf sulle informazioni), che vive in un incessante stato di eccezione o di emergenza. Difficile praticare la calma e la riflessione; ma oltremodo necessario, anzi urgente.

Recuperando la solitudine che, scrive Borgna, “è una condizione psicologica e umana nella quale ci si separa temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose per rientrare in se stessi: nella nostra interiorità e nella nostra immaginazione; e questo senza smarrire mai il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri. (…) L’isolamento è invece una condizione psicologica e sociale nella quale si è chiusi, e talora quasi imprigionati, in se stessi; sia perché ci si vuole allontanare da ogni contatto con gli altri sia perché la malattia ci induce a farlo, sia perché sono gli altri ad allontanarsi da noi”. La solitudine e il silenzio diventano allora premessa per ogni relazione, ci aiutano a vivere meglio e più intensamente, distinguendo le cose essenziali da quelle che non lo sono. Anche se è evidente che “uno degli aspetti dominanti della condizione umana di oggi, e di quella giovanile in particolare, è il rifiuto della solitudine e l’incantamento per il digitale”.

Parlare, parlarsi, comunicare. Parole ambivalenti ma oggi svalutate, inflazionate, svuotate, quindi da recuperare nel loro significato umano e non solo di comunicazione mediatica. Comunicazione, che significa rendere comune (dal latino munus, dono). E dialogare: entrare in relazione con la nostra interiorità e con quella degli altri, sani o malati che siano, perché, scrive Borgna, comunicazione è sinonimo di cura.

Ancora possibile, pure “in un mondo così aridamente e così radicalmente digitalizzato”.

Eugenio Borgna

Parlarsi. La comunicazione perduta

Einaudi

pp. 96, 11,00

Da domenica 11 ottobre, alle 22.10 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Prima puntata: Amare (con la partecipazione, fra gli altri, di Luisa Muraro, Massimo Recalcati, Walter Siti).

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alfadomenica febbraio #2

DEMICHELIS su BORGNA e IL TEMPO - MAURI e GAMBA sulla MUSICA e DELEUZE – RUBRICHE di Giovenale - Carbone e Capatti

CHE COS'È IL TEMPO?
Lelio Demichelis

Tutti crediamo di sapere cosa sia il tempo. E di avere un tempo nostro, tutto nostro. In realtà, come per tutte le cose in cui siamo immersi, in cui siamo dentro non sappiamo esattamente cosa sia il tempo. Perché è immateriale. Perché è una costruzione forse solo filosofica, letteraria, metafisica, religiosa e oggi economica (il tempo è denaro) e tecnico (quel tempo reale che più irreale e dis-umano non potrebbe essere).
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MILLESUONI
Intervista di Ilde Mauri a Mario Gamba

Io ho incrociato Deleuze e Guattari come sempre in modo pratico, nel passaparola tra militanti, osservatori e sostenitori delle nuove sinistre sovversive, e ho maturato l'idea che siano stati autori fecondi e stimolanti per trasformazioni che non prevedano i due tempi (partito-presa del potere), dotati di una potenzialità intellettuale capace di dilatare, espandere e far deflagrare con potenza destituente le pieghe delle forme di vita.
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GIOCO (E) RADAR - GLITCH, ALTERAZIONI, DISFUNZIONI (II)
Marco Giovenale

Se una parte della critica anche artistica è in ritardo di trent’anni rispetto alle sperimentazioni più recenti (specie non italiane), non recupererà mai l’ulteriore gap rispetto a quanto si fa oggi, o da pochi anni, nelle particolari aree di non transitività dei linguaggi. È forse impossibile, anche strutturalmente.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

A 56 anni il dottor Campion è più in forma di quando ne aveva 30. Per mostrarmi la pancia che aveva tre anni fa, prima di cominciare a prendere gli integratori di testosterone, passa in rassegna una serie di immagini sul suo iPhone 6. Nelle foto più recenti i suoi addominali assomigliano a una scultura in codice Morse. (Alexis Madrigal)
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RICETTA di Alberto Capatti

Alla francese indicava nell’800 un cibo delicato, elegante, senza aver necessariamente tale origine. In Italia, si abusava di questo attributo e il primo fu Pellegrino Artusi a criticarlo, mettendo fine alla leziosaggine di certi cuochi.
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Che cos’è il tempo?

Lelio Demichelis

Tutti crediamo di sapere cosa sia il tempo. E di avere un tempo nostro, tutto nostro. In realtà, come per tutte le cose in cui siamo immersi, in cui siamo dentro non sappiamo esattamente cosa sia il tempo. Perché è immateriale. Perché è una costruzione forse solo filosofica, letteraria, metafisica, religiosa e oggi economica (il tempo è denaro) e tecnico (quel tempo reale che più irreale e dis-umano non potrebbe essere).

E c’è il tempo degli altri e con gli altri (sempre meno, in verità). C’è il tempo della vita e della morte. Il tempo della felicità e dell’infelicità, della gioia e della speranza, della noia e del tedio; e del lavoro. Il tempo degli orologi e dell’industria e oggi della rete: un tempo che non scegliamo ma che ci viene im-posto da qualcuno o da qualcosa (da un apparato di cui abbiamo perso il controllo ma che incessantemente governa e organizza la nostra vita riempiendola di fare e di avere impedendoci però di essere).

Gli antichi greci avevano un tempo ciclico, in cui tutto sembrava sempre ri-tornare, il che non escludeva tempi progettuali, come quello di Ulisse che - anche sfidando gli dei - vuole tornare a Itaca e alla fine ci riesce. Le religioni monoteistiche hanno poi cambiato l’idea e il senso di tempo, che ha acquisito linearità e direzione e si è fatto storia, con un inizio/passato (la Creazione), un presente e poi un futuro (è tempo escatologico).

Escatologia religiosa che diventa poi escatologia da religione secolare con le ideologie politiche di Otto e Novecento, per un tempo che diventa poi, oggi, un tempo compresso sempre più nell’istantaneità e nell’immediatezza, tutti noi soggetti ad un principio di piacere che non deve confrontarsi più con il principio di realtà, confondendosi sempre più con il principio di prestazione, fino al suo annullamento in semplici momenti senza senso, quasi facendoci ritornare ad un tempo nuovamente ciclico, in cui tutto ritorna, o meglio ad un tempo immobile, senza futuro perché non va più da nessuna parte.

E ancora: c’è il tempo di chi ha paura del tempo e sogna di cancellarne i segni dal suo corpo. C’è il tempo dell’Universo e della fisica. Il tempo della memoria (sempre meno, messa su un hard disk o in una nuvola/cloud) e il tempo della speranza (uccisa dall’ultima crisi, dalle troike e da Angela Merkel).

E c’è il tempo magistralmente descritto e analizzato da Eugenio Borgna - primario emerito di Psichiatria all’ospedale di Novara e libero docente all’Università di Milano - in questo suo nuovo libro, Il tempo e la vita. Un libro particolare, come tutti i libri di Borgna. Che si legge d’un fiato – per stile di scrittura quasi poetica, per costruzione dell’analisi, per coinvolgimento emotivo, facendoci emozionare così come Borgna si emoziona leggendo le pagine di scrittori, filosofi, poeti, teologi che hanno scritto di tempo e del tempo. Ma è un libro che poi e conseguentemente invita a fermarsi, a prendere tempo, un tempo lungo perché la fretta uccide il pensiero e insieme uccide la riflessione e lo sguardo su di sé e dentro di sé. Un prendere tempo per rileggere, ma soprattutto per un ri-prendersi il tempo per stare con se stessi (in quella solitudine che è cosa virtuosa e diversa dall’isolamento cui invece ci obbliga il sistema), riflettendo sulle cose lette.

Un tempo – e la narrazione e insieme la riflessione sul tempo di Borgna - che si snoda, pagina dopo pagina, tra la ricerca del tempo perduto e il tempo della grazia, tra nostalgia e rimpianto e sguardo sull’infinito, tra tempo della malattia e tempo della cura, chiudendosi poi con un invito ad ascoltare il silenzio e ad ascoltare nel silenzio. Un tempo (in verità, molti tempi diversi e combinati tra loro) fatto di emozioni, cioè “di esperienze psicologiche e umane che il linguaggio del cuore sa cogliere in modo molto più rapido e concreto che non il linguaggio della ragione calcolante”.

Perché appunto, oggi viviamo nel tempo degli orologi – ovvero, aggiungiamo, in un tempo meccanico sempre più suddiviso e frammentato (oltre che velocizzato e intensificato senza sosta nell’imperativo capitalistico della produttività) - ma il tempo non è solo questo o non dovrebbe essere solo questo, perché nel tempo accadono (dovrebbero accadere) emozioni e nel tempo si prova paura nostalgia rimorso ma anche gioia, nel tempo e grazie al tempo avvengono cose e si producono relazioni, c’è il tempo dell’amore così come c’è il tempo dell’adolescenza e il tempo della vecchiaia, costruendo ciascuno di noi una molteplicità di tempi che producono io diversi, così come per Borgna c’è il tempo dell’ospedale psichiatrico e quello fuori dall’ospedale.

Moltissime le citazioni. Con un prezioso e articolato lavoro di scelta tipico anche di altri libri di Borgna, che deliberatamente accoglie e fa proprio ciò che diceva Benjamin, le citazioni dilatano cioè la voce di un libro, lo sottraggono al soliloquio e aprono il lettore ad un dialogo incessante e sempre rinnovato con gli altri, con i loro pensieri, le loro idee, le loro opinioni ed emozioni. Uscire dal soliloquio, perché le citazioni “sono una porta aperta ad uscire dai confini del proprio io, e a vivere la vita, il tempo della vita, nella sua dimensione interpersonale”.

Il tempo, dunque. Se nessuno mi interroga, scriveva già Agostino nelle Confessioni, so cos’è il tempo. Ma se volessi o dovessi spiegarlo a chi mi pone la domanda, allora non lo so più. “Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente”. Per poi domandarsi: ma come esistono il passato e il futuro, se il primo non è più e il secondo non è ancora? E il presente, se fosse sempre, non sarebbe forse eternità? In realtà “non possiamo parlare di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere”.

Presente, passato e futuro sono allora solo dimensioni dell’anima e incessantemente sconfinano e si confondono tra loro (e forse esistono solo “il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro”). Mentre Seneca non si stancava di ripetere che la maggior parte degli uomini dissipa se stesso per la sua propria follia di riempire la vita di vane occupazioni e di insensata agitazione, senza produrre nulla di veramente nuovo. Forse perché, come ricordava Eraclito, “per quanto tu possa camminare, i confini della tua anima non li troverai mai”? Eppure, aggiunge Borgna “non si può non andarne alla ricerca”. Cercando l’anima. E l’infinito, quello di Leopardi, quello dentro di sé, ascoltandolo perché si nasconde in ogni cosa e in ogni altra persona.

E ancora il tempo della gioia, quell’emozione che nasce solo quando il cuore si sottrae alla quotidianità, emozione bellissima ma fragilissima e forse, aggiungiamo, fragilissima perché bellissima. E il tempo della malattia e del dolore – come quando mio padre è morto tra le mie braccia, io guardando il suo tempo che si fermava lentamente mentre il mio continuava per piangere e per domandare perché, perché il tempo deve finire negando la stessa idea di futuro riempiendosi invece di rimpianto e di ricordo che però non bastano a ridare la vita e il tempo della vita insieme. Perché si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, scriveva Ungaretti e a volte l’autunno sembra non finire mai, sommersi dalle foglie di noi stessi. Ma Borgna, con ragione e passione ci ricorda che la memoria vissuta, quella delle emozioni “resiste molto di più, infinitamente di più che non la memoria calcolante e geometrica”.

E infine e appunto, il bisogno di silenzio, di un tempo di silenzio, per ascoltare il silenzio e ascoltare nel silenzio. Difficile, perché abbiamo paura del silenzio e per questo lo sfuggiamo o lo soffochiamo sotto rumori continui, in una compulsione al fare che sconfina nella coazione. Conclude invece Borgna, “silenzio e solitudine sono luoghi dell’anima dai quali possono rinascere parole che dicano qualcosa, almeno qualcosa, sul senso del tempo della vita nelle diverse età e nelle diverse situazioni della vita, ma nella consapevolezza che le ombre del mistero non sono eliminabili dalla esperienza del tempo che è in noi, e negli altri da noi”.

Eugenio Borgna
Il tempo e la vita
Feltrinelli (2015), pp. 217
€ 18.00