Devi essere eugenetica!

Giorgio Mascitelli

Il noto divulgatore scientifico riduzionista Richard Dawkins ha scandalizzato il pubblico con un tweet in cui affermava che se una donna in dolce attesa scopre che il bambino è down, dovrebbe abortire. Naturalmente le accuse di eugenetica hanno colpito l'autore britannico ed egli, come a volerle confermare, in un tweet successivo ha affermato che la sua prescrizione non si applicava agli autistici perché essendo alcune delle loro facoltà superiori alla norma possono rendersi utili. Come sempre accade quando un canonico, sia esso orgogliosamente ateo o devotamente umile, pretende di sostituirsi in nome di un'istanza superiore alla donna nel delicato e talvolta doloroso processo di decisione di mettere al mondo una creatura, suona un campanello d'allarme per tutti. In questo caso semplicemente la volontà di controllo del corpo femminile non è dettata da paternalismo religioso e dominio sulla sessualità femminile ma da una razionalità calcolatrice che vede nella vita umana (degli altri) un mezzo per produrre ricchezza.

D'altronde l'eugenetica ha più a che fare con l'immaginario sociale che con la biologia, anche se mi rendo conto di rivelare con quest'opinione la mia natura da contadinaccio ignorante e oscurantista: quando nel codice sociale è dominante il valore della performatività, quando il discorso sociale afferma che devi essere il migliore, che devi cambiare la tua vita, che devi produrre di più, si finisce inevitabilmente con lo sconfinare nell'eugenetica, se le possibilità tecniche lo consentono. L'eugenetica si presenta infatti come la concretizzazione di una determinata mentalità sociale e come la promessa realizzabile di una sua sicura proiezione nel futuro, ossia la sua perpetuazione, ed è perciò irresistibile per ogni forma di potere, tranne che per quello teocratico che ha le sue specifiche forme di perpetuazione simbolica. Prova ne sia che esistono o sono esistite, accanto a quella più tristemente nota, delle eugenetiche liberali e socialdemocratiche.

Ma c'è un altro aspetto interessante in queste esternazioni. Infatti se il medium è il messaggio, il mezzo scelto da Dawkins per comunicare il suo pensiero, ossia twitter anziché strumenti che consentano un'espressione più articolata, non è dovuto alla ricerca di sensazionalismo pubblicitario, di cui un autore così noto non ha certo bisogno. Si tratta piuttosto di suggerire uno stile comunicativo al passo con i tempi e di tipo inequivocabilmente modernizzante, dunque veloce, deciso, chiaro e non bisognoso di argomentazioni articolate che provocano quelle lunghe discussioni che piacciono agli umanisti, ma non concludono nulla.

A sua volta questo stile sembra rimandare a una figura che si muove a cavallo tra competenze tecnoscientifiche, perciò indiscutibili per il pubblico, razionalità economica (ossia compatibilità con gli interessi economici privati dominanti) e spregiudicatezza morale e politica, spesso presentata come una forma attuale di progressismo, che hanno invece delle ricadute che riguardano tutti. È proprio in questo stile comunicativo, che punta a semplificare funzionalisticamente qualsiasi questione articolata e soggetta a più opinioni, suggerendo implicitamente che ci sono sempre degli specialisti che hanno già risolto il problema in maniera definitiva, che si può riconoscere l'emergere di un'opinione pubblica globale (anche se il termine opinione pubblica è forse improprio, almeno se la intendiamo nella sua accezione originale).

La concisione di questo stile e l'autorevolezza mediatica di chi può praticarlo con efficacia fanno sì che la sua natura prescrittiva sia talmente immediata da rendere obsoleta l'idea moderna di dibattito pubblico. In altri termini in passato Dawkins sarebbe stato costretto ad argomentare in maniera articolata su un giornale le sue idee esponendosi quindi a un dibattito, mentre oggi le ha potute tuittare, ottenendo una risonanza internazionale se non globale e lasciando a vari commentatori locali in condizioni di minor prestigio comunicativo il compito di chiosarle criticamente o meno. Insomma anche nella comunicazione ipermoderna c'è sempre qualcuno che dice a qualcun altro che cosa deve fare o che cosa deve essere, ma mentre una volta ciò accadeva in nome della tradizione o dei costumi dei padri, adesso accade in nome di saperi che si aggiornano continuamente.