L’arte dell’ombra

Valentina Valente

Ulteriore tassello di un ampio studio che ha come oggetto l'immagine cinematografica, l'ultimo libro di Jacques Aumont si può leggere come il naturale seguito dei due precedenti: Matière d'images: redoux (La Différence, 2009) e L'attrait de la lumière (Crisnée, Yellow Now, 2010), nei quali il teorico francese trattava quegli aspetti del cinema che lo connotano in quanto arte figurativa. In certo senso Le montreur d'ombre compie un percorso parallelo a L'attrait de la lumière: se là si analizzava la luce come materia del mondo, presenza sullo schermo e nell'immagine, qui si affronta il cinema come “arte dell'ombra”, cogliendone gli aspetti più paradossali. L'ombra è un elemento che esiste prima del film e che determina, almeno quanto la luce, la presenza e la visibilità dell'immagine sullo schermo, dal momento che sia l'ombra assoluta sia la luce assoluta non consentono di vedere.

Aumont apre dunque il libro con un capitoletto intitolato un art de l'ombre, ponendo alla base del cinema luce e ombra nel loro bisogno reciproco, caricandole inoltre del valore di principi essenziali, a volte tradotti in termini ontologici (essere e nulla), a volte in termini morali (il bene e il male). A partire dalla definizione dell'ombra come fenomeno naturale, l'autore ne analizza le diverse declinazioni in pellicola, affiancando all'analisi di sequenze pregnanti, come l'inizio e la fine di Lost Highway di David Lynch, speculazioni teoriche ricche di riferimenti ad autori che si sono occupati del tema (Michael Baxandall o Victor Stoichita, tra gli altri), nonché considerazioni tecniche sulla luce e il colore nel cinema (dalla diversa configurazione dell'ombra nel film in bianco e nero e a colori, all'utilizzo diretto del negativo sullo schermo come in Nosferatu di Friedrich W. Murnau o alle ombre dei rayogrammi di Man Ray).

Jacques Aumont
Le montreur d'ombre

Vrin Paris (2012)
€ 16

Instant movie

Edoardo Becattini

Nel chiacchiericcio cinematografico di fine estate, quest’anno si era intromesso un curioso dibattito: Batman è di destra o è di sinistra? Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan proponeva una velata propaganda contro Romney e la sua azienda contabile (la Bain Capital) oppure un paladino reazionario che contrastava i disordini di un movimento di strada stile Occupy Wall Street? L’assurdità della questione era servita comunque a far riemergere due verità sempre utili da tenere a mente: così come è assurdo voler vedere in ogni film una ricostruzione della realtà, è impossibile non leggere un film come figlio dei propri tempi. In questo ambito, non c’è cinematografia quale quella degli Stati Uniti che si sia spesa con uguale investimento nel costruire il proprio passato riflettendo sul proprio presente, a generare una storia e una memoria di ieri a partire dalle mitologie di oggi. Solo che, rispetto al cinema classico, che soprattutto con il western definiva un’epica legata alla dimensione del territorio lontano e primigenio, il cinema contemporaneo sembra guardare sempre di più all’attualità della politica e dell’economia.

Oggi le storie servono a riflettere sull’immediato, e il cinema (ma forse ancor più i film e i serial televisivi) divengono un tentativo di dare una lettura comprensibile ai complessi movimenti ancora in atto. Da The Social Network di David Fincher all’imminente Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (che ricostruisce l’operazione dei Navy Seals destinata a uccidere Osama bin Laden), si vanno moltiplicando le storie declinate al passato immediatamente prossimo, talmente vicino che la forma temporale più adeguata potrebbe essere il present perfect della lingua inglese, quella forma verbale che indica un’azione che avviene in un arco temporale non ancora concluso o talmente recente da segnare lo stato attuale delle cose. Una temporalità solitamente caratteristica dei media, il che la dice lunga sulla funzione informativa e i propositi divulgativi di questo tipo di film: una sorta di instant movie che non mira tanto a sostituirsi a telegiornali o documentari, quanto elaborarne una carta sinottica, cognitivamente più leggibile e drammaturgicamente più avvincente. Non è un caso che molti di questi lavori siano stati prodotti dalla HBO, l’emittente via cavo di proprietà della Time Warner che ha riscritto i limiti dei contenuti audaci, impegnati o disinvolti con cui affrontare il contemporaneo in televisione (Sex & the City, The Soprano o The Wire), e che solo nell’ultimo biennio ha realizzato film sul crollo della Lehman Brothers (Too Big To Fail) e sulle elezioni americane del 2008 (Game Change).

Tre sono le caratteristiche principali comuni a questa neo-categoria di film: prima di tutto, sono quasi tutti film tratti da inchieste giornalistiche o saggi di approfondimento che concentrano il tempo della storia attorno a un arco di poche settimane o di qualche mese. Così facendo, si limita il campo d’indagine e si rende possibilmente più accurata ed efficace la ricostruzione. In secondo luogo, si tratta di produzioni che coinvolgono registi popolari e uno stuolo di attori con tendenza al mimetismo da Actor’s Studio. Questa aderenza, a volte talmente forte da risultare perturbante (vedere per credere la performance di Julianne Moore come Sarah Palin in Game Change o di Josh Brolin come George W. Bush in W. di Oliver Stone), è funzionale tanto a creare ritratti meno satirici e più empatici quanto a far dialogare la ricostruzione del film con le immagini prelevate da interviste, dibattiti o notiziari televisivi. Peculiarità, queste ultime, che contribuiscono ad accrescere l’effetto di reale a livello percettivo senza svilire la componente drammaturgica.

Infine, la questione del parlato. La conversazione sostituisce generalmente l’azione in questo tipo di film e la buona costruzione di un dialogo - credibile ma illustrativo, esplicativo ma appassionante - diviene fondamentale. Molto spesso, il parlato costituisce il vero centro di interesse di questi lavori, nonché il principale elemento di intrattenimento all’interno di film dove l’accento cade prima sull’intelligenza verbale dei protagonisti che sulla spettacolarità delle situazioni. Corollario di quest’ultimo punto è il fatto che le sceneggiature rovesciano la loro costruzione tradizionale, creando suspense a partire dall’idea che il finale è già conosciuto perché parte del più recente vissuto di tutti gli spettatori.

Queste tre caratteristiche (tempi ristretti, attori mimetici e dialoghi serrati) constatano il progressivo sovrapporsi fra circostanze di fruizione ed epoca raccontata e misurano una drastica riduzione nello scarto fra cosiddetto presente e cosiddetto passato. D’altronde, da quando i nuovi media hanno velocizzato e incrementato la quantità di informazioni, la storia sembra aver accelerato il suo passo e reso necessario riassumere o spiegare anche gli eventi più vicini. Quel che tuttavia resta immutato è che questa stessa storia il cinema americano continua a costruirla attraverso la mitopoiesi e un processo di identificazione che persegue ancora il “Print the Legend” di Liberty Valance, modificando il contesto dal Wild West ai new media. Il principio che regola questo tipo di storytelling è ancora la necessità di suturare ogni strappo politico, frattura economica o trauma culturale: il bisogno di contribuire alla formazione degli Stati Uniti come universo organico e territorializzato.

Deleuze e i concetti del cinema

Fabiana Proietti

Dopo quella «a caldo» di André Bazin, la riflessione estetica di Gilles Deleuze è ancora oggi un riferimento imprescindibile per ogni discussione filosofica sul cinema della modernità e sui suoi autori, fra tutti l'Orson Welles di Citizen Kane e F for Fake e l’Alain Resnais dell’Année dernière à Marienbad. Con L’immagine-movimento e L’immagine-tempo, pubblicati rispettivamente nel 1983 e nel 1985, il fondamentale passaggio da un cinema classico, imperniato su procedimenti volti a mascherare il linguaggio, a quello moderno, che impugna la macchina da presa come una stilografica e ne fa un feticcio, viene ripercorso come inevitabile percorso ontologico della settima arte. Il cinema diventa con Deleuze un’arte del tempo: non più, o meglio non solo, indagata negli eventuali debiti contratti da altri linguaggi figurativi o per le peculiarità espressive dei suoi mezzi. Con Deleuze il cinema si proietta su Bergson, Freud e Nietzsche, senza perdere la freschezza del rapporto diretto coi testi filmici.

Proprio in virtù di questo consistente scarto, i due volumi conservano a distanza di quasi trent’anni l’impatto dirompente che ebbero alla loro uscita; e proprio per questo sembrerebbero vanificare la necessità di ogni nuova rilettura. L’analisi di Daniela Angelucci ha però il pregio di valorizzare, dell’opera di Deleuze, la «coesione inaspettata in un pensiero aperto verso molteplici direzioni, dovuta proprio alla circolazione continua dei concetti che, rimandando l’uno all’altro, risultano invariabilmente connessi tra loro». Ma è un quadro questo che emerge a posteriori, proprio grazie al lavoro di condensazione operato dall’autrice sulla produzione deleuziana, suddivisa in nove capitoli che ne ripercorrono i nuclei fondamentali – Movimento; Tempo; Virtuale; Modernità; Falso; Vita; Ripetizione; Sadismo; Caso – mettendone in luce la compattezza al di là e tra i testi originali, per loro stessa vocazione eterocliti.

Il saggio prende le mosse dall’approdo teorico del dittico deleuziano, in cui si formulava l’accostamento cinema-filosofia quali pratiche creative affini, divergenti solo per la materia «linee melodiche estranee le une alle altre che non smettono mai di interferire»; e dall’idea che solo la filosofia possa «costituire i concetti del cinema stesso», risultandone rigenerata in quanto poiesis e non solo come attività riflessiva. Se nei primi capitoli Angelucci segue la riflessione di Immagine movimento e Immagine tempo, una volta resi familiari i nuclei fondamentali del pensiero di Deleuze, si fa via via più libera nell’esposizione, aprendosi all’interpretazione di alcuni autori in chiave psicologica: è il caso di Welles, al centro della riflessione deleuziana per un cinema inteso come «potenza del falso», su cui l’autrice traccia un breve excursus secondo una prospettiva lasciata in secondo piano dal filosofo francese.

O recuperando suggestioni di altri studiosi: da quelle di Giorgio De Vincenti su Bazin e la modernità, da cui si evidenzia come sia stata spesso erronea o quantomeno forzata la dialettica Bazin-Deleuze, alla fondamentale monografia di Badiou, di cui si convalida l’ipotesi che «la via maestra per accedere all’idea deleuziana della verità è la sua teoria del tempo».

IL LIBRO
Daniela Angelucci
Deleuze e i concetti del cinema
Quodlibet (2012), pp. 158
€ 18

Ogni mese su alfabeta2 iLibri, quattro pagine di recensioni brevissime, brevi e semibrevi