Va in scena la rivoluzione del ’68 con ErosAntEros

Benedetta Saglietti

Portano in scena la rivoluzione del ’68 e l’antagonismo dei giorni nostri con uno spettacolo potente intitolato Vogliamo tutto! I momenti caldi della storia li appassionano da anni: ricordiamo ad esempio 1917 (il cui perno musicale era il Quartetto op. 110 di Dmitrij Šostakovič), andato in scena al Ravenna Festival in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre e Sulla difficoltà di dire la verità, la lettura-concerto da Bertolt Brecht, nata nel 2014. Sono ErosAntEros, il duo di attori con base a Ravenna, Davide Sacco e Agata Tomsic. Li abbiamo incontrati.

BS: Iniziamo da una curiosità: come si dividono i ruoli all’interno di ErosAntEros?

Davide: Agata è in scena, svolge il ruolo di “dramaturg” e attrice, mentre io sono alla regia. In Vogliamo tutto! quando Valter Malosti (Direttore della Fondazione TPE) ci ha proposto di realizzare uno spettacolo sul ʼ68 abbiamo scelto di evitare operazioni di tipo commemorativo e deciso di lavorare su quegli anni, mettendo a reagire il materiale originale di quel periodo incandescente con quello degli anni che stiamo vivendo noi, in questo momento.

BS: Lo spettacolo è una produzione TPE – Teatro Piemonte Europa e ha avuto il suo debutto al Polo del ʼ900 di Torino: qual è stato il ruolo del Polo? Dove avete trovato i documenti che costituiscono l’ossatura di Vogliamo tutto!?

Agata: Per costruire lo spettacolo, prima abbiamo dovuto lavorare alla stesura del testo: nel farlo abbiamo studiato sui libri; il Polo del ʼ900 ci ha accompagnati in questo percorso mettendoci in contatto con alcuni protagonisti del ʼ68, specialmente torinese (come Guido Viale), ospitando un incontro pubblico e la prima. Poi, ErosAntEros ha ampliato la prospettiva ad altre città italiane e un poco anche al panorama internazionale. Vista la complessità dell’argomento, dopo l’iniziale fase di studio durata diversi mesi – vogliamo prima di tutto approfondire la conoscenza delle fonti perché ci interessa sapere come sono andate davvero le cose – è stato facile appassionarsi, ma per un certo tempo ci ha anche fatto paura: il materiale era davvero tanto. Abbiamo poi trovato la nostra strada, costruito un percorso, io e Davide, insieme, condividendo materiale, idee, e tutta la ricerca dall’inizio alla fine. Abbiamo poi deciso di confrontare i materiali del ʼ67-ʼ68 con alcune testimonianze di venti/trentenni di oggi che hanno quindi la stessa età dei protagonisti di allora. Su delle precise domande, poste sia agli uni che agli altri, abbiamo infine messo a confronto le loro testimonianze.

Davide: In sostanza, in parte il lavoro è frutto di interviste dei protagonisti “storici”, in parte è lavoro diretto sulla documentazione, come ad esempio il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo (prima edizione Giunti, 1988, NdA).

BS: C’è un corto circuito fra le esperienze dei venti/trentenni d’oggi e quelle dei loro coetanei di un tempo, oppure no? O sono esperienze che corrono in parallelo? La domanda è motivata da un momento che mi è restato impresso: la feroce critica socio-economica dello sconcio sistema universitario (un tempo il ricatto dell’assistentato gratuito, oggi “se non hai i soldi non fai carriera”) realizzata usando fonti d’epoca bombardate con lo stile televisivo del format Chi vuol essere milionario? In quel caso, i piani temporali oggi/ieri sembrano persino, volutamente, un po’ confondersi…

Davide: Agata ha costruito un testo fatto unicamente da parole autentiche dei protagonisti. Noi non abbiamo fatto altro che realizzare il montaggio di diversi elementi: i video d’archivio dei momenti di cui si parla (realizzati con Antropotopia) e quelli di alcuni eventi degli ultimi anni messi in relazione coi primi attraverso un montaggio ad hoc, per farli reagire; il primo piano di Agata è sempre intrecciato a questi materiali (uno dei primi oggetti di scena che vediamo insieme al megafono è infatti un selfie-stick, NdA). Una scelta deliberata perché un elemento che accomuna tutti i protagonisti della lotta, di qualsiasi area politica, è la moltitudine: erano sempre tanti, molti corpi assieme. Invece nella nostra generazione (Davide ha 40 anni, NdA), fino ad arrivare ai ventenni intervistati, si è pochi individui, isolati. E soprattutto sempre mediati, da computer, cellulare, social: Agata è una figura in scena che si rivolge al pubblico anche parlando a un cellulare, guardando in camera, in questo modo la sua immagine arriva agli spettatori mediata dalla proiezione video. Sul piano video le testimonianze di oggi sono fondamentali. Sul piano sonoro indispensabile è stata la ricerca delle canzoni di lotta del passato e del presente.

Agata: Sono stati gli stessi attivisti a segnalarci date e luoghi per loro significativi; si trova materiale nei gruppi indipendenti sul web che organizzano le manifestazioni e le documentano, i video sono visibili su YouTube.

BS: Prima Vogliamo Tutto! è stato in residenza al Santarcangelo Festival, Masque Teatro di Forlì, Ravenna Teatro, poi ha debuttato al Polo del ʼ900, poi si è spostato ancora nell’ambito di Ogni casa è un teatro a Castrignano dei Greci (Lecce), e ancora al Théâtre National du Luxembourg. Come ha reagito il pubblico allo spettacolo?

Agata: La reazione è sempre diversa e cambia molto a seconda dei luoghi: a Torino abbiamo sentito il pubblico in sala sussultare, cambiare il ritmo del respiro, in momenti ancora particolarmente vivi nella memoria locale, come le lotte operai di fronte alla FIAT; in altri luoghi non eravamo sicuri della reazione, come nel “teatro delle case” in Salento, in un paesino di quattromila abitanti. Ora, un conto è fare uno spettacolo forte, anche dal punto di vista anche acustico-sonoro, in una sala teatrale a Torino, un altro conto è farlo in un salotto. Ci siamo chiesti come avrebbe reagito il padrone di casa! Molte persone invece qui si sono fermate per un confronto dopo lo spettacolo: in particolare, una signora ci ha raccontato dei picchetti quotidiani di fronte alla fabbrica dove lavorava a Lecce, esprimendo il desiderio che lo spettacolo arrivi soprattutto alle nuove generazioni.

Al Théâtre National du Luxembourg a fine aprile 2019 abbiamo fatto due repliche dello spettacolo, la seconda è stata introdotta da una tavola rotonda sui movimenti internazionali del 1968 e sulle loro conseguenze che ha coinvolto, tra gli altri, l’attivista lussemburghese, DiEM25, Brice Montagne, e Robert Soisson, caricaturista e psicologo. Per quel pubblico è stato importante attingere a un patrimonio di esperienze oltreconfine, essendo il loro punto di riferimento quasi unicamente il maggio francese, non conoscevano alcuni fatti della storia italiana (come il Capodanno alla Bussola o Piazza Fontana, o i fatti di Avola).

BS: Che cosa vi augurate per questo vostro spettacolo, in futuro?

Davide: Sul futuro degli spettacoli sono sempre realista (o pessimista, come preferisci). Il sistema teatrale italiano è devastato da una normativa terrificante che consente agli spettacoli di girare solo come “scambi” fra istituzioni; seriamente, non sarebbe realistico augurarsi di fare una tournée. Le programmazioni ahimè sono già fatte prima del debutto degli spettacoli. Nell’immediato futuro comunque saremo a Bologna (Teatro Arena del Sole / ERT) nel marzo 2020 con una settimana di repliche e a Milano, Teatro I, una compagnia indipendente, fondata da Renzo Martinelli e Federica Fracassi.

Agata: Mi auguro che vedano lo spettacolo quei ragazzi di oggi che forse percepiscono il teatro come qualcosa di istituzionale e lontano, visto che in realtà parla delle loro vite. Spesso è arduo parlare di quel periodo senza che la discussione venga strumentalizzata dall’opinione pubblica. Lo spettacolo può essere anche un tassello per capire meglio gli antefatti degli anni ʼ70. E, infine, mi piacerebbe dare spazio e voce ai militanti, che fanno un lavoro sul territorio il quale spesso non ha visibilità, o che ce l’ha solo quando si può parlarne in senso negativo.

BS: C’è un’ultima novità che riguarda Vogliamo tutto!

Agata: Certo! Il prossimo 21 luglio saremo al Festival Teatrale di Resistenza di Gattatico (Reggio Emilia) all’Istituto Alcide Cervi che mette in scena sette spettacoli di teatro civile provenienti da tutta Italia.

BS: Cosa avete in cantiere?

Davide: Stiamo lavorando al progetto Confini, che debutterà nel luglio 2020. All’interno di questo percorso, c’è Sconcerto per i diritti, uno spettacolo più piccolo che andrà in scena a ottobre, a Scandicci, dove abbiamo vinto un bando di residenza per il Teatro Nazionale della Toscana, in scena ci saranno Agata Tomsic e Silvia Pasello. Ci sarà poi un focus al Centro di Promozione teatrale La Soffitta, Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, dove terremo un laboratorio di tre giorni e porteremo due repliche dello Sconcerto.

Fésta con E produzioni

Valentina Valentini

Questa prima edizione di Fésta sancisce l’incontro progettuale e operativo di alcuni gruppi di teatro con base a Ravenna, che hanno dato vita a una cooperativa con l’obbiettivo di condividere spazi, progetti, iniziative nel territorio delle arti performative e dintorni. L’Emilia Romagna è storicamente la regione che ha sviluppato in Italia la cooperazione in molti settori, forse meno nella produzione artistica (la Lega delle cooperative culturali presieduta da Cesare Zavattini, fra gli anni ‘70 e '80, ha lavorato in questa prospettiva).

Sperimentare questa forma di cooperazione da parte di quattro gruppi geograficamente vicini, emersi sulla scena delle arti performative in tempi differenti (mentre Fanny & Alexander festeggia venti anni di attività, Menoventi, gruppo nanou e ErosAntEros sono di più recente formazione), significa esplorare nuovi modi di produrre, di affrontare le istituzioni, confrontarsi sul senso del proprio agire. In questa prospettiva si pone Aksé ( agorà kai skené), il libro, presentato a Fésta, curato da Mauro Petruzziello e pubblicato dall’Arboreto di Mondaino, benemerita residenza artistica che offre la possibilità di condivisione di uno spazio di lavoro e di riflessione nel territorio delle arti performative. Fésta si è articolata come una stratificazione di linguaggi, di spazi, di entità produttive diverse che cooperano a un progetto. E è infatti la vocale che funziona da logo-simbolo.

E congiunge con la città e i suoi luoghi di fruizione artistica: gallerie d’arte (MyCamera, Ninapì, Mirada e il Planetario), spazi teatrali come il Teatro Rasi, capannoni riadattati a sale di teatro, - Ardis Hall, ex fabbriche per la lavorazione dello zolfo (Almagià), la Darsena di città con presentazioni di libri, ascolti radiofonici, concerti e DJset. E, non è paratattica, non somma un oggetto dopo l’altro (danza, teatro, arti visive, installazioni sonore, fotografia, fumetto, musica elettronica), ma segnala un complesso procedimento di interferenze fra i vari linguaggi che si sono modellizzati reciprocamente. La mostra di fotografica di Laura Arlotti, ad esempio, non solo documenta Motel del gruppo nanou, ma ne è anche dispositivo costruttivo, offre un doppio percorso attraverso cui leggere e ricostruire le tracce dell’installazione-performance.

E prolunga un evento performativo al successivo, cercando nella dimensione del progetto un’articolazione dell’investigazione del gruppo aldilà del format dello spettacolo (Discorso alla Nazione di Fanny & Alexander è uno dei sei spettacoli sullo stesso tema che saranno realizzati dalla compagnia in tre anni). L’esplorazione di un tema nel tempo è un modo di produzione che mette al riparo dai ritmi accelerati di produzione e consumo, costruendo un percorso per «prova ed errore».

Anticamera del gruppo nanou (presentata a novembre alla Fondazione Romaeuropa) si ambienta fuori dal palcoscenico, in una galleria, a sottolineare coerentemente il formato installativo. Una figura umana dal volto invisibile, come se fosse inquadrata da una camera in primo piano, avanza in slow motion fino ad arrivare a un cubo di legno con una apertura sul davanti: una scatola televisiva (prima degli schermi piatti), che ingloba il performer in un ambiente con carta da parati e poltrona. Le azioni che si producono, giocano sull’interplay fra corpo sezionato dalla luce, oggetto (una sedia senza braccioli), pareti del cubo, suono. Il dispositivo drammaturgico è fotografico, compone delle inquadrature, grazie all’uso della luce che mette a fuoco dettagli del corpo, defigura oggetto e figura umana scomponendo entrambi, appiattisce, crea dissolvenze. Lo spazio costrittivo e claustrofobico del cubo offre al corpo una misura per reinventarsi come coreografia, disegno, scultura, per cui depone la verticalità a favore dell’orizzontale e trasversale, delle linee spezzate, Come nelle video performance di body art, il mondo è assente, al suo posto, dettagli, scarpe, caviglie, gambe: un universo reificato, una visione (theomai) inscatolata in uno spazio senza profondità né uscite laterali,che si dispone come una serie di scatti fotografici che allineati, come in una fotocamera digitale, costruiscono una sequenza.

Anticamera, prologo del progetto Motel, benché realizzata alla fine del ciclo, mette in discussione le forme espressive stabilizzate, le scompiglia e le trasforma in una combinazione inedita. In Discorso alla Nazione di Fanny  & Alexander le forme retoriche, gestuali, vocali, mimiche, le posture del corpo, la fisiognomica, le cadenze del discorso politico, sono parodiate con frasi omesse, spezzate, imitazione del parlato in playback, sostituzione del linguaggio verbale con quello mimico o con il modo di parlare dei film muti.

Senza pause, la performance attoriale procede come lo scorrere di una registrazione audiovisiva in cui il rapporto fra immagine – le azioni e i movimenti del corpo del performer - e sonoro è regolato, in contrappunto, con il ritmo del suono. Lo sguardo del performer affronta quello degli spettatori, in un confronto prolungato e frontale che procura disagio, perché indecidibile è la reazione: che fare? Questo a solo virtuoso di Marco Cavalcoli, lavora da un lato sul versante dell’imitazione parodica, evocando un presidente riconoscibile nelle inflessioni vocali e nelle espressioni mimiche e gestuali, mentre dall’altro compone una drammaturgia vocale e sonora e insieme coreografica e gestuale capace di destrutturare la performance del discorso dell’uomo politico, attraverso iterazioni, sottolineature, tic e «gesti imitabili» che producono un effetto di straniamento. Spettacolo felicemente in controtendenza al reality trend «documentario» del teatro di questo decennio.