Prolusione al Premio Sertoli Salis

Ernesto Ferrero

Quasi quarant’anni fa, Italo Calvino scriveva nelle Lezioni americane: “A volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Non mi interessa qui chiedermi le origini di quest'epidemia…Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare gli anticorpi che contrastino l'espandersi della peste del linguaggio”.

Osserva Calvino che questa pestilenza colpisce anche le immagini che ci vengono propinate a ritmi vertiginosi, tanto priva di una loro necessità interna che si sfarinano in una fantasmagoria che si dissolve immediatamente, come i sogni. E conclude: “Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo, nel suo ridursi - già allora- a qualcosa di casuale, confuso, senza principio né fine”.

Da allora, la pestilenza che il dottor Calvino ha identificato in laboratorio sui vetrini del suo microscopio è dilagata in una maniera impressionante, è diventata devastante, non ha risparmiato nessuno. Mai nella storia della civiltà è stato fatto e si fa ogni giorno un uso così sciatto, volgare, cinico, truffaldino e in definitiva spregiativo del linguaggio, ridotto a pochi lemmi svuotati di autenticità, abbrutiti dal turpiloquio, usati per le furberie di una sorta di gigantesco marketing di massa che mira a ingannare milioni di creduloni, al confronto dei quali il Pinocchio ingannato dal Gatto e dalla Volpe è un fine intellettuale che ha studiato alla Normale di Pisa. Murati nell’eterno presente dei social, ci stiamo rassegnando a vivere miseramente nei nostri stessi escrementi linguistici.

L’antidoto resta quello indicato da Calvino con lucida amarezza: la letteratura che non rinuncia a cercare, a mappare terre ancora incognite, a sperimentare le infinite combinazioni che si possono dare tra le parole e con le parole per accendere le scintille che possono ancora dirci qualcosa sull’uomo, sulla sua storia, sul suo destino.

Tra questi ricercatori-sperimentatori ci sono in prima fila i poeti: non molti (intendo quelli bravi), ignorati dai media, considerati dai più dei fumosi sognatori intenti a complicare nulla, e tuttavia ostinatamente e orgogliosamente attestati in nicchie che non intendono abbandonare. Eppure sono loro a presidiare una linea di resistenza che non è più soltanto letteraria ma anche e soprattutto civile, e riguarda anche quelli che non leggono, persino quelli per i quali l’ignoranza è diventata un vanto e addirittura un sinonimo di onestà. Ci si salva e ci si perde tutti insieme, ma ci si salva solo ricuperando il linguaggio alla sua autenticità, alle sue potenzialità espressive, alla sua capacità di interpretare e reinventare il mondo.

Sondrio, 23 novembre 2018

Cartolina da #SalTo15

Maria Teresa Carbone

All'ingresso del Salone del Libro di Torino è stata piazzata una sorta di installazione autopromozionale, copia in pseudo 3-D del manifesto di quest'anno. I visitatori la attraversano distratti o se ne servono per quella che è probabilmente la sua finalità primaria: scattarsi un selfie, in modo da mostrare al mondo di essere stati all'edizione 2015 della fiera. Sul fondo, un pannellone con il classico Goethe pensoso nella campagna romana, sovrastato dal claim di quest'anno, Italia salone delle meraviglie, sul davanti alcune sagome di cartone ad altezza naturale che compongono un set: un'automobile (Lancia), un cameriere accanto a un carrello ricolmo di vivande e di bottiglie di vino, una bella ragazza in jeans che tiene due grucce cui sono appesi degli abiti rossi da sera, una microtroupe cinematografica, completa di regista su seggiolina pieghevole...

Una immagine del Belpaese (à la Galbani) sovraccarica e scontata, ben intonata a una manifestazione, il Salone del libro, che ha nell'accumulo e nella prevedibilità i suoi punti di forza. Di anno in anno, tutto resta più o meno uguale: il calendario all'insegna del “chi più ne ha più ne metta”, il numero dei visitatori in inesorabile crescita a dispetto della crisi, l'eterogeneità degli espositori (e se un tempo ci si limitava ai carabinieri e ai venditori di matite, negli ultimi tempi il ventaglio si è allargato e include entità come il Grand'Oriente d'Italia e la senape Maille).

I cambiamenti – che pure ci sono – sono sempre graduati in modo da non disorientare i visitatori, da non inceppare il meccanismo grazie al quale centinaia di case editrici italiane si sobbarcano spese notevoli (lo stand, il viaggio, il soggiorno a Torino) pur di non mancare a questo raduno annuale: insieme mercato, vetrina, occasione di possibili accordi futuri. Il che vale in misura ridotta per i grandi gruppi e tantissimo per i piccoli editori, molto più coesi rispetto ad alcuni anni fa, spesso raggruppati in stand multipli (con conseguente abbattimento dei costi), sinceramente dolenti per i colleghi che non ci sono perché non ce l'hanno fatta – come Zandonai o la :duepunti di Palermo –, energici e combattivi per le iniziative a venire, in primis il premio/festival degli editori indipendenti, lanciato in questi giorni, la cui prima edizione si terrà a Bari dal 20 al 22 novembre. Molti di loro, poi, decisi a trovare una sigla estetica che li differenzi dagli altri, che induca i visitatori a fermarsi magari solo per curiosità: è il caso, per esempio, di Del Vecchio, che fra i colori proposti/imposti dal Salone ai piccoli editori del padiglione 1, quello appunto, riservato almeno in teoria agli indipendenti, ha evitato il bianco o il grigio, tonalità sobrie preferite dai più, e ha optato per un celeste squillante che fa risaltare i mobili vintage dentro i quali ha disposto i suoi libri. (Scelta premiata da una quantità stratosferica di “mi piace” su Facebook, pubblicità gratuita insperata).

Di cose come queste, di arredi, di colori, di geografie interne, è fatto, anche, il Salone di Torino: le majors nei grandi corridoi centrali dei padiglioni 2 e 3, sempre più appariscenti, sempre più espanse – Giunti quest'anno addirittura mastodontica dopo l'accordo dello scorso autunno con la Disney – e le altre via via più lontane, verso i muri perimetrali che equivalgono a una estrema periferia. Semideserta, come sempre le periferie, anche nei momenti di maggiore ressa. Unico possibile gesto di ribellione, il guerrilla marketing adottato, fra gli altri, da Riccardo Duranti, traduttore di lunga data e ora minuscolo editore (Coazinzola Press, sede a Mompeo in provincia di Rieti) che, abbandonata la sua isolata postazione, va in giro per il Lingotto a caccia di potenziali acquirenti per i suoi libri – l'ultimo, Il fuoco dello sguardo, è una raccolta di poesie di John Berger che, giura Duranti, non può mancare in una biblioteca degna di questo nome.

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All'altro polo, accanto ai volumi di carta arrivati (anche) dalla provincia più remota, le iniziative che guardano verso nuove possibili dimensioni del libro e della lettura. Proprio del Salone 2015 TwLetteratura ha approfittato per presentare una piattaforma Betwyll, per ora in versione beta su invito, grazie alla quale sarà possibile leggere e chiosare twittando sullo stesso schermo un testo classico o contemporaneo, e alla fine montare in libro i commenti: libro non necessariamente digitale, come mostrano i chilometrici rotolini di Tweetbook che raccolgono i tweet dedicati al Viaggio in Italia di Goethe (“Parigi dev'essere la mia scuola, Roma la mia università”. E a Napoli che ci vai a fare @GoetheTw? Un master?” oppure “Tutti seggono al sole finché finisce di brillare: Goethe prima di Michel Tournier, Vendredi ou les limbes du Pacifique”: due tra le moltissime proposte). Ritornano gli antichi rotoli, la carta termica al posto della pergamena? Certo è che, innovative nell'uso delle tecnologie, molte startup rivelano un rapporto con la lettura intessuto di amorosa attenzione – si tratti degli itinerari letterari che si possono creare o condividere o semplicemente seguire con la app Cityteller o dell'ambizioso progetto Aureoo, vincitore di un bando europeo, che vede in ogni libro il nucleo di un mondo fatto di rimandi visivi, sonori, verbali. Per i pessimisti, un allontanamento nefasto da tutto quello che finora abbiamo chiamato cultura, per gli ottimisti l'avvio di una nuova fase della rete, grazie alla quale la proliferazione orizzontale di questi anni sarà affiancata dalla costruzione di “edifici” complessi. Per gli uni e per gli altri, la spia che la nostra relazione con il testo scritto si sta trasformando in modo radicale.

Ecumenicamente, anzi, democristianamente, verrebbe da dire, pensando alla lunga gestione di Rolando Picchioni, affiancato da Ernesto Ferrero, il Salone del Libro – #SalTo15, in twitterese – accoglie tutti: indipendenti, Mondadori/Rizzoli (con le domande del caso: si fonderanno? andrà/andranno a Francoforte?), futuribili. Nei giorni scorsi si è parlato di una imminente successione, della fine di un duopolio che ha attraversato indenne più di una stagione. Si sono fatte ipotesi, nomi. Ma ora, sulla base di un'analisi quasi sovietologica delle ultime dichiarazioni, qualcuno giura che il tandem sarà riconfermato, che l'edizione 2016 non porterà sorprese, né rivoluzioni. E su questo, al di là dei nomi dei responsabili, si può scommettere.