Rino Genovese, impurità dei tempi

Erminio Risso

Alla fine dello scorso anno, per i tipi della manifestolibri, è uscito Totalitarismi e populismi di Rino Genovese, un libro le cui dimensioni sono inversamente proporzionali all’importanza della pubblicazione e che contiene nelle dimensioni del pamphlet la forza espressiva della comunicazione essenziale senza concedere nulla alla semplificazione e alla banalizzazione. In questo spazio di scrittura convivono fianco a fianco, in forte rapporto dialettico come nella migliore tradizione della teoria critica, teoria e prassi: in quanto l’analisi teorica, l’affinamento dei mezzi gnoseologici ed ermeneutici, è subito messo al vaglio della realtà effettuale, che qui prende le forme di un’analisi storica puntuale.

Per comodità espositiva ed efficacia comunicativa, il testo è bipartito; il primo capitolo, intitolato “Conseguenze dei Totalitarismi”, è riservato alle esperienze totalitarie del Novecento e a come abbiano influenzato il corso della storia e delle sue trasformazioni; mentre la seconda parte, “Premesse dei Populismi”, analizza, partendo dall’occidente e dalle sue “ dépendances”, che cosa sia questo fenomeno, dai fascismi all’Iran.

Nella prima parte Genovese delinea compiutamente il rapporto tra massa e potere, chiedendosi come si possa oggi parlare di progresso, rimandando alle questioni tradizionali legate all’illuminismo ma anche alla pasoliniana dicotomia di progresso e sviluppo. A livello teorico ci presenta la sua teoria della storia come compresenza e ibridazione, a partire da una sintesi della concezione benjaminiana di una storia che procede per salti e balzi e dall’idea di Bloch della “contemporaneità del non-contemporaneo”, per approdare a “una concezione del tempo opposta a qualsiasi bergsonismo, all’idea di un progresso continuo e di incessante novità cui l’evoluzione darebbe vita”. La conseguenza prima di aver fatto saltare benjaminianamente il continuum della storia, alla luce di Bloch, è che “la storia conosce sì cesure, però esse non avvengono quasi mai in modi irreversibili, perché sono per lo più suturate in continuità con il passato che le riaggiusta ibridandole. Così il passato non passa mai completamente – ma neppure si preserva intatto nella luminosità di una tradizione, muovendosi invece a zigzag, sovrapponendosi al presente e chiudendo il futuro con la sua ineliminabile impurità”.

Su questo continuo processo, per salti e balzi, di apertura e chiusura delle possibilità effettuali degli eventi sul piano concreto e materiale della storia, Rino Genovese aveva iniziato a riflettere – almeno a parer mio – già dalla Tribù occidentale (Bollati Boringhieri 1995); ora, nella formulazione di una teoria dell’ibridazione, ne trova la forma compiuta nel senso di più efficace sul piano dell’interpretazione, in quanto davvero capace di rendere conto del caos contemporaneo e dei suoi conflitti in un linguaggio che si mantiene distante dalla koiné intellettuale e filosofica di stampo giornalistico. Infatti ci mostra chiaramente come le democrazie liberali, i fascismi, la soluzione bolscevico-stalinista siano le dirette conseguenze dell’irruzione delle masse sulla scena della storia e siano “tutte risposte alla questione novecentesca della gestione dei tempi storici dinanzi a una trasformazione in atto e alle sue implicazioni sociali”. Si apre una gestione dinamica del piano storico-temporale e della presenza del passato nel presente: il fascismo si basa “su un passato da riattivare”, il bolscevismo sul futuro da costruire, la liberaldemocrazia sul presente come quotidianità da “consumare”; ma tutte queste sono comunque ibridazioni. La compresenza di tempi storici eterogenei è la base della teoria dell’ibridazione, che però va oltre, e nell’analizzare lo spazio della ripetizione innovativa e del dominio di una razionalità strumentale mette in gioco anche le culture, ibridanti quasi per natura. Quando Genovese afferma in maniera molto dura e quasi provocatoria che “il lager e il gulag sono forme di vita sociale”, ci parla non solo delle culture come spazio privilegiato dell’alterità e dell’ibridazione, ma innesca una critica antropologica della storia e una critica storica dell’antropologia e muove verso una sorta di antropologia della storia o storia antropologica. È così che vengono fuori nella loro complessità le modalità attraverso le quali le classi dominanti controllano le masse.

Nella seconda parte, nel caos dell’ibridazione contemporanea, dove la modernità è compresenza di tempi storici eterogenei, Genovese ci presenta la moltiplicazione dei populismi come crisi della politica, come perdita di ogni idea di internazionalizzazione e come lotta contro una sorta di “creolizzazione”. Al centro viene posto “l’individualismo di massa basato, tra l’altro, sulla priorità economica del consumo rispetto alla produzione”. Andando oltre Benjamin e Debord, e ogni idea di spettacolare concentrato, integrato e diffuso, Genovese definisce l’estetizzazione un fenomeno ampio, che va messo in relazione con l’uso di un mezzo di comunicazione estetico, sul quale si fonda il codice della politica plebiscitaria odierna, in uno spazio dove il politico è totalmente sottomesso all’economico. E questo nuovo potere trova le sue strutture primarie nei “mezzi di comunicazione simbolicamente generalizzati”, una teoria strettamente sociologica dove il potere non viene più inteso come un principio di dominio ma come una sorta di forma di influenza, sotto la quale rientra anche la comunicazione che si rivela un qualcosa non libero dal potere.

Questa attenta analisi dei populismi, in tutte le loro declinazioni, dal peronismo ai nuovi fascismi fino alla visione di un populismo di sinistra (Laclau e Chantal Mouffe), porta Genovese a dimostrare, sul piano concreto della prassi, come non possa esistere un populismo di sinistra, poiché questo uccide ogni idea di pensiero critico; il populismo come fuoriuscita dal bolscevismo-stalinismo merita un discorso a parte, in quanto implica anche un recupero di una forte tradizione russa ottocentesca. Genovese non si limita a portare alla luce negatività e contraddizioni, questioni irrisolte, ma, partendo da una situazione di antagonismi plurimi e di conflitti diffusi, a bassa o ad alta intensità, propone una via d’uscita che comporta – per esempio – non un’uscita dall’Europa, ma una sua vera democratizzazione. Questo può avvenire solo grazie a una democrazia radicale come potere diffuso, che per Genovese necessita di una democrazia rappresentativa funzionante, con qualche situazione di democrazia diretta.

Tutto questo acquista un suo significato e un suo senso nell’ explicit davvero capitale – una sorta di sententia – il quale recita: “In altre parole, i paesi di democrazia occidentale dovrebbero riscoprire quel correttivo interno faticosamente elaborato nel corso della loro storia che si chiama socialismo”.

A questo punto ci permettiamo ancora una piccola glossa, che vorrebbe mettere le condizioni per una nuova apertura; questa scelta implica un’idea gramsciana – a parer mio – di allargamento democratico, con il superamento della distinzione tra governanti e governati. Lo Stato pare quasi diventare un elemento terzo, di equilibrio tra i conflitti, ma per essere così è necessario che recuperi anche una sorta di dimensione neoconsiliare, non in una stanca riproposizione delle esperienze degli anni Venti, ma come capacità di mettere al centro e di fondarsi sul cittadino-lavoratore, reale e concretamente determinato, che agisce e vive. È chiaro che diventa cogente la sintesi di due prospettive che Genovese e Pezzella diversi anni fa sulle colonne del “Ponte” ( Prospettiva neosocialdemocratica o prospettiva neoconsiliare?, dicembre 2009) vedevano, se non come opposte, come spazi alternativi. In questa congerie di tempi e di storie frammentate e frammentarie, il soggetto agisce sotto le insegne di un impegno scettico, sul quale può nascere una nuova consapevolezza di appartenenza a un gruppo sociale fondamentale.

Questa nuova coscienza è l’antidoto al dominio dell’ideologia della fine delle ideologie, in virtù della quale il fondamentalismo di un neoliberismo radicale ha riportato una facile vittoria, che ha lasciato guerre e macerie. E da queste sintesi e dai suoi equilibri che può ripartire un nuovo socialismo come esito finale non di un’azione semplicemente riformistica ma di una forte azione riformatrice – per fare piena chiarezza – e non è una mera questione nominalistica, per chi, come me, è cresciuto negli anni Ottanta in pieno craxismo. In questa sua operazione – che possiede le dimensioni del benjaminiano L’opera d’arte nell’epoca della sua riproduzione tecnicae la struttura di una sorta di piccola jonta ai Minima Moralia, in quanto riflessione e testimonianza della vita offesa – Genovese ribadisce perentoriamente, ancora una volta, socialismo o barbarie.

Rino Genovese

Totalitarismi e populismi

manifestolibri, 2016, 96 pp., € 8

***

Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura.

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Alberto Rollo, vivere e scrivere

Erminio Risso

writing-828911_960_720Un’educazione milanese di Alberto Rollo è un libro atipico, come ci comunica, fin dalla soglia, la dialettica tra il titolo Un’educazione milanese, appunto, e il sottotitolo Il romanzo di una città e di una generazione, in un assemblaggio assai peculiare di materiali, dove l’autore ci parla sin da subito di ricordi e di memorie personali e della città dove vive, giocando con forme e scritture, tra i ricordi di egotismo stendhaliani, declinati alla Foscolo, e i modi e i modelli di Berlino-Sinfonia di una grande città di Ruttmann, trasposti su Milano.

Il testo si può davvero leggere come una sorta di sinfonia in quattro tempi; la narrazione si apre con uno squarcio govoniano, quasi crepuscolare: Alberto bambino si perde, mentre è con il padre in piazza Prealpi, nella folla che ascolta alcuni suonatori di fisarmonica. I suonatori sollevano il bambino e chiedono: “Milano lo vuole?”. Questa frase, anfibologica e persino ambigua, diventa insieme alla canzone dei musicanti il basso continuo, il leitmotiv dell’intero libro. Da questa apertura, che svolge anche la funzione di motore narrativo della scrittura, si passa al primo momento, ai ricordi d’infanzia, quando Alberto cresce tra Via Grigna, Piazza Prealpi e Via Mac Mahon, con l’affetto e l’insegnamento dei genitori, la madre sarta e il padre prima operaio, poi impiegato ed infine piccolo imprenditore/artigiano metalmeccanico in proprio, ma sentendosi sempre, in prima persona, lavoratore, la cui cultura è quella operaia del P.C.I.. L’attività della madre, e cioè il cucito, è metafora non solo del testo come tessuto, ma del lavoro ben fatto, dell’attenzione ai particolari, e proprio qui si incontra e si unisce indissolubilmente con l’orgoglio paterno per il lavoro a regola d’arte. In questo viaggio i quadri delle relazioni familiari, di parentela, di amicizia, tra elementari e medie, con i primi passi verso la scoperta del mondo femminile, si legano e si intrecciano con la geografia urbana della città, dove le architetture paiono acquistare un corpo di carne e di sangue: non sono un semplice fondale. Questo primo tratto della vita di Rollo, che mette bene in chiaro le caratteristiche di una educazione milanese operaia, viene raccontato dalla voce narrante secondo le modalità della confessione, del cuore messo a nudo, della scoperta autobiografica. Il momento della gioventù è caratterizzato da una scrittura romanzesca vera e propria, quasi a dirci che è la letteratura a spiegare e a poter interpretare la vita. In quest’ottica pare questo l’unico codice in grado di indagare l’io complesso e di fare in modo che la narrazione della memoria più o meno volontaria si faccia racconto di un apprendistato, di una formazione. In questa sezione troviamo il momento decisivo della fase di crescita giovanile, le amicizie, gli amori, le letture, la cultura diventano esperienze centrali: tutto avviene grazie ad uno sguardo obliquo, ben sintetizzato dall’espressione “Gli occhi diversi!”. L’incontro con il teatro, rappresentato dall’arrivo in Italia del Living Theatre con il suo rivoluzionario Paradise Now, dall’Orlando di Sanguineti-Ronconi, da Strehler e da Peter Brook, esercita un’immensa attrazione su Alberto che scopre un universo espressivo nel quale l’arte serve a interpretare e a modificare il mondo: l’entusiasmo è tale che Alberto riesce ad entrare alla scuola del Piccolo, ma la forza degli eventi politici degli anni 70 allontana il nostro protagonista dal mondo del teatro per gettarlo nel teatro del mondo. È qui che inizia l’amicizia con Marco, il grande amico, che morirà in un incidente stradale e che resterà interlocutore di tutta una vita con la sua presenza dell’assente.

Tra le letture viene fuori con prepotenza l’incontro con Benjamin, che può essere issato, a ragione, ad allegoria di questa parte, con il suo “Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo ‘come propriamente è stato’. Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo” (Angelus Novus). Ma il lavoro esegetico di Rollo non si ferma qui, bensì procede per arrivare ad affermare la necessità di mescolare Gramsci e Benjamin (Sanguineti docet) per spiegare in profondità la complessità del reale, facendo emergere le aporie e le contraddizioni. La scrittura è però per Rollo relazione sociale, la parola è carne così ritroviamo gli amici e le conoscenze, da Fofi a Paci a Fortini, riconosciuto come maestro da un’intera generazione, ma particolarmente efficaci e dense sono le pagine elegiache riservate agli assenti, e non solo a Marco. In questo terzo momento o atto, la narrazione vera e propria si intreccia alle riflessioni sulla cultura in modo che la struttura romanzesca sia costretta a coniugare e a tenere insieme il momento diegetico e le movenze tipiche del romanzo-saggio: in pratica, l’autore unisce le storie dei protagonisti alle storie delle idee. Anche qui la narrazione lentamente avanza e muta registro, stile, per andare verso una riflessione raccontata che caratterizza l’ultima fase, nella quale mette al vaglio della critica le diverse trasformazioni e la decostruzione di una identità di classe, in un universo caratterizzato dalla delocalizzazione delle aziende e dai nuovi poveri delle periferie, gli immigrati.

Possiamo vedere questo percorso anche guardando e isolando i momenti metaletterari, gli appelli al lettore, vere e proprie apostrofi della voce narrante, che sono poi, in ultima istanza, anche gli spazi di passaggio: il centro è la riflessione che “la vita ha da dirci solo quello che è accaduto, e che raccontare è una sorta di approssimazione infinita a una verità”. Questa è proprio la linea operativa, il filo rosso principale del tessuto di parole di Rollo, che dà vita ad una scrittura ibrida per riuscire a mettere al centro il lavoro che non significa produrre o rendere, ma fare, creare e sentire la fatica. All’interno di questo orizzonte materialista si colloca anche la scrittura stessa tanto che il romanzo si configura come vero genere aperto, in quanto lavoro di parole, il manufatto di parole, e questo lavoro può essere, in sintonia con la madre, un tessuto, ma anche, seguendo le orme del padre, una fresa di parole. Infine, questo libro, questo racconto ibrido, giocato su squarci e illuminazioni, è un libro che interroga, che costringe a dialogare al punto che io stesso, di una quindicina d’anni più giovane dell’autore, ma impregnato ugualmente di Benjamin e Gramsci, di Rolling Stones e Jim Morrison, ma quando tutto stava diventando moda e feticcio, rivolgo all’autore una terminale domanda lukácsiana: il proletariato degli anni 50 e 60 era l’approdo di un centinaio di anni di lotte operaie, gli immigrati di oggi non potrebbero rappresentare l’equivalente delle masse inurbate londinesi come forza lavoro, ben descritte da Dickens? essere cioè un nuovo momento aurorale, iniziale? In quest’ottica di verifica dei poteri la questione diventa quella della coscienza di classe in sé e per sé: ma se appunto urge un confronto, e bisogna discuterne, il libro afferma perentoriamente: “Leggetemi!”.

È in virtù di questa struttura dialogante, pronta ad interrogare e a farsi interrogare, fin dalla prima riga con il significativo “Milano lo vuole?”, che un io debordante, un egotismo esasperato, apparentemente, si estenua per lasciare la parola alla città e ad una intera generazione, non è l’io che parla in maschere, ma l’io che si scioglie in un collettivo, nella carne degli amici, nelle strutture degli edifici. L’uomo, vichianamente, conosce ciò che fa, e quindi pare dirci che non ci sono che linguaggi e scritture, e per provare a dire la verità del proprio gruppo sociale fondamentale, bisogna usarli tutti. In questo mondo, così costruito, pare, hic e nunc, però non esserci più spazio, se non nelle scritture, per il lavoro ben fatto, il lavoro a regola d’arte, ed è proprio qui che è contenuto un aspetto fondamentale della tragedia farsesca di quest’epoca.

Alberto Rollo

Un’educazione milanese. Il romanzo di una città e di una generazione ,

Manni editore

pp. 318 € 16

 

Domani, 18 marzo alle 17 Un’educazione milanese sarà presentato all'Auditorium Parco della Musica di Roma nell'ambito di Libri Come (AuditoriumArte - Studio 1)

Con Alberto Rollo dialogherà Massimiliano Fuksas, letture di Stefano Benni.

***

circuito-elettrico copiaUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Finalmente aperto!

Entra nel cantiere di Alfabeta2