Ermanno Cavazzoni, esistenze in minore

Marco Giorgerini

idiotVite brevi di idioti (1994) è uno dei primi libri di Ermanno Cavazzoni (il romanzo d’esordio, Il poema dei lunatici, risale al 1987), e per molti anche il suo capolavoro. Quel che è certo è che le strampalate biografie immaginarie qui raccolte (presentate come reali e ben documentate) confermano il punto di vista deviante da cui l’autore ha sempre guardato il mondo, la prospettiva “altra” che aveva contraddistinto gli scritti di poco precedenti usciti sulla rivista «Il cavallo di Troia» e che caratterizzerà le successive pubblicazioni, fino all’ultimo Gli eremiti del deserto (2016) .
Chi leggerà o rileggerà Vite brevi – ora riproposto da Guanda si sentirà trasportare al di là di un confine che abbiamo varcato da tempo: quello della modernità. Da questo lato del crinale, qui dove viviamo ogni giorno, maneggiamo con cura e compostezza le nozioni psichiatriche; sappiamo, pur non avendo conoscenze specifiche, che la psicopatologia è una disciplina che esige rigore e serietà. Sappiamo che per ogni malato vi sono iter medici da rispettare e categorie in cui inserire i suoi sintomi. Più in generale, razionalizziamo la realtà; e l’operazione ha i suoi indubbi vantaggi, ma anche svantaggi evidenti in termini di fantasia e creatività. In questo libro non avviene niente del genere.

Cavazzoni eccelle nelle gustose spigolature di personaggi e storie colti prima che l’occhio asettico della scienza, della storia o di qualsiasi sapere sistematizzato e con tutti i crismi della serietà e della logica agisca su di essi, deprivandoli della magia che ha tutto ciò che per metà è conosciuto e per metà immaginato. Tra la storia e la leggenda, si sceglie senz’altro quest’ultima. Anche se il modo in cui vengono dipinti i protagonisti non si discosta troppo da come essi venivano percepiti nell’immaginario primonovecentesco. Animali da circo nella peggiore delle ipotesi, certo, ma anche individui strambi con addosso un marchio insolito e speciale. Salta all’occhio la stranezza, insomma, più che la patologia.

Sono trentuno vite di tragica ordinarietà. Le vivono idioti la cui follia poco ha da spartire con quella con cui si sono misurati molti scrittori contemporanei e che talvolta è stata nobilitata nel nome del suo potenziale critico ed eversivo nei confronti della sanità borghese. L’idiozia del signor Pigozzi, che muore per non essere riuscito a far volare correttamente una vecchia Fiat trasformata in rudimentale aeroplano, non ha scopi didattici e non si presta a letture di tipo sociale. La sua pazzia – e quella di tutti o di quasi tutti gli altri personaggi del libro – è superflua, inutile, nemmeno molto scenografica. Tuttavia, è il segno che diversifica le esistenze “in minore” di uomini e donne che, senza di essa, sarebbero destinati al più totale anonimato.

«Questa fu la sua vita. Non le capitò altro», così si chiude il racconto intitolato La donna detta balena. Quel che «capita» alla paranoica protagonista è una quantità di attacchi di diarrea causati, a suo dire, da qualche malintenzionato che le nasconde il purgante nei cibi. Le debilitazioni psichiche, però, gettano colori sul grigio spento di una vita intera: «Così queste diarree erano al centro della sua vita e attorno ad esse si sviluppava tutta la sua vita intellettuale».

Cavazzoni si cala nel ridotto perimetro espressivo e conoscitivo degli idioti di cui racconta, nel loro «poverissimo stato mentale», ne assume l’estrema semplicità che si manifesta sia sul piano contenutistico sia quello prettamente stilistico. È una scrittura piana, distesa, senza la minima increspatura, che veicola pensieri elementari dalla logica barcollante: «Quel che racconto di Pino Apparuti è tutto vero; lo raccontava lui stesso in manicomio». Nei momenti più riusciti può ricordare l’estro comico del miglior Malerba (e, nel caso per esempio del Nemico della velocità, le somiglianze non si limitano alla scrittura: lo si confronti con Il pilota, in Dopo il pescecane del 1979).

Walter Pedullà vede nel protagonista di Molloy di Beckett un’«idiozia come via rapida alla sapienza» (inSimmetrie naturali. Luigi Malerba tra letteratura e cinema, a cura di Nicola Catelli, Diabasis 2013). Qui, più che nella capacità di condurre a sporadici momenti di sapienza, il valore dell’idiozia sta nell’opposizione inconsapevole che produce la sua stessa presenza. La sua esistenza è l’angolo che sporge e inceppa il meccanismo omogeneizzante e conformista di questi anni politicamente corretti; è il guizzo che scompagina le carte e illumina la mente dell’uomo nelle sue irregolari e imprevedibili manifestazioni. Da un lato, insomma, vi è una vitale, ancorché tragica, umanità irregolare; dall’altro l’apatica e perfetta normalità spersonalizzata e regolamentata della contemporaneità. Non è poi così difficile scegliere da che parte stare.

Ermanno Cavazzoni

Vite brevi di idioti

Guanda, 2017, 167 pp., € 15

Ermanno Cavazzoni, contento dei deserti

symeon-styliteMarco Giorgerini

I professori di fisica ci hanno sempre spiegato che la forza centrifuga è una forza apparente (e non è il caso qui di parlare di sistemi di riferimento inerziali e non inerziali). La letteratura, però, è un’altra cosa: ha ragioni che la ragione non conosce, ed evidentemente neppure la fisica. La forza centrifuga è una presenza costante nell’opera di Ermanno Cavazzoni. Mettiamola così: lo scrittore emiliano si muove di moto circolare uniforme, con alcune variazioni che non violano la fisica letteraria, e i suoi libri non sono altro che i prodotti della forza in questione. L’ultimo lavoro, Gli eremiti del deserto, non fa eccezione.

Cavazzoni gira intorno – e in tondo, per l’appunto – a una realtà che avverte come claustrofobica e asfissiante, e che nel cosiddetto mondo civilizzato si impone sempre più. Mi riferisco alle tendenze omogeneizzanti e normalizzatrici che vediamo dispiegarsi quando ci sentiamo presi al laccio da una burocrazia spietata, da direttive regionali, nazionali o comunitarie che ci piovono addosso e costringono le nostre vite in percorsi predeterminati. In una società votata ai dogmi dell’efficienza e del libero mercato, non c’è spazio per ciò che non sia quantificabile in termini monetari. Non c’è modo neppure di fare un passo di lato per guardare il fiume che tutto livella e pensare che l’abbiamo scampata bella, in fondo, e che è rasserenante avere un angolino per noi e per le nostre vite fuori dal coro. Nella precedente pubblicazione, Il pensatore solitario (Guanda 2015), leggevamo: «Oggi con la carta-moneta e la svalutazione, un vecchio tesoro non varrebbe più niente». E ancora, proprio in riferimento a eventuali eremiti contemporanei e dimostrando dunque la persistenza di quella tentazione centrifuga di cui s’è detto: «Tali individui, qualora siano trovati a vagare per le campagne o in città, saranno rastrellati e concentrati in apposite strutture, in attesa di essere cremati dopo il naturale decesso».

Gli eremiti del deserto è il frutto della fuga da un presente invivibile. Un distanziamento geografico (le zone più inospitali del Medioriente) e temporale (dal terzo al quarto secolo della nostra era) è necessario per far rivivere con dichiarata nostalgia e ammirazione «quei tempi di libertà, di povertà volontaria non sindacalizzata, di avventure interiori e incontri fantastici straordinari» (così l’autore nella breve premessa). Spesso, per inciso, nella produzione del Nostro ricorre l’immagine del deserto, immagine che nel volume qui in esame la fa, ovviamente, da padrona.

Il libro, snello e di facile lettura, è costituito da cinquantasette brevi, talvolta brevissimi, ritratti di asceti. Lo scrittore è affascinato dalle loro esistenze stravaganti e folli, ci parla delle originali privazioni a cui si sottoponevano per avvicinarsi a un dio pronto a far sentire la sua voce, ad approvare o a condannare la condotta dei suoi fedelissimi figli fuggiti dal consorzio umano. Le vite sono tratte da libri risalenti ai primi secoli dell’era cristiana che godettero di un’ampia circolazione in Occidente (dalla Vita Pauli di San Girolamo alla Historia monachorum di Rufino da Concordia).

Naturalmente, quelle che abbiamo tra le mani non sono vicende dotate di un reale rigore storiografico. Siamo in quella zona in cui la storia sfuma nella leggenda, l’invenzione degrada in diceria. La presente raccolta ricorda da vicino un libro della stessa collana editoriale, Vite efferate di papi di Dino Baldi (che però, va detto, è un’opera di più ampio respiro che beneficia di un corposo prologo, di una postfazione e di un imponente repertorio delle fonti). In entrambi i testi la giocosa e scanzonata libertà delle leggende è preferita alla seriosità storiografica che ci consegna, sì, informazioni certe e attendibili, ma al contempo agisce sul corpo vivo del passato con un bisturi che isola le sue parti più godibili e divertenti.

Incontriamo così Paolo, il primo eremita secondo la tradizione, che visse centotredici anni e passò quasi un secolo nel deserto, pregando e nutrendosi del cibo che gli dava una palma. Ilarione era in grado di riconoscere i demoni dall’odore e aveva memorizzato per intero le Sacre Scritture, e con tre segni di croce fu in grado di respingere il mare per salvare dall’acqua la città di Epidauro. Ancora: Doroteo non si addormentò mai di proposito (cosa non così rara tra gli eremiti, a quanto pare), Adolio praticava un’ascesi così estrema da spaventare persino i diavoli che non trovavano il coraggio di avvicinarlo, Padremuzio attraversava il Nilo a piedi e Simeone dopo essersi fatto murare in una celletta decise di stabilirsi su una colonna alta diciotto metri.

La struttura che Cavazzoni dà ai suoi libri tende a ripetersi, è vero (raccolte minimali di Vite brevi di idioti, Guida agli animali fantastici...), ma ci vuole bravura per riuscire a non scadere riproponendo il medesimo formato (Woody Allen insegna da decenni). E insomma Gli eremiti del deserto è un buon esempio – non il migliore – di questo moto perpetuo cavazzoniano. Per chiudere con la metafora usata all’inizio.

Ermanno Cavazzoni

Gli eremiti del deserto

«Compagnia Extra» Quodlibet, 2016, 130 pp., € 14