Tutto è gesto

Carlo Antonio Borghi

Milano. Diego Armando Maradona spunta dal tabernacolo di Fazio Tv e ipnotizza l’Italia con palleggi e dribbling da par suo. Roma. Jan Fabre occupa l’ingovernabile e invasivo MAXXI con 92 (novantadue) tavoli vetrati imbanditi con abbondanza di reperti del suo corpo di performer.

El Pibe de Oro risplende di luce propria e di luce in technicolor della tv e della tribù di Fabio Fazio. Sulle sue spalle di fantasista non porta il glorioso numero 10 (dieci) da regista tutto campo, ma una croce salvifica che lo protegge e gli ispira funambolismi anche senza palla. Palleggio e pontifico ergo sum. Gianni Minà e Fabio Fazio giocano da raccattapalle al suo servizio lungo i bordi del campo televisivo. Non c’è arbitro.

Intanto a Roma Jan Fabre apre le porte del Museo d’Arte del Ventunesimo Secolo, perché tutti possano godere e nutrirsi del suo corpo crudo e crudele, servito a tavola in 92 tavoli, ognuno da almeno otto posti. Prenotare per credere. Lo chef stellato è Germano Celant. Il MAXXI è opera ingombrante di archistar, Zaha Hadid. Il belga Jan Fabre, in azione e in scena da 40 (quaranta) anni, lavora da archistar della performance d’arte e del teatro performativo. Tutti fanno oooooh e anche di più alla vista del suo sangue, dei suoi muscoli, del suo respiro, dei suoi peli e dei suoi genitali sotto vetro.

Quei muri da archistar possono respingere e rigettare qualsiasi cosa si voglia appendere a un chiodo. Problema risolto: esporre la passata e storicizzata gestualità di Fabre chiusa dentro ripiani di vetro. Museo o ristorante stellato?! Intanto Diego San Gennaro Maradona cava dal suo repertorio di top player il gesto dei gesti: il gesto dell’ombrello o gancio, proprio quello. È una furbata atletica del calibro di un pallonetto o di un cucchiaio alla Francesco Totti.

Maradona 1 Equitalia 0. Tripudio sugli spalti dello studio-stadio. Detto fatto il divino Maradona riparte per gli Emirati Arabi dove regna e lavora per i sultani. Jan Fabre si tratterrà nell’Urbe per i prossimi mesi. Tutta la sua roba performativa resterà lì sottovetro e sottovuoto. La polvere non la contaminerà. Tutte le reliquie del suo corpo performante sono compulsivamente e scientificamente numerate e catalogate di tavolo in tavolo. Via Crucis di 92 (novantadue) stazioni. Manico d’ombrello e digitus impudicus. Gesti da maschio scimmione che minaccia di metterla in quel posto a qualche altro maschio. Così interpretano gli antropologi.

Succede anche nella vita, in tv, negli stadi e nelle maxi mostre. In arte ormai, del corpo del performer non si butta via più nulla. Umori e secrezioni si possono conservare e preservare dal degrado e dal disfacimento. Riscrivo il titolo: da tutto è gesto a se questo è un gesto. Del resto, mica siamo stati concettuali per niente. Intanto sul ring di Milano - Palazzo Reale, Andy Warhol incrocia i guantoni con Pollock e la sua ghenga di Irascibili mentre a Roma – Scuderie del Quirinale, Frida Rivera Khalo sfida a mani nude la statua colossale di Augusto, in bella mostra nudo come Mamma Roma l’aveva fatto.

Vergogna

Paolo Fabbri

Una premessa: da Saussure in poi la linguistica e la semiotica si definiscono come discipline del valore: valore differenziale delle espressioni e dei significati. Hanno intrapreso quindi, e da tempo, lo studio delle passioni (Greimas, A. J., J, Fontanille, Milano,1996) e in particolare del sentimento socialmente dominante della vergogna. F. Marsciani in Uno sguardo semiotico sulla vergogna esplorava gli intricati rapporti di valore tra la colpa e la faccia, l’onore e la dignità ( Bologna, 1991) Queste ricerche ritrovano vigore e una fresca attualità nel bel libello di Stéphane Hessel, Indignatevi! (2011) e nel recentissimo Vergogna, in cui Gabriella Turnaturi racconta e argomenta «La metamorfosi di una emozione» (Milano. 2012). Riparliamone: è il caso di farne un caso.

Una parola s'aggira per l'Italia. Si scandiva nei trascorsi girotondi, se ne parla in Parlamento, si legge nella stampa: Vergogna! Pronunciata con l'esclamativo e diretta in primis al governo e alle sue maggioranze - ma anche ai partiti, ai calciatori, via via fino agli ecclesiastici e al presidente della Repubblica - è diventata un passaparola. Indignati di tutto il mondo unitevi! Nel quotidiano, svergognasi l'un l'altro potrebbe sostituire gli stanchi scambi di convenevoli, con gli sconvenevoli. Per studiarla sarebbe necessaria tutta un’Ontologia, disciplina giustamente di moda perché dedicata alle diverse forme dell’onta.

Parola grossa, anzi superlativa, Vergogna occupa il centro della scena dei valori, scortata da termini come indecente, indegno, indecoroso, riprovevole, inverecondo e via disdicendo. Per il vocabolario è un atto linguistico di biasimo e sdegno che esprime un sentimento che testimonia a sua volta di un'emozione d'assalto. «Sentimento di profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole e disonorevole». Una passione morale che dovrebbe provare non chi grida Vergogna!, ma il suo interlocutore; alla condizione, non frequente, che se ne renda conto. Condivido il biasimo, termine che con la parola «bestemmia» ha una comune radice: «stimare bestia». Con i cosiddetti «vincenti», rivelatisi penosamente perdenti, il disgusto estetico non basta: quello che per noi è pacchiano, grossolano e dozzinale, per loro è una pacchia. Ma possiamo contare davvero sul loro senso di Vergogna?

Mi si consenta, come usava dire in tempi sospetti, di dubitarne. Intanto per sdegnarsi ci vorrebbe un senso condiviso dei valori e non mi pare il caso: per certuni, valore vuol dire valuta, l’onore è un onere. Insomma, perché uno s'adonti bisogna che l'onta, amara e profonda, la senta davvero. E sia disposto a metterci la faccia – sempre che non sia di tolla o di bronzo. Quanto al decoro è una parola viene dal latino «decere», dove significava «convenienza» ed è chiaro che l'evasore fiscale sa cosa gli conviene: non pagar tasse è decente e perché no? discente. Colpisci una sede di Equitalia per educarle tutte. Non conterei troppo neppure sugli altri requisiti della Vergogna - senso privato di colpa e un giudizio intimo di responsabilità - in chi non crede neanche alla giustizia pubblica.

D'altra parte chi grida Vergogna! deve fare attenzione. Intanto è bene che l’indignato dimostri sdegno ma non degnazione, cioè condiscendente compiacenza. Inoltre l'imprenditore di moralità dev'essere pulito, quindi l'esercizio è sconsigliato a trasformisti e pentiti che sono statisticamente numerosi. Inoltre, lanciando l'obbrobrio su chi non ha scrupoli, si rischia di far la figura del «gonzo», parola che deriva appunto da «Vergogna» e designa «persona tarda e stupida». Obiezione: il vero destinatario di Vergogna! è il sentimento morale di chi deve giudicare l'immagine del personaggio biasimato: non è il politicante quindi ma la pubblica opinione e i futuri elettori. Vergognatevi di lui, e se del caso, Vergognatevi di averne fatto un onorevole. E magari, Vergogniamoci anche noi, per non averlo saputo impedire!

Giusto, ma ritorno a dubitare. Continuiamo a chiedere che la fogna dei comportamenti sia esposta alla gogna. Ma se fosse cambiato, a nostrainsaputa, il pubblico senso della Vergogna? Senza giungere ad un'ablazione mentale, direi che nella società postmoderna il vergognarsi è diventato molto più cool. Come altre passioni morali come l'ira e l'odio, ad es. che si presentano tutt'al più, nel teatrino comunitario,come irritazione e fastidio. La tragedia dell'onore e del pudore ha lasciato il posto alla sitcom degli scrupoli, parola questa che designava in origine «piccole pietre aguzze d'inciampo». Ma oggi ci sono scarpe solide, tacchi compensati e pellacce a tutta prova! Come mai?

Una spiegazione, parziale fin che si vuole, c'è: il confessionale già catodico e ora digitale. Nei reality show e nella stampa trash scorre una fila ininterrotta di facce sfacciatissime che raccontano cose assolutamente disdicevoli. Senza amari turbamenti, vanno in onda rappresentazioni di serena oscenità. La faccia di bronzo è diventata faccioide, faccia da video a cristalli liquidi, direbbe Bauman. E, incredibile perchè vero, la più breve delle apparizioni - una comparsata! - garantisce la più totale delle assoluzioni. Altro che gogna mediatica: video te absolvo. E poi continuiamo a dir Vergogna!