Archeologia di una calunnia

Eugenio Salvatore

Tra i tanti riferimenti alla cultura degli ultimi presenti nella sua produzione musicale, Franco Battiato parla in Voglio vederti danzare di «danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti». Si tratta di praticanti del nestinarstvo, una danza tipica della regione Balgari (al confine con la Turchia). Il rito è di origine pagana, si ispira a un salto nel fuoco compiuto da un giovane – Costantino – chiamato a questa prova da Dio per sostituirlo in terra, e si è tramandato nel tempo nonostante l’ostilità dalle gerarchie ecclesiastiche.

Il riferimento ai Nestinari è utile a inquadrare, sotto molti punti di vista, l’interessante volume di Enrico Testa sulla parola “malfamata” bulgaro. Il volume si apre con la condivisibile presa d’atto che, «nelle collettive rappresentazioni simboliche individuabili dalle nostre parti, bulgaro è segno di tristezza e di grigiore o di uso smodato del potere e d’inganno». Le ragioni di tanta sventura non vanno cercate soltanto nel prevedibile pregiudizio politico novecentesco, legato agli anni di dominazione comunista e alla guerra fredda. A questo elemento, si sommano sul giudizio italiano (e più genericamente occidentale) altri fattori che risalgono molto all’indietro nel tempo – come la danza dei Nestinari, appunto.

Per questa ragione, nel volume si guarda al rapporto tra popolo bulgaro e Italia con un’ampia lente cronologica (a partire dal primo stanziamento dei bulgari in Italia a seguito dell’invasione longobarda nel 568) e un altrettanto esteso spettro spaziale, che include da una parte l’intera Europa occidentale e la sua considerazione verso i bulgari, e dall’altra l’appartenenza di questi ultimi ai popoli balcanici. Il presupposto dell’analisi è semplice e inconfutabile: «è difficile trovare, tra i termini che indicano le varie nazioni d’Europa, un etnonimo che, al pari di bulgaro, abbia avuto in Italia, negli ultimi decenni, una sventura così singolare marcando, in veste di aggettivo, la parola a cui si è trovato via via connesso di tratti costantemente negativi».

A conferma di ciò, l’autore elenca alcune locuzioni largamente diffuse nel linguaggio politico e giornalistico degli ultimi decenni: maggioranza bulgara, che indica un ampio successo elettorale macchiato però da «operazioni […] guidate dall’alto e prive di un libero dibattito»; editto bulgaro, con riferimento alle dichiarazioni rilasciate a Sofia dall’allora premier Berlusconi, che auspicava l’estromissione dalla RAI di Biagi, Santoro e Luttazzi; pista bulgara, come venne denominata un’ipotesi investigativa, poi rivelatasi priva di fondamento, che legava i servizi segreti bulgari ai “lupi grigi” che misero in atto, per mano di Ali Agca, l’attentato del 1981 contro Giovanni Paolo II; ombrello bulgaro, sintagma legato all’omicidio dello scrittore dissidente Georgi Malkov (settembre 1978), forse avvenuto per causa di una capsula di cianuro impiantata in un ombrello che colpì l’intellettuale (anche in questo caso l’ipotesi che legava il fatto ai servizi bulgari non venne mai accertata); chiave bulgara, sintagma usato dal «Corriere della Sera» (settembre 2017) per indicare il sistema di infrazione di un domicilio privato usato da una banda di malviventi, che però erano di origine georgiana. Questi sintagmi sono tanto affermati nel linguaggio giornalistico italiano che chiave bulgara è anche il soprannome attribuito da «Il Secolo XIX» al centravanti bulgaro del Genoa Galabinov; mentre, ad esempio, nel titolo della testata open.online del 20 maggio 2019 si legge: «L’editto bulgaro al contrario. Salvini: “Più Lerner parla, più la Lega guadagna voti”».

L’uso di queste locuzioni è basato sul presupposto comunicativo dell’eccezione, del mostrare attraverso un etnonimo che si sta parlando di altro da noi. E ciò si realizza perché, «legando costantemente un etnonimo, in veste di aggettivo, ad elementi negativi, il portato enciclopedico dei secondi agisce sul primo trasformandolo in uno stereotipo». La realizzazione di questa «scorrettezza etnografica» ha radici profonde e antiche, sia linguistiche sia storico-culturali. Per le prime, basti pensare alle molte forme derivate dal latino bulgarus ancora usate nei dialetti romanzi (ad esempio buggerata per “stupidaggine”, buggerasse per “infischiarsene”, il francese bougre, prima “eretico” e poi riferito alla sfera scandalistica della sessualità); e non mancano usi letterari di derivati dall’etnonimo latino, come le buggere (“chiacchiere inutili”) usate da Nievo, la buggerona (“donna puzzolente”) da Rustico Filippi o il buggerio (“chiasso, confusione”) da Carducci.

Venendo alla sfera storico-culturale Testa tenta di spiegare, con dovizia di informazioni, perché questa infima considerazione riguarda proprio i bulgari. In realtà, il pregiudizio occidentale colpisce più estesamente l’area dei Balcani, il cui «toponimo è […] divenuto, con i suoi derivati verbali e sostantivali, l’interprete di una vicenda complessa in cui agli equivoci s’incrociano molteplici ragioni e fatti storici»; si pensi ai significati di balcanizzare e balcanizzazione. Su questa considerazione incisero senz’altro i racconti, non sempre obiettivi, dei viaggiatori occidentali sette-ottocenteschi, che contribuirono a plasmare lo stereotipo dei balcanici come «la faccia sporca dell’Europa». La compresenza di vari gruppi etnici, l’assenza di un’idea “occidentale” di identità nazionale, la guerra degli anni Novanta (non a caso chiamata balcanica e non jugoslava) hanno determinato uno stigma onnicomprensivo verso questi popoli, accentuato dalla retorica – auto-assolutoria per l’Occidente – che vede nell’omicidio commesso da Gabrilo Princip (giugno 1914) il motivo scatenante della prima guerra mondiale.

Per comprendere i cascami culturali che accompagnano lo stigma specifico verso i bulgari bisogna invece risalire indietro di oltre mille anni, al movimento eretico di natura manichea dei bogomili, affermatosi in Bulgaria nel IX secolo e con molti punti di contatto con i catari. I principi religiosi (e le loro ricadute politiche) dei bogomili vennero osteggiate per secoli, e «il ripudio delle gerarchie, le visioni che pongono alla base del mondo il principio del male dovevano essere spazzati via» sia per il potere politico sia per quello ecclesiastico. Questi principi hanno contribuito a rafforzare l’iconografia del “carattere” asettico dei bulgari, distaccati rispetto a tutte le dominazioni politiche che si sono succedute (l’attenzione degli occidentali si rivolge in particolare ai periodi ottomano e comunista).

L’etimo dell’etnonimo, oscuro e irrisolto, ha da par suo alimentato l’aura di ignoto intorno ai bulgari. Un’aura che, come si è visto, si alimenta grazie a «un innesto, assai produttivo nella nostra lingua, tra motivazioni vicine nel tempo e ragioni di lungo o, meglio, lunghissimo periodo». A ciò si può aggiungere l’attuale condizione della Bulgaria, «indubbiamente segnata da forti tratti di fragilità istituzionale, economica e democratica». Insomma, riprendendo le parole di Todorov, Testa osserva che la Bulgaria è stata spesso ritenuta dagli occidentali «l’avanguardia più avanzata dell’Oriente verso l’Occidente»; ciò ha determinato una considerazione negativa facilmente attribuibile a una popolazione geograficamente vicina ma lontana (o apparentemente tale) sotto tutti gli altri punti di vista.

Enrico Testa ricostruisce in modo convincente i connotati di questa “lontananza”, con un solido ancoraggio della sua ipotesi di lavoro ai fatti storico-linguistici che hanno plasmato nel tempo una sorta di bulgarofobia, ancora ben riconoscibile nei tic linguistici della comunicazione contemporanea. Leggendo questo volume vien voglia di essere bulgari (per una sorta di spirito di compensazione), e al contempo di non esserlo per evitare una considerazione “malfamata” che è, con ogni evidenza, infondata. All’autore il merito di averne mostrato le ragioni.

Enrico Testa

Bulgaro. Storia di una parola malfamata

il Mulino, 2019, 142 pp., € 12

Enrico Testa, fuori da ogni dove

Patricia Peterle

Cairn è la sesta e più recente raccolta poetica di Enrico Testa. La scelta del titolo, a prima vista indecifrabile, è invece una chiave di lettura per alcune delle tappe più intime del suo percorso poetico (dal gaelico carn, «mucchi di pietra», «segnavia e segnavita») che ha nel rapporto con i morti, nel sogno, nel viaggio, nello spazio domestico e nella memoria, i suoi punti di forza e di fuga. È infatti a partire dall’esteriorità, dall’esperienza stessa e, perché no, dalla nuda esistenza, tanto per ricordare Lévinas, che questo io si dispiega. Studioso molto stimato e poeta ormai riconosciuto anche in terre lontane come il Brasile, in questa raccolta, nonostante s’intravedano nuovi percorsi, sono ancora il moto contradditorio della scrittura e la disposizione dell’io a costituire dei punti nevralgici; un gesto del dispiegarsi che sospende le associazioni più immediate e logiche e che potrebbe addirittura rimandare alla domanda di Blanchot: «Scrivere, significherebbe forse, nel libro, divenire leggibili a chiunque e indecifrabili a se stessi?».

Le poesie di apertura e di chiusura di Cairn sono in stretto dialogo tra loro. Il fulcro di questi versi è appunto un rapportarsi, coniugato in vari modi, che unisce persone, oggetti e memoria. Al centro della prima poesia c’è il fatto di dirsi addio, affermato però nella sua negazione: «non ci diremo addio». Gli altri versi, sempre in negativo, rafforzano una continuità: «Non sappiamo come dirlo, e non vale la pena di impararlo». Una continuità che aporeticamente si delinea nel «Soltanto possiamo ancora finire», che si sviluppa poi con: «E ora possiamo finire di nuovo. / E ancora e ancora». Non è dunque possibile avere un nuovo inizio, ma è possibile paradossalmente continuare a non finire mai, movimento che ci ricollega ai versi iniziali di Pasqua di neve: «puoi cominciare anche / senza un inizio / […] e finire senza chiudere».

Altra percezione di questo movimento residuale del vissuto si ha in Café Romand, in cui l’attenzione ricade su oggetti, resti o comunque brandelli di esperienza. Vi è qui la figura di uno strano cleptomane che fa «collezione di gioie spente», oggetti senza valore ma che diventano relitti, come un tovagliolo rubato: «uno straccetto / che però tra le sue fibre, / rigide ricamate amare, / confusamente cova / un pegno di fedeltà». La funzione originaria di tale oggetto viene offuscata dal significato memoriale acquisito in un secondo momento: non si tratta più di un semplice tovagliolo, sono ora in gioco gli affetti, necessari alla nostra esistenza. Come ci ricorda Benjamin, «il potere della fantasia è il dono d’interpolare nell’infinitamente piccolo, d’inventare per ogni intensità in estensione una nuova, densa pienezza». Alla luce di questi veri e propri gioielli rovinosi e memoriali, il «furto bagatellare» diviene dunque «reliquia secolare», che ci riporta a uno dei brani di Pronomi: «contenuti arcaici ormai rifiutati dalle norme del comportamento sociale riaffiorano nel discorso della poesia».

I segni del tempo agiscono anche sullo spazio domestico, un aspetto caro all’autore che in Cairn ritorna forse con maggiore intensità. L’ordinarietà della cucina, per esempio, diviene luogo di incontri, scambi, condivisioni e relazioni, nonché spazio di una riflessione che ha segnato il Novecento, cioè quella sulla frammentazione e sgretolamento dell’io. Le «polpette preparate stanotte / nella cucina scura», pur avendo seguito la ricetta di famiglia, non si reggono insieme, si disfano: «l’impasto scappava via da ogni parte / in tanti frantumi informi». E poi la svolta: «M’è venuto il terrore dell’allegoria: / diomio, che da quel tempo sino ad oggi / anche il mio io / come una polpetta crepata / non fosse riuscito ancora a rapprendersi / in una sua compatta tenacia». Il discorso poetico sospende la sua apparente semplicità, come avviene anche in Metafisica del pollaio o in Ancienne cuisine.

Se le pareti della domus sono così importanti, altrettanto essenziali si mostrano i luoghi sconosciuti. Uscire da se stessi per poi ritornare a se stessi è infatti un altro gesto fondamentale nella poesia di Testa, segnato dal momento topico del viaggio. Uscire da casa, dalla tana protettiva delle sue pareti, se da un lato può essere minaccioso e pericoloso, dall’altro è sempre una sfida, un mettersi in gioco, come si legge alla fine di Cairn: «siamo fuori da ogni dove». Lo spostarsi scompagina i riferimenti, poiché «si lascia di sé qualcosa indietro / che, solo tanti giorni dopo il ritorno / si riacquisterà, ma confuso e diverso». Il Sudamerica, già presente in raccolte precedenti, ora ritorna attraverso altre esperienze di viaggi fatti negli ultimi anni: in Venezuela, al delta dell’Orinoco e a Porto Ordaz, e in Brasile, a São Paulo e in altre zone. Lo sguardo di Testa, sempre attento alle cose minute, viene colpito dall’immobilità e dalla precarietà, cercando di dare voce a quelli che sono stati messi a tacere. Nella megalopoli brasiliana la gente per strada sembra sfinita, gli individui «Sono inerti e lenti. / Non rivendicano nulla alla vita».

La storia è impietosa, «il potere è tetro», sono inoltre gli indizi di un’invettiva – o meglio, del dire tutto, della parresia – che pare segnare alcune poesie della raccolta. È il poeta che dichiara il suo disagio davanti agli «spiriti sottili / seduti sulla poltrona del salotto / così bravi a comporre, commossi al caldo, / davanti alla tv, distici baciati sonetti perfetti / sestine strane pensieri corretti / su chi scompare nei deserti o in mare». Quella di Testa non è tuttavia un’invettiva gratuita, la sua critica va letta piuttosto come un bercio («tralci di parole») che vuole risvegliare a una riflessione sul nostro agire e rapportarsi. Non è la prima volta che il poeta tocca temi civili, politici, ma è senz’altro la prima volta che lo fa in modo così aperto. Il suo invito è a indagare il «Mistero della merda», come viene detto chiaramente in un’altra poesia intitolata appunto L’ordure, l’ordre, che mette in scena certo disfacimento dell’umano e certa povertà morale. Il gesto di Testa è dunque contro questo «potere tetro» che sembra pervadere sempre di più la nostra collettività, il nostro essere, la nostra umanità; che sembra corrodere i rapporti e indebolire il vivere in comunità. Non è un caso, allora, che l’essere in comune (nella lingua e negli oggetti nel vissuto) sia un tratto centrale anche in quest’ultima raccolta.

Le nove sezioni di Cairn offrono così un percorso variegato di ambiti, luoghi, oggetti, lingue e personaggi, un groviglio di esperienze che alla fine testimoniano nella trasfigurazione del poetico le possibili forme dell’umano (o disumano). I sentieri, i mucchi di pietre, allora, da un lato sono delle tracce per Testa e dall’altro degli indizi che egli a sua volta offre ai lettori affinché possano percorrere autonomamente il loro cammino: un rapporto, insomma, di esposizione, fiducia e apertura.

Enrico Testa

Cairn

Einaudi, 2018, 136 pp., € 11

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Cinque voci dal contemporaneo # 4 / Enrico Testa

Prosegue il piccolo ciclo di appuntamenti su alfaDomenica con cinque importanti poeti italiani di oggi a colloquio con due studiose dell’altro emisfero. Dopo Mariano Bàino, Mariangela Gualtieri e Tommaso Ottonieri, è dedicato a Enrico Testa il quarto estratto dall’importante volume di Patricia Peterle ed Elena Santi, italianiste dell’Università di Florianópolis in Brasile, Vozes. Cinco décadas de poesia italiana (Editora Comunità, Rio de Janeiro 2017), che raccoglie trentatré conversazioni con poeti italiani di cinque generazioni diverse, da Giampiero Neri a Massimo Gezzi.

Si ringrazia l’editore brasiliano, le due autrici e naturalmente i poeti per il permesso accordatoci a riportare qui, in versione italiana, i dialoghi in questione. Il componimento in calce alla conversazione, come nelle altre puntate di questa serie, è riportato nella versione data al libro brasiliano. In questo caso la poesia di Enrico Testa non è stata ancora raccolta in volume dal suo autore ed esce dunque, in questa occasione, per la prima volta in Italia.

A.C.

Il filo delle relazioni umane

Conversazione con Enrico Testa

Patricia Peterle ed Elena Santi

Cosa significa essere poeta oggi? Che cosa è un poeta per lei? Il poeta è un nostalgico cantore dalla parola un po' consunta e desueta? È necessariamente un oppositore del mondo?

Essere poeta oggi significa essere qualcosa meno di niente. Ritengo insopportabili coloro che «fanno» i poeti assumendo atteggiamenti da vati o da guru new age e credono così di collocarsi in una posizione d’eccellenza. Il poeta è in fondo un uomo come tutti, con qualche problema in più e, in contraccambio, con una minima dose d’attenzione e sensibilità che, per sorte e cultura, si declina in versi. Quindi – per favore – no ai cantori nostalgici, no ai canti dispiegati, no al restauro dei tempi andati. Anche perché oggi – considerati il crollo del prestigio della cultura umanistica e la perdita dei suoi valori simbolici e antropologici – della poesia in fondo non importa niente a nessuno. Che poi ogni poeta appena decente debba provare un certo disagio nei confronti del mondo mi sembra quasi un prerequisito essenziale: se guardiamo, anche lasciando da parte problemi metafisici e questioni ontologiche, a come il mondo funziona (molto concretamente: concentrazioni finanziarie, nuove e antiche schiavitù, predominio dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, omologazione planetaria, avidità e povertà in perverso connubio) non ci si può non sentire in «esilio» perenne e provare a dimostrarlo. I modi per farlo non coincidono però – sia chiaro – con quelli dell’obbligo pragmatico, della poesia «civile» a tutti i costi (che è spesso solo un rito onanistico). Si può dire no anche scrivendo quartine d’amore o mettendo in versi le proprie quotidiane esperienze, facendo però percepire che la visione adottata e la lingua usata non pagano pedaggio alla doxa: alle logiche e mode e sistemi di pensiero dominanti. Che, con buona pace dei liquidatori della critica sociale e materialistica e ideologica, continuano a esserci: sempre più forti e pervasivi e occulti.

Qual è il suo rapporto con la parola e con la lingua? In quanto poeta sente la lingua come strumento adeguato di comunicazione poetica? E come definirebbe il suo proprio linguaggio poetico?

A proposito della lingua e della lingua della poesia, è necessario fare una premessa. Il secolo scorso è stato indubbiamente il secolo del linguaggio: ha visto la fondazione della linguistica moderna; tanti filosofi si sono dedicati a questo tema; numerose discipline si sono fondate su di esso; poeti e narratori ne hanno fatto un oggetto costante di riflessione. Ed è stato pure il secolo delle sue più torbide e violente manipolazioni. Ma c’è un filo costante in tante analisi del linguaggio: la messa in rilievo dei suoi limiti, della sua impossibilità a dire, del suo carattere «funerario» che, mentre esprime verbalmente un messaggio o «chiama» un oggetto, o falsifica il primo o sopprime, sino ad ucciderlo, il secondo. È insomma il riflesso – sul piano della comunicazione verbale – della vasta impresa demolitrice del nichilismo che ha pervaso il Novecento. Ecco, forse quest’ultima – sia le filosofie del Nulla sia le sue prospezioni linguistiche – va finalmente consegnata agli archivi. Senza restaurare antiche visioni «ottimistiche», del tutto fuori luogo, e magari servendosi della lezione, per me fondamentale, di Lévinas, mi viene da pensare che il linguaggio sia, pur con tutti i suoi limiti, quanto ci tiene insieme: stretti e in lotta, in euforia o in afflizione. Il filo delle relazioni umane. Un’importante possibilità del loro senso. E un cenno (solo un cenno) di trascendenza nell’immanenza. E non penso alle sue forme elaborate, agli stili della letteratura, ma proprio ai discorsi «comuni» che, quando privi di modismi e occasionalismi suggeriti dai media, rivelano un’insospettata profondità di significati e una densa filigrana di affetti e, insieme, concrezioni geologiche dell’italiano, stratificazioni semantiche, visioni del mondo che solo lo snobismo di certi mandarinati molto up to date può guardare con disprezzo. D’altronde se Wittgenstein diceva che in una goccia di grammatica si concentrano oceani di filosofia, Lacan, da parte sua, rimarcava la ricchezza e invitava all’ascolto dei discorsi da strada o da metropolitana. E la poesia? Credo che alla poesia non si debba pensare come ad un genere linguistico a parte, come a un codice con i suoi precostituiti segni d’identificazione; ma che, consapevoli dei suoi limiti (ci sono temi e questioni che altri tipi testuali affrontano con maggior presa e forza interpretativa), vada appunto interpretata nel quadro, dialogico e generale, dei discorsi umani, sottolineando la sua appartenenza ad essi e ad essa richiedendo quel medesimo grado di responsabilità (per sé e per gli altri) che ci sentiamo di richiedere ad ogni gesto e ad ogni parola degli interpreti dell’esistenza. Il mio linguaggio poetico, da parte sua, mira – almeno mi pare – a una semplicità grammaticale, percorsa però da segni che fuoriescono dalla lineare ordinarietà della dizione ora per via lessicale (pochi termini estranei all’uso) ora per via testuale (con violazione delle regole della consueta coerenza semantica e presenza di referenti «opachi» non immediatamente recuperabili) ora – e soprattutto – per via armonica (il «brio» anche nelle situazioni più cupe attraverso l’affezione o il vizio della rima nelle sue varie forme e giaciture nel verso).

Si usa dire oggi che sono più i poeti dei lettori, cosa ne pensa? E come intervengono i nuovi supporti (internet, blog) nel rapporto con il pubblico? Quali sono le prospettive per il mondo della poesia nei prossimi decenni?

Che ci siano più scriventi di poesia che suoi attenti lettori è un dato sociologico di patente evidenza, aggravato dal fatto che i primi non si sentono più in dovere di leggere i grandi autori del passato, remoto e recente. Di internet, blog e fenomeni simili, ho ben poco dire: scorgo solo una nebulosa indistinta, una gran confusione, un eccesso di narcisismo che, come nei social, spinge a dire, sempre e comunque, io… io… io… Non si capisce più chi parla e perché e sulla base di cosa. Del futuro della poesia ne so ancora meno non essendo provvisto di doti profetiche. E poi – le confesso – è il mio ultimo problema: potrei dire, con una frase fatta, che la poesia durerà quanto l’uomo; invece, in uno sbotto di sincerità, mi viene piuttosto da esclamare: «ma che se ne vadano tutti a ramengo!»

Come si coniuga la figura del critico letterario e ricercatore con quella del poeta? Sono due aspetti della sua vita professionale che dialogano tra loro o rimangono disgiunti? Dopo premi importanti per la poesia (l’ultimo il Viareggio 2013), lei ha appena ricevuto il premio Mondello per la critica con L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale. I suoi studi accademici entrano in qualche modo a far parte della sua poesia? Più in generale, quali poeti e scrittori operano nella sua scrittura?

Innanzitutto provo a rispondere all’ultima parte della sua domanda. Probabilmente non sono pochi gli autori in questione, anche se mi è difficile, dopo i maestri riconosciuti di apprendistato ed esordio (primo tra tutti Caproni), individuare nomi precisi. Due cose mi sento di dire: credo che la tradizione non sia un’eredità di cui liberarsi con un semplice gesto di fastidio: si scrive perché altri hanno scritto prima di noi e sperando che altri lo facciano dopo; in secondo luogo, ho la convinzione che operino nella mia scrittura, più che letture di stampo poetico, letture di stampo narrativo (in particolare romanzi dell’Ottocento) e – a dispetto dei fautori della purezza del «canto» – perfino saggistico.

A proposito delle due figure: l’attività prevalente è – almeno dal punto di vista quotidiano e quantitativo – quella del critico o, meglio (visto che non ho mai esercitato funzioni «militanti»), quella dello storico della lingua, letteraria e non letteraria, e del professore: due mestieri, in fondo, e niente più e connessi tra loro. Al di sotto o accanto, la scrittura in versi, che percepisco più vicina al punto centrale della mia scombinata identità e al suo quotidiano rimettersi in sesto, tra sbreghi e toppe, per la semplice ragione che è strettamente legata ai fatti della mia esistenza. In fondo scrivo poesie solo per cercare di interpretare quest’ultimi o, semplicemente, per ricordarmeli (sperando, sotto sotto, che il mio ricordo coincida o si avvicini a un ricordo inespresso ma simile, per esperienza o sentimento o valore, del lettore). Quali siano le relazioni (dialogo? separazione radicale?) tra questi due aspetti o attività resta per me un mistero: al di là di un ovvio filo di continuità tra di esse (che almeno momentaneamente mi preserva dalla schizofrenia) e di qualche punto di contatto, in particolare tematico (alcune ossessioni profonde), mi pare che seguano ognuna la loro strada. D’altronde cosa c’è di più insopportabile di un professore che s’atteggia a «poeta»? Forse solo un poeta che non si dimentica mai, mentre scrive versi, di essere professore. Per fortuna mi scordo spesso di essere sia l’uno che l’altro.

Cosa rappresenta per lei la sua ultima raccolta Ablativo? Che cosa si intende per «poesia ablativa»? È una poesia legata a una sorta di pluralismo e alla molteplicità del significato? Quale posizione è riservata al poeta in una poesia che cerca di spingere il soggetto ad abbandonare i propri confini semantici e ontologici?

Parlare addirittura di poesia o poetica «ablativa» è forse esagerato. Partiamo dal titolo: esso rimanda (qui sì da professore!) a un caso latino altamente sincretico in cui si radunano varie funzioni: l’allontanamento da sé, lo spostamento in un altrove, il movimento e la stasi (al punto che le poesie del libro potrebbero essere divise, come certa selvaggina dei cacciatori, in stanziali e migratorie) e, ancora, le funzioni strumentale e comitativa: l’essere per altri e con altri. Insomma il titolo è stato scelto sia per la pluralità – come diceva lei – dei suoi significati (pure in contrasto tra loro) sia perché segna in maniera netta la distanza dal primo caso: il nominativo. Con tutto quanto è in quest’ultimo implicato: pronuncia assoluta, ruolo centrale dell’io, postazione eminente di stampo liricheggiante. I vari passaggi dell’ablativo invece mi sembra che, da un lato, comportino per il soggetto la scoperta di un nuovo destino (al crocevia di voci diverse, stretto tra generazioni non proprie, immerso in relazioni imposte da microcosmi particolari come da mondi stranieri: famiglia, amicizia o luoghi remoti) e, dall’altro lato, suggeriscano una cosa per me molto importante: che la poesia, in fondo, condivide la fragilità della nostra esistenza, i limiti del tempo che ci resta (diceva Marina Cvetaeva che, per chi scrive, l’importante è «Non farsi un nome – fare in tempo»), e, insieme a tutto questo, i sentimenti che ci agitano e il nostro spartirci la vita. Né statue né monumenti quindi (figure antiche ma sempre ritornanti in certe idee o tendenze sacrali e «assolute» della letteratura), ma tutt’al più una scrittura sottile e a caratteri piccoli – quasi un geroglifico o glossa o nota – al margine di un testo – la vita – che ci affascina e ci distrugge. Quale sia la posizione riservata al poeta in questo tipo di scrittura è, in fondo, molto semplice: stare tra condizioni e situazioni diverse mantenendo la consapevolezza di non avere mai l’«ultima parola».

Il tema del viaggio e dell’altrove si coniuga in modi diversi in questa raccolta. Da un lato abbiamo Lisbona, che, nella lontananza, sembra rispecchiare il proprio punto di partenza, Genova. Dall’altro c’è l’America del Sud, con i suoi colori, i suoi «orizzonti / che hanno in sé il grigio e il giallo / e una traccia sottile di azzurro». È questo il percorso del nuovo «io» ablativo che, dopo aver accettato il proprio dissolvimento, percorre migliaia di chilometri per rincontrarsi?

Il viaggio, insieme ai motivi del sogno e della memoria (soprattutto familiare), è una delle strutture fondamentali del libro. Credo che vada inteso, almeno qui, come la dimensione in cui il soggetto, una volta accettato – in una mimesi un po’ parodica della filosofia stoica – serenamente il proprio intimo dissolvimento, si mette di nuovo alla ricerca di un orizzonte in cui ascoltare se stesso e gli altri e, forse, il ritmo originario della vita e il suo attrito con i mutamenti di storia, antropologia e società. Il viaggio è insomma (e poco importa che sia più o meno «esotico») la realtà in cui l’io si perde e si ritrova e in cui percepisce che la sua identità, lungi dall’essere un dato sostanziale e precostituito o – come si vuole oggi – un elemento puramente aleatorio o virtuale, è invece il frutto di un lavoro: un’identità composta di tessere diverse e attraversata da echi e segni plurimi a cui prestare attenzione e da rimettere assieme. Con pazienza, sobrietà e discrezione.

Possiamo pensare alla sua poesia, o forse alla poesia più in generale, come una sorta di dialogo con le cose assenti, in quanto o fisicamente lontane, o appartenenti al mondo della memoria o dei morti, molto presenti in altre raccolte come Pasqua di neve (Einaudi 2008)? È possibile una via non poetica per instaurare questo dialogo?

Sin dalle origini (ci sono tante prove documentarie al riguardo) la poesia è una forma di dialogo con gli assenti e, in particolare, con i morti. La mia poesia non fa che percorrere, a modo suo, questo sentiero. Il fatto sociologico e antropologico recente è questo: in passato e, soprattutto, sotto altre latitudini, il possibile «contatto» con gli scomparsi si dava anche attraverso forme rituali, che avevano la funzione di mediare e assorbire gradualmente il lutto, modellando, per così dire, la scomparsa. Poi è intervenuta, invece, una radicale rimozione della morte e della funzione e del rispetto dei morti: espulsi dal circuito sociale e simbolico ancor prima che siano entrati nell’aldilà. In tale situazione – a meno che non ci si voglia affidare a pratiche medianiche o spiritiche, che personalmente sento lontane – la poesia è rimasta l’unica pratica simbolica, insieme alla preghiera per i credenti, di rapporto e dialogo, sia pur paradossale e aporetico, con i morti.

In una poesia come la sua, che cerca di liberarsi della sovrabbondanza, della retorica e del narcisismo, e che in un certo senso adotta volontariamente un aspetto più modesto, in cosa risiede il valore estetico?

Non lo so proprio e non so neppure se la mia poesia abbia un chiaro valore estetico. L’unica cosa che mi sento di affermare – sia pure sottovoce – è che le mie poesie sono mie: fanno parte della mia vita e, soprattutto, delle persone che in essa, di sponda o direttamente, sono comunque entrate. E, belle o brutte che siano, hanno un timbro loro e non confondibile. Non ne farei mai baratto – in una sorta di patto demoniaco – con le poesie di nessun altro, sia pure più autorevole o di maggior successo o, come si dice oggi, di grande «visibilità».

Come descriverebbe la sua traiettoria poetica dalla sua prima raccolta Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988, con la prefazione firmata da Giorgio Caproni), fino ad Ablativo (2013)? C’è qualcosa da cui, in questo lungo viaggio poetico, non ha mai voluto separarsi? Cosa invece ha abbandonato? Quali le conquiste?

Dalle Faticose attese del 1988 ad Ablativo del 2013 molto è cambiato, ma qualcosa è pure sopravvissuto. Il primo era il libro di un attardato ragazzo affascinato, in sostanza, da due temi ed esperienze: il rapporto con la natura e l’amore (un «affabile canzoniere amoroso» lo definì Giovanni Giudici). Vi era all’opera un’intenzione – a guardarlo col senno di poi – che si potrebbe definire nippo-ligustica: l’attenzione, quasi ossessiva, ai mutamenti offerti da alberi, animali e fiori in una serie di variazioni tonali (un po’ come avviene, fatte le debite proporzioni, con le forme dell’haiku di certi grandi poeti giapponesi) svolte però sul mio scenario originario: quello, appunto, ligure o, meglio, di una ridottissima porzione di quel mito antropologico che va sotto il nome di Liguria. E, dall’altra parte, vi agivano le ragioni del sentimento, la semplice scoperta di un amore che dura nel tempo, percorso però da brividi sottopelle, dal senso della minaccia. Come una giornata d’estate in cui risuona il borbottio di tuoni lontani. Poi le cose sono inevitabilmente cambiate: l’esperienza del dolore, la scomparsa di tanti volti cari, il biologico mutare dell’io, la varietà delle letture hanno in parte modificato quell’atteggiamento di partenza. E la scrittura si è fatta, in parte, più sensibile (anche con effetti, forse, di eccessivo spiazzamento del lettore) all’enigmaticità dell’esistenza. Ritrovando poi (ma non posso certo dirlo io) una nuova chiarezza negli ultimi due libri.

Ma pur con tutti gli inevitabili mutamenti, determinati dal trascorrere degli anni e da incontri, occasioni diverse, viaggi nella propria stanza e in luoghi remoti, credo – a leggerli di seguito, i miei cinque libretti – che si possano vedere (o, almeno, a me piace vederli così) come una specie di convito a cui partecipano tante persone: ora destinatari di un testo, ora personaggi del testo stesso, ora occasioni della scrittura. Tutti insieme, vivi e morti, sul margine tra quotidianità e mistero. Una comunità impossibile. Come accade nei sogni. E come penso succeda pure nell’esistenza, a cui danno voce e senso sia chi ci sta fisicamente vicino sia chi, pur assente, continua a parlare con noi non esitando a farci domande e a chiamarci in causa.

Appunti di geometria

la processione celeste delle cicogne,

stanche del viaggio africano,

sui monti della Bulgaria

e più in alto la scia

dell’aereo per Monaco

in intersezione con altri bianchi

solchi ancora visibili e pulsanti.

Becchi scarlatti e remiganti tese

e un lontano frullio nel vento.

Ed ecco ora, vicina

e improvvisa nel silenzio,

la linea nera del corvo in volo.

Rette angoli secanti croci.

Geometria di colori

banco di scuola

esercizio pieno di errori.

Cielo e liceo quasi la stessa parola

alfadomenica #1 giugno 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Marina Beer, Anna Maria Ortese, se questo è un animale:  Anna Maria Ortese (1914-1998) ha sempre avuto un rapporto profondo con il mondo degli animali (come Elsa Morante: eccezionali entrambe anche in questo tra gli scrittori italiani). Bastano i titoli-totem dei grandi romanzi (L’Iguana, Il cardillo addolorato): la questione moderna dell’‹‹animale›› come ultima (o prima) frontiera dell’umano è impaginata da Ortese a piene mani ovunque nella sua narrativa, che è stata fino alla fine zoomorfa e metamorfica. Animalismo e consapevolezza della sparizione della Natura vengono però divulgati con passione profetica soprattutto nei saggi e negli articoli scritti fra gli anni Settanta e Ottanta – contemporaneamente agli inizi dei movimenti per i diritti degli animali e l’Animal Welfare e dei movimenti ecologisti – ora raccolti con cura e dedizione da Angela Borghesi nel volume Le Piccole Persone: appunto gli animali, le cosiddette persone non umane. Essi occupano la scrittura della Ortese giornalista fin dagli esordi – l’elzeviro Gli amici senza parole del 1940 già contiene in nuce la maggior parte dei temi della sua riflessione. Leggi: > 
  • Enrico Testa, Leo Spitzer, scrivere di espedientiA volte gli anniversari servono a qualcosa. È forse anche per la ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale infatti che oggi, a quarant’anni dalla sua prima traduzione italiana presso Boringhieri (la splendida versione di Renato Solmi qui mantenuta), si ripresenta dal Saggiatore in una veste nuova e più ricca e in un contesto nel frattempo radicalmente mutato, un capolavoro della storia e della linguistica come le Lettere di prigionieri di guerra italiani di Leo Spitzer. Apparso la prima volta in tedesco nel 1921, il libro nacque dal caso: la decisione da parte del Ministero della Guerra austro-ungarico di affidare il compito di censore della corrispondenza dei prigionieri italiani, per lo più contadini con scarsa dimestichezza con la penna, a un giovane filologo romanzo destinato, a parere di Cesare Segre, a «giganteggiare tra gli esponenti maggiori della linguistica della prima metà del Novecento» e a diventare, secondo le lapidarie parole di Harold Bloom, «uno dei pochi eruditi critici moderni che contano». Spitzer, con un intuito pioneristico che restituisce piena dignità umana ed espressiva a testi la cui umiltà e rozzezza li facevano solitamente disprezzare dagli storici, sfruttò appieno l’occasione costruendo un libro capitale del Novecento. Leggi: >
  • Semaforo: Diversità - Lutti - Robot. Leggi: >

Leo Spitzer, scrivere di espedienti

17Enrico Testa

A volte gli anniversari servono a qualcosa. È forse anche per la ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale infatti che oggi, a quarant’anni dalla sua prima traduzione italiana presso Boringhieri (la splendida versione di Renato Solmi qui mantenuta), si ripresenta dal Saggiatore in una veste nuova e più ricca e in un contesto nel frattempo radicalmente mutato, un capolavoro della storia e della linguistica come le Lettere di prigionieri di guerra italiani di Leo Spitzer. Apparso la prima volta in tedesco nel 1921, il libro nacque dal caso: la decisione da parte del Ministero della Guerra austro-ungarico di affidare il compito di censore della corrispondenza dei prigionieri italiani, per lo più contadini con scarsa dimestichezza con la penna, a un giovane filologo romanzo destinato, a parere di Cesare Segre, a «giganteggiare tra gli esponenti maggiori della linguistica della prima metà del Novecento» e a diventare, secondo le lapidarie parole di Harold Bloom, «uno dei pochi eruditi critici moderni che contano». Spitzer, con un intuito pioneristico che restituisce piena dignità umana ed espressiva a testi la cui umiltà e rozzezza li facevano solitamente disprezzare dagli storici, sfruttò appieno l’occasione costruendo un libro capitale del Novecento.

Un libro – per usare le sue parole – «non per palati fini». E questo perché aspra e disumanizzante, quotidiana e legata a bisogni essenziali, è la materia in esso descritta e, in una serie di capitoli tematici che alternano vari nuclei d’esperienza (dal ricordo al sogno, dalla fame alla rassegnazione), affabilmente narrata e indagata nei suoi aspetti linguistici. In buona sostanza, si scrive qui il primo capitolo dell’analisi dell’italiano dei semicolti e, in genere, della comunicazione pratica; un argomento a lungo tenuto a distanza da una tradizione di studi per lo più elitariamente attratta dalla lingua letteraria e che è entrato a pieno diritto nel catalogo o album di famiglia della storia della lingua soltanto negli ultimi decenni.

Ma, a riconsiderare la figura di Spitzer nel suo complesso, risalta soprattutto un fatto di non trascurabile importanza. È, in termini assai sintetici, la convivenza, nella sua opera, dell’indagine della scrittura letteraria, da Rabelais alle innovazioni sintattiche dei simbolisti francesi, da Malherbe a Proust (la cosiddetta Stilsprache), e di quella della lingua dell’uso: il parlato-scritto, così come ci è consegnato dalla prosa dei prigionieri della Grande Guerra, e le dinamiche della conversazione, del confronto – lotta, contatto e cortesia – costitutivo del dialogo, esaminate in un altro libro fondamentale, Lingua italiana del dialogo, pubblicato nel 1922 e meritoriamente tradotto anch’esso, a colmare un ritardo impressionante, nel 2007 da il Saggiatore. Lo stesso editore annuncia inoltre la prossima stampa di un terzo volume, quello sulle Parafrasi per esprimere la fame del 1920, strettamente imparentato ai due appena ricordati. Un vero trittico, dunque, dedicato al proteiforme mondo della lingua viva o in azione, ai suoi aspetti espressivi e pragmatici, al suo rapporto con la «norma», ora condivisa ora violata dalla comunità dei parlanti (oggetto questi, invece, di quanto andava all’epoca sotto il nome di Sprachstile).

Non due tavoli di lavoro separati, ma due prospettive che mettono in rapporto aspetti e dimensioni profonde dell’agire verbale, che ne evidenziano la processualità e che ci consentono – come afferma Spitzer nell’Introduzione alle Lettere – di «penetrare nella biologia della lingua». Muovendo poi, in fondo, dalla generale convinzione che la lingua, quella collettiva e quella dei singoli autori, sia un unico organismo non artificiosamente separabile, ma connesso al suo interno da relazioni, scambi, innovazioni: una sorta di seconda atmosfera – un’atmosfera verbale – in cui si muovono e respirano tutti gli uomini e in cui si mescolano stati psichici e soluzioni di lessico e sintassi, espressioni consuete e graduali mutazioni, residui fossili e linfa in fermento, sfondi macroscopici e microscopiche alterazioni (non piccolo il debito metodologico che Carlo Ginzburg ha riconosciuto nei confronti dello spitzeriano «gusto del particolare rivelatore»). Percepibili, entrambe le dimensioni, affidandosi a due pratiche: quella della decifrazione data dalla lettura («una lettura approfondita è per così dire il mio unico strumento di lavoro», scriveva in Stilistica e linguistica del 1925); e quella dell’ascolto. Che è quanto gli ha permesso, unendo storia delle idee, cultura, analisi degli etimi, sia l’indagine di singole parole sia la messa in rilievo di fenomeni che, sulla soglia della grammatica e quasi al di là di essa, rivelano gli aspetti creativi della lingua popolare o semicolta, la sua ricchezza nascosta sotto una patina solo in parte inerziale. Bastano a dimostrarlo, nelle Lettere di prigionieri, le pagine sull’inventività linguistica dei loro umili scriventi e sulla loro «retorica sana, naturale, priva di ogni artificio», in cui una breve cartolina sentimentale «è più ricca delle declamazioni amorose di molti letterati oziosi». O ancora, stavolta nella Lingua italiana del dialogo, le parole – prima dei lavori di Giovanni Nencioni, Konrad Ehlich e Isabella Poggi – su quel singolare fenomeno che sono le interiezioni: «riflesso melodico dei moti interiori, con cui si fanno presagire le sfumature del discorso e si prepara l’ascoltatore all’atmosfera di quanto sarà detto».

Dedicandosi, nelle Lettere, alla «lotta del dialetto con la lingua scritta», e sostanzialmente valorizzando il parlato comune nella sua più rozza versione epistolare, Spitzer isola alcuni punti ancor oggi ben fermi nello studio dell’italiano d’uso o, come lo chiamava Foscolo, dell’«italiano d’espediente», nato cioè da bisogni primari di comunicazione e dall’urgenza di esprimere stati d’animo o semplicemente di dar certificazione della propria esistenza. Si tratta, per fare solo qualche esempio, del suo carattere sorprendentemente uniforme, della sovra-dialettalità della sua morfosintassi, della costante focalizzazione testuale su determinati contenuti e – soprattutto – del suo contatto con strati dell’italiano antico. Se «il materiale linguistico contenuto nelle lettere consente spesso di risalire a stadi anteriori della lingua» vuol dire che esiste un filo comune che unisce la lingua d’uso recente a particolari livelli socio-culturali della lingua dei secoli passati; e vuol dire pure che l’idea che un italiano fatto per intendersi – «alla buona» o «alla famigliare» – sia solo il risultato dei grandi mutamenti storici e sociali otto-novecenteschi. Si configura, nella storia della nostra lingua, una sorta di duplice strato geologico: l’uno colto, lucente e letterario; l’altro semicolto (o ai semicolti indirizzato), nascosto e di sopravvivenza (o, dall’alto, motivato da scopi suasori da esercitarsi sugli strati «bassi» della popolazione).

Ora, potranno pure zelantissimi critici e linguisti trovare mende, difetti o troppo «cuore» o errori qua e là. Ma questo «far le pulci» non diminuisce affatto l’importanza del libro e la sua forza interpretativa, espressione di quello che Edoardo Sanguineti definì, in un’intervista con Fabio Gambaro del 1989, «il maggiore modello di critico in laboratorio»: Spitzer, un critico che «anche quando sbaglia è assolutamente eccitante proprio per la sua spregiudicatezza».

Il carattere fondativo – per lungo tempo inascoltato – di questo libro emerge tra l’altro assai bene, in termini di riflessione sia storica che linguistica, dai saggi che sono posti, in principio e in fine, a sua «corona»: dalla Presentazione di Lorenzo Renzi, che sintetizza il periodo trascorso dalla prima edizione italiana, al lavoro di Antonio Gibelli, che riprende i suoi contributi sulle scritture nate al fronte e riassume gli atteggiamenti canonici avuti in passato dalla storiografia nei loro confronti; dalle informatissime pagine di Luca Morlino sulla genesi dell’opera e la sua ricezione in Italia alla Nota al testo di Silvia Albesano che, valendosi di una prima stesura delle Lettere reperita a Vienna (il «Rapporto» o Bericht consegnato nel febbraio 1916 ai superiori militari), ha operato controlli, restauri e integrazioni del testo. Mentre in chiusura di volume si segnalano l’Apparato iconografico curato da Enrico Benella e, in particolare, la Nota linguistica di Laura Vanelli, che già, come Renzi, ebbe parte di rilievo nell’edizione 1976 e che ci offre qui una sintesi, anche didatticamente preziosa, dell’evolversi degli studi sull’italiano popolare o semicolto e delle sue caratteristiche formali e testuali. Una vera mobilitazione di esperti di varie discipline, insomma. Che il libro di Spitzer – il risultato di uno «studio amoroso» secondo la sua autodefinizione – meritava per intero. Anche per quanto ancora oggi ci lascia in eredità, in un panorama dominato da gelidi rituali di asettici tecno-linguisti pronti a rifugiarsi in tranquilli orticelli alla moda e a nascondere, sotto il cumulo di dati poi abbandonati a se stessi, passioni, sentimenti e ideologie. Tornando così a respirare – per far ricorso al vocabolario spitzeriano – «il tanfo polveroso di una scienza squallida».

Vien da dire che è forse venuto il momento di tornare a rileggere Spitzer. Per almeno una buona ragione, detta qui molto sbrigativamente e come semplice e sommessa convinzione personale: lo studio della lingua non può rinunciare, anche a prezzo di costeggiare ecletticamente la sponda antropologica, al contatto con «il rigoglio delle esperienze umane» (così nella Lingua italiana del dialogo), pur nella consapevolezza che in quest’ultime è assai difficile scorgere «una sofisticata logica» ma, in sua vece, «solo un essere misteriosamente irrazionale, l’essere umano con tutte le sue contraddizioni».

Leo Spitzer

Lettere di prigionieri di guerra italiani

traduzione di Renato Solmi, con interventi di Lorenzo Renzi, Antonio Gibelli, Luca Morlino, Silvia Albesano e Laura Vanelli

il Saggiatore, 2016, 482 pp., € 30

L’italiano nascosto

Francesco Montuori *

Gli studiosi di storia della lingua italiana da molti anni discutono su una serie di testi di età moderna (tra Cinquecento e fine Ottocento) che a una prima occhiata ricordano un elaborato scritto da uno studente svogliato e incolto.

Sono diari, lettere, confessioni, deposizioni, la cui lingua sembra un campionario di trascuratezza: la concordanza tra le parti variabili del discorso è irrazionale; le forme dei verbi sono spesso create in base alla morfologia del dialetto; l’egocentrismo della scrittura induce a ripetere anche ciò che non è necessario e a omettere ciò che è presente alla coscienza dello scrivente ma non a quella del lettore; le frasi sono brevi, legate in modo elementare e generico o solo giustapposte, in sequenze talvolta disordinate; il lessico è formato da tessere di diversa provenienza, per cui ai latinismi si affiancano parole di origine fiorentina o di diffusione solo locale.

Per gli autori di questi «casi clinici» è stata creata la denominazione di «semicolti»: è gente non abituata a scrivere e che è costretta a farlo, che conosce un po’ di italiano ma ha il dialetto come lingua materna, che sa come si compone il tipo di testo che sta scrivendo ma non riesce ad adattarsi a tutti gli interlocutori né adeguarsi a tutti gli argomenti, e che insomma, non avendo compiuto un idoneo apprendistato grammaticale e retorico, scrive un po’ come parla.

Nel suo libro, di fattura scientifica ma divulgativo per l’affabilità dei toni espositivi, Enrico Testa offre un’antologia di piacevolissima lettura e ben commentata di questi testi, e nell’introduzione, prendendo spunto da una pagina di Landolfi, definisce pidocchiale la lingua in cui sono scritti; inoltre pone al loro fianco diversi testi di intellettuali che si rivolgono ai semicolti (lettere, prediche, documenti di natura giuridica e politica, alcuni dei quali redatti fuori d’Italia) ed enfatizza le analogie che ci sono in questo italiano dei colti e in quello usato dalle persone appena alfabetizzate.

L’esame comparato di tutti questi testi permette all’autore di inquadrarli in un profilo originale della diffusione della lingua nel tempo: la tesi sostenuta è che tali scritture documentino fin dal Cinquecento l’uso di una lingua italiana «comune» diversa da quella di matrice letteraria, fondata sulle strutture del parlato e adoperata per iscritto da persone di diversa cultura, per scopi che si possono definire genericamente pratici.

Questi testi, presi globalmente, sono i segni che anche prima del XX secolo gli italiani riuscivano a corrispondere tra di loro senza ricorrere «alle formule della compostezza letteraria o ai parametri di un togato autocontrollo espressivo»: ciò consente di immaginare che «anche in passato – in certe circostanze e occasioni – si svolgessero scambi orali in un italiano, rudimentale e tendenziale, simile a quello dei testi che abbiamo provato a descrivere». Proprio questo è il primo pregio del libro: aver tessuto su questa fitta trama di testi la prova di quanto sia stata profonda cronologicamente, diffusa regionalmente e ampia socialmente l’esigenza di ricorrere all’italiano come lingua della comunicazione. Cosa che contribuisce a sfatare la leggenda che l’italiano sia stato imposto dall’alto, dalle autorità scolastiche, a un popolo che desiderava solo continuare a parlare il proprio dialetto.

Testa designa questo nuovo italiano con due attributi: lo chiama nascosto perché, illuminato in così fatto modo, esso viene sottratto alla penombra che lo velava; e, prima di tutto, lo denomina comune, perché costituisce in una lunga continuità temporale il terreno d’incontro tra le classi sociali: viene usato dal fattore, che si allontana dai campi per scrivere al padrone quali provvedimenti debbano essere presi per un buon raccolto; e viene adoperato dal padrone, che depone la penna dallo scrittoio lirico e risponde a tono, con lo stesso stile e nella stessa lingua.

Tuttavia, c’è un prezzo che Testa ha dovuto pagare, in termini di persuasività, per aver voluto identificare e denominare un nuovo «tipo» di italiano: per far ciò ha esaltato gli elementi omogenei a tutti i testi, dando valore diagnostico ai tratti sintattici e pragmatici, e ha marginalizzato i tratti differenzianti, sottraendo importanza alle manifestazioni di interferenza tra italiano e dialetto, e, ancora, ha sminuito la rilevanza di alcuni elementi linguistici parassitari, denotanti la marginalità culturale degli scriventi non colti. Insomma, confrontando i registri non letterari dei colti e le scritture diversamente influenzate dai dialetti dei semicolti, Testa vede i riflessi di un’immagine sola, di un italiano «comune», con la sua storia, la sua comunità di scriventi e, sullo sfondo, di parlanti.

Eppure è la sua stessa antologia a dimostrare che non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma piuttosto una somma di tradizioni testuali condivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale e quindi ricca di connotazioni locali. Non un «tipo» di italiano, quindi, ma il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue, dove alcuni sapevano scrivere molti tipi di testi su diversi argomenti a destinatari d’ogni specie, mentre altri riuscivano con fatica a comunicare per iscritto in un singolo genere testuale avvalendosi dell’elementare alfabetizzazione cui erano riusciti ad accedere.

* La giuria tecnica della XL edizione del premio Mondello, composta da Giancarlo Alfano, Salvatore Ferlita e Filippo La Porta, ha annunciato ieri nella conferenza stampa, tenuta a Milano alla Libreria Hoepli, che L’italiano nascosto di Enrico Testa ha vinto il premio per la sezione «Critica letteraria».

Enrico Testa
L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Einaudi (2014), pp. VII-321
€ 20.00