Un ricordo di Enrico Castellani

Gino Di Maggio

Rifuggiva la mondanità. Per scelta evidente ha vissuto il suo strepitoso ed universale successo sempre lontano dalle luci della ribalta.

Si era ritirato ormai da moltissimo tempo da quello che superficialmente pensiamo sia il centro del mondo.

Aveva scelto di vivere in un villaggio della Tuscia, un territorio antico e bellissimo del centro della nostra penisola trovando rifugio in un piccolo maniero, credo del '500, non facilmente accessibile, con gli anni lentamente e parzialmente riattivato.

Un modo di vivere discreto, appartato che gli era come necessario per portare avanti la sua ricerca, ma che non lo rendeva assente. In uno studio attiguo, lavorava e spesso riceveva gli amici che lo andavano a trovare, portandoli a mangiare molto bene in una vicina trattoria gestita da un simpatico cuoco napoletano.

La sua ricerca molto originale aveva a che fare certamente con la storia dell'arte del secolo scorso e soprattutto con esperienze che in quegli anni, anni 50 e anni 60, si susseguirono nella città di Milano dove viveva. Un periodo neanche troppo breve, fertilissimo di ricerca e di competitività creativa, dove operavano tra gli altri artisti di valore assoluto come Bruno Munari e Lucio Fontana, il quale alla fine degli anni 40 aveva pubblicato i manifesti teorici sullo spazialismo controfirmati da Virgilio Guidi, Vinicio Vianello, Bruna Gasparini, Bruno Toffoli e Mario Deluigi. Quest'ultimo architetto veneziano e pittore, artista ingiustamente trascurato che negli anni successivi con il solo uso della pittura, in alcuni suoi quadri, creava come dei trompe-l'oeil che davano l'impressione visiva di una deformazione della tela, impedendo allo sguardo una visione certa e limpida del soggetto o dell'oggetto dipinto.

Con Enrico Castellani nasce alcuni anni dopo una deformazione reale della tela che lui realizza con l'invenzione di uno strumento tanto artigianalmente semplice quanto geniale.

Un'infinita puntinatura ritmica, sempre uguale a se stessa che nella sua ossessiva ripetitività e regolarità ci può far pensare a una scansione spazio-tempo, questione antica dell'uomo, rappresentata in forme sempre diverse, nel nostro contemporaneo artistico oltre che da Enrico Castellani anche da Roman Opalka.

In quegli stessi anni nasce a Milano un importante sodalizio con Piero Manzoni che porta alla creazione nel dicembre del 1959 di uno spazio chiamato Azimut che non era, né voleva essere solo uno spazio espositivo ma anche il crocevia delle più stimolanti ricerche artistiche di quegli anni sia in Italia sia in Europa.

Enrico Castellani è stata una grande e straordinaria personalità della storia dell'arte contemporanea che lo ha visto distinguersi “marcatamente” per il rigore e la coerenza della sua ricerca.

L'ho voluto evidenziare come personalità e non solo come artista perché umanamente è stato un raro esempio di rigore etico e di spirito di solidarietà.

Noi di Alfabeta gli siamo e saremo sempre grati e così vogliamo ricordarlo.

Agostino Bonalumi: Ordine-sospensione-disordine…

Manuela Gandini

“Ordine-sospensione-disordine-sospensione-ordine… Oscillazione nella percezione i cui tempi hanno brevità sufficiente a impedire che acquistino valore di interruzione di artisticità (sospensione del giudizio)”. Così scriveva nel 1977 Agostino Bonalumi scomparso la settimana scorsa a 78 anni, coronando in questa dichiarazione il suo pensiero artistico-entropico.

Lo tenne a bottega Enrico Baj, negli anni Cinquanta, mentre studiava disegno tecnico e meccanico. Milano era viva e prolifica, la guerra aveva lasciato traumi, tristezza e volontà di riscossa, imperversavano le pennellate dell’informale: il groviglio entro il quale sprofondare la coscienza per ritrovare un senso, una via, una possibilità. Intanto si formavano nuovi gruppi, per assonanza, per età, per ardore. Erano giovani con la voglia di polverizzare il passato e sondare le dimensioni della vastità dell’universo attraverso l’arte.

Lucio Fontana, alla fine degli anni Quaranta, fonda lo spazialismo. La tela acquisisce una diversa anima, non un luogo di rappresentazione e figurazione, ma l’infinito. Diventa lo strumento con il quale penetrare la materia, studiare i fenomeni del cosmo, sondare gli abissi dell’anima. “E’ l’infinito. E allora buco questa tela che era alla base di tutte le arti ed ecco che ho creato una dimensione infinita”.

In questo clima si formano Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Piero Manzoni, i cosiddetti “tre del colore” e tutti e tre fanno capo alla rivista “Azimuth” insieme a Paolo Scheggi e Gillo Dorfles il quale definisce il loro lavoro: “una dimensione cosmica della realtà”. Nell’irrefrenabile volontà di ricerca, Bonalumi tratterà la tela come luogo, come scultura, come sintesi spaziale, siglando, con i suoi amici, un patto per il progresso sociale.

“Ordine-sospensione-disordine-ordine…”, Bonalumi non smetterà mai di interrogarsi e progettare lo spazio (tela) sul quale corrono luce e forma. Il progetto per lui è un’opera che passa all’altra opera. Con l’utilizzo di sagome di legno retrostanti, l’artista tende la tela formando linee rette che si ripetono con una scansione ritmica: sono le “estroflessioni”.

Rigorosamente monocromi (rossi, blu, bianchi, grigi), i suoi quadri costituiscono una sintesi della razionalità e dell’empirismo. Le forme assumeranno alternativamente un andamento retto o curvilineo e sinuoso. Queste ultime si chiameranno “ pance”. Il suo lavoro è contemporaneamente geometrico e organico, razionale e poetico. Anziché introiettare lo spazio, l’artista crea movimento verso l’esterno, tende a spingersi verso l’alto o l’altro, come un arciere sul punto di scoccare una freccia.

In un’intervista rilasciata a Marco Meneguzzo dichiarava:“Personalmente sono un solitario [...] però non avrei voluto essere un isolato, cosa per cui ho effettivamente sofferto sul piano sia professionale che umano: osservi le cose che accadono o sono accadute nel mondo dell’arte e pensi che forse a qualcuna di queste eri arrivato anche tu, ma poi penso che anche Manzoni, con la sua sostanziale, estrema timidezza, era un solitario, e anche Castellani è un solitario, e allora significa che probabilmente eravamo destinati a questa solitudine”.

A settembre dell’anno scorso “Alfabeta2” gli ha dedicato un numero, pubblicando una varietà di opere che testimoniano la versatilità, l’inventiva e la vitalità della sua ricerca. La sua interpretazione del mondo, coerente e diretta senza mai sbavature, si sviluppa interamente sulle superfici plastiche, sulle ombre e le luci, che l’organismo-opera è in grado di generare.

Il suo lungo percorso espositivo comincia alla Galleria Kasper di Milano (1961), continua con Arturo Schwarz (1965) e si stabilizza con la Galleria del Naviglio che lo terrà in esclusiva. Nel 1970 ottiene una sala tutta per sé alla Biennale di Venezia dove esporrà anche nel 1966 e 1986. Le sue opere sono state acquistate in numerosi musei del mondo.

galleria delle immagini pubblicate

La galleria delle opere di Bonalumi riprodotte sul numero 22 di alfabeta2 (settembre 2012) - l'ebook del numero 22

Galleria del Deposito, 1963-2013

Andrea Fiore

Sono trascorsi cinquant’anni da quando in un ex deposito di carbone di Boccadasse, il vecchio borgo di pescatori nella periferia di Genova, nasceva la Galleria del Deposito (1963-1969), su iniziativa di un gruppo di nove artisti e intellettuali riunitisi in cooperativa (Gruppo Cooperativo di Boccadasse).

L’interesse principale del sodalizio era il sovvertimento del volto elitario dell’arte attraverso la realizzazione di multipli. Ogni artista offriva gratuitamente un’opera, affinché potesse essere riprodotta e venduta ad un prezzo accessibile al grande pubblico. A questa iniziativa parteciparono Eugenio Carmi – insieme a Carlo Fedeli tra gli ideatori del progetto – Kiki Vices Vinci e molti altri artisti provenienti da concezioni ed esperienze diverse: arte concreta, spazialismo, arte cinetica, optical art e altro.

Presto al Gruppo Coperativo di Boccadasse si aggregarono critici come Germano Beringheli, Germano Celant e Gillo Dorfles. È proprio con una mostra curata da Dorfles, Sedici quadri blu, che il 23 novembre 1963 fu inaugurata la galleria. Una collettiva che includeva opere di Giulio Turcato, Max Bill, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Enrico Castellani, March Chagall, Piero D’Orazio, Renè Duvillier, Lucio Fontana, Getulio Alviani, Achille Perilli, Gottfried Honegger, Raul Raclè, Giuseppe Santomaso e Victor Vasarely.

Negli anni seguenti il Deposito avrebbe sviluppato un’intensa attività espositiva, facendosi carico della produzione di 17 multipli di importanti artisti: Vasarely, Gianni Colombo, Carmi, Scheggi, Alviani, Del Pezzo, Max Bill, Baj, Vices Vinci, Soto, Castellani, Morandini, Gerstner, Mari, Simonetti e Luzzati.

01-KURT BLUM (BOCCADASSE) (779x800)

A distanza di cinquant’anni, un evento reso possibile dalla Pro Loco Maris, in collaborazione con il Comune di Genova e la Polisportiva Vignocchi, consente di visitare la sede storica del Deposito dove sono esposti i multipli prodotti dalla galleria. Presso gli spazi della Pro Loco è invece allestita una mostra documentaria.

Nella serata dell'inaugurazione si è tenuta una tavola rotonda per analizzare, in prospettiva storico-critica, l'esperienza di Boccadasse negli anni '60. All'incontro, coordinato da Caterina Gualco e Giuliano Galletta, hanno partecipato i protagonisti dell'epoca, Eugenio Carmi, Carlo Fedeli, Paolo Minetti, il critico Sandro Ricaldone e l'artista Gianluca Marinelli. Gli intenti di questa celebrazione inducono ad una riflessione profonda sulla situazione contemporanea delle arti visive.

Alla domanda posta a Carmi: «è possibile che un’esperienza come quella della Galleria del Deposito possa ripetersi oggi?», l'artista ha risposto: «Il mondo è cambiato. Io ho assistito alla fine del comunismo, oggi, sto assistendo alla fine del capitalismo, anche se non riesco a spiegare come succederà. Allora avevamo un grande entusiasmo per una vita giusta e dignitosa, tutti sapevamo che l’arte è uno degli elementi che gli uomini hanno sempre espresso, una necessità. Oggi siamo in un tempo nel quale ci si occupa solo di economia.

Del resto ci si occupa poco. Io non sono un politico, faccio il fabbricante d’immagini, quindi non posso prevedere nulla, ma è certo che la società com’è oggi non va bene, c’è troppo malessere tra le persone. L’arte oggi è in crisi, ma si tratta di una crisi spirituale più che economica. L’economia di cui si parla oggi non è un processo che ammette amori diversi, come quello nei confronti dell’arte. Oggi l’arte è in tremenda crisi identitaria, per questo alla tua domanda mi sento di rispondere no».

Enrico Castellani

Le fotografie del numero 8 di Alfabeta2 (aprile 2011) sono dedicate all'artista Enrico Castellani.

Qui una selezione delle immagini pubblicate: