Enrico Baj, il coraggio del dibattito

Gianluca Ranzi

È un percorso vorticoso dedicato all’opera politica e di denuncia sociale di Enrico Baj quello in mostra fino al 27 gennaio 2018 alla Fondazione Marconi di Milano, ideato in collaborazione con l’Archivio Baj di Vergiate. Brechtiano nello spirito e surreal-immaginista nello stile, Enrico Baj fa dell’impegno contro la disumanità del potere e la sopraffazione il filo rosso di una tensione ideale continua che, dall’esistenzialismo nucleare dei primi anni Cinquanta e via via attraverso le serie dei Generali, dei Comizi e delle Parate militari (del 1964), giunge nel 1972 alla grande installazione dei Funerali dell’anarchico Pinelli (1972) e al ciclo dell’Apocalisse, che a partire dagli Otto peccati capitali della nostra civiltà di Konrad Lorenz mostra, come in uno specchio di un mondo corrotto e in disfacimento, “la rivelazione del male etico ed estetico della nostra società” (Gillo Dorfles, 2001). Così, dall’incubo della distruzione nucleare a quello del militarismo, dagli abusi del potere ai molti mali della contemporaneità, si passano in rassegna le grandi paure del nostro tempo, con la determinazione morale e la peripezia linguistica contaminata e visionaria di un artista che rifiuta un’idea dell’arte che pretende di tenersi lontana dal rumore e dai disordini del mondo. Anche per questa ragione l’eclettismo tecnico adottato da Baj con la sua multiforme parabola espressiva riflette non solo la sua personale visione sul tradizionale problema dell’arte della possibilità di rappresentare il male, ma insiste anche su una condizione storica sempre più vaporizzata e instabile che non è più conciliante con le cose del mondo. In altre parole, muovendosi dentro ai “disastri della guerra” del nostro tempo, Enrico Baj dimostra di aver ben compreso lo stato di imprevedibilità del mondo ed è proprio a partire dalla sua instabilità e dalla sua insicurezza strutturale che fa del rischio del dubbio (anche e soprattutto formale) e della perturbazione linguistica, il perno della sua opera. D’altronde il dissenso presuppone un dissidente che riesca ancora a pensare fuori dal coro, ma ha anche bisogno di un dissidio che lo possa animare, del dubbio e di una capacità interrogativa costante, poiché l’essenza della mente indipendente dell’artista sta relativamente in cosa pensa ma soprattutto in come pensa. Baj coraggioso dissidente, armato dei repertori figurativi pescati dal serbatoio dell’arte (in primis Picasso e poi Jarry, Carrà, Arp, Pollock, Seurat e altri ancora), si oppone non solo all’ingiustizia, ma anche all’indifferenza, all’anestetizzazione della comunicazione di massa, al panem et circenses acquieta-popoli, sviluppando una disposizione alla resistenza nei confronti dell’autorità arbitraria e della banalità di massa, stigmatizzandole con un registro vario e variabile che dal tragico passa senza soluzione di continuità al sarcastico, al grottesco e al malinconico-elegiaco e che frulla in un mixer espressivo la cultura alta a quella bassa, la strada e il museo, Marx e Gozzano.

Se infatti Baj dubita sul mondo, questo non avviene mai sulla forma della rappresentazione e sui mezzi della pittura, che mostrano non solo la sua capacità di controllo compositivo, ma anche la sua fiducia a collocare la propria visione di singolo artista entro una koiné, una comune base di linguaggio che possa farsi anche sermo vulgaris, popolare e condiviso. Emerge quindi dalla mostra alla Fondazione Marconi una dimensione etica profonda e irrinunciabile, un’urgenza che chiede d’esser condivisa e che, se non ha più la rigidità perentoria della chiamata alle armi di David, tuttavia tiene alto e amplifica, pur nella costante pratica del dubbio, il grido per la libertà. Come del resto ha dichiarato Baj stesso: “La pittura è una via – una via che ho scelto – verso la libertà. È una pratica di libertà.”

In fin dei conti il coraggio di Enrico Baj sta anche nella sua assunzione di irresponsabilità nei confronti del rischio, della sua capacità di dire agli altri quello che non vogliono sentire. Per Baj, coraggioso dissenziente, una mentalità scettica è almeno altrettanto importante che qualsiasi questione di principio. Così l’artista si riserva il coraggio dell’errore, che non significa soltanto saper trovare il modo di sopportarlo, ma, come sostiene Heidegger nella sua Logica. Il problema della verità, significa saperlo prima di tutto ammetterlo, sviluppando la capacità di ascoltare e di reagire: il coraggio del dibattito.

Enrico Baj

Fondazione Marconi, Milano

fino al 27 gennaio

Agostino Bonalumi: Ordine-sospensione-disordine…

Manuela Gandini

“Ordine-sospensione-disordine-sospensione-ordine… Oscillazione nella percezione i cui tempi hanno brevità sufficiente a impedire che acquistino valore di interruzione di artisticità (sospensione del giudizio)”. Così scriveva nel 1977 Agostino Bonalumi scomparso la settimana scorsa a 78 anni, coronando in questa dichiarazione il suo pensiero artistico-entropico.

Lo tenne a bottega Enrico Baj, negli anni Cinquanta, mentre studiava disegno tecnico e meccanico. Milano era viva e prolifica, la guerra aveva lasciato traumi, tristezza e volontà di riscossa, imperversavano le pennellate dell’informale: il groviglio entro il quale sprofondare la coscienza per ritrovare un senso, una via, una possibilità. Intanto si formavano nuovi gruppi, per assonanza, per età, per ardore. Erano giovani con la voglia di polverizzare il passato e sondare le dimensioni della vastità dell’universo attraverso l’arte.

Lucio Fontana, alla fine degli anni Quaranta, fonda lo spazialismo. La tela acquisisce una diversa anima, non un luogo di rappresentazione e figurazione, ma l’infinito. Diventa lo strumento con il quale penetrare la materia, studiare i fenomeni del cosmo, sondare gli abissi dell’anima. “E’ l’infinito. E allora buco questa tela che era alla base di tutte le arti ed ecco che ho creato una dimensione infinita”.

In questo clima si formano Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Piero Manzoni, i cosiddetti “tre del colore” e tutti e tre fanno capo alla rivista “Azimuth” insieme a Paolo Scheggi e Gillo Dorfles il quale definisce il loro lavoro: “una dimensione cosmica della realtà”. Nell’irrefrenabile volontà di ricerca, Bonalumi tratterà la tela come luogo, come scultura, come sintesi spaziale, siglando, con i suoi amici, un patto per il progresso sociale.

“Ordine-sospensione-disordine-ordine…”, Bonalumi non smetterà mai di interrogarsi e progettare lo spazio (tela) sul quale corrono luce e forma. Il progetto per lui è un’opera che passa all’altra opera. Con l’utilizzo di sagome di legno retrostanti, l’artista tende la tela formando linee rette che si ripetono con una scansione ritmica: sono le “estroflessioni”.

Rigorosamente monocromi (rossi, blu, bianchi, grigi), i suoi quadri costituiscono una sintesi della razionalità e dell’empirismo. Le forme assumeranno alternativamente un andamento retto o curvilineo e sinuoso. Queste ultime si chiameranno “ pance”. Il suo lavoro è contemporaneamente geometrico e organico, razionale e poetico. Anziché introiettare lo spazio, l’artista crea movimento verso l’esterno, tende a spingersi verso l’alto o l’altro, come un arciere sul punto di scoccare una freccia.

In un’intervista rilasciata a Marco Meneguzzo dichiarava:“Personalmente sono un solitario [...] però non avrei voluto essere un isolato, cosa per cui ho effettivamente sofferto sul piano sia professionale che umano: osservi le cose che accadono o sono accadute nel mondo dell’arte e pensi che forse a qualcuna di queste eri arrivato anche tu, ma poi penso che anche Manzoni, con la sua sostanziale, estrema timidezza, era un solitario, e anche Castellani è un solitario, e allora significa che probabilmente eravamo destinati a questa solitudine”.

A settembre dell’anno scorso “Alfabeta2” gli ha dedicato un numero, pubblicando una varietà di opere che testimoniano la versatilità, l’inventiva e la vitalità della sua ricerca. La sua interpretazione del mondo, coerente e diretta senza mai sbavature, si sviluppa interamente sulle superfici plastiche, sulle ombre e le luci, che l’organismo-opera è in grado di generare.

Il suo lungo percorso espositivo comincia alla Galleria Kasper di Milano (1961), continua con Arturo Schwarz (1965) e si stabilizza con la Galleria del Naviglio che lo terrà in esclusiva. Nel 1970 ottiene una sala tutta per sé alla Biennale di Venezia dove esporrà anche nel 1966 e 1986. Le sue opere sono state acquistate in numerosi musei del mondo.

galleria delle immagini pubblicate

La galleria delle opere di Bonalumi riprodotte sul numero 22 di alfabeta2 (settembre 2012) - l'ebook del numero 22