Semaforo # 4 – settembre 2017

Francia
"Perché sono venuto?", chiede Thierry, insegnante in pensione di Clermont-Ferrand che ha trascorso la giornata a Parigi (per la manifestazione del 23 settembre indetta da Jean-Luc Mélenchon, ndr). "Non voglio il mondo di Macron, la precarietà diffusa, l'uberizzazione diffusa. Vorrei che mia figlia avesse un futuro stabile, che la mia pensione sia, no, non troppo grande, ma decente".

Remy Dodet, "Je ne veux pas du monde de Macron" : pourquoi les Insoumis manifestent, L’Obs, 23 settembre 2017

Germania

Der Spiegel: Molti elettori considerano l'approccio di Merkel alla politica come un esempio di sano pragmatismo.

Martin Schulz: C'è differenza tra pragmatismo e mancanza di principi. Il tentativo di Angela Merkel di evitare il dibattito sul futuro del nostro Paese ha portato a un vuoto politico che gli opportunisti del giorno riempiono con la paura.

Klaus Brinkbäumer, Michael Sauga, Veit Medick, 'We Cannot Leave Any Room for the Enemies of Democracy', Der Spiegel, 18 settembre 2017


Russia

Per quasi 16 anni, il regime di Putin si è basato su menzogne diffuse attraverso la televisione di stato e sulla prosperità derivante dal petrolio. Ora la prosperità è scomparsa e il pubblico televisivo è diminuito drasticamente. Il conflitto ucraino ha perso il suo effetto e la campagna siriana non è un buon sostituto. Quello che resta è la violenza. Quando un regime inizia a cedere, ricorrerà alla violenza per la semplice ragione che è l'unico mezzo efficace di rimanere al potere. La violenza di oggi è un sintomo che segnala che la fine si avvicina. Ma naturalmente non sappiamo quando arriverà la fine.

Julia Latynina, The Kremlin’s Lack of Control Has Made Me Flee Russia, Moscow Times, 22 settembre 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone. A partire da ottobre la rubrica avrà cadenza quindicinale.

Macron, cambiare l’immagine perché nulla cambi

Giorgio Mascitelli

Il ritratto ufficiale di Emmanuel Macron: un capolavoro di centrismo, l'ha definito "Quartz"

La ricezione mediatica mainstream del recente successo elettorale del neopresidente francese Emmanuel Macron è un interessante documento ideologico della nostra epoca. Come è noto, Macron, un tecnico proveniente dal mondo bancario entrato a far parte dell’amministrazione Hollande, si dimette da ministro dell’economia del governo socialista circa un anno fa, quando ormai la sorte politica di questo è segnata, per candidarsi alla presidenza della repubblica alla testa di un nuovo movimento che vada aldilà delle tradizionali divisioni tra destra e sinistra. Il calcolo non è affatto sciocco: in Francia esiste da anni un partito centrista sottorappresentato in parlamento per via della legge elettorale, ma non privo di seguito, con cui allearsi, per la sua provenienza politica Macron ha buone possibilità d’intercettare una parte del voto in uscita dal partito socialista, gli appoggi mediatici e finanziari per un’operazione del genere non mancano di certo e, infine, arriva il colpo di fortuna che il partito repubblicano (gollista) scelga un candidato che si rivela debole per via di alcuni scandali personali. L’importante è passare al secondo turno delle elezioni presidenziali perché chiunque vi giunga, dovendo affrontare Marine Le Pen, è favorito per la logica della solidarietà repubblicana. L’operazione riesce e si ripete con maggior successo alle elezioni legislative in virtù anche dell’alto tasso di astensionismo. Il governo nominato da Macron è un abile assemblaggio di personalità politiche golliste, centriste, socialiste e indipendenti che ricorda molto da vicino un governo di unità nazionale, che è poi la formula prediletta oggi in Europa.

Se il dibattito pubblico fosse dominato dalle tradizionali categorie politiche, con un percorso del genere il principale problema politico di Macron sarebbe quello di mostrare la propria discontinuità con i governi passati. Al contrario il punto di forza del nuovo presidente è proprio la sua innovatività, l’essere l’uomo del cambiamento e addirittura l’artefice della rivoluzione liberale, per usare la formula prediletta dai suoi ammiratori italiani. La credibilità di questa immagine (perché naturalmente le campagne mediatiche possono amplificare fino a distorcere qualcosa che è perlomeno minimamente credibile, non certo rendere credibile l’incredibile specie in un lasso di tempo breve e in una circostanza specifica come una campagna elettorale) non deriva certo dal suo programma politico: l’europeismo e l’enfasi sull’asse francotedesco sono degli standard della politica francese e le annunciate riforme economiche neoliberiste sono state uno dei fattori d’impopolarità della presidenza Hollande.

L’immagine di novità di Macron dipende esclusivamente da fattori extrapolitici e personali come la sua giovane età, una carriera svolta fuori dai ranghi della politica, anche se per gli ultimi cinque anni non è poi così vero, e il fatto di essere attorniato da sostenitori e collaboratori che in buona parte hanno caratteristiche simili. Indicativo a questo proposito è l’attacco che il populismo mediatico gli lancia maldestramente obiettandogli il matrimonio con una donna più anziana quale segno d’immaturità, al quale i sostenitori del neopresidente non rispondono, come sarebbe stato lecito attendersi, che simili aspetti della vita privata non hanno rilievo nel dibattito pubblico, ma esaltando il suo matrimonio come un esempio di quelle forme famigliari atipiche che rappresentano il nuovo che avanza anche nel mondo degli affetti privati. Questo episodio, oltre a dimostrare che populismo e discorso delle élite esprimono la stessa cultura ideologica e mediatica, illustra eloquentemente come l’oggetto dello scontro sia la persona e non la linea politica. Analogamente le accuse a Macron di bonapartismo da parte di alcuni oppositori riportate dai giornali sembrano più riferirsi ad atteggiamenti personali che a un disegno politico vero e proprio, d’altra parte la fotografia ufficiale di Macron, in piedi appoggiato alla scrivania in una posa tonica con volto sereno e deciso, rientra più in un’iconografia manageriale standard che nella tradizione napoleonica.

In fondo tutta questa vicenda potrebbe rivelarsi un corollario postmoderno e spettacolare della celebre massima gattopardesca del principe di Salina, che si potrebbe riassumere con un “occorre che cambi almeno l’immagine perché nulla cambi”. L’aspetto più significativo, tuttavia, di questo discorso, è un altro: se ci si pensa bene, il discorso su Macron promuove la depoliticizzazione ossia la percezione apolitica di un fatto eminentemente politico quale l’elezione di un presidente della repubblica tramite la presentazione di un carattere politico, la volontà d’innovazione, come qualità individuale. In un certo senso è ovvio che sia così, visto che, come ci è stato ripetuto fino alla noia, con la fine delle ideologie ciò che conta non sono gli schieramenti ma le persone; meno ovvio forse è che lo sbocco naturale di un simile percorso è riportare in auge il culto della personalità perché, va da sé, grandi cambiamenti non possono che essere il prodotto dell’azione di uomini eccezionali. E che le cose stiano così è dimostrato dal fatto che quello su Macron non è una novità assoluta ma semplicemente la variante francese di un discorso che ha operato in molti paesi.

Allora il problema di fronte a questo stato di cose non è di opporre un discorso mediatico sui difetti di Macron, ma è un lavoro per porre al centro dell’attenzione la critica delle grandi scelte politiche che il discorso sulla novità di Macron tace. Si tratta di un lavoro sotterraneo, di scavo, da talpe, che non darà esiti immediati, ma si sa anche che quando le talpe scavano bene, possono sbucare all’improvviso dove nessuno se le aspetterebbe.

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L’Anti Macron. Il mondo alla rovescia di Philippe Poutou

Jamila Mascat

Collage_poutou“Il candidato-meccanico fa esplodere la bolla dell’élite politica francese” (Disrespect Intended: Mechanic-Candidate Bursts French Political Elite’s Bubble): questo il titolo di un articolo apparso sul New York Times del 6 aprile – due giorni dopo il Grand Débat televisivo degli undici candidati all’Eliseo – che rende omaggio alla postura irriverente di Philippe Poutou, al suo linguaggio franco e volutamente stonato rispetto al galateo di circostanza, e alle sue stoccate contro Marine Le Pen, François Fillon e Emmanuel Macron. Peccato che il responso elettorale non sia stato altrettanto esplosivo per il portavoce del Nouveau Parti Anticapitaliste, che ha totalizzato un po' meno di 400.000 voti, pari all’1,09 %. Molti gli elementi che hanno condizionato questo risultato, tra cui la rapida ascesa nei sondaggi di Jean-Luc Mélenchon nel corso delle ultime settimane prima delle elezioni, fattore che ha favorito una ricomposizione del voto a sinistra nella speranza di riuscire a far arrivare il candidato della France Insoumise al secondo turno. Il 7 maggio il duello Macron-Le Pen, come nel 2002 lo scontro Chirac-Le Pen, ha rimobilitato la logica del voto utile contro la minaccia della destra xenofoba e sovranista, a favore dell’attuale presidente, tanto abile quanto drammaticamente impopolare, che nei giorni scorsi ha nominato alla guida del nuovo esecutivo Edouard Philippe, deputato del partito Les Républicains, nel tentativo di guadagnare consensi tra le fila della destra tradizionale in vista delle legislative.

Qual è il compito di una formazione politica della sinistra radicale in questo scenario? E qual è stato retrospettivamente il senso della recente campagna elettorale dell’NPA?

Macron è il presidente della finanza, impopolare e di successo. Poutou il candidato operaio, ultrapopolare, ma perdente in cifre.

L’ho incontrato nella sala riunioni del quartier generale dell’NPA, a Montreuil, alla periferia est di Parigi. La sede legale del partito, al piano di sopra, è anche la sede della tipografia, la Rotographie (al piano di sotto) che dal 1976, data della sua creazione, è stata l’imprimerie della Ligue Communiste Révolutionnaire – l’antenata del Nuovo partito anticapitalista – nonché la fabbrica del quotidiano Rouge, una delle più emblematiche esperienze di giornalismo militante nella Francia degli anni 70 (tra l’altro Edwy Plenel, attuale direttore di Mèdiapart è stato uno dei protagonisti di questa avventura editoriale) .

JM: Cominciamo dalla preistoria, dalla tua preistoria militante e personale per arrivare alla tua prima candidatura con l’NPA nel 2012.

Sei sicura che bisogna ricominciare dalla preistoria? La faccio breve. Ho cominciato a militare a Lutte Ouvrière a Bordeaux, negli anni Ottanta, tra il 1985 e il 1996 per la precisione. Poi insieme a un gruppo di compagni sono stato espulso per ragioni – diciamo – di disaccordo politico. E da quel momento sono entrato alla Ligue [Communiste Révolutionnaire], e ci sono rimasto anche dopo la dissoluzione del partito e la rifondazione dell’NPA. Nel 1996 ho cominciato a lavorare a Ford, allo stabilimento di Blanquefort, con contratti a tempo determinato per tre anni. Nel 1999, in concomitanza con l’entrata in vigore della Loi Aubry sulle 35 ore, Ford ha lanciato un piano di assunzioni. Io ero lì al momento giusto, con un po’ d’anzianità e insieme ad altri sono entrato a tempo indeterminato. Quando ero precario ho fatto di tutto, ci spostavano in continuazione. Ero uno stacanovista, ma era lo spirito di tutti noi precari in attesa di un contratto stabile. Visto che me ne intendevo di meccanica, quando mi hanno assunto mi hanno messo alla manutenzione della macchine. Da allora, dal 1999, sono meccanico di manutenzione e non mi hanno più spostato. Nel 2000 si cominciava a vociferare di programmi di ristrutturazione all'interno dello stabilimento. I licenziamenti sono piovuti massivamente nel 2005 e molti sono stati convinti a andarsene con degli incentivi. Nel 2006 noi che eravamo determinati a restare abbiamo cominciato a organizzarci e a batterci contro le misure di liquidazione del sito di Blanquefort, che sono state ufficializzate nel 2007. La mobilitazione che abbiamo portato avanti nel 2007-2008 è andata bene, abbiamo ottenuto una vittoria provvisoria, con la promessa di non smantellare la fabbrica. Ma sono sempre conquiste fragili, abbiamo ricominciato nel 2011, ci è andata relativamente bene, e adesso siamo di nuovo da capo a dodici con le minacce di chiusura.

JM: Dici “noi” e intendi la sezione sindacale della CGT, immagino, i delegati e gli iscritti. Durante il movimento contro la Loi Travail, la CGT è stata percepita come una sorta di eccezione europea, il sindacato combattivo dalla parte dei lavoratori, il sindacato che non molla, soprattutto se paragonata agli esempi delle confederazioni sindacali storiche che esistono negli altri paesi, più concilianti, sempre pronte alla concertazione, incapaci di dare battaglia. Tu che sei dentro, cosa ne pensi?

Sono entrato alla CGT nel 2000 poco dopo essere stato assunto a Ford. Da delegato non ho buoni rapporti con la federazione metalmeccanica del sindacato né con l’unione dipartimentale. E direi che tutta la nostra sezione ha rapporti pessimi con i vertici locali e nazionali. La situazione è diventata più tesa e più conflittuale nel momento in cui abbiamo cominciato a batterci contro i licenziamenti, a parlare di convergenza con altri settori in lotta. I dirigenti sindacali erano in disaccordo, hanno cercato di controllare e sabotare le nostre iniziative, ma non è una novità. È un problema classico, strutturale di rapporti tra le gerarchie burocratiche e i sindacalisti della base, che emerge violentemente quando dal basso si cerca di fare autorganizzazione, ed è quello che è successo anche durante gli scioperi contro la Loi Travail. Ci sono delle linee di frattura che si sono ulteriormente incrinate tra le direzioni e i militanti di base. Da noi a Ford, nonostante tutto, la squadra è in buona salute, e non è stata smantellata, anche perché abbiamo ottime relazioni con le altre sezioni sindacali delle fabbriche della zona e facciamo rete dal basso per far fronte all'ostilità della federazione a livello dipartimentale.

JM: Nel 2011 vieni candidato dall’NPA alle presidenziali del 2012. Dico “vieni candidato” perché non è stata esattamente una tua idea, ma hai accettato. Come è stato il passaggio dalla fabbrica alle elezioni?

Sì, diciamo che “sono stato candidato” e anche molto rapidamente. Quando Olivier [Besancenot] ha deciso che non si sarebbe ripresentato per la terza volta, bisognava pensare a nuove candidature da discutere in congresso. La mia candidatura è stata decisa più o meno in sette settimane – tra l’annuncio di Olivier e la data del congresso. I compagni di Ford e della sezione NPA di Bordeaux mi hanno spinto. C’era stata la vittoria sindacale in fabbrica nel 2011, cosa rara, e questo aspetto aveva entusiasmato molti. Presentare un candidato operaio, con un profilo combattivo e con alle spalle una lotta andata a buon fine, avrebbe permesso al partito di orchestrare una campagna su questa linea programmatica: un anticapitalismo attivo impegnato nelle mobilitazioni che provengono dal mondo del lavoro, e non solo, ovviamente.

Non ero un dirigente dell’NPA all’epoca, perché fino ad allora mi ero concentrato sulle battaglie sindacali a Ford. Militavo da tanti anni, sì, ma sostenere una campagna elettorale è un’altra cosa, una battaglia di altro tipo. Diciamo che fortunatamente ho avuto poco tempo per rendermi conto del vortice in cui mi sarei imbarcato e delle conseguenze. Pensavo che l’impegno sarebbe durato un anno, da luglio 2011, dal congresso dell’NPA, alle elezioni, a maggio del 2012. In realtà poi avrei dovuto continuare a essere portavoce del partito. E a lavorare a Ford e con il sindacato. Il mio debutto è stato catastrofico, e senza il sostegno umano e politico, al di là delle divergenze di orientamento che esistono anche dentro a un partito piccolo come il nostro, non sarei andato da nessuna parte. Parlo sempre al plurale, me lo rimproverano sempre, ma non è un modo di dire, la mia è una candidatura portata collettivamente in tutto e per tutto. L’unica cosa è che senti di avere delle responsabilità in prima persona quando non riesci a fare o a dire le cose come vorresti. A luglio 2011 mi ricordo la prima intervista televisiva al Grand Journal di Canal Plus. Michel Denisot mi ha fatto una domanda, la prima, e mentre la formulava mi rendevo conto che non ero sicuro di aver capito bene cosa mi stava chiedendo. E lì ho realizzato quanto sarebbe stato difficile per una persona come me fare i conti con qualcosa cui non ero abituato per niente.

JM: Si è parlato a sfinimento del tuo rapporto con i giornalisti nel corso di questa campagna, con la stampa e la tv in particolare. Voglio dire che i giornalisti hanno speculato a lungo sul trattamento che ricevevi da parte di altri giornalisti. Per molti versi sei stato l’exploit mediatico di questa campagna, inaspettato, insospettabile, e quindi al centro dell’attenzione. Al tempo stesso sei stato anche il bersaglio preferito, in tante occasioni, di uno snobismo sprezzante, volgare che caratterizza il giornalismo mainstream francese, e non solo.

C’è una cosa da precisare prima di tutto: il fatto che per fare una campagna come la intendiamo noi, una campagna elettorale che è una campagna che punta a far circolare idee che non circolano di solito, non è possibile rifiutare gli spazi di visibilità, pochi di solito, che ci vengono offerti, anche sapendo quello a cui andiamo incontro. Cioè non possiamo snobbare i dibattiti e le interviste pur con tutti i limiti che sappiamo. Abbiamo rifiutato l’invito alla trasmissione di Eric Zemmour, perché è un personaggio destrorso, orribile, e non volevamo accreditarlo come un interlocutore possibile. Ma a parte rare eccezioni, ogni spazio mediatico, con tutte le distorsioni del caso, può essere uno spazio politico e bisogna occuparlo. Dopo il 4 aprile c’è stato sicuramente un picco di interesse. Il giorno dopo ho ricevuto quasi 50 proposte di intervista. Ci lamentavamo dell’invisibilizzazione e siamo diventati visibili, all'improvviso. Questo sicuramente ci ha giovato, non per i media in sé, ma per la cassa di risonanza che producono.

Il mio rapporto personale con i giornalisti, soprattutto alla luce degli sketch aberranti di cui mi sono ritrovato in balia, mi riferisco alle risate isteriche dei conduttori televisivi di On est pas couché mentre parlavo del divieto dei licenziamenti, è difficile da spiegare. A parte un paio di volte in cui ho provato rabbia, e si è visto, mi rendo conto di non avere una percezione reale, dal vivo, di quello che succede quando sono davanti alle telecamere. Tutto è fatto per intimidire soprattutto gente come me che non ha niente a che fare con il bel mondo della politica e dei salotti. E c’è un rapporto di inferiorizzazione, quasi fisico, direi, che si crea in questi contesti, come ti guardano, come ti rivolgono la parola. È una cosa che rischia di avere un effetto paralizzante, motivo per cui devo aver sviluppato dei meccanismi di autodifesa e non ci faccio caso lì per lì, non me ne accorgo di solito. Mi concentro su quello che devo dire e basta. Spesso sono gli altri a farmi notare quanto sia visibile il disprezzo nei miei confronti o nei confronti di quello che rappresento: non un politico di professione, non un uomo di potere, ma un lavoratore che fa politica con i suoi strumenti.

Il trattamento, soprattutto in tv, è chiaramente umiliante, è impossibile riuscire a parlare più di 30 o 60 secondi senza farsi interrompere, o ridere in faccia. In questo senso la nostra campagna ha avuto anche un effetto di smascheramento del razzismo sociale che invade il giornalismo. Non solo i miei compagni, i miei colleghi e quelli come me hanno avvertito un disagio tutte le volte in cui mi sono trovato ad essere trattato come l’idiota della situazione. C’è stata una reazione di sdegno generalizzata, e un sentimento di solidarietà nei miei confronti, nel momento in cui il disprezzo nei riguardi di quello che rappresento è diventato apertamente visibile.

JM: Rispetto al 2012 hai fatto progressi enormi. Non è un caso che tu sia diventato così popolare. Che bilancio puoi trarre da quest’ultima campagna? Popolarità senza successo di numeri?

Il risultato è stato deludente. Ancora più deludente perché la campagna è stata molto positiva. La visibilità mediatica ha giocato a nostro favore, certo, ma il dato significativo è l’eco più generale, al di là delle fissazioni dei giornalisti, la risposta popolare, la solidarietà che ho sentito intono e le realtà in lotta che ci chiedono supporto o che vogliono dialogare con noi. Lo scopo non era vincere le elezioni, ma riuscire a dire delle cose. Le abbiamo dette, ci siamo riusciti, ma non abbiamo convinto.

Stando ai risultati del voto, su cui comunque la pressione del voto utile a Mélenchon ha pesato parecchio, non convinciamo. Una quantità di gente mi ferma per strada e mi dice “avrei voluto votare per te, ma…”. In ogni caso in questa situazione convincere non era facile. D’altra parte la partecipazione elettorale non è il nostro unico investimento. È una delle tante occasioni, che in questo caso specifico ci è servita per dimostrare di poter rompere le regole del dibattito politico, dire e far sentire che c’è un’ingiustizia sociale profonda, rispetto alla quale bisogna contrattaccare. Questo credo che abbia toccato molte persone, quando parlano della “Poutoumania per strada”, io credo che dipenda dal fatto che abbiamo dato voce a un disagio diffuso, che c’è e che rimane inespresso, soppresso dalle logiche della politica mainstream. Abbiamo anche imparato molto da questa campagna. La popolarità che ho avuto e che continua a quanto pare, ci ha confermato che lo sfruttamento, la discriminazione, l’ingiustizia non sono parole astratte, ma parlano alla gente e che nonostante la demoralizzazione, c’è una certa coscienza o spirito o rabbia di classe che spesso non si sente e non si vede, ma che quando trova risonanza si riaccende di nuovo. Certo non basta il tormentone mediatico dell’immunité ouvrière, ma penso che non sia stata solo una questione mediatica. Si è trattato un processo reale che ha scosso una rabbia sedata e scatenato meccanismi identificazione. Penso anche alla manifestazione del primo maggio. In tanti sono venuti a ringraziarmi per quello che ho detto sulla corruzione dei politici, sui paradossi della giustizia d’élite, sui paradossi di questa crisi economica che si trascina a colpi di austerità. Quello che dicevamo ha permesso a molte persone di immedesimarsi, nel senso di pensare “vale anche per noi”.

Diciamo che la campagna ha avuto una funzione rivelatrice: ci ha permesso di toccare con mano la collera diffusa tra le classi popolari, che non si traduce automaticamente in un voto a Le Pen, ma che rischia di guardare a Le Pen come a un’alternativa al sistema. Io ho voluto dire chiaramente che non è così. Le Pen non è un’alternativa a questo sistema, ne fa parte. E Le Pen non è nemmeno il sociale contro la finanza, le banche e il capitale.

Resta il fatto che speravamo di fare meglio e che se ci fosse stato un risultato migliore, avremmo potuto far pesare di più il contenuto di questa rabbia antisistema e contro le ingiustizie del sistema. Il successo politico della campagna non si è tradotto in un successo elettorale. È l’opposto del fenomeno Macron, impopolare ma di successo.

JM: A proposito di impopolarità mi viene in mente la coincidenza sfortunata del tuo ultimo passaggio televisivo prima del voto, in cui ribadivi la proposta del disarmo della polizia, proprio la sera dell’uccisione/attentato di un poliziotto sugli Champs Elysées. C’è chi dice, tra i giornalisti, che ha pesato sul tuo risultato. La domanda è: c’è qualcosa che rimpiangi di questa campagna elettorale?

La storia del disarmo della polizia non ha fatto scandalo solo quella sera. È sempre stata percepita come un delirio. È una di quelle cose su cui ogni giornalista che mi ha intervistato mi ha chiesto di dare delle spiegazioni, e rispetto alla quale anche molti dei nostri simpatizzanti rimangono perplessi: “ma come si fa ? è impossibile!”

Ma non è l’unica proposta “incredibile”. Anzi, direi che durante ogni intervista sul nostro programma c’era questo senso di incredulità. Tutte le interviste sono state alla fine la ripetizione della stesso copione. Sono stato continuamente sollecitato sulle stesse cose: il divieto dei licenziamenti, che è un’aberrazione impraticabile, una follia. Altrettanto folle è il disarmo della polizia. E un po’ meno l’abbandono del nucleare. Poi c’è la questione della libera circolazione, che suona come un’altra pazzia.

Uno degli aspetti più faticosi, e però necessari, di questa campagna è stato forse proprio quello di avere la sensazione di esprimere sempre punti di vista considerati assurdi, perché controcorrente, su questioni scottanti. E ripeto non parlo solo dell’incredulità dei giornalisti che ho avuto di fronte, ma di chi mi ascoltava, e di chi potenzialmente sta anche dalla nostra parte.

Per esempio la libertà di circolazione è un tema che suscita solidarietà, ma è una cosa inimmaginabile, è il mondo alla rovescia, ovvio che sembri un’aberrazione nel momento in cui, tutti, ma proprio tutti, parlano di patria e frontiere.

Idem per quanto riguarda i licenziamenti, la gente pensa “sì, non sarebbe male, ma è impossibile”, e noi per primi ci poniamo il problema di capire l’implementazione di una misura del genere, concretamente.

Il disarmo della polizia è sicuramente il picco della follia, peggio di tutto il resto. In una fase di stato d’emergenza prolungato, militarizzazione degli spazi pubblici e minaccia terrorista su scala nazionale e internazionale suona ovviamente come una proposta totalmente fuori luogo. E ogni volta per me si è trattato innanzitutto di risituare la questione: quando parliamo di disarmo della polizia parliamo di disarmo dei settori attivi nella gestione dei “disordini” di piazza e nei quartiers populaires. Sono loro, di fatto, i responsabili della repressione e delle violenze razziste che denunciamo.

Ora se mi pento di aver detto quello che ho detto la sera in cui un poliziotto è stato ucciso? No, non me ne pento, non credo ci sia nulla di cui pentirsi.

Il punto è un altro, e più complicato. Mi sono reso conto, e ci siamo resi conto, della difficoltà che abbiamo incontrato non solo a convincere la gente della giustezza di proposte che di primo acchito sembrano poco fattibili, ma a volte semplicemente a porre un problema che mette in discussione dati di fatto che sembrano naturali, scontati e immodificabili.

C’è una resistenza, in prima battuta, ad accettare che venga posta come un problema e non come una sciagura ineluttabile, la questione delle violenze della polizia. È un fenomeno strutturale, con un grave impatto sociale; c’è una repressione di stato orchestrata contro ogni forma di lotta e di contestazione e, questo è il dato che non possiamo ignorare. Come rispondiamo? Questa è la questione.

L’insistenza testarda con cui abbiamo portato avanti questo tipo di domande non è stata inutile. Siamo riusciti a far passare la legittimità di un problema politico che non è un’evidenza. Non abbiamo proposto soluzioni assolutamente convincenti? Dobbiamo rispondere meglio? Non siamo stati efficaci? Probabilmente, ma il fatto di aver posto e in un certo senso imposto questi problemi all’attenzione pubblica attraverso il nostro programma mi pare essenziale. Quindi non rimpiango, anzi rivendico il fatto di aver difeso le nostre idee controcorrente, e sfacciatamente, in contesti di discussione non facili da questo punto di vista. È uno degli aspetti più positivi di questa campagna. Per cui, no, je ne regrette rien.

JM: A proposito del secondo turno. L’NPA non ha espresso una posizione unanimemente condivisa sulla questione del voto al secondo turno, e tu ti sei pronunciato subito la sera del primo turno, in Tv, dicendo che ti saresti astenuto. Poi c’è stato tutto il dibattito interno al partito sull’opportunità di usare formule come “Ni Le Pen/Ni Macron - Ni patrie/Ni patrons” che rischiavano secondo alcuni di finire per mettere sullo stesso piano due candidati politici molto diversi. Leggevo su un comunicato dell’NPA di Poitiers un’analisi del duello Macron-Le Pen che riprende una metafora di Trotskij da un testo del 1931, la Lettera a un operaio tedesco, membro del partito comunista tedesco. Te la leggo perché è suggestiva, ma non so quanto sia appropriata alla situazione attuale: “In una scala ci sono sette note. Chiedersi quale sia la migliore, do, re o sol, non ha senso. Però un musicista sa quale tasto scegliere e quando farlo. Chiedersi astrattamente chi rappresenti il male minore tra Brüning e Hitler è altrettanto insensato. Ma ancora una volta bisogna sapere quale tasto è opportuno premere tra i due. È chiaro? Per chi non ha capito, prendiamo un altro esempio. Se uno dei miei nemici mi avvelena ogni giorno con piccole dosi di veleno, e un altro vuole spararmi un colpo alle spalle, darei la priorità al compito di strappare di mano la pistola al mio secondo nemico, cosa che mi darà la possibilità di liquidare il primo. Ma questo non significa che il veleno sia un “male minore” rispetto alla pistola”. Il mio dubbio è che nel tentativo di disarmare il nemico numero due e strappargli la pistola uno finisca per darsi un colpo sui piedi….

Beh sì. È questa gabbia del voto utile che ci perseguita. Quest’anno già dal primo turno c’era la questione del voto utile-Mélenchon per cui noi eravamo inutili, avremmo dovuto toglierci di mezzo, farci da parte ecc. Si sapeva che il secondo turno con Le Pen avrebbe creato un ricatto fortissimo, tra le pressioni morali del fronte repubblicano e i richiami alla responsabilità da destra e da sinistra. Per cui è pazzesco, ma alla fine il colpevole diventa l’astensionista. Le discussioni che ho avuto in fabbrica e altrove sono interessanti, e anche i dati emersi dai sondaggi rispetto agli elettori di sinistra. C’è la pressione sociale al voto utile, ma c’è anche un riflesso spontaneo e immediato a rifiutare il voto e respingere la farsa della scelta. L’NPA non voleva rincarare la dose delle pressioni su un elettorato indeciso e per questo abbiamo deciso di non fare attivamente campagna per l’astensione. Non abbiamo dato indicazioni di voto, ma io ho detto subito che non avrei votato. Ma come si fa? Ci siamo battuti per mesi contro la Loi Travail e Macron è la continuazione anzi l’amplificazione esponenziale di quel tipo di riforme.

Fare fronte con Macron contro Le Pen è un’illusione così come è un errore pensare, come alcuni pensano, di fare fronte con Le Pen contro il neoliberismo spinto di Macron. E il voto Chirac nel 2002 contro Le Pen padre, sono ancora in molti a rimpiangerlo. Ma per noi è importante non creare barriere al dialogo con chi interpreta diversamente gli imperativi elettorali di una circostanza come questa.

JM. Ultima domanda. Come può e cosa può l’extrême gauche in questa fase?

C’è un problema evidente di fiducia da recuperare, globalmente, e c’è un problema di convinzione, che riguarda anche noi militanti, pieni di dubbi e d’incertezze. Siamo preoccupati, spesso pessimisti, a volte perfino rassegnati; non sappiamo bene a cosa serviamo. Con la campagna volevamo restituire la voglia di lottare, la voglia di osare, di dire cose che non vanno di moda e che perfino la sinistra ha mollato per riportarle all’ordine del giorno. E abbiamo deciso di farlo con una certa spudoratezza per dimostrare in primo luogo che non è impossibile, anche se è complicato. Non si tratta di imporre delle parole d’ordine, ma di lavorare su quello che succede intorno, i movimenti, le rivolte, le lotte nel mondo del lavoro, nei quartieri popolari, ovunque. E anche di farsi carico del malcontento e della demoralizzazione che pure esistono.

In questa fase mi sembra che la cosa più urgente da fare sia coltivare la rabbia e il dissenso che abbiamo constatato, e che faticano a trovare forme compiute d’espressione, per provare a renderle efficaci. Sono sentimenti presenti anche tra chi ha votato per il Parti Socialiste, per Mélenchon, per Lutte Ouvrière e tra chi non ha votato - i libertari, gli zadisti. Per tutti questi settori popolari, alcuni politicizzati e altri no, è evidente la necessità di guardare oltre le elezioni, per organizzarsi su altri terreni di lotta.

La sinistra, in senso lato, ha tante colpe ormai da decenni: si è lasciata trasportare dal riformismo considerato più “realista”, ha sposato la necessità di accettare e assecondare il senso – presunto – di come vanno le cose, ha puntato troppo spesso sulla logica del “meno peggio”, ed è stata una spirale deleteria a tutti gli effetti. Non funziona. La novità ora sarebbe provare a fare diversamente, e in ogni caso è una pista che va tentata. Intendo dire: ripartire da noi e dalle nostre idee politiche, dalle nostre aspirazioni sociali, dalle nostre forze. Dopo trent'anni di riflusso della gauche non è facile. Perciò in questa fase la battaglia più urgente è una battaglia per recuperare il morale a sinistra e per ribadire la convinzione radicale che il nostro compito non è quello di assecondare la corrente.

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circuito-elettrico copiaGiovedì 25 maggio alle 18 si terrà  a Roma, presso lo Spazio culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3)   il primo seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. All'incontro, intitolato Verità alternative. Filosofia / Media / Politica / Scienza, partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Speciale Presidenziali in Francia

emmanuel-macronProponiamo oggi due interventi sulle presidenziali francesi. Torneremo sul tema nei prossimi giorni.

Nello Speciale:

  • Franco Berardi Bifo, Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista
  • Alessandro Casiccia, Superamento della destra e della sinistra?

 

Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista

Franco Berardi Bifo

Sembra inevitabile di questi tempi scegliere tra schiavismo e fascismo. Lo schiavismo neoliberale ha vinto in Francia fermando (temporaneamente) l’avanzata del fascismo, e pare che dobbiamo esserne contenti. La vittoria di Emmanuel Macron permetterà di allentare lo strangolamento che ha asfissiato i lavoratori dell’Unione Europea? Credo piuttosto che la vittoria di questo estremista liberista sia destinata a intensificare in Francia l’offensiva anti-sociale, l’impoverimento dei lavoratori, la precarizzazione.

Emmanuel Macron si è presentato sulla scena promettendo di licenziare 120.000 impiegati pubblici, e ha ottenuto il sostegno di François Fillon, il quale, per parte sua, mentre intascava un milione di euro intestati alla moglie Penelope, prometteva di licenziarne 500.000. Macron ha promesso di portare a termine le riforme timidamente abbozzate dal governo Hollande, e di rivedere la loi el Khomri così da rendere più fluida la precarizzazione del lavoro che negli anni scorsi non è stata imposta fino in fondo per le resistenze della società. Macron, che si è formato culturalmente all’interno del sistema bancario, ha un compito: sfondare la resistenza della società francese per piegarla definitivamente all’ordine finanziario.

Naturalmente la vittoria di Marine Le Pen avrebbe aperto le porte dell’inferno provocando a tempi brevissimi il crollo di quel che resta dell’Unione Europea, e dunque è stato inevitabile piegarsi al ricatto.

Ma non mi illudo su un asse franco-tedesco che giunga salvifico dopo la probabile vittoria socialdemocratica in Germania. Non dovremmo dimenticare che furono proprio i socialdemocratici tedeschi ad avviare l’offensiva europea contro il salario, ai tempi di Schroeder e della legge Hartz. Saranno loro a rovesciare la tendenza, ora che l’Unione è sul punto del collasso terminale? Può darsi, ma non accadrà in assenza di un movimento anti-schiavista europeo.

Se siamo stati costretti a scegliere tra brutalità razzista e aggressività neoliberista è anche perché non siamo riusciti a costruire alcun movimento europeo contro la dittatura finanziaria.

Dal 2005 ci siamo infilati in una trappola. In quell’anno francesi e olandesi furono chiamati a prendere posizione in un referendum sul trattato costituzionale che poneva al centro la piena subordinazione del lavoro: a larga maggioranza francesi e olandesi votarono NO al ricatto neoliberale. La sinistra riformista iniziò da quel momento a perdere la rappresentanza elettorale della classe operaia, ma anche le componenti di sinistra critica che provenivano dai movimenti, in quell’occasione subirono il ricatto e diedero indicazione di scegliere lo schiavismo liberista contro la regressione nazionalista. In questo modo la rappresentanza dei lavoratori venne lasciata interamente alla destra, che oggi è maggioritaria nel voto operaio.

Anche se il voto del 2005 aveva detto no alla precarizzazione, la macchina neoliberale non si è fermata, e l’aggressione finanziaria è proceduta sotto l’etichetta: “riforme”: aumento dei carichi di lavoro, aumento della disoccupazione e riduzione dei salari, rapina finanziaria e smantellamento del welfare. È da queste tendenze che è cresciuta l’ondata nazionalista e razzista. Macron si è presentato sulla scena proclamando strenua fedeltà alle “riforme”, e ha vinto perché non c’era alternativa al buio definitivo. L’Europa procede entro le linee di devastazione decise dal sistema finanziario. Non mi pare che ci sia ragione di rallegrarsi.

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Superamento della sinistra e della destra?

Alessandro Casiccia

La vittoria di En Marche! al ballottaggio e l’uscita di scena dei partiti più classici, non deve distogliere l’attenzione dal Front National. Alle ormai imminenti legislative, esso affermerà comunque una sua presenza; che potrà riguardare le sue tematiche più demagogiche come l’immigrazione, o come i rapporti con l’UE; ma forse ancor più la condizione della classe lavoratrice. Rompendo col padre, Marine aveva assunto posizioni di difesa riguardo a vari aspetti dello stato sociale. Quindi, pur se il Fronte rientra nel numero dei partiti e dei movimenti “neo-nazionalisti”, la linea politica che persegue deve essere considerata nella sua specificità.

La Francia è uno dei paesi in cui storicamente si è presentata sotto forme diverse una collocazione non nettamente definita del discorso politico. Considerando oggi la dispersione della classe operaia nell’era globale insieme all’attuale incertezza economica delle classi medie, quella indeterminatezza potrebbe veder prevalere un nazionalismo radicale. O all’opposto rendere più viva la discussione intorno al tema della convergenza verso il centro, quale possibile, forzata scelta dell’elettore medio, ferito dalla globalizzazione ma timoroso di mutamenti potenzialmente catastrofici. (Come quelli che potrebbe produrre una rottura con l’Europa.)

Per riesaminare simili alternative occorrerebbe fra l’altro ricordare che negli studi politologici della seconda metà del novecento, il tema del voto veniva spesso affrontato ricorrendo al paradigma della “scelta razionale”, considerando quindi il modello dell’elettore mediano, il suo possibile coincidere di con l’elettore medio, il suo ruolo quale destinatario di messaggi politici, nonché le strategie che un partito può assumere nella competizione politica. E ovviamente sorgeva anche il dibattito sul voto “utile” cui l’elettore in talune circostanze si ritiene costretto. (Il successo di Macron potrebbe costituirne un esempio.)

Ma ormai sappiamo che il risultato di ogni elezione può suscitare sorpresa. Già alla fine del Settecento Condorcet, con il suo “paradosso” (tema poi ripreso nel secolo XX da Arrow e Black) avvertiva che una votazione spesso conduce a esiti non facilmente prevedibili. Dove la preferenza della maggioranza può risultare incoerente oltre misura con le precedenti opzioni dei singoli votanti. Vari sistemi elettorali sono stati escogitati per affrontare i suddetti problemi: nel caso francese, l’uninominale maggioritario a doppio turno. Differente peraltro dal criterio che guiderà le prossime legislative.

Ma indipendentemente da ciò va ricordato che lo stesso impianto teorico, sia delle previsioni sia delle analisi riguardanti le elezioni avvenute, può risultare oggi debole in quanto fondato in buona misura, come si è notato, sull’assunto di una scelta lucida e ponderata da parte del cittadino. Il punto è che oggi, di fronte alle derive devastanti della crisi, al crescere dell’incertezza, della “paura”, della sofferenza per l’esclusione sociale, i modelli fondati sulla coerenza dell’attore razionale parrebbero perdere rilevanza e lasciare il campo ad analisi riguardanti invece le emozioni come reale impulso a una scelta di voto. Da un lato il risentimento, dall’altro la paura.

Tra la considerazione di tale spazio emozionale e il riconoscimento di quanto invece possono tuttora valere indirizzi razionali di scelta, prende corpo il tema di una opzione politica di “centro” come possibile via per rispondere a timori, risolvere indecisioni, sfuggire a esiti considerati peggiori. Ma tale opzione non è che uno dei modi in cui un altro appello, ritenuto ancor più generale e “attuale”, viene tematizzato e diffuso: il distacco dalle ben note identità politiche, ovvero la destra e la sinistra. Un distacco che non manca certo di precedenti storici, soprattutto in Francia.

Occorre allora distinguere tra due diversi modi in cui tale dichiarato superamento tende a presentarsi attualmente.

Un tipo di superamento almeno dichiarato, dell’opposizione destra-sinistra riguarda le proposte politiche assumenti la possibile la fattuale coincidenza di linee estreme, polarizzate, fra loro radicalmente contrapposte per convenzionale disposizione “ideologica”. Tale coincidenza può riguardare provvedimenti essenziali, come ad esempio la difesa di conquiste sociali. Ma l’inevitabile esito è l’affermazione di uno dei due poli estremi: e sappiamo che in genere il polo sarà quello della destra radicale, nazionalista, escludente.

Esiste poi un altro tipo di superamento della contrapposizione in questione: ed è quello che assume, non la coincidenza sopra descritta ma la confluenza ragionevole verso un partito o una coalizione che si caratterizzi per posizioni moderate (e non troppo definite). Ed è questa una presa di distanza tra gli estremi che conduce tendenzialmente verso l’area “di centro”. Osservando il quadro della Francia odierna, mentre nell’offerta politica di Marine Le Pen sembra possa individuarsi la linea che abbiamo denominato coincidenza, la linea della confluenzainvece parrebbe riconoscibile nell’indirizzo politico di Macron: moderazione, normalità, osservanza quanto possibile delle direttive comunitarie, quindi controllo del bilancio, riduzione della spesa pubblica. Gran parte di quelle politiche si erano rivelate controfattuali, come sappiamo. E avevano alimentato varie forme di euroscetticismo, tra cui quella del Fronte. Si tratta di vedere ora se, in quale modo e in quale misura, il moderato Macron saprà trovare un difficile equilibrio tra le politiche comunitarie e le esigenze dei cittadini.

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Francia e Unione Europea al tempo di Macron

Antonio Lettieri*

France-et-Allemagne1. Questa volta non si sono verificati imprevisti, com’era accaduto con Trump e con la Brexit. Nel primo turno delle elezioni in Francia le previsioni sono state rispettate con una precisione quasi millimetrica. Macron è arrivato primo con quasi due giunti di distacco da Marine Le Pen che oggi gli contenderà (senza speranza, secondo i sondaggi, la presidenza della Repubblica. Il giovane Emmanuel Macron, mai eletto ad alcuna carica pubblica, neppure di una circoscrizione rionale, sarà l’ottavo presidente della Quinta repubblica, successore, tra gli altri di Charles de Gaulle e François Mitterrand, per citare un conservatore e un socialista, sicuri protagonisti della storia europea (e non solo) della seconda metà del XX secolo.

Dunque, nel rispetto delle previsioni, nulla di nuovo sotto il cielo primaverile di Parigi? No, questo non si può dire. E’ vero il contrario. Una potente scossa sismica ha dissestato le fondamenta della V Repubblica. I due partiti che ne hanno segnato la storia escono entrambi pesantemente sconfitti. La destra di Fillon con meno di un quinto dei voti è stata scavalcata dalla destra radicale di Marine Le Pen. Il Partito socialista, che fu di Mitterrand, Delors e Jospin esce praticamente dalla scena col suo umiliante 6 per cento. La maggioranza dei vecchi socialisti ha votato Macron che si è orgogliosamente proclamato “né di destra, né di sinistra”, e un’altra parte ha votato la sinistra radicale di Mélenchon, che col 18 per cento guadagna il triplo dei voti di Benoît Hamon, vincitore del congresso socialista.

2. Ciò che è certo è che la Francia che ci ha consegnato il primo turno delle elezioni francesi non è quella che a metà del secolo scorso gettò le basi dell’unificazione europea. Quando la nuova storia europea iniziò all’insegna di Maurice e Jean Monnet che “inventarono” la CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, progenitrice della comunità economica europea. L’iniziativa francese sembrò allora dettata da puri interessi economici, avendo la Francia bisogno del carbone della Ruhr per riprendere la via dello sviluppo. Mentre pochi anni dopo,nel 1957 la Ceca era seguita dal mercato comune europeo che per gli stessi sei paesi fondatori doveva essere il moltiplicatore della crescita economica nell’Europa devastata del secondo dopo guerra. Un’interpretazione puramente economica di quegli eventi sarebbe, tuttavia, fuorviante.
La dimensione politica dell’iniziativa francese divenne evidente con Charles de Gaulle, padre della V Repubblica. La Francia era uno dei cinque stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU insieme con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Russia e la Cina, ed era diventata la quarta potenza nucleare del pianeta. Ma questo non bastava a de Gaulle. Nel suo disegno, la grandeur della Francia passava attraverso un ambizioso progetto politico continentale. Immaginava un’Europa pienamente affrancata dall'egemonia americana (non caso il progetto comunitario escludeva la Gran Bretagna, considerata un'appendice della politica di potenza americana). La comunità europea avrebbe inoltre dovuto gestire in piena autonomia i rapporti con l’URSS, intrecciando, secondo le circostanze, un’attitudine conflittuale con una collaborativa. Non a caso, nel disegno coltivato dal generale, un giorno, la comunità europea si sarebbe estesa dall'Atlantico agli Urali. Un disegno a suo modo utopico. Eppure centrato su una visione storicamente concreta: la nuova Europa doveva passare attraverso un rapporto speciale tra la Francia e la Germania. La coppia franco-tedesca doveva essere il motore che avrebbe guidato oil progetto europeo.

Fu in questo quadro che il rapporto speciale con la Germana assunse i colori di un rapporto personale fra i capi di stato dei due paesi. Non era un caso che l’austero de Gaulle invitasse, come ospite, il vecchio cancelliere tedesco Konrad Adenauer, come ospite quasi familiare nella sua casa privata di Colombey-les-Deux-Églises, lontano dalle luci e dai riti diplomatici dell’Eliseo. Si apriva un nuovo capitolo della storia europea dopo le due guerre mondiali che avevano sconvolto il mondo con la Francia e la Germania stabilmente su fronti opposti. La nuova Europa aveva alla sua guida la Francia, e questa sceglieva come co-pilota la Germania.

Non si sarebbe trattato di un modello di rapporti occasionale, frutto dell’immaginazione storica di de Gaulle. Recensente Giscard d’Estaing ha ricordato (L’Espresso), come fosse diventata consuetudine incontrarsi sistematicamente con Helmut Schmidt, successore di Willy Brandt alla cancelleria tedesca, prima delle riunioni del Consiglio europeo dei capi di stato e di governo, per discuterne l’odg e tracciarne le conclusioni. La politica francese, al pari dei quella tedesca, fu segnata nel corso dei decenni dall’alternanza fra i due maggiori partiti. Ma l’alternanza non interferì mai con la specialità dei rapporti che legava i due paesi. Quando, negli anni Ottanta lo scettro passò in Francia al socialista François Mitterrand, l’iniziativa francese tornò audacemente in campo. Spettò al socialista Jacques Delors, il più prestigioso tra tutti i presidenti della Commissione europea, non solo ridefinire le strutture portanti della comunità, ma promuoverne il grande balzo in aventi della moneta unica.

3. L’iniziativa appartenne ancora una volta alla Francia. Ma questa volta il mondo era cambiato col collasso dell’Unione sovietica. L’unificazione tedesca prese tutti di sorpresa compresi gli Stati Uniti. Ma soprattutto era destinata a cambiare i rapporti all'interno della coppia franco-tedesca. La Germania unificata non era più una contea di confine dell’Europa occidentale, ma improvvisamente il ribaltamento della storia europea la collocava al centro del continente.

La nascita dell’euro con la conferenza di Maastricht nel 1992 fu il prezzo che la Francia impose alla Germania in cambio dell’unificazione della Germania – unificazione che Kohl volle accelerare, al di là di ogni previsione, creando inizialmente sconcerto all’Eliseo, oltre che in molte capitali europee, e perfino a Washington. Il passaggio alla moneta unica, sotto la guida di Mitterrand e Delors. sancirà ancora una volta un successo francese. Ma era destinato a rivelarsi un successo fatale. Una parte dell'élite economica e politica tedesca, con alla testa la Bundesbank, era contraria all'abbandono del marco. Dopo la catastrofe monetaria del 1922-23 quando la moneta tedesca era stata polverizzata dall’iperinflazione, il DM era diventato la seconda bandiera della Germania.

La moneta unica appariva a una parte della classe dirigente tedesca una forzatura politica. E, in effetti, era un espediente che mascherava una profonda asimmetria economica tra la Germania e la maggioranza degli Stati membri dell’UE. La Germania era diventata la seconda potenza economica occidentale e la quarta a livello planetario dopo il gli stati Uniti, il Giappone e la Cina. Al contrario, la Francia non riusciva a tener il passo nemmeno del cambio semifisso,che governava lo Sme, il sistema monetario europeo.

Nel 1992 tutto il sistema era andato in crisi: dalla sterlina inglese alla lira italiana alla peseta spagnola. La Francia aveva salvato a stento il franco solo in virtù del sostegno tedesco. La moneta unica, imposta dalla Francia, nasceva da una coppia unita ormai più dall’etichetta europea che non dalla sostanza dei rapporti economici e politici.

L’egemonia francese era finita. Con l’euro, in effetti, un travestimento del marco, il motore europeo era definitivamente passato nelle mani della Germania. La finzione della coppia franco-tedesca alla guida dell’Unione europea durò ancora nei primi anni del nuovo secolo. Ma con la crisi del 2008 in America che aveva contagiato rapidamente l’Unione europea, il re fu definitivamente nudo. Berlino decideva le sorti dell’euro col suo doppio bastone dell’austerità e delle riforme strutturali, sotto l’opaca copertura di Bruxelles.

Ma la coppia franco-tedesca ricompariva puntualmente quando bisognava assumere decisioni cruciali. La Francia era indebolita dalla crisi, ma Nicolas Sarkozy amava presentarsi come un severo controllore dei comportamenti degli stati membri. Gli incontri separati della coppia franco–tedesca erano sempre continuati nonostante, proprio per essere così scoperti, irritassero i partner europei, come nel caso del summit bilaterale Merkel-Sarkozy a Deauville nell’autunno del 2010, alla vigilia di un importante Consiglio europeo.

Il punto di svolta, nel mezzo della crisi greca fu costituito dall’incontro a Cannes di Sarkozy con Angela Merkel e con la partecipazione di Barroso, presidente della Commissione europea. Papandreou, alla testa del governo greco, aveva indetto un referendum popolare con il quesito se accettare o no le condizioni poste dalle autorità europee per un nuovo bailout. La decisione era stata assunta anche per temperare l’ondata di proteste popolari che agitava la Grecia e per provare a ottenere un mandato per trattare con le autorità dell'eurozona le condizioni del prestito.

Nella riunione di Cannes Sarkozy e Merkel imbastirono una sorta di processo a carico di Papandreou. Gli chiesero di ritirare il referendum, o trasformarlo in qualcosa di diverso. In termini che non ammettevano titubanze dissero a Papandreou che o accettava le condizioni poste dalle autorità europee o sarebbe dovuto uscire dall’eurozona.

Papandreou fu messo con le spalle al muro, incalzato contemporaneamente dal Partito popolare di Samaras all’interno e dal ricatto franco-tedesco. Una settimana dopo si dimise. Francia e Germania avevano già individuato il nuovo capo del governo in Lucas Papademos, ex vice presidente della BCE. Come sappiamo, la crisi greca non solo non fu risolta, ma le condizone strangolatorie imposte aggravarono la crisi che continua a imperversare sei anni dopo Cannes.

In effetti, la Grecia ebbe una doppia sfortuna. Per un verso, era troppo debole per opporre resistenza. Per l'altro, era stata assunta come una cavia che doveva servire da esempio ad altri paesi: in primo luogo, l’Italia e poi la Spagna. José Luis Zapatero non poté portare a termine il terzo mandato come capo del governo spagnolo e, sotto la pressione delle autorità europee, si dimise un mese dopo Papandreou per lasciare campo aperto a Mariano Rajoy del Partito popolare, che vinse facilmente le elezioni, assistito dal consenso che gli proveniva da Berlino, Parigi e Bruxelles.

Il caso italiano era scoppiato in anticipo con la famosa lettera inviata (segretamente, ma fu diffusa su tutta la stampa italiana) firmata da Jean-Claude Trichet, il presidente francese in uscita della BCE, e Mario Draghi, designato alla successione. La lettera, com’è noto, indicava un dettagliato programma di governo di stampo ultraconservatore che nessun normale governo, democraticamente responsabile di fronte al Parlamento e al paese, avrebbe potuto realizzare. I mercati finanziari non avevano tardato a capirlo, e avevano fatto esplodere lo spread (la differenza del tasso d’interesse pagato sulle emissioni di bond a dieci anni). Il governo Berlusconi fu costretto a gettare la spugna. A governare la provincia italiana fu designato Mario Monti, che godendo della fiducia di Berlino e del sostegno di Giorgio Napolitano: formò un governo di tecnici sostenuto da tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale.

Nel giro di due mesi, Germania e Francia, con la complicità della Commissione europea e della BCE, non solo avevano deciso la politica economica e sociale dei due maggiori paesi dell’eurozona, dopo la Germania e la Francia, ma ne avevano anche deciso i governi.

4. La maschera è definitivamente caduta insieme con la disfatta di François Hollande, l’unico presidente della storia della Quinta Repubblica costretto a non potersi candidare per un secondo mandato per eccesso di impopolarità. La svolta storica non poteva essere più clamorosa. Abbiamo visto De Gaulle incontrare Adenauer e Giscard d’Estaing Helmut Schmidt. E poi lo stretto rapporto fra Mitterrand e Kohl, personaggi che hanno segnato la storia europea del XX secolo. Dopo il secondo turno elettorale di oggi, come le previsioni (rivelatesi finora rigorosamente precise) lasciano ritenere, Emmanuel Macron s’insedierà all’Eliseo.

Il giovane Macron è indubbiamente dotato di un brillante talento di scalatore. In un breve giro di anni è passato da funzionario della banca d’affari Rothschild prima a consigliere economico e poi a ministro per l’economia di Holland. Un incarico prontamente abbandonato, quando la barca andava alla deriva per fondare En Marche!, il proprio movimento personale "né di destra, né di sinistra".

Per salire all’Eliseo Macron  avrà bisogno al secondo turno di ciò che resta del Partito socialista che, secondo i sondaggisti gli darà i due terzi dei suoi voti, vale a dire un misero 4 per cento del voto complessivamente espresso. Otterrà, secondo le previsioni, circa la metà dei voti della sinistra radicale di Mélenchon. Ma nemmeno questo potrebbe bastare, senza un sostanziale sostegno della destra ultraconservatrice di Fillon. Considerato che almeno il 15 per cento degli elettori si asterrà, potrà alla fine scavalcare Marine Le Pen. Così dice l’oracolo. E tutto lascia ritenere che si avvererà.

Una volta all’Eliseo, diventerà interlocutore di Angela Merkel. La cancelliera che non ha fondato un partito personale ma che, con i suoi tre mandati, ha già eguagliato la durata della cancelleria di Adenauer e Kohl. E che, secondo i più recenti sondaggi d’opinione, si candida con grandi probabilità di successo a ricevere il quarto mandato, raggiungendo un primato che non ha precedenti se non Bismarck nella seconda metà dell’Ottocento.

5. Dei partiti che hanno tessuto la storia della V repubblica (e dell’’Unione europea) non rimane nulla se non per default, una disperata mancanza di alternative alla vittoria di Marine Le Pen, con l’unione sacra di frammenti politici di destra e di sinistra con ascendenze e programmi contrastanti. A Berlino e a Bruxelles sembrano tutti fiduciosamente rasserenati. Ma della vecchia coppia franco-tedesca non rimane che la finzione sbiadita che ha accompagnato alla deriva la presidenza socialista di Hollande.

In ogni caso, l’eurozona è salva, e il dominio della Germania non ha più la maschera consunta della vecchia coppia franco-tedesca. Un’eurozona che, quasi dieci anni dopo il suo inizio, non è ancora uscita dalla crisi. Un’eurozona che continua grottescamente a battere il ritmo della crescita in termini di decimali, con una disoccupazione media del 10 per cento, che è la più alta della storia comunitaria e che oscilla intorno al doppio in Grecia, Spagna e … nel Mezzogiorno.

La domanda che meriterebbe di essere posta è: per quanto tempo ancora? Ma l’etichetta europea vuole che la domanda non sia nemmeno adombrata. Chi osa alzare la voce è un populista, non importa se di destra o di sinistra: Le Pen, Pablo Iglesias, Grillo o Salvini.

La clessidra della storia deve fermarsi perché l’establishment possa continuare a governare il declino del pianeta Europa. Con la notevole eccezione della Germania che rimane la quarta potenza economica del pianeta, alla testa di una Europa lacerata, senza bussola. E senza meta. La domanda torna con impertinenza: per quanto ancora?
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* Presidente del CISS - Center for International Social Studies (Roma) a.lettieri@ciss.it