Barche fantasma attraverso l’Atlantico

Francesca Lazzarato

Nel prologo del suo The Spanish Holocaust, lo storico inglese Paul Preston ci ricorda che nel 1939, al termine della guerra civile, almeno ventimila repubblicani vennero uccisi durante le cosiddette operaciones de castigo y de limpieza, e molti di più ne morirono nei campi di concentramento, nelle carceri, nei battaglioni di lavoro. Migliaia di prigionieri di guerra spagnoli finirono nei lager tedeschi, e del mezzo milione di profughi che in poche settimane avevano attraversato la frontiera francese, molti morirono nei campi di internamento (se ne parla nelle opere di Max Aub, che, come altri rifugiati che la Francia riteneva “pericolosi”, fu rinchiuso nel campo algerino di Djelfa, dove nacque il suo straordinario Manuscrito cuervo). “Tutto ciò rappresenta quello che a mio parere si può chiamare l’Olocausto spagnolo”, scrive Preston, aggiungendo che la repressione franchista si svolse secondo il terrificante modello elaborato in Nord Africa dal Generalísimo e dai suoi, che “consideravano il proletariato spagnolo e i marocchini allo stesso modo: una razza inferiore da sottomettere per mezzo di una violenza fulminea e intransigente”. Se a tutto questo si aggiunge l’estrema miseria del dopoguerra, quando il reddito pro capite scese al di sotto dei livelli più bassi raggiunti nel XIX secolo, non è difficile capire perché all’esodo degli oppositori si sommò quello di chi fuggiva da disoccupazione e fame. Il regime, da parte sua, ostacolava l’emigrazione in vari modi: la trafila burocratica era interminabile e si esigeva una “chiamata” dall’estero in forma di contratto. E per chi voleva raggiungere le ex colonie di oltremare, che molti consideravano una terra promessa, la partenza diventava ancora più complicata e costosa.

È proprio nell’intreccio di storie individuali e collettive dell’ondata migratoria spagnola di quegli anni che possiamo individuare un autentico recuerdo del porvenir, ossia l’anticipazione di un futuro che è, a tutti gli effetti, il nostro presente: un’epopea poco nota i cui testimoni vanno scomparendo, ma sulla quale esistono libri di memorie e indagini come quella di Néstor Rodríguez Martín, autore nel 1988 di La emigración clandestina de la provincia de Sta. Cruz de Tenerife a Venezuela en los años 40 y 50: la aventura de los barcos fantasmas, dettagliata ricerca sulle piccole imbarcazioni a vela che, partendo dalle Canarie, portavano gli emigranti clandestini attraverso l’Atlantico.

Fino ai primi decenni del ‘900, per i canarios l’emigrazione legale e illegale in terre americane fu quasi una tradizione, almeno fino all’avvento della Repubblica, quando l’esodo conobbe una lunga pausa, per ricominciare subito dopo la guerra e dirigersi verso una nazione in pieno sviluppo: il Venezuela. Una notte dopo l’altra, i clandestini salpavano in segreto sulle “navi fantasma” procurate da gruppi di perseguitati politici, oppure cedute a caro prezzo da quanti le consideravano un’occasione di guadagno. I viaggi dei “politici” erano, in genere, meglio organizzati e meno costosi: ognuno pagava quel che poteva (a volte solo un sacco di provviste, o una capra), e si badava a non sovraccaricare le barche e a garantire un minimo di sicurezza; gli speculatori, invece, chiedevano cifre considerevoli – chi partiva doveva vendere tutto e indebitarsi con parenti e amici – e accettavano un numero di passeggeri superiore alla capienza dello scafo, affidato a capitani e ciurme improvvisati, spesso scelti tra gli stessi emigranti.

Fatte per la pesca o il piccolo cabotaggio, le navi fantasma appartenevano di solito a padroncini locali, e, con rare eccezioni, erano in cattivo stato, con pochi strumenti e un motore che durante la traversata smetteva di funzionare per irreparabili avarie o per mancanza di gasolio: l’unico carburante, allora, erano gli alisei, che dalle Canarie soffiano costantemente verso ovest. I velieri che per qualsiasi motivo deviavano dalla rotta degli alisei (quella, ricordava una canzone, “del Almirante Colón”) incappavano in tremende bonacce che rallentavano il viaggio, mentre acqua e provviste si esaurivano; e alla calma piatta si alternavano le tempeste, che non risparmiavano, ovviamente, neppure chi aveva azzeccato la rotta giusta. Se tutto andava liscio e la barca non si ritrovava sulle coste del Senegal, della Guyana o del Brasile, era possibile raggiungere il Venezuela in venticinque o trenta giorni, che quasi sempre, però, diventavano quaranta, sessanta o più (per il veliero Saturnino furono addirittura ottantasei); i viaggiatori esausti si imbattevano a volte in grandi navi che si allontanavano senza far caso alle richieste di aiuto, anche se ci furono mercantili che li rifornirono di cibo e acqua, e navi da guerra che, come la peruviana Teniente Gálvez, si fermarono per indicare la rotta giusta.

E finalmente, scheletrici e stracciati, gli emigranti raggiungevano un paese che in quegli anni oscillava tra dittature militari e brevi periodi di democrazia, e che proprio per questo riservò loro accoglienze diverse. La prima ad arrivare fu la goletta Mariuchi, con a bordo un gruppo di antifranchisti, e nel giro di pochi mesi gli sbarchi si infittirono, ricevuti con indulgenza dal governo socialdemocratico di Rómulo Gallegos, che non intratteneva rapporti diplomatici con la Spagna e che si limitò a identificare i clandestini e a fornirli di documenti. Ma le cose cambiarono dopo il colpo di stato che, alla fine del 1948, consegnò il potere a una giunta militare pronta ad allacciare relazioni con il franchismo e a qualificare gli emigranti come “indesiderabili, delinquenti, comunisti e pirati”.

Alle barche si impedì di entrare in porto e a volte vennero rimorchiate al largo, nonostante molte non fossero più in grado di navigare; i clandestini reagirono lasciandole arenare, affondare, schiantare contro un molo, per costringere le autorità a permettere lo sbarco, subito seguito dall’arresto e dal confino ai lavori forzati negli isolotti di Gualsina e di Orchila. Fu solo dopo l’assassinio del capo della Giunta, Carlos Delgado Chalbaud, e la sua sostituzione con Marcos Pérez Jiménez, che le cose in un certo senso migliorarono: gli spagnoli furono trasferiti in carcere o in campi poco accoglienti, ma preferibili all’inferno tropicale degli isolotti. A tormentare i prigionieri era la paura del rimpatrio, ma dopo qualche mese vennero rilasciati e si dispersero, decisi a guadagnarsi la vita a qualunque costo e in qualunque modo. Finché, alla fine del 1952, i velieri smisero di salpare: il regime franchista aveva deciso di rendere l’emigrazione più facile e meno costosa. A partire dal 1953, un fiume di spagnoli con le carte in regola si riversò in Venezuela, e quella delle navi fantasma fu l’ultima migrazione clandestina dei canarios.

Oggi il fiume scorre in senso opposto: a emigrare sono i venezuelani, e nel 2017 la loro presenza in territorio spagnolo è quasi raddoppiata, tanto che il quotidiano ultraconservatore ABC parla già con allarme di “alluvione”, anche se il vero esodo – almeno il 10% della popolazione venezuelana ha lasciato il paese, nel corso degli ultimi cinque anni – va verso altre nazioni latinoamericane, in primo luogo la Colombia, la cui frontiera è già stata attraversata da almeno cinquecentomila migranti. E, ironia della sorte, tra i più poveri c’è chi tenta di approdare a Curaçao, nelle Antille olandesi, su imbarcazioni di fortuna che fanno spesso naufragio. Quanto alle richieste di asilo in Spagna, quelle dei venezuelani sono passate dalle 3960 del 2016 alle 10.350 del 2017, nel primo semestre del 2018 hanno superato le 12.000 e si prevede che aumenteranno ancora, insieme al berciare ostile di una parte dei social, che sembra riecheggiare quanto i giornali della destra venezuelana scrivevano negli anni ’50 sugli immigrati spagnoli.

La situazione si è ribaltata, dunque, quasi a confermare il ritornello di un celebre tango argentino, che ripete: “cómo cambian las cosas los años”. Eppure, verrebbe da dire, come restano uguali, le cose, finché continua a esserci chi, in un’Europa immemore, si nutre dell’atroce, sanguinario buon senso della “brava gente” che si rifiuta non solo di ricordare, ma anche di capire che nulla ferma chi è sospinto da desesperanza y esperanza, disperazione e speranza, venti che, come gli alisei, non smettono mai di soffiare.

Interférences #10 / Jean Portante, romanzo di guerra e di emigrazione

[Interférences presenta questo mese un capitolo in italiano dell’ultimo romanzo di Jean Portante, L’architecture des temps instables (Éditions Phi, 2015), tradotto da Camilla Diez, e un breve dialogo da me curato con l’autore. A. I.]

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Mio padre giaceva in un cassetto scorrevole, come un oggetto ormai inutile ma che ancora non viene buttato via, che non si sa mai. Un tempo i morti tornavano a casa prima di essere sotterrati. La porta veniva addobbata con una tenda nera e un drappeggio altrettanto nero, con orlature e frange dorate. Quella vista incuteva rispetto al passante, conscio del fatto che lì dentro abitava il lutto. La casa si trasformava in un obitorio intimo con apertura su strada, e la tenda nera diveniva un luogo di passaggio verso un mondo ignoto. Come se il trapasso fosse soltanto provvisorio, il defunto riposava sotto lo stesso tetto di quelli che aveva lasciato, per la durata di un sonnellino. Quella dei suoi familiari era una veglia senza veglia, nella stanza che un tempo era stata sua.

Accanto a lui la vita continuava. Solo l’arredo – i ceri, i candelabri, i drappi funebri, la bara, poi le corone di fiori – tradiva la giornata particolare vissuta dalla famiglia. L’arredo e anche uno strano odore, proveniente da un luogo situato oltre la vita. I familiari si agitavano su e giù per la casa, preparavano i pasti, vestivano i bambini. In silenzio, per lo più, per non svegliare il corpo che sonnecchiava nella stanza affianco. C’era al tempo stesso un’aria di cerimonia e di quotidianità. Un ponte collegava i due universi. Un ponte che mostrava come morire fosse in fin dei conti un viaggio piuttosto banale, che ciascuno avrebbe intrapreso quando sarebbe stato il suo momento. Grazie a questa solennità intima e modesta, il ponte inoltre permetteva al lutto di fare il suo lavoro. Ma i tempi erano cambiati. Lo scompartimento di un frigorifero d’ospedale era ormai l’ultima dimora prima dell’incontro con la terra o con il fuoco. Un decesso anonimo rimpiazzava la morte intima. Per motivi di igiene, dicevano. Il cordone tra i vivi e i morti era tagliato non appena il soffio vitale disertava il corpo. La morte, che come la nascita non avveniva più in casa, era una questione clinica che si risolveva lontano dal calore della famiglia. Mio padre dormiva il suo ultimo sonno nel cassetto di un congelatore.

Nella camera fredda della clinica Sainte-Marie il dottor Kapp, con l’ampio camice bianco svolazzante su una camicia altrettanto bianca e una cravatta bordò, ha aperto una porta dietro cui si sovrapponevano i vari cassetti. Ha letto i nomi sulle etichette, poi ha afferrato una maniglia. Mio padre era un nome scritto su un’etichetta. In ordine alfabetico. Prima di far scorrere l’ultimo cassetto della pila, il dottor Kapp ha esitato un istante. Ho avuto il tempo di osservare la sua mano destra, e le dita piuttosto grassocce per essere quelle di un pianista. E lui ha avuto il tempo di immergere il suo sguardo nel mio, per stanarvi i segni di un’eventuale tristezza. Sapevo che c’era, la tristezza, ma non mi rendevo conto se si vedesse o meno. Nei suoi, invece, era evidente. Avevo addirittura l’impressione che nell’angolo interno del suo occhio destro si fosse formata una lacrima. Ci passiamo tutti, sembrava dirmi, coraggio!

In quel momento ho avuto voglia di chiedergli se suo padre era ancora vivo, ma mi sono trattenuto. La camera fredda non ammetteva confidenze di quel tipo. Mi chiedevo in che modo, lui che era medico, lui che ogni giorno vedeva morire i suoi malati, potesse reagire al decesso di un familiare. Era forse agguerrito come quei soldati che, aprendosi un varco tra montagne di cadaveri, non fanno più alcuna differenza tra un corpo inerte e il sentiero su cui si sta decomponendo? O forse riviveva, in ogni paziente che gli scivolava dalle mani, la morte di una persona cara? Il cassetto si è aperto. Kapp è diventato inutile, e lo ha capito. Mi ha lasciato solo con il mio morto.

Ho aspirato con forza: in quella camera fredda l’aria mi permetteva di sostenere il mio primo sguardo sulla morte. Ho aspirato una seconda boccata d’aria, poi una terza, e ho rivolto gli occhi al corpo inerte di mio padre. Ho ripensato a Kapp. Non era stato lui a uccidere papà. Era stato Dio. Mio padre sembrava assopito. Sulle guance e la fronte c’era una specie di fondotinta color caramello. Sembrava che un sole improbabile gli avesse dorato la pelle del viso, e che fosse appena tornato da una lunga vacanza sulle spiagge del Mediterraneo. Le palpebre erano abbassate. Un sorriso sembrava sul punto di curvargli leggermente verso l’alto la commessura destra delle labbra. Ho visto tutto da sopra, in piedi, perché non osavo accovacciarmi. Davanti a me, la prospettiva aveva come punto di fuga la capigliatura argentea di mio padre. I capelli erano più piatti del solito. Non riuscivano più a stare dritti. Il vestito era impeccabile. Nero. Un tre pezzi, giacca abbottonata, gilè appena visibile, l’orologio nel taschino, la cravatta, il collo della camicia inamidato e rinforzato, i pantaloni stirati alla perfezione. In fondo alle gambe, le punte lucidate delle scarpe nere. Le mani, anch’esse dorate, erano giunte, sulla pancia, all’altezza della cintura. Nessun respiro le faceva salire e scendere.

L’ultima volta che l’avevo visto era vivo. Adesso era morto. Era lì. Io ero lì. Cercavo di individuare cosa differenziasse un corpo che dorme da un cadavere. C’erano le mani incrociate sul grembo, certo. Per quanto le fissassi, rimanevano immobili. Mi sono spostato un po’. Prima ero dal lato della testa, e guardavo il corpo dall’alto. Ora potevo misurarne la lunghezza. Era solo un’impressione, o mio padre era davvero diventato più piccolo? Ho sentito una mano sulla spalla. Ho avuto un sussulto. Era Kapp. Da quanto tempo era lì? Le sue dita mi stringevano come tenaglie, mi facevano quasi male, mi spingevano verso l’uscita. Andiamo alla caffetteria, mi ha detto non appena la pesante porta della camera fredda si è richiusa alle nostre spalle. Ero contrariato. Non ero riuscito a dirgli nulla, a mio padre. Come al solito non ci eravamo parlati. Sull’autobus mi ero preparato un discorsetto, ma il nostro incontro non si era svolto come avevo previsto. A questo era servita l’inutile andata e ritorno tra Esch e Differdange. Anzi, no, l’andata no. L’andata era stata solo una ridicola fuga verso la tomba vuota. Un temporeggiamento, perché temevo l’incontro con la morte. Al ritorno, come se il viaggio avesse cancellato ogni cosa, mi ero riempito i polmoni dell’aria satura del gas sputacchiato dall’autobus e mi ero preparato al confronto con il corpo di mio padre. Un po’ come prima di una conferenza. Con alcuni punti principali e vari dettagli secondari. So bene che al mondo non ci sono solo io, ma uno mica fa le cose per dispetto, così avevo pensato di esordire. Per lo meno quando non ha nessun motivo di ferire, come nel mio caso. Non ho fatto altro che pensare a me stesso, con l’unico intento di essermi fedele. Non è così che impariamo ad amare gli altri?

Hai alle spalle una lunga storia come scrittore. Sei di origini abruzzesi, nato a Differdange, città di minatori, in Lussemburgo, e scrivi in francese. Sei un vero poligrafo, anche se la produzione ad oggi maggiore è quella poetica. Hai fondato e diretto per un certo tempo un settimanale di cultura e attualità in Lussemburgo, e ancora oggi sei attivo sul fronte del giornalismo politico. Vivi a Parigi, anche se la tua passione per il viaggio ti porta spesso in giro per il mondo e in America Latina in particolare. Hai sempre vissuto tra lingue diverse, e sei traduttore. (Tra gli italiani, hai tradotto Magrelli e Sanguineti). Oggi, però, ci concentriamo sulla tua attività di romanziere. Hai scritto cinque romanzi, ma vorrei che mi parlassi di che rapporto esiste tra quest’ultimo, L’architecture des temps instables (L’architettura dei tempi instabili) del 2015 e Mrs Haroy ou la mémoire de la baleine del 1993 (pubblicato in Italia da Empiria nel 2009).

Tra Mrs Haroy e L’Architettura è passato quasi un quarto di secolo. Non solamente il mondo è cambiato dopo così tanto tempo, ma la visione stessa che ne ho io ha modificato il proprio punto di vista. E quindi anche la scrittura. Mrs Haroy era un libro sulla memoria. O, piuttosto, sull’impossibilità della memoria. Tutto ciò su uno sfondo autobiografico in gran parte reinventato. Logicamente, dal momento che questo è stato il mio itinerario, l’emigrazione vi assumeva il ruolo di personaggio principale. La metafora della balena permetteva di descrivere degli esseri che non appartenevano né al luogo di origine che avevano lasciato (l’Italia), né all’orizzonte che avevano raggiunto (il Lussemburgo). Si evolvevano tra due mondi, non essendo più una data cosa, senza pertanto esserne divenuti un’altra. Ma trasportavano malgrado tutto, in essi, come un polmone ingombrante, la memoria dell’origine. Ciò faceva affiorare dei ricordi possibili, un insieme di aneddoti che nuotavano sulla superficie delle cose, senza che l’epoca fosse radiografata in profondità. Era il tipo di progetto che lo esigeva. Il mondo era osservato attraverso gli occhi di un bambino dalla nascita ai 9 anni, che non coglieva tutto il non-detto. Non vedeva, ad esempio, che dopo la guerra, quelli che l’avevano vissuta erano necessariamente feriti nell’animo. Venticinque anni più tardi il bambino è scomparso. Non soltanto il mondo appare altrettanto indecifrabile ai personaggi de L’Architettura, ma si percepisce che alcuni segreti tragici sono stati sepolti nel passato. E vengono risvegliati dall’instabilità del mondo, di cui il terremoto dell’Aquila, anche se assente dal romanzo – ma onnipresente nei miei pensieri nel momento in cui scrivevo –, è la manifestazione fisica. Di colpo si aprono delle faglie nel tempo, e ciò che emerge dalle profondità è il lato oscuro della memoria. In questo senso, L’Architettura è il corrispettivo tragico di Mrs Haroy.

L’architecture è un romanzo corposo (quasi cinquecento pagine) e molto ambizioso. Come tu stesso mi hai detto una volta, ogni romanzo contiene in sé diversi altri romanzi. Qui abbiamo almeno un romanzo familiare, un romanzo dell’emigrazione, un romanzo della guerra, e un romanzo della memoria. Come è avvenuta, secondo quale logica narrativa o priorità compositiva, la messa in opera di tutti questi fili narrativi?

Penso che un solo narratore non sia sufficiente per cogliere la complessità del mondo. Per questo motivo assistiamo all’esplosione dell’io in diversi personaggi. È quanto accade in tutti i miei romanzi. Questo permette, un po’ come accade con i cubisti, di vedere le cose sia davanti che dietro, ma anche da lati differenti. In questo modo la memoria viene frammentata, ma anche, simultaneamente, in qualche modo restaurata. Se tre o quattro personaggi si ricordano di una stessa cosa, c’è più probabilità che questo ricordo si avvicini alla verità. Attenzione non ho detto “realtà”. Per la semplice ragione che gli oggetti del ricordo sono innanzitutto fittizi.

Nella storia che racconti, è riconoscibile una certa quantità di materiale autobiografico. Come ti sei posto di fronte a questo materiale? Hai interesse a stabilire qualche forma di patto autobiografico con il lettore? T’interessa giocare sull’ambiguità, come accade in certe opere che sono state poi catalogate sotto la voce di “autofiction”? Oppure è il regime di finzione romanzesca che ha l’ultima parola?

Il gioco che lega la finzione alla realtà è al centro di tutta la mia scrittura romanzesca. Parto dalla constatazione che se il 99% delle cose raccontate sono autobiografiche, il rimanente 1% fa precipitare tutto nella finzione. Esattamente come accade quando solo l’1% è autobiografico, mentre il 99 % è inventato. Ecco il patto che propongo al lettore. Dal momento in cui l’1% di quello che racconto è inventato, il lettore non sa più dove è, a quel punto, la realtà. Affiora un dubbio. E io alimento questo dubbio. Variando le dosi. A volte un episodio è integralmente inventato. Altre volte lo è a metà. Altre volte ancora è interamente vero, almeno per quel che è rimasto nel mio ricordo. Costruisco così una tela di ragno con dei fili di vero e dei fili di finzione. Così come il ragno tesse la sua con dei fili appiccicosi e altri che non lo sono. Se la mosca ha la fortuna di finire su di un filo non appiccicoso, può salvarsi. I miei lettori si posano sia su dei fili narrativi fittizi sia su dei fili che fittizi non lo sono. Con questa differenza, che essi ignorano su quale dei fili sono finiti. Liberi loro di restare incollati o di volarsene via.

Un’ultima domanda sulla tua esperienza di lettore di romanzi. Ci sono autori che hanno rappresentato per te punti di riferimento particolari, sul piano delle tecniche narrative o dell’immaginario romanzesco? E, oggi, quali sono le opere che ti affascinano di più, che meglio ti sembrano incarnare le potenzialità del genere romanzesco?

Ho letto, e leggo ancora molti romanzi. Quelli che mi affascinano sono quelli che mescolano un grande numero di fili narrativi. Oggi molti romanzi non ne hanno che uno solo. Questo impoverisce la scrittura. Io vengo dal romanzo classico, da Balzac o da Faulkner e da James soprattutto, ma ugualmente, in gran misura, dai Promessi sposi di Manzoni. Ma so anche che Joyce, Proust e Musil, in un primo tempo, poi il nouveau roman, sono venuti a inserire un setaccio tra la scrittura di prima e quella di oggi. Io cerco di scrivere a partire da ciò che è passato attraverso quel setaccio. Come i classici, mi piace raccontare. Ma mi piace anche far tremare il racconto e frammentare i personaggi. Farli esplodere, attraverso il gioco della sostituzione ad esempio, in modo che alla fine non ve ne sia più che uno solo. In pezzi. Il racconto serve allora a incollare i pezzi. Senza che la loro somma riesca a restituirlo nella sua interezza.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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Quelli che restano

Giorgio Mascitelli

Nelle recenti manifestazioni che a partire dal 9 dicembre si sono tenute in vari luoghi d’Italia lo slogan che è risuonato di più è “Siamo italiani”. Interpretato ora come prove delle pulsioni fasciste e razziste della piazza, ora come segno di uno smarrimento di qualsiasi identità e progettualità anche vagamente politiche, ora come sintomo della disperazione di chi ha perso tutto, non ha trovato una spiegazione univoca e anzi è probabile, come usa dire oggi, che abbiano tutti ragione i vari interpreti.

Se partiamo, però, dal presupposto che molti di quelli che sono scesi in piazza sono degli ‘impoveriti’, per ricorrere all’espressione usata da Marco Revelli nel suo bell’articolo sul Manifesto del 13 dicembre scorso, lo slogan “Siamo italiani” assume un valore del tutto oggettivo, aldilà di ogni connotazione soggettiva, alla luce della globalizzazione, non tanto perché la loro posizione di impoveriti è connessa con quella perdente dell’Italia nel sistema internazionale di concorrenza tra paesi. Infatti anche i paesi vincenti, a cominciare dalla Germania, producono i loro impoveriti benché in quantità inferiore.

Il fatto è che questi impoveriti per ragioni di età, di formazione professionale e di cultura difficilmente possono prendere in considerazione l’unica prospettiva che le classi dirigenti italiane ed europee hanno seriamente previsto per questo genere di problemi: l’emigrazione verso le regioni forti dell’euro. In questo senso essi davvero sono italiani nel senso che non sono smistabili altrove e non possono accedere a identità più confortevoli, come quelle che gli uffici stampa dello stato di cose esistente di solito riescono a confezionare, talvolta con trovate veramente geniali, per i settori emigrabili della popolazione. Evidentemente quando la comunicazione professionistica non trova l’eufemismo giusto per designare una condizione sociale, significa che essa è considerata senza speranza né interesse.

In fondo la condizione di chi è sceso in piazza, al netto dei vari fasci, ultras e qualunquisti professionali, non è dissimile da quella di compare Cosimo, il protagonista del classico racconto verghiano Cos’è il re. Costui era un lettighiere rovinato dall’unità d’Italia: infatti finché il re era il Borbone che non costruiva le strade lui faceva affari d’oro, ma sotto il Savoia che portò le carrozzabili e poi le ferrovie, nessuno aveva più bisogno delle sue mule e della sua lettiga in grado di andare dove gli altri mezzi non arrivavano. Come è noto, la generazione di compare Cosimo, dopo una ventata ribellistica dalle venature nostalgiche con il brigantaggio, non in Sicilia per la verità, si risolse all’emigrazione. Ma all’epoca le Americhe erano semivuote e perciò di manica piuttosto larga sulla qualità degli immigrati in arrivo.

Compare Cosimo, tuttavia, poteva essere detto una vittima del progresso perché la costruzione delle strade rappresentava un progresso per la maggior parte della popolazione, mentre gli impoveriti attuali, anche quando rivendicano piccoli privilegi corporativi, hanno di fronte un potere che garantisce solo la prosecuzione delle politiche che hanno prodotto l’impoverimento. D’altra parte, non bisogna farsi illusioni sugli sbocchi politici delle proteste del 9 dicembre, anche se non vi fossero le prevedibili strumentalizzazioni: la storia e, per quanto riguarda per esempio l’Ungheria, anche il presente sono lì a indicarceli.

Eppure quelli che si sentono italiani, perché sono quelli che restano, seppure in una forma becera e largamente inconsapevole, pongono una richiesta di più società, alla quale una sinistra ormai avvezza a pensare in termini di diritti di individualità, in armonia con l’individualismo competitivo promosso dalle classi dirigenti neoliberiste, non è in grado di rispondere (non è un caso che le poche risposte collettive che la sinistra è riuscita a dare in questi anni sono quelle che possono essere copiate dal passato e che le hanno fruttato l’accusa di conservatorismo da parte dei reazionari). Resta da capire chi occuperà questo terreno lasciato libero non tanto nelle prossime settimane, ma nei prossimi anni.

 

Governo italiano in esilio/2

Franco La Cecla

Il nostro paese sta vivendo una fase di puro surrealismo. A fronte della contingenza internazionale e della piega che il capitalismo mondiale ha preso nei confronti della vita quotidiana dell'umanità, l'Italia sembra cullarsi in un sogno di decadenza in cui ai balletti dell'ex primo ministro si sostituisce solo la nostalgia di quei balletti.

Pare che il paese reale non esista e pare che quegli otto milioni di giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni non abbiano alcun peso né voce. A differenza di quanto avveniva nell'era giolittiana l'emigrazione viene vissuta oggi come un fastidio di poco conto e la risposta della politica incartapecorita sembra essere "Lasciateci lavorare ragazzi". Nel frattempo la politica italiana è solo un riflesso della politica tedesca e di quanto la signora Merkel vorrà fare di essa.

Il nostro paese arranca per starvi dentro, ma non esprime da tempo alcuna idea diversa o originale, che non sia la pura patetica buffoneria. A fronte di questo c'è una diffusa esigenza di politica in prima persona,di politica secondo schemi e intuizioni che sfuggono completamente alla sinistra che si arrabatta in questi giorni a fare i conti con risicate e mai votate maggioranze. I giovani all'estero e i meno giovani con loro sanno bene che la partita è un'altra e che richiede una presenza al presente ed una competenza che ben poco hanno a che fare con l'imbarazzante balbettio dei neofiti grilliani o con il rumore di fondo dei neocattolici ecofriendly post-franceschiani.

Quelli che lavorano o studiano "fuori" dall'Italia sanno bene che c'è un salto che occorre fare, proprio perché loro questo salto l'hanno fatto di già a proprie spese e in prima persona. Oggi una politica che voglia essere efficace non può prescindere dall'abbandono del provincialismo e dall'impegno per cambiare le cose in un'area più ampia che per ora è l'area dell'Europa (comprendendo in essa aree che dell'Europa non sono ma che ne influenzano la politica, come la Turchia o la stessa Russia da cui il nostro paese è dipendente in maniera quasi totale per l'energia).

Fare politica significa oggi cambiare le cose a livello europeo ed avere una voce in capitolo in quest'area che ha una storia e una funzione mondiale straordinaria, essendo rimasto l'unico mondo variegato con una vocazione universalista (al contrario degli Stati Uniti che culturalmente variegati non sono anche se si arrogano una funzione universalista). Oggi non si tratta di adorare ( facendo finta di criticarlo) un Imperium in cui si concentrerebbe il potere decisionale, ma di entrare in una Koinè che effettivamente può dare un linguaggio alle istanze di liberazione diffusa.

Queste istanze che oggi arrivano da mondi a noi vicini, da piazza Tahrir alla rivoluzione dei gelsomini, da Gezi Park a luoghi lontani come le piazze brasiliane significano che una nuova coscienza diffusa pretende spazi di libertà per individui e comunità che non vogliono essere soggetti totalmente alle strettoie del mercato e della finanza. Oggi i movimenti come Occupy o le primavere arabe sono inni al volere "essere lasciati in pace" dal potere centrale, inni alla sussistenza, alla possibilità di vivere una vita normale con un accesso normale alle risorse e con una dipendenza inferiore dal mondo salariato e dal mondo assistenziale.

È una rivoluzione delle classi medie quelle che dal presente capitalismo sono condannate a estinguersi. L'Europa è un luogo centrale dei diritti delle classi medie e non è un caso che gli otto milioni di giovani emigrati italiani siano laureati e parte di quel mondo che legge, studia e cerca di capire, un mondo che non accetta di finire nel dimenticatoio degli ex-assistiti.

Qualcuno come Daniel Cohn Bendit ha capito che la partita che si dovrà giocare tra breve richiede un movimento che si ponga a livello europeo. È probabile che la nostra diaspora debba pensare ad una ipotesi equivalente. Un movimento che parta dall'Europa per rivolgersi all'Italia e che abbia tra le sue fila la gente più competente e preparata del nostro paese, cioè quelli che se ne sono dovuti andare via.

Bisogna pensare ad un modo di rendere la diaspora qualcosa di più di una massa di potenziali elettori (rendendola serva così delle logiche provinciali). Credo che i tempi siano maturi e penso anche che non si tratti adesso di inventare strutture o quant'altro e che esse sorgeranno più o meno spontanee nel corso dei prossimi mesi.

Leggi anche:
Franco La Cecla, Manifesto del governo italiano in esilio

Da un Erasmus all’altro

Giorgio Mascitelli

I giornali hanno ribattezzato informalmente Erasmus del lavoro, ma pare che l’espressione abbia avuto origine presso le autorità comunitarie promotrici del progetto, un piano volto a favorire la mobilità lavorativa dei giovani a livello europeo, che intende fornire piccoli finanziamenti, nell’ordine di poche centinaia di euro, a coloro che sostengano colloqui di lavoro all’estero e qualche incentivo a piccole aziende che li assumano. In buona sostanza di tratta di un programma di (scarsi) aiuti all’emigrazione dai paesi della periferia meridionale e orientale verso quelli centrali dell’Unione.

Se è permesso rivolgere un rilievo da umile scriba a professionisti della comunicazione, tuttavia, non mi sembra molto saggia la scelta del soprannome per questo progetto perché rischia di ritorcersi proprio contro i riformatori di Bruxelles. Infatti, l’Erasmus propriamente detto, come è noto, è un progetto che consente agli studenti universitari di trascorrere un anno di studi in un’altra università europea per poi tornarsene a casa propria o anche di restare nel nuovo paese, scegliendolo volontariamente tuttavia. Il secondo Erasmus ha invece a che fare con la necessità e, anche se trolley, skype e voli low cost hanno sostituito le tradizionali valigie di cartone, lettere e ferrovie, la sostanza sociale dell’esperienza cambia molto poco.

Credo che il motivo che abbia spinto a chiamare informalmente il nuovo progetto Erasmus sia la speranza che un po’ del profumo di libertà che riguarda l’originale vada a coprire l’odore di necessità che infesta il secondo. Siccome, tuttavia, a chiunque emigri, e anche alle persone a lui vicine, è abbastanza chiaro di stare emigrando, pare piuttosto difficile che qualcuno si lasci abbacinare dalle nuance liberali del richiamo erasmiano.

Addirittura l’effetto rischia di essere analogo a quello ottenuto da un’agenzia di pompe funebri che, qualche mese fa, aveva messo locandine pubblicitarie nei vagoni della metropolitana milanese annunciando la nascita dell’outlet del funerale. Anche in quel caso i committenti avevano sperato che la connotazione positiva della parola outlet, con la sua allusività a prezzi economici e prodotti di qualità, coprisse la malinconia del secondo termine, finendo invece con il suscitare fastidio tra i consumatori sentimentali e una risata in quelli con la predisposizione al grottesco.

Quando le parole fanno degli scherzi, non sono mai scherzi innocenti perché hanno sempre a che fare con l’ideologia. In questo caso è il discorso ideologico delle opportunità che viene a coprire miserie più antiche. Ma gli europeisti non disperino: in fondo l’Erasmus del lavoro è un ritorno alle origini. L’accordo tra Italia e Belgio nei primi anni cinquanta per inviare i minatori italiani nelle miniere vallone è considerato come uno dei prodromi alla nascita della comunità europea.

Quanto agli interessati all’Erasmus del lavoro il loro problema principale è ancora quello descritto da Pagliarani ne La ragazza Carla: quanto di morte noi circonda e quanto tocca mutarne in vita per esistere è diamante sul vetro. Ma non ci sarà nessun progetto per aiutarli in questo lavoro.

Manifesto del governo italiano in esilio

Franco La Cecla

La situazione del nostro paese è assai grave. Alla contingenza economica si aggiunge l’attitudine dimissoria del governo attuale e della classe politica nel suo insieme. L’Italia vive una situazione di stallo, di mummificazione dei propri problemi, un girare a vuoto autoreferenziale di quella che dovrebbe essere la classe dirigente.

Se ci si volge intorno al mondo imprenditoriale, come al mondo della stampa, la visione non è molto più consolante. Un’incapacità di salto in avanti, un’impossibilità di analisi e di proposizione di scenari nuovi. In generale il paese sembra bloccato in un alzheimer politico, industriale, sindacale, editoriale, intellettuale, accademico... Un paese vecchio che non si rende conto che la metà dei suoi cittadini non si identifica più con quella che non è capace nemmeno di essere una classe dirigente di una minoranza.

L’Italia non è nuova a questa esperienza. Cinquanta, sessant’anni fa il paese aveva già vissuto il dramma di non dare spazio a una buona metà dei propri abitanti. Il Sud di allora era dovuto emigrare, abbandonando un territorio ricco di potenzialità e di storia. Oggi lo stesso destino investe il paese intero. I migliori se ne sono andati. Allora deve stupire meno che quello che rimane rappresenta ben poco del paese reale.

Oggi come sessant’anni fa, ma anche come ai tempi della resistenza al fascismo dall’estero della parte migliore del mondo italiano, la speranza viene da fuori. Sono i sette milioni di italiani all’estero, ricercatori, intellettuali, imprenditori, lavoratori della conoscenza e della creatività, a rappresentare oggi la parte migliore del paese. Sono i milioni di studenti Erasmus che, rifiutando l’invecchiamento precoce proposto ai giovani che rimangono in Italia, vivono la stessa rabbia di non rappresentanza dei loro coetanei in Turchia, Egitto, Tunisia. Sono loro i giovani italiani su cui costruire il futuro del nostro paese.

Allora non rimane che prendere atto di questa situazione e fondare fin da ora un governo italiano in esilio (Giie). All’estero ci sono italiani con un’esperienza del mondo e del presente introvabili tra i politici italiani, vecchi e nuovi, pidiellini o grillini che siano. Questi sono accomunati da una visione provinciale e fondamentalmente ignorante di come è cambiato e di cosa è il mondo adesso. Le tematiche ambientali, urbane, neoindustriali, informatiche, di nuova diplomazia e nuovi assetti internazionali sono competenza di coloro che stanno fuori dal nostro paese. È tra loro che bisogna cercare i nuovi ministri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Economico, del Welfare, della Condizione Femminile, delle Politiche Giovanili, della Cultura, dell’Ambiente, del Turismo.

È tra loro che bisogna cercare esperti in Unione Europea (sono i giovani Erasmus gli unici che credono davvero nell’importanza di una identità europea. Coloro che sono rimasti in Italia hanno avuto l’anima corrotta dal leghismo di destra e di sinistra, di Nord e di Sud, che ha ucciso l’anima internazionale del nostro paese). Infine è tra quelli che stanno fuori che vanno eletti i responsabili del futuro del paese, dal primo ministro al presidente. Rimbocchiamoci le maniche. Formiamo il nuovo Giie, il governo italiano in esilio. L’Italia è già nostra, perché quelli che sono rimasti a casa dormono o tardano a svegliarsi.

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cover ab2 luglio

Mi Buenos Aires Querido

Antonio Syxty

A Buenos Aires piove. Appena superato il controllo passaporti del Pistarini, Leòn mi vede e mi viene incontro. È con la moglie, Lucia, che lui chiama affettuosamente Lucieta. Appena mi vede sorride teneramente e gli occhi gli si inumidiscono, e io in quell’azzurro riconosco il colore di quelli di mia madre, sua zia. Leon ha quasi 60, ma è un uomo robusto e in ottima forma, gran giocatore di calcio, nella squadra locale del suo barrio. Leon e io non ci vediamo da più di 40 anni, da quando giocavamo piccoli in Calle Catamarca, nel quartiere Cochabamba di Buenos Aires dove abitavo io, o nel quartiere di Quilmes, sobborgo di Buenos Aires dove abitava lui e dove abita tuttora. Mia madre, come molte persone del sud Italia era emigrata a Buenos Aires dall’entroterra salernitano, perché allora, in Italia, non c’era da mangiare, e loro facevano le suole per le scarpe.

Era un’Italia diversa da quella di oggi, dove erano gli italiani a emigrare. Quello di emigrare era stato il destino della famiglia di mia madre, come del resto era stato quello della famiglia di mio padre, piemontese di origine, ma nato anche lui, come me e Leon, in Argentina. Ora la famiglia di Leon vive in una modesta villetta di un bel quartiere di Quilmes, provincia di Buenos Aires – la Capital, come la chiamano loro. Leon ha 3 figli, tutti grandi e robusti come lui, tifosi del River Plate, mentre io da piccolo ero tifoso del Boca, come mio padre, un uomo che aveva avuto il coraggio di imbarcare tutta la sua famiglia su una nave quando io avevo nove anni, e far ritorno in Italia. Leon lo definisce coraggioso quel gesto, di lasciare l’Argentina e fare ritorno nel paese di origine. I genitori di Leon questo coraggio non l‘hanno avuto e hanno dovuto affrontare gli anni della feroce dittatura militare, uno dei periodi più bui di un paese che aveva rappresentato per la generazione precedente a quella mia e di Leon, la possibilità di rifarsi una vita, lontani da un Italia che non dava speranza di lavoro e sviluppo per le classi più umili.

Ma l’Argentina vissuta da Leon e dai suoi figli è stata un’Argentina tormentata e scossa anche dalla crisi economica che dalla seconda metà degli anni ‘90 portò direttamente il paese al collasso, con il famoso corralito del 2001. Ed è appunto del corralito che Leon mi racconta in un caffè di San Isidro, un comune della provincia di Buenos Aires. Io del corralito so poco o nulla. Perché ricordo la crisi vissuta dagli italiani che avevano investito nei bond argentini, ma poco o nulla so di un periodo economico così drammatico per la popolazione argentina, chiamato appunto corralito (recinto), perché il default del paese aveva rinchiuso la popolazione in un recinto senza speranze. In quegli anni Leon si era licenziato dall’azienda per cui lavorava, la Telefónica Argentina, e aveva ricevuto la liquidazione in pesos che era equivalente a circa settanta mila dollari e che aveva depositato quasi tutti in banca, con l’idea di mettersi in proprio facendo consulenze nel settore.

E il dramma fu che le banche dall’oggi al domani si barricarono negando ai correntisti ogni tipo di prelievo dal proprio conto corrente. Iniziarono così tempi durissimi dove avere il contante in tasca per fare la spesa e acquistare beni di prima necessità era un privilegio di pochi. C’erano persone che si vendevano qualunque cosa pur di avere i soldi contanti. Un amico di Leon che aveva da poco comprato un pick-up del valore di 20mila dollari cercava di venderlo per 3000 pur di avere qualcosa in tasca per la sua famiglia. Lo stesso Leon insieme alla moglie Lucieta cercavano di risparmiare il più possibile i diecimila pesos in contanti che Leon – prevedendo il peggio aveva nascosto in casa evitando di depositarli in banca. Ma poi anche quelli finirono.

Durante quel periodo la gente dava l’assalto alle banche che si erano trincerate sigillando gli ingressi con barriere improvvisate. Il cancro aumentò dell80% e allo stesso modo aumentarono gli infarti, i suicidi e le separazioni nelle coppie sposate o fidanzate. Per Leon e per tutti gli argentini il corralito era diventato un lungo incubo a occhi aperti. I soldi che erano ostaggio delle banche vennero restituiti solo parzialmente dopo circa nove anni anni. La stessa sorte toccò a Leon, che solo grazie all’aiuto dei genitori di Lucieta riuscirono a sfamare i figli e procacciarsi i generi necessari per vivere. Molti anziani, considerando la loro stima di vita, rinunciarono a fare domanda allo stato per riavere i loro soldi - ostaggio delle banche - perché non se la sentivano più di lottare. E fu in quel periodo che si sviluppò il trueque (il baratto) con veri e propri circoli di auto-aiuto, che scambiavano servizi con beni primari. E allora c’era chi sapeva tagliare i capelli che in cambio riceveva cibo o vestiti per il suo servizio. E gli stessi medici che si mettevano a disposizione della gente in cambio ricevevano gli aiuti primari per le loro famiglie.

Era scomparso il denaro contante e gli uomini si organizzavano per sopravvivere scambiandosi beni e servizi di prima necessità, senza che ci fosse la mediazione del denaro contante. I circoli del trueque erano nati già nel 1995 a Mar del Plata sull’onda della crisi economica che avrebbe poi portato il paese al crollo e alla serrata delle banche nel 2001. Ascoltavo Leon mentre mi raccontava tutto questo e pensavo all’Italia e alla crisi che stava spazzando il paese, ma anche l’Europa, e all’ipotesi di dover essere costretto a cambiare tutta la mia vita se un domani dovesse succedere anche a noi. Un pensiero che mi ha accompagnato al mio ritorno in Italia e mi ha fatto considerare la realtà intorno a me in modo del tutto diverso.